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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

COFFEE-TIME

TDO ..atto unico per mimi danzatori

369 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 12 maggio 2020 in Humor

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TEATRO DEGLI OPPOSTI : COFFEE-TIME

(..atto unico per mimi-danzatori).



The Coffee-Boy
The Coffee-Boy



SCENA / AZIONE: (regia creativa)


Seduto al tavolo del Caffè, io, (quel mimo che sono), nascosto dietro le pagine di un giornale, osservo la moltitudine della gente che va e che viene, avanti e indietro, nella mezz’ora del coffee-break. L'ora è quella esatta. Quale? Non ha alcuna importanza! Perché non è l'ora che importa, quanto il gossip del giorno, dell’ultimo minuto.


Zang Tumb Tumb!

Arriva il cameriere per le ordinazioni, prego: – A me uno lungo? Un deca, per favore! Al vetro, bollente mi raccomando! Macchiato, please.

Grazie! – dice e se ne va, per poi tornare con il vassoio in mano facendo attenzione a disporre i piattini bianchi sui quadrati neri della tovaglia e le tazzine nere sui piattini bianchi, un biscuit di pasticcini al centro. Un vezzo, nient’altro. Ne risulta che anche le tazzine da caffè finiscono per essere scambiate, come dire, per produrre quel nonsense che si avvale della comicità che movimenta la scena:


Aspetta, questa è la tua! Quale è il deca? L’avevo chiesto al vetro! Senta, ce n’era uno macchiato! – E che pur nell'apparente sostanza di un caffè sorbito fra amici, contrappone un fermento da marciapiede, ovviamente ignorato dai quattro che, seduti al tavolino, sorbiscono la loro razione giornaliera di "corroborante consumismo", necessario alla propria ricreazione.


Un break-time da spendere fino all’ultimo minuto colmandolo di frasi più o meno disordinate:


La sai l’ultima? Hai sentito cos’è accaduto? Ce l’hai o non ce l’hai? Lo hanno detto al Telegiornale, che … – Le solite frasi che si dicono tra amici / colleghi / collaboratori, un po’ complici un po’ marpioni, che fanno del rito del caffè un momento di socializzazione e di apparente abnegazione, dando alle proprie parole valore di puro suono che, al tempo stesso, pur nell'incomprensione generale, permettono loro di esprimersi, di enunciare ognuno il proprio punto di vista, il proprio messaggio.


Ma quale? A chi volete che importi? E già la caffetteria si anima del loro vociare e del rumore dei cucchiaini girati nelle tazzine:


Passami lo zucchero, per favore! Non ha portato i bicchieri con l’acqua! Perché ne avevi fatto richiesta? Non mi è sembrato! Neppure a me, però un po’ d’acqua dopo il caffè è di rigore. C’è chi la beve prima, diciamo per pulirsi la bocca. Da che cosa? Dalle cattiverie che ha detto sul capo ufficio! Ah, Ah, Ah! E tu? Io la bevo dopo. Per pulirti la bocca da che cosa? Spiritoso!


E si prosegue così, parole che scendono e salgono in primo piano, dette "in libertà", neppure fossero prese dall'esperienza futurista di Marinetti:


Assurdità / Sì! Ascoltatelo! Forza di un dlindlin / dlindlin roseo e spumante. / Perché te ne vai? / Rimani. / Ogni dolcezza è in noi che ti amiamo.../ Brucio! / O fresca mia gioventù lontana... / Verde spasimo! / Mollevischioso. / Vermiglio fiore / delle dune nella foia d’aprile / ultimo rosa del cielo / Rossonero / rossoneroviola / nei tenditori delle ali (*).


Improvviso giunge un canto di allodole, è quello di quattro amiche che prendono posto al tavolo accanto. Lesto arriva il cameriere che, con fare garbato, prende le ordinazioni:


Per me un buon caffè con un pochino di cacao, tanto per gradire. Vediamo, io prenderei volentieri un gelato, magari affogato al caffè. No, io sono per un tè, grazie. Al latte o al limone? Sì appena macchiato. Di ché? Non importa. Ne manca ancora uno. Ahhhhh, che sbadata, il mio, sa che non so cosa prendere. Se non lo sa lei? Facciamo un cappuccino? Molto volentieri, ha una qualche preferenza? Vediamo, non molto scuro, non troppo bollente, con molta, molta schiuma. E nient’altro? No basta così, grazie.


Il cameriere se ne va per essere di ritorno con il vassoio ricolmo. Quindi depone un biscuit di pasticcini al centro con la teiera fumante e s’appresta a distribuire le altre consumazioni facendo attenzione a mettere i piattini neri sui quadrati bianchi della tovaglia e le tazzine bianche sui piattini neri. Come si è detto, un vezzo, nient’altro. Il dubbio dell’avvenuto scambio della consumazione dell'una con quella dell'altra gli crea qualche perplessità, prima di andar via:


Aspetta, questo dev’essere il mio cappuccino, vero? Si allora passami la teiera per favore. Ti spiace se ci scambiamo di posto poiché quello è il mio caffè al cacao, come si dice, a tutto si rimedia.


In realtà ognuna di loro vuole accaparrarsi la posizione migliore per meglio osservare il ganzo del tavolo accanto che ha adocchiato, e civettuola a sua volta con la compagna/amica/collega che le è vicina:


Ma cara ti pare..? Lo hai visto cosa ha fatto? No, perché cosa ha fatto? Scusa ma quello non è mica …? Si vede che è sposato! Ma che dici, con chi? Dimmi la verità, ti piace? Figurati, non è il mio tipo!


Dicono le une alle altre dando inizio a una pantomima in cui si muovono scomposte, gesticolano, accavallano le gambe, si accendono una sigaretta, dando inizio a un'accesa conversazione, le cui “parole in libertà” sulla scia dei loro vicini, sembrano prese dall'esperienza futurista, ma più veloci, disgiunte. Tuttavia, pur fingendo di non udire l’uno quello che dice l’altro, di non osservare quello che l’uno e l’altro vanno blaterando con tanto chiasso, si comprendono senza dover cambiare, per così dire, il loro atteggiamento da manichini imbambolati. Com’è come non è, entrambi trovano il coraggio per un approccio, si scambiano i sorrisi, gli ammiccamenti, i primi inviti:


Che fai stasera? Possiamo vederci ancora? Dov’è che lavori? Vieni spesso in questa caffetteria? Vi aspettiamo domani!


Come d’incanto, la scena prende magicamente ad animarsi, s'accendono luci colorate, s’ode della musica, ed ecco i due tavoli diventano uno solo. Finanche i passanti con fare gioioso, prendono a girare intorno al gruppo, come i cavallini di un’improvvisa giostra meravigliosa:


Sarà a causa della fragranza del caffè? Dell’aroma che invade ogni luogo, oppure la “stravaganza” delle ordinazioni che ogni volta permette di migliorare la qualità, dando luogo a insolite ricette, a nuove soluzioni?


Si chiede il cameriere di ritorno con il taccuino in mano, quando s’accorge di non poter fermare la giostra che continua il suo volteggiare ansante sulla scia del desiderio che s’infiamma. Nel frattempo, mentre il suono del cellulare di uno di loro, l’avvisa che la mezz’ora del break sta per scadere e che è tempo di riprendere il lavoro, sopraggiungono altri avventori, si narrano altre storie, si legano altre amicizie. Ma non è la scena di un film, e neppure lo svolgersi di una fiaba, o forse sì, in entrambi i casi:


Che sia il profumo del caffè che eccita i temperamenti, e che restituisce all’anima quella certa “insostenibile leggerezza dell’essere?”, oppure è il rincorrersi di sguardi, a rendere possibile ogni cosa? Come dire, a rendere più piacevole la vita.


Tumb Zang Tumb!

Esclama il cameriere pensando che ogni cosa accada in ragione del suo eccellente servizio, accurato, impeccabile, perfetto, che in fondo, dovendo scegliere, fa la differenza:


E perché no? – si chiede ancora, guardando l’ondeggiare appena annunciato di una gonna gialla svolazzante che prende posto al tavolino del Caffè sembrandogli una: – farfalla che stanca si posa sul prato aggiunge con pensare poetico.


Sì, perché il mestiere di cui si ha rispetto, qualunque esso sia, purché sia fatto bene, può dare le sue soddisfazioni, offrire le giuste chance anche a chi meno se l’aspetta. È quanto pensa la francesina che si è appena seduta e che lo coinvolge con la sua voce entusiasta:


Que journée splendide! – afferma la ragazza intenzionata a colloquiare col giovane ragazzo dal sorriso aperto, gioviale che adesso ha di fronte.


Bien sûre Madamoiselle, Bienvenu! – l’accoglie il cameriere con fare garbato, concedendole il tempo di scorrere il menu per poi prendere l’ordinazione. – Une café e une petite pâtisserie, s’il vous plaît! Mais oui, merci.


Lui, il cameriere, di ritorno con il vassoio in mano dove, oltre alla consumazione richiesta, ha messo una rosa, che non ha bisogno di parole, eppure che impreziosisce quel semplice caffè di un gesto bonario, affabile, non necessariamente lascivo, non volutamente dissoluto, che quasi lo fa sembrare altro:


E perché non d’amore? – si chiede. Lei non si accorge che sotto il tendone del gran circo la luce s’è accesa e che adesso illumina il giovane Clown con in mano una piccola scatola preziosa che apre con cura:


Pssst! – chiede col cenno di un dito, e senza pronunciar parola, che silenzio sia fatto.


Quand’ecco ben presto di un carillon la musica risuona e Lei, con la veste gialla in punta di piedi, danza in un gioco di specchi che quasi emoziona. Una danza fatta di poche note che alla musica silente l’anima invola. E gira, volteggia, s’inchina sulle punte la piccola ballerina che Lui, giovane Clown, rimira, e quasi danza, volteggia sulle note della musica che nella mente va, in cerca della propria ventura. Distaccato la osserva con gli occhi da Clown innamorato, ma con discrezione, per tutto il tempo in cui lei, porta il cucchiaino alle labbra del suo caffè alla rosa. Poi, come sempre accade, qualcuno lo chiama:


Garçon sil vous plait!

Me oui, monsieur, je arrive!


Già batte il suo cuore al ritorno, nella speranza che presto la festa incomincerà, quando ahimè s’avvede che Lei, la piccola ballerina con la veste gialla, come la farfalla è già volata via, e la musica come d’incanto si è fatta silenzio. Si guarda d’intorno deluso, ma Lui, da perfetto Clown, sa già che l’amore non è che un momento, che dell’illusione ben presto nulla gli resterà:


Che c’è cameriere sta cercando qualcuno? – chiede un altro avventore, mentre seduto al tavolo del Caffè, io, sempre nascosto dietro le pagine di un giornale, osservo la moltitudine della gente che passa …


Con ciò non pensiate che al dunque la poesia si perda nel vuoto, viaggia nel suono che si riproduce nell’aria e magari chissà, che un giorno il profumo fragrante d’un caffè alla rosa non riporti il suo battito di ali negli stessi luoghi, in questo Caffè finito da tempo.


Tumb Tumb Zang!




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