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Una storia di Rhoda

L'Isola delle Vestali

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18 minuti

Pubblicato il 26 luglio 2020 in Horror

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È il momento.

Tra poco, assisteranno al grande spettacolo.

Il nostro grande spettacolo: il Sacrificio del Fuoco.

In quest’isola florida abitata da sole donne, sul monte consacrato alla Dea Cerere, il nostro raccolto verrà mietuto, le mie carni saranno dilaniate, il mio sangue versato, benedetto dall’Ordine delle Grandi Madri, il mio corpo bruciato sulla pira.

Sono stata concepita su una terra lontana, frutto velenoso e dono indesiderato di una notte sbagliata, violenta, che non doveva esistere; portata qui sull'Isola dalla madre di mia madre; allevata dall’Ordine delle Grandi Madri con un unico scopo.

Il Fuoco non deve mai spegnersi.

Sono una Vergine Vestale, il mio nome è Flaminia, e sacrificherò la mia vita, nel fiore dei miei sedici anni, le vene scalpitanti di giovinezza, per un bene superiore.

Per le mie Sorelle, per le mie Madri, per la Sacra Triade: Vesta, Cerere e Giunone.

La cerimonia di preparazione è iniziata ieri mattina. Ci hanno concesso un intero giorno di riposo, di ozio e di vizi di gola, come offerta, un compenso per la nostra devozione e il nostro coraggio.

Le Ancelle – serve di alto lignaggio, nobili discendenti dal puro icore divino, per questo non sacrificabili, le uniche, trascinate qui sull’Isola per un periodo limitato da padri disonorati, per espiare peccati carnali o gravi disobbedienze – hanno preparato torte e tartine fragranti al miele per me e le mie Sorelle, me ne sono ingozzata, ho mangiato fino a non poterne più, fino al disgusto; mi hanno lavata, mi hanno cosparsa di oli profumati, vestita di bianco, oro e gemme tra i capelli scuri e sui lobi delle orecchie.

Ho dormito per tutta la notte sul ventre morbido e caldo della mia capretta, bestiolina cresciuta da me, a cui ho dato da mangiare, da bere, coccolata e protetta come frutto deforme e sgraziato del mio stesso grembo condannato.

Con lei ho iniziato il mio percorso da Vergine Vestale, e con lei lo finirò. Salirà con me sul patibolo, accanto a me troverà la vita eterna.

Nel fuoco, nelle ceneri, nel tributo finale.

Hanno cucito per me una veste di seta bianca, la stessa che adesso indosso con orgoglio; come di seta è la benda per gli occhi della mia capretta, perché non possa vedere, perché non si spaventi, perché si faccia guidare, condurre sul patibolo.

Hanno raccolto erbe, fiori e frutti, fasce di grano e fieno, da mettere ai piedi del palco sacrale, sotto di noi, cosicché gli schizzi del nostro sangue possa benedirlo, che il nostro sacrificio possa arrivare dritto alle orecchie delle Dee, meraviglioso ai loro occhi, sarà cibo benedetto per le Madri e simbolo di eterna devozione e gratitudine per Vesta, Cerere e Giunone.

Stamattina mi hanno svegliata con carezze e candidi baci su guance, bocca, occhi. La colazione si è protratta fino a mezzogiorno, fichi e uva abbondavano sulla nostra tavola.

Hanno predisposto sul palco sei scranni d’oro, uno per ogni Vergine Vestale.

Sento i tamburi rullare oltre il sipario, i loro colpi secchi e vibranti riempiono l’aria, la caricano, macigni caduti dal cielo.

Afferro e stringo la mano di una delle mie sorelle, siede accanto a me, sul panchetto di legno levigato e tirato a lucido con la cera liquida.

La guardo in volto. «Non sei estremamente eccitata?»

Terentia scuote la testa, un movimento sottile, appena percettibile. China lo sguardo, la voce le esce dal corpo in uno sputo gutturale e melanconico, suona tetra alle mie orecchie, flebile, oscura: «No. E neanche tu dovresti esserlo. Siamo solo bestie.»

La fisso come per chiederle spiegazioni, non ho idea di cosa intenda.

Non capisco.

Per noi reiette, sbagliate e corrotte dal peccato, sacrificarsi alle Dee è il nostro più grande onore, il senso della nostra vita.

Osservo anche le mie altre compagne e sorelle di fato: c’è chi ha lo sguardo basso, pentito, amareggiato; alcune fanno saettare gli occhi sulle pareti, sul soffitto, sul pavimento di pietra lavica tutta scura e a bozzi, macchiata da secoli e secoli di sacrifici e sangue.

Forse in un’ultima preghiera, un’invocazione, o forse in cerca di una via di fuga.

Solo una di loro mostra un contenimento regale, che attira la mia attenzione, suscita ammirazione. Amatia punta lo sguardo fisso davanti a sé, è decisa, quasi imperitura, fredda, impietosa, risoluta nell’immolazione.

Porta lunghi riccioli d’oro sciolti sulle spalle, una cascata aurea degna degli occhi di Apollo.

Le vado vicino, il metallo dorato delle catene che mi tengono legati i polsi e le caviglie tintinna, mi annuncia.

«Non siamo come loro» dico, gettando uno sguardo oltre la mia spalla.

Non risponde. Sembra non mi senta neppure.

Probabilmente è così.

La sua indifferenza, l’ostentata noncuranza, non mi scalfiscono. «Hanno paura di morire» continuo, in tono di scherno.

Una di loro mi sente, si alza di scatto, seguita dal clangore delle restrizioni ad ogni passo che fa verso di me. Ira sul volto, nella voce, nelle vene che le affiorano gonfie sulla tempie e sul collo. «Sei tu la stolta a non averne», urla. «Non hai mai capito. Non capisci mai. Gli Dei non esistono!»

In un rapido scatto la spintono, vorrei poterla schiaffeggiare fino a farmi male alle mani, ma le catene me lo impediscono.

«Non sei che uno scarto» è tutto ciò che riesco a dire. Me ne vergogno. La mia voce non suona abbastanza convincente, non è potente come vorrei. È incrinata. Come se Calida rinnegando il nome degli Dei, rifiutando la loro esistenza, avesse reso di conseguenza la mia vita – e la mia morte – vana ed inutile.

Fra tutte noi, è sempre stata quella più sfrontata.

Avrebbe dovuto incontrare il patibolo molto prima.

«Siete noiose e ridicole.»

Una pausa.

«Tanto moriremo comunque tutte oggi, no?»

Il cinismo di Amatia è in netto contrasto con il suono della sua voce, argentino e vivo, sembra di udire le acque delle lymphae riversarsi nella stanza.

Guardandomi attorno mi chiedo quante tra loro la pensano come Amatia, come Calida.

E quante come me.

Osservando i loro volti, la risposta è deludente.

Vorrei poter fare qualcosa per loro, portarle sulla via della rettitudine, l’unica via percorribile, accanto agli dei, fra di loro, per loro tutto, tutto quanto siamo in potere di offrire.

Virtù, volontà, sangue, muscoli scattanti, ossa, carne che brucia.

Tutto.

Sento già le parole affiorarmi in bocca, pronte ad uscire, quasi fossero sempre state lì, ad aspettare, per tutta una vita.

Ma all’improvviso, mi accorgo che i tamburi hanno smesso di rullare.

L’aria è più pesante, più calda, odora di fieno, di sudore acre e umido. Vuota, senza il suono sordo della pelle d’asina tirata e battuta dei tamburi.

Il silenzio mi distrae. Grava su di noi, tiranno esiliato da Giove, violento e crudele nell’abbattere la sua frustrazione e la sua minaccia su quest’isola.

La voce della Grande Madre Superiore squarcia l’immobilità grave, oltre il sipario, sul patibolo. Parla alle altre Madri, alle Ancelle, alle Vestali Novizie. Una voce potente, cavernosa, un rombo di tuono e di onde impetuose che si riversa implacabile, come destino, ineluttabilità caotica.

Vedo Calida ritrarsi e stringersi nelle spalle, farsi sempre più piccola, minuta, scossa da singhiozzi, il volto rigato di lacrime.

Amatia si alza, alta, la veste le ricade troppo corta sulle ginocchia nodose, le gambe sottili, i talloni ossuti che scattano in avanti.

Piena di vita.

«Stanno vendendo a prenderci» dice, risoluta. Infuocata, calda, senza tremare, senza esitare, butta fuori le parole, vocali e consonanti, sillabe che hanno il potere di scuotere le pietre e il legno, di spostare l’aria, di renderla rovente.

Il livello di perfezione a cui aspiro, io che mi sento infinitamente più impacciata, più goffa, inadatta perfino al sacrificio.

Lei splenderà, sul patibolo, come sul rogo, tra Orcus – l’Orco della Morte – e la pira, i capelli biondi al sole, con forza e vigore spazzerà via l’inadeguatezza che mi inonda; il suo sangue circonderà le mie caviglie e mi renderà perfetta agli occhi delle Dee e delle Madri.

Spero che la lama della Grande Madre Superiore incontrerà la sua gola per prima, spero che sarà la prima, che il freddo metallo intriso del suo sangue possa scendere su di me, mischiarsi con me, a me, e rendermi giusta.

Un rumore di passi fa vibrare lo spazio che mi divide dalla morte.

Sono i passi delle Ancelle, sei Ancelle per sei Vestali.

Appaiono da dietro il sipario rosso cremisi, vesti e veli color avorio sui loro volti; si inginocchiano ai nostri piedi, con umiltà e reverenza.

Una preghiera. Un coro.

Oh, Vergini Vestali, non siamo degne, noi vi imploriamo: donate il vostro sangue, affinché le nostre anime possano purificarsi.

Riconosco l’Ancella che la scorsa notte mi ha nutrita e lavata, coccolata – una mano su di me, una mano sul suo grembo morbido e pieno, un grembo che continuerà a crescere fino a generare un figlio – e raccontato storie sui suoi antenati. Il suo nome è Velia, lo ricordo, ma le storie dei suoi antenati si sono già perse nell’oblio del mio sonno.

Si assicurano che i nostri polsi e le nostre caviglie incatenati siano privi di abrasioni e segni: è auspicabile per la riuscita del sacrificio, giungere sul palco sacrale in piena salute e perfette, senza neanche un graffio.

Intatte, incorrotte.

Ci offrono del vino e della mola salsa, che bevo e mangio con bramosia adorante.

L’ultimo pasto.

Una di loro – l’Ancella di Terentia, bassa e smilza, gli occhi infossati e cerchiati di nero – raggiunge il sipario.

Un corno che suona annuncia il nostro arrivo.

È la Grande Madre Superiore.

Che le Dee possano guidarci e salvarci.

L’aria rimbomba, un’ovazione esplode tra le altre Madri, tra le Ancelle ferme sotto al patibolo, tra le Novizie.

Ci acclamano, siamo le preferite.

Che le Dee possano guidarci e salvarci.

Lo ripetono anche le nostre Ancelle, il capo chino.

Avanziamo di uno, due, venti passi, non li conto più. I miei occhi sono fissi sul sole splendente fuori dalle tende, oltre il sipario. I piedi scalzi e sofferenti, a contatto con il legno cocente del palco sacrale, vorrebbero fuggire, correre, scappare.

Salvarsi.

Ma io rimango ferma, la mia volontà è salda, il mio volto ora spazia, si meraviglia, come se vedessi tutto per la prima volta, l’arena di pietra che ci circonda, le panchine e le facce beate, estasiate, inebriate dalla nostra presenza.

Sono familiari, conosco ogni dettaglio dell’Isola e delle loro abitanti a memoria, saprei distinguere qualsiasi Vestale, Ancella o Madre da un neo sulla spalla, dalla voce, dal modo in cui cammina.

Eppure adesso mi sembrano nuovi posti, nuove persone, le incontro per la prima volta, e le incontro da consacrata.

La Grande Madre Superiore ci tocca la fronte, l’accarezza, la benedice, la sua lunga veste color cremisi a frusciare nell’aria immobile ad ogni gesto, ad ogni passo.

Porta sul capo una corona di alloro; le dita sono tinte di hennè fino alle nocche, nere come la pece; gli occhi cerulei resi catramosi, pesti e carichi dal trucco scuro color carbone.

Anche le labbra sono nere, e si posano adesso sulle nostre bocche.

Un bacio. Un marchio.

Avverto un pizzicore sui capezzoli e tra le gambe, un piacere intenso che si propaga.

Attendo la sublimazione dei miei desideri, la glorificazione della mia anima.

Prendiamo posto sui nostri scranni, la pelle ribolle a contatto con il metallo.

Le Ancelle spariscono per un attimo, oltre il sipario, veloci e silenziose, per poi ritornare accompagnate dai sei animali sacrificali che noi stesse abbiamo allevato, fino al sacrificio.

Fino a qui.

Tre agnelli, due caprette e un maiale.

Portano fiocchetti color dell’oro e del bronzo intorno al collo e sulle zampe, una lunga fascia cremisi attorno ai ventri gonfi, la fascia di seta grezza sugli occhi.

Sono riluttanti a camminare. La mia capretta – quella con le macchie nere e marroni sul dorso – è l’unica a muoversi spigliata, decisa, verso di me pur non vedendomi, forse percependo la mia presenza, il mio odore nell’aria.

Sono orgogliosa di lei. In un gesto affettuoso, le accarezzo dolcemente le orecchie e il mento barbuto.

Un boato ruggente esplode sotto di noi, un tumultuoso canto, una nenia.

Oh, Vergini Vestali, non siamo degne, noi vi imploriamo: donate il vostro sangue, affinché le nostre anime possano purificarsi.

Sorrido. Lacrime scorrono sul viso arrossato e accaldato dal sole alto nel cielo.

È in questo esatto momento di pura estasi, che fisso i miei occhi negli occhi di una bambina di fronte a me, proprio sotto al palco. È piena di aspettative, speranzosa. Ha sei anni, l’età in cui si assiste al primo sacrificio. Alla sua età, assistendo al mio primo sacrificio, provai un forte sentimento di potenza, di gioia, di speranza: credevo che le Dee si sarebbero manifestate ai nostri occhi in una forma palese, tangibile, inviolabili e inconfutabili.

Allora, rimasi delusa.

Sei anni e dissi a me stessa, sarà per la prossima volta.

E così a sette, a otto, a quindici.

Sarà per la prossima volta. Le vedrai. Quando sarà il tuo momento, il tuo turno di splendere, le vedrai. Sul palco sacrale, istantaneo fulgore.

Non persi mai la fede.

Il canto si interrompe di colpo. La Grande Madre ricompare nel mio campo visivo, come una visione, leggera, incorporea.

L’odore che porta con sé è agrodolce, olio di rosa misto all’afrore secco del suo sudore.

Pronuncia il consueto discorso d'iniziazione, ammaliante.

«Grandi Madri, Novizie, Ancelle e Vestali», si gira verso di noi, un rapido sguardo di approvazione, una tenera occhiata di compiacimento, prima di rivolgersi nuovamente alla folla. «Oggi è un gran giorno per tutte noi. Abbiamo aspettato un anno, per rinnovare la nostra offerta alla Sacra Triade, abbiamo accolto queste ragazze quando erano in fasce, acerbe ed empie, intrise di peccato. Ma oggi troveranno finalmente la via per la redenzione.»

Un tuono di voci, l’ovazione che ritorna, sempre più carica, vicina al parossismo, sempre di più.

Oh, Vergini Vestali, non siamo degne, noi vi imploriamo: donate il vostro sangue, affinché le nostre anime possano purificarsi.

La bimba con gli occhi grandi e scuri passa in rassegna me e le mie sorelle. Non conosce ancora bene le parole, mima con la boccuccia rossa e tumida il canto sconosciuto.

Ci prova.

Vedo le piccole dita spiccare, alzarsi uno dietro l’altro, per fare la conta.

Una ragazza. Due ragazze, tre, quattro, cinque, sei ragazze.

Sono l’ultima, sono la sesta, il suo dito mignolo piccolo e rosa si abbassa per ultimo.

Fissa i suoi grandi occhi dentro i miei.

Le sorrido ma non ricambia. L’espressione si fa distratta, svuotata; passa dall’eccitazione allo sgomento più puro, tutta la felicità viene risucchiata dal suo animo, un orrendo strappo che mi pare quasi di sentire, quando scorge la lama tra le mani di Terentia, che lenta, inesorabile, passa sulla gola del suo agnello.

L’animale si dimena, bela stremato, disperato; scalcia, i muscoli sconvolti e convulsi, prima di accasciarsi sul palco, senza vita.

Subito dopo, la Grande Madre Superiore fa lo stesso con Terentia.

È così che funziona.

Di madre in madre.

Fiotti di sangue denso schizzano violenti sulla sua veste, la imbratta, sangue sulle fasce di grano e sul fieno per le fiere, sulla frutta, sulle verdure del nostro orto, sulle spettatrici che chiudono gli occhi, puro godimento estatico.

Non c’è niente di cui aver paura, sussurro, spero che la bambina lo possa udire, ma forse non mi sta neppure guardando.

Mi guarda ma non mi vede. Mi trapassa, mi trafigge.

Mi esamina, vedo le pupille saettare lungo il mio corpo, l’iride farsi ancora più scuro, ancora più intenso, un abisso che assomiglia all’immensità mortale che sto per raggiungere.

Specchio della morte stessa. Specchio dell’innocenza perduta.

Forse si chiede che effetto farà, quando la lama sarà sulla mia gola, quando sarò io a morire; se il sangue sarà copioso, se macchierà anche lei.

Il corpo di Terentia si scompone, il mento le ricade sul petto, le dita dei piedi sono contratte, oro e porpora alle caviglie, sui polsi, le mani serrate in pugni esangui. La pozza si allarga ai suoi piedi sempre di più.

Il tanfo metallico è nauseabondo.

Oh, Vergini Vestali, non siamo degne, noi vi imploriamo: donate il vostro sangue, affinché le nostre anime possano purificarsi.

La preghiera si innalza sempre più potente, mentre al centro della piazza vengono trasportate da quattro abili, grosse e muscolose Ancelle due pire funerarie. Una più piccole per le nostre bestioline; l’altra per noi, su cui i nostri corpi esanimi verranno adagiati e bruciati, tutti insieme.

Due Ancelle trasportano il corpo di Terentia dietro il sipario. È lì che verrà ripulito, la ferita ricucita, la pelle massaggiata con olio di arancia e sul capo, manifesto funebre, una corona di piccole foglie di alloro e acanto tinte d’oro e di bronzo.

È la sorte che toccherà a tutte.

Calida, che accanto a Terentia giace adesso svenuta, non vede la lama arrivare alla base dell’orecchio sinistro, squarciare ed aprire uno strambo, largo, disordinato doppio sorriso da parte a parte, il collo bianco e lungo esposto.

La sua capretta la raggiunge poco dopo.

Amatia sembra rilassata, osserva la scena con stoico distacco, gli occhi puntano altrove, oltre i monti, oltre il cielo, forse anche oltre le Dee stesse, fuori da tutto.

Uccide il suo maiale con insolita forza, una mano a sgozzarlo, l’altra a tenerlo fermo ma con delicatezza, tenere carezze lente sulle piccole orecchie e sul grugno umido; parole appena pronunciate, leggere come un soffio, perse tra gli abominevoli grugniti, bestiali, assordanti urla di dolore.

Solo un piccolo, leggero squittio accompagna la sua morte. Emette un grazioso gemito prima di accasciarsi sullo scranno, esausta, i ricci biondi si imbrattano del suo stesso sangue.

La lama della Grande Madre Superiore uccide anche lei.

I corpi di Vergini Vestali ed animali vengono trasportati via uno dietro l’altro, il canto non si interrompe, l’isteria più profonda ed acuta strappa le loro ugole, le voci sono incrinate, stridule, ma non smettono.

Non smettono.

Oh, Vergini Vestali, non siamo degne, noi vi imploriamo: donate il vostro sangue, affinché le nostre anime possano purificarsi.

Vorrei tanto sapere il suo nome.

Vorrei rassicurarla, dirle che è tutto ok, che è la cosa giusta da fare.

Un’Isola così prospera e ricca come questa, richiede grossi sacrifici.

Della bambina ne è rimasto solo il guscio. Un bozzolo vuoto che presto verrà riempito da disprezzo e blasfemia, come è successo con Calida.

Tre piccole macchie rosso cremisi si stanno allargando sul lato sinistro del suo viso, percorrono la lunghezza della guancia paffuta.

Cerca di ignorarle, così come ignora il massacro delle carne, il versamento fluido e denso del sangue, che adesso bagna anche i miei piedi, l’orlo della mia veste. Gocce di sangue sul braccio destro, tra i capelli, sulle mie labbra.

Sono l’ultima.

Sono rimasta soltanto io.

Il dito mignolo.

Sta accadendo tutto così in fretta. Orcus reclama la morte, le Dee se ne compiacciono, assistono soddisfatte.

Spero in una visione, l’ultima, la definitiva, spero nella loro chiara manifestazione, mentre le mie mani, di colpo così leggere, impugnano il coltello, intriso di sangue umano ed animale.

Le mani della Grande Madre Superiore sono posate salde sulle mie spalle.

Non esitare, sembra che dica, non esitare, forza colpisci, uccidi. Presto sarai redenta.

Così faccio. Obbedisco. La mia docile capretta si accascia sui miei piedi, gli ultimi spasmi di vita e poi, mansueta, spira.

Sono gli istanti finali della mia vita. Mi vortica tutto attorno, una spirale di confusione, desiderio, estasi ed oblio.

L’ultima cosa che vedo è il viso imbrattato della bambina.

Ingenuamente, o forse no, credeva che la mia sorte sarebbe stata diversa, che la capretta che mi sedeva vicino, mansueta e paziente, potesse vivere ancora, per sempre sull’Isola, fino al grigiore finale dei suoi giorni.

La delusione, il disgusto e l’orrore più puro, più acuto, le affiora in viso. Le deturpa le fattezza, la cambia, la rende brutta, priva di grazia, rovinata.

Non sarà mai più felice, non qui.

Sento la vita scivolare via. Non oppongo resistenza.

Anelito di una vita che era, osservo adesso il mio corpo svuotarsi, sangue che zampilla ad ogni battito.

La lama mi attraversa ed io mi prostro in un’unica preghiera.

Che possa toccarmi il divino. E che nel divino, io possa esistere di nuovo.

Non sento più niente. Non il canto, non le grida, non il respiro estatico, affannato, eccitato della Grande Madre Superiore.

La voce di Velia e il suo grembo pieno stanno sfumando già nel più lontano dei ricordi.

Non avverto alcun dolore, mentre brucio nel lenzuolo funerario insieme alle mie Sorelle, vegliata dalle Ancelle fino a quando le mie ceneri non si confonderanno con le braci, il legno, con le pietre e con le foglie di alloro e acanto.

Sono un respiro, appena percettibile.

Dovrei sentire le fiamme avvolgermi, il mio corpo, le mie ossa perdersi tra i miasmi della morte.

Ma non sento più niente.

È tutto distante, la realtà che adesso mi avvolge è pura vacuità.

Il ricordo degli occhi della bambina è l’ultima cosa a svanire.

Vorrei tanto sapere il suo nome.

Spero, spero invano.

Non c’è nessun Dio.

Vorrei tanto sapere il suo nome.











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