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Una storia di LucaNesler

Weekend con papà

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17 minuti

Pubblicato il 15 febbraio 2019 in Humor

Tags: #favole #speranze #magia #pap

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L’uomo si accarezzò la barba e aspirò l’aria salmastra. Tutto era pronto.

«Coraggio, spingiamola in acqua.»

Il bambino si accostò alla barca e cominciò a spingere con tutte le sue forze affondando coi piedi scalzi nella sabbia calda. Il suono della chiglia che tagliava le onde accompagnò la fine della fatica e il freddo pungente dell’acqua circondò piedi e caviglie. I due saltarono a bordo e l’uomo sistemò i remi sui sostegni con il viso serio, quasi duro.

Il bambino non era mai stato in barca prima. Era emozionato, ma tutto quel mistero lo confondeva. Sapeva di non dover fare domande, a un certo punto si era preso pure uno schiaffone in auto.

Si voltò ad osservare la scia della piccola imbarcazione che si allontanava. Sulla piccola spiaggia era parcheggiato il loro Land Rover e il bambino si chiese se l’avrebbe più rivisto. Si sentiva triste. Voleva sapere perché il papà si stava comportando in modo tanto strano e perché non poteva chiedere nulla. Una lacrima riempì l’occhio destro e Georgi l’asciugò in fretta perché il padre non lo notasse.

Ma Liev non gli levava gli occhi di dosso e se ne accorse subito. Questa volta però sorrise.

«Hey Yoshi, ora possiamo parlare, se vuoi.»

Il ragazzino annuì.

«Ora capirai perché non volevo dire niente. Siamo venuti a fare una cosa molto speciale e sono sicuro che se te l’avessi detto prima non saresti riuscito a startene zitto.»

«Ok.»

«Scusa se ti ho picchiato, ma ero anche parecchio nervoso.»

«Sì, l’ho notato.»

«Scusami.»

«Va bene.»

«Su, apri questo affare.» disse Liev indicando col mento la borsa porta canne sul fondo della barca.

Georgi tirò la zip e tirò fuori quattro canne da pesca.

«Siamo venuti a pesca?»

«Esatto!» disse l’uomo sorprendendo il figlio con un sorriso brillante.

«Ma non è una cosa speciale. Avrei tenuto il segreto.»

«Non è questo il segreto.»

«E allora qual è?»

«Vedi, siamo venuti in un posto unico al mondo. Io posso dirti tutto, poi però mi obbedirai senza storie, d’accordo?»

«Sì, ok.»

«Anche se farai fatica o se dovremmo metterci molte ore, ok?»

«Sì, ok!» ripeté Georgi più forte «Ora mi dici questo segreto, papà?»

Liev si bagnò le labbra senza smettere di remare.

«Sì. Qui non ci sente nessuno. Allora. Tu sai che molte favole provengono da racconti popolari.»

Il bambino annuì scettico.

«E saprai, o puoi immaginare, che alcuni racconti popolari siano del tutto inventati. Magari per far dormire i bambini o insegnare loro a stare lontano dai pericoli, ma altri provengono da fatti veri.»

«E come sai quali sono veri e quali inventati?»

«Non lo puoi sapere.»

«E allora?»

«Aspetta, fammi finire. Dicevo: non lo puoi sapere, a meno che non trovi il resoconto di qualcuno che ha vissuto in quell’epoca.»

Liev fece una pausa e si guardò attorno.

«Quindi? Qual è questo stupido segreto?»

«Conosci la storia del pesce d’oro?»

«No.»

«Dai, è una favola delle nostre parti!»

«Non la conosco.»

«Allora, c’è un povero pescatore e c’è sua moglie che è una specie di strega. Ma non nel senso che fa le magie, ma che è… una cagna insomma.»

Georgi scoppiò a ridere.

«Se ti sentisse la mamma!»

«Beh, chissenefrega. Tu non glielo dire. Comunque, questo pescatore va a pescare perché è il suo mestiere, no? E pesca un pesce d’oro che parla e, visto che parla, il pescatore si commuove e lo ributta in acqua. E quello per ricompensare la sua bontà, sai che fa?»

«No, cosa?»

«Esaudisce tutti i suoi desideri!»

«Forte! E quindi lui diventa un re?»

«No. Questo tizio è schiavo di quell’arpia della moglie, ne ha molta paura e chiede solo cose per lei. Per farla felice, capisci?»

«Mhm»

«Ma lei non è mai felice lo stesso e praticamente si risolve tutto con un nulla di fatto. Lascia stare la favola che fa schifo.»

Georgi si voltò a guardare il mare aperto un po’ contrariato.

«Beh, se la racconti così…»

«Senti, ciccino mio, il tuo paparino ha scoperto una cosa. Sai quando siamo andati al museo del libro?»

«Sì.»

Georgi ricordava quello come uno dei sabati pomeriggio più noiosi di sempre, ed era sicuro che anche suo padre non ci sarebbe voluto andare, ma quando mamma si metteva in testa qualcosa l’aveva sempre vinta nonostante fossero due contro uno.

«Ti ricordi quel librone sul piedistallo? Quello nella sala piccola che stava dietro il cordone rosso?»

«Sì.»

«Ti ricordi cosa diceva il cartello?»

«Non toccare.»

«E io invece l’ho toccato! Ha ha ha! Ti diranno sempre che devi obbedire, ma ricorda che devi decidere tu a chi e quando obbedire.»

«Ok.»

«Comunque, lo alzo e casca fuori un bigliettino. Un biglietto giallo e sgualcito. Sai cosa c’è scritto sopra?»

«Non lo so. Mi arrendo.»

«C’era la storia del pesce, ma scritta come se fosse vera! Capisci? Era un documento storico che mi ha fatto capire che si tratta di una storia vera, capisci? Quel pesce magico esiste davvero! E io ho scoperto dov’è che è stato pescato: al largo di questa spiaggia!»

Georgi rimase a bocca aperta. Gli sembrava assurdo, finto come babbo natale, ma se suo padre diceva che era vero c’era la possibilità che lo fosse. Liev non lo prendeva mai in giro e non era nemmeno uno di quei matti che si vedono per strada.

«Davvero papà? Troviamo un pesce magico?»

«Davvero, sì. Siamo qui per questo. Non potevo rischiare che lo dicessi a qualcuno. Capisci quanta gente ucciderebbe per poter esaudire un qualunque desiderio?»

«Ucciderebbe? Addirittura?»

«Ma certo, cazzo! Non dire alla mamma che ho detto “cazzo”.»

«Tranquillo pa’.»

Georgi l’aveva sentito spesso dire parolacce e, di nascosto, le diceva anche lui.

«Ma non potrebbe esaudire i desideri di tutti?»

«Non so bene come funziona. Comunque la gente è invidiosa ed è meglio non correre rischi.»

«Capito.»

Liev sembrò improvvisamente preso da altri pensieri e continuò a rimare in silenzio con lo sguardo perso oltre l’orizzonte. Georgi incrociò le braccia sopra il bordo della barca e vi posò il mento. Il ritmico sciabordio della barca contro le onde aveva un effetto rilassante. Chissà qual era il desiderio di suo padre. Lui che cos’avrebbe chiesto al suo posto? Forse che Inna si innamorasse di lui per sposarlo. Era di gran lunga la sua compagna più bella, anche se odiava i maschi. Lui fingeva di detestarla a sua volta, ma quando era da solo la pensava spesso.

Faceva un sacco di cose segrete quando era da solo.

«Papà?»

«Che c’è?»

«Potrò chiedere anch’io un desiderio?»

«Ecco, inizia a parlare bene: esprimere un desiderio. Magari il pesce è uno che gioca brutti scherzi.»

«Ma posso o no?»

«Te l’ho detto: non so come funziona.»

«Mmm.»

«Ma sta’ tranquillo che quello che chiederò io basterà per tutti. Me, te, la mamma, i nonni…»

«Perché, cosa chiederai?»

«Ci ho pensato bene e ho capito che cosa devo chiedere. Sembra banale, ma alla fine l’unica cosa buona da chiedere è di essere l’uomo più abbiente del mondo.»

«Ambiente?»

«Abbiente. Vuol dire ricco.»

«E perché non dici ricco?»

«Magari il pesce ti esaudisce e ti fa diventare l’uomo più ricco di spirito o roba così. Sai come sono le favole: bisogna stare attenti agli scherzi da preti di questi cosi che esaudiscono i desideri. Basta un doppio senso e sei fottuto.»

Liev si schiarì la voce «Non dire alla mamma che ho detto…»

«No,no.»

La barca era ormai lontana dalla riva. Abbastanza da non vedere più l’auto. Liev ritirò i remi e per poco non prese il figlioletto sulla testa.

«Oh, scusa.»

Aprì la borsa e tirò fuori quattro canne da pesca, un avvitatore e quattro sostegni di metallo a cilindro. Sotto gli occhi curiosi di Georgi avvitò i sostegni ai fianchi della loro barca nuova, poi prese una canna e cominciò ad approntarla fissando l’amo sotto il galleggiante e fissando delle palline di piombo morbido e scuro poco sopra il gancetto aguzzo.

«Per questo hai comprato la barca, papà?» chiese il bambino dopo un po’ che osservava le manone di Liev armeggiare con la lenza.

«Già»

«Ed è per questo che ti sei licenziato dal tuo lavoro?»

«In un certo senso. Anche perché mi faceva schifo. Tieni, infilala in quella staffa.»

Georgi infilò la canna che scivolò nel cilindro e si bloccò. Suo padre doveva averci lavorato su per un bel pezzo in cantina.

«Perché ne abbiamo quattro pa’?»

«Per aumentare le probabilità di prenderlo. Tu mi aiuterai a tenere sotto controllo le canne.»

Quando tutte le canne da pesca furono al loro posto, Liev si aprì una birra e passò una barretta al cioccolato al figlio, poi richiuse lo zaino. Rimasero in silenzio per un po’, poi Georgi chiese:

«E cosa succede se invece non esiste, papà?»

«Esiste, esiste. Sta’ tranquillo.»

«Sì, ma se non esiste?»

«Se una cosa esiste, vuol dire che esiste, no?»

«Sì, ma…»

«Può essere che esista e, contemporaneamente, non esista?»

«No, no, ma…»

«Quindi, se ti dico che esiste è perché esiste.»

«Ok.»

Georgi era confuso, ma era una cosa che succedeva spesso quando si è bambini. I bambini non capiscono tutto come i grandi.

Dopo quarantasei minuti Georgi cercò di spingere lo sguardo sott’acqua, ma c’era solo buio. Un buio misterioso e pauroso.

«Papà, ma quanto dobbiamo restare qui?»

«Georgi, lascia che ti faccia io una domanda. Tu cosa saresti disposto a fare per diventare il bambino più ricco del mondo?»

«Io?»

«Già. Immagina: puoi comprare tutti i giocattoli del mondo, tutto il gelato che vuoi. Potresti andare a scuola in aereo!»

«In aereo!» esclamò sorridendo Georgi.

«Già, col tuo aereo privato.»

Il bambino pensò che poteva portarci Inna a fare un giro. Farle vedere le nuvole e bere un succo nei sedili del suo aereo. La mamma poteva fare la hostess.

«Ma dove lo potrei fare atterrare un aereo a scuola?» chiese.

«Beh, ti lanci col paracadute quando sei sopra il cortile. Oppure lo cambi con un elicottero, così lo fai atterrare sul tetto. Anzi, la tua scuola la compro io e faccio costruire un mini aeroporto per te, durante l’estate. Che ne dici?»

Georgi si mise a ridere e non si trattenne dal battere le mani dall’eccitazione.

«Cosa faresti Yoshi? Aspetteresti un’ora?»

«Ma certo!» disse Georgi alzando le braccia.

«E due ore?»

«Ovvio, anche dieci!»

«Bravo. Ma non aspetteresti mai, chessò, un giorno.»

«Beh. Sì, un giorno sì. Se ci fosse da mangiare anche cento.»

«Ora non esagerare. Comunque abbiamo da mangiare per qualche giorno, quindi peschiamo e attendiamo il nostro momento. Che ne dici?»

«Ok.»

«Bravo.»

«Ma poi me lo compri davvero un aereo, papà?»

«E perché no?»

Georgi tornò ad appoggiarsi al bordo della barca sorridendo come quando, da piccolo, scopriva i regali sotto l’albero di natale. Anzi, di più!

Il suo entusiasmo durò a lungo, ma la monotonia del mare e il tempo che scorreva così lento, riuscirono comunque a spegnerlo. Liev gli diede un’altra barretta e un fumetto che aveva portato con sé. Prima che il sole tramontasse il bambino tirò la manica del padre che guardava il galleggiante a poppa come se l’avesse appena gettato in acqua.

«Pa’?»

«Dimmi, bello.»

«Mi scappa la pipì. La faccio in mare?»

«Cosa? Vuoi pisciare in testa al nostro pesciolino d’oro?»

«Ah, no, no. Ma come faccio?»

«To’, falla in questa bottiglia.»

Mentre Georgi faceva pipì attraverso il collo stretto della bottiglia, si chiese cos’avrebbe fatto se gli fosse scappata la cacca e pregò che il pesciolino abboccasse in fretta. Si guardò attorno.

«Papà?»

«Cosa?»

«Il mare è ben grande, vero?»

«Eccerto! Se non è grande lui…»

«Ma perché pensi che il pesciolino abboccherà qui?»

«Abboccherà, fidati.»

«Ma qui?»

«Certo. Sul foglio che ho letto c’era scritto quanto aveva remato il pescatore e in che direzione. C’era anche una descrizione di come diceva d’aver visto la spiaggia. Ed è proprio così che è ora.»

Georgi si voltò a guardare la spiaggia. Sospirò. Era un po’ spaventato.

Passò la bottiglia a suo padre e si sedette.

«Però, papi, sono passati tanti anni, no?»

«Centinaia, sì.»

«Magari il pesce si è spostato.»

«Tu non conosci la storia. Il pescatore tornava sempre nello stesso punto e trovava sempre il pesce.»

«Lo pescava tutte le volte? Che pesce tonto!» esclamò il bambino, poi si rese conto dell’errore e bisbigliò: «Scusa papà!»

Dopo uno sguardo severo, Liev sospirò e spiegò

«Non lo pescava tutte le volte. La prima volta l’ha pescato, poi lo chiamava solamente.»

«Allora proviamo a chiamarlo anche noi.»

«Sì, certo che sei proprio furbo tu. Perché dovrebbe venire e fidarsi di noi? No, dobbiamo pescarlo e convincerlo ad esaudire i nostri desideri in cambio della salvezza.»

Georgi annuì.

«Capito.»

Il bambino si sentiva in ansia. C’era qualcosa che non lo convinceva in tutta quella storia.

«Papà?»

«Cosa vuoi ancora?»

«E se il pesce fosse morto?»

«No, piccolo. È ovvio che non è morto: è un pesce magico.»

«Ma tu credi nella magia, papà?»

«Normalmente no.»

«E allora?»

«E allora il fatto che io ci creda ora lo rende ancora più probabile, no?»

Di nuovo il piccolo Georgi ebbe l’impressione di essere troppo piccolo per capire, ma finse di aver compreso il discorso di suo padre per incoraggiarlo a trattarlo da adulto. Non era una cosa che tutti i bambini ottenevano dal padre.

«Dobbiamo solo aspettare, Yoshi. Tranquillo.»

Dopo un panino, un’arancia e due succhi, Georgi ascoltò un po’ di musica col lettore mp3 di Liev e si addormentò sul fondo della barca.

Fu svegliato al mattino da un campanellino: era uno di quelli montati da suo padre sulla cima delle canne da pesca. Si tirò su e si guardò attorno. Cosa stava succedendo? Qualcosa aveva abboccato?

«Forza bimbo!» gridò Liev che stringeva la canna con due mani «Prepara il retino!»

Comprendendo l’urgenza del momento, Georgi si riscosse, afferrò il retino e lo avvicinò alla canna da pesca. Sotto gli occhi attoniti del ragazzino, Levi estrasse dall’acqua un pesce delle dimensioni di una scarpa, dorato e brillante come un gioiello. Si dimenava come se ne andasse della sua vita, perché, in effetti, era proprio così. Gli occhi dell’uomo brillavano di entusiasmo frenetico.

«Aha! Che ti dicevo Georgi! L’abbiamo preso! Allunga il retino, presto!»

Il bambino non credeva ai suoi occhi. Portò il retino sotto il pesce sentendo un timore sconosciuto montargli in petto. Stavano catturando davvero un animale magico! Non potevano fare una cosa tanto sconsiderata! Stava quasi per supplicare Liev di desistere, quando il pesce si mise a parlare:

«Ti prego, risparmiami!» urlò con difficoltà a causa dell’amo.

Georgi fu sorpreso che avesse la erre moscia.

«Perché dovrei farlo, pesce?» chiese Liev con una sfacciataggine che sorprese il figlio.

Evidentemente si era preparato.

«Tu non ci crederai,» disse il pesce ansimando «ma se mi lasci andare ti ricompenserò.»

«E va bene, pesciolino.»

Con un gesto esperto Liev strappò l’amo dalla bocca del pesce che imprecò, poi l’uomo lo lanciò in acqua.

Quando l’animale tornò in superficie sembrava tutt’altro che felice.

«Avete cercato di uccidermi, maledetti!»

«Ma ti abbiamo liberato!» disse Georgi incredulo. Se lo aspettava più mansueto.

«Il ragazzo ha ragione. Inoltre hai promesso di ricompensarci. Tu puoi avverare i desideri, dico bene?»

«E tu come lo sai? Ai!» gridò il pesciolino «L’acqua salata nella ferita brucia da morire! Voi e i vostri stramaledetti ferracci!»

«Mi dispiace per la tua bocca.» disse Liev «Spero che passi in fretta.»

«L’ultima volta c’è voluta una settimana! Ora sbrigati, cosa vuoi?»

Finalmente suo padre guardò Georgi e sorrise orgoglioso e felice.

«Voglio essere l’uomo più abbiente della Terra!» disse con tono altisonante.

«Abbiente! Ha ha ha! Perché non dici ricco?»

«Cosa cambia?»

«Comunque non posso.»

«Come no? Non sei il pesciolino d’oro di quella favola dove il pescatore, una volta salvatolo, si faceva esaudire i desideri?»

«Sì, sono io. Conoscete quella storia, eh?»

«E hai detto che avveri i desideri!»

«Sì, ma mica i tuoi.»

«Come?»

«Allora i miei?» chiese il ragazzo con gli occhi brillanti.

«No. Vedete, io una volta ero un uomo come voi. Ero sposato ad una strega, non nel senso di una cagna, ma di una che fa le magie. Io non mi curavo di lei, così mi trasformò in un pesce e mi diede il potere di esaudire i desideri, ma solo delle mogli.»

«Delle mogli?» chiese Liev incredulo.

«Già, delle mogli. Hai detto che conosci la storia del pescatore. Perché pensi che chiedesse solo roba per la moglie? Sarebbe stato un idiota, no?»

Georgi osservava suo padre che stava in piedi vicino al bordo della barca a bocca aperta e con uno sguardo disperato.

«Papà? Ora cosa facciamo? Chiediamo che la mamma sia la più ricca del mondo?»

«No, no, no!» Liev si accucciò vicino al ragazzo, poi si alzò e si rivolse al pesce «Un momento solo prego.» poi tornò giù.

«Non possiamo chiedere che mamma sia tanto ricca, altrimenti mi lascerebbe di sicuro.»

«Perché?»

«Lascia stare. Tu sei un bambino e non capiresti. Però non possiamo lasciarci sfuggire quest’occasione. Dobbiamo chiedere qualcosa che torni utile anche a noi.» disse l’uomo cominciando a mangiarsi le unghie.

Georgi si sentiva lusingato dal tono di suo padre. Per un attimo sembrò che si fosse dimenticato che era un bambino e che lo trattasse come un compagno d’avventura.

«Papà! Ho un’idea! Chiediamo che la mamma sia la moglie dell’uomo più ricco del mondo!»

«No! Ma sei matto? Poi la troveremmo sposata a qualcun altro. No, no.”

Georgi capì che la cosa non sarebbe stata facile. Sospirò e rimase in silenzio.

«Forse» tentò dopo qualche minuto «che conosca il nascondiglio di un enorme tesoro? Così ce lo dice e noi lo possiamo recuperare per tutti.»

Liev scosse la testa.

«Potrebbe tenerlo segreto, organizzarsi e poi lasciarmi.» poi si rivolse al pesce «Quanti desideri saresti disposto ad esaudire a mia moglie?»

«Uno solo! E ringrazia, sciocco!»

Liev tornò accucciato sbuffando.

«Papà?»

«Mmm.»

«Chiediamo che abbia una bella casa, così almeno abiteremmo in una bella casa grande.»

«Sì, bravo. Così se poi mi lascia mi trovo per strada.»

«Papà, ma allora non credo che c’è tanto da chiedere.»

L’uomo si sollevò di nuovo e tornò a parlare al pesce.

«Scusa, ma se uno non avesse una moglie?»

«Che domanda cretina. Immagino che non potrei fare nulla per lui. Ma tu sei il secondo che mi pesca e anche tu hai moglie.»

«Hai qualche consiglio per me?»

«Io? Scherzi? Mia moglie mi ha trasformato in pesce! E poi sbrigati, altrimenti me ne vado!»

«Va bene, va bene! Un momento solo!»

Liev tornò dal figlioletto turbato e silenzioso.

«Papà, chiediamo qualcosa di buono per lei?»

«Pensiamo ancora un po’.»

L’uomo si sollevò di nuovo.

«Pesce! Ma è difficilissimo così! Come ha fatto il pescatore?»

«Non te lo ricordi?»

Liev ricordò quello che aveva detto al figlio il giorno prima

«È finita con un nulla di fatto.» bisbigliò.

«Ecco. Ora sai perché.» disse tranquillamente il pesce.

Georgi si alzò in piedi con sguardo risoluto.

«Papà! Io ho un’idea!» disse, e si accostò al padre per sussurrargli nell’orecchio.

Dopo aver sentito l’idea del figlioletto, Liev roteò gli occhi attorno.

«Forse hai ragione, è l’unica possibilità.»

Così, lentamente, solennemente, l’uomo si accostò alla prua della barca e posò un piede sul bordo. Strinse i pugni e gonfiò il petto.

«Pesce, ascolta! Io voglio…» cominciò «che mia moglie sia la migliore cuoca del mondo!»

Il pesce scosse le pinne caudali con un suono di campanelli.

«Concesso!» disse, poi si voltò e s’immerse in acqua.

Mentre remava per tornare all’auto, Liev aveva uno sguardo mesto fin quasi alle lacrime. Georgi non aveva il coraggio di interrogarlo. Sapeva che le cose non erano andate come sperava suo padre, ma in fondo, per una gita di due giorni, avevano ottenuto qualcosa di grande: non tutti potevano mangiare tutti i giorni alla tavola della miglior cuoca del mondo!

Abbandonarono perfino la barca e, una volta in auto, Georgi trovò il coraggio per chiedere:

«Ti dispiace così tanto, papà?»

Liev sbuffò e, invece che rispondere, si morse un labbro.

«Papà, sarà fantastico mangiare ogni giorno la cucina di mamma ora, non ci pensi?»

«Ci penso Yoshi, ci penso.»

«E non ti rende felice?»

«No, anzi. Mi rende tanto infelice.»

«Cosa? E perché?»

«Perché solo dopo aver visto il pesce andare via, mi è venuto in mente che avrei potuto chiedere che la mamma fosse la più brava del mondo a fare… altre cose.»

«Altre cose? E cosa può esserci di meglio che mangiare bene tutte le volte?»

«Eh, caro bimbo mio. Ci sono cose che non capiresti. Sei troppo piccolo.»

Georgi capì che quello era un altro momento in cui accontentarsi del silenzio di suo padre, visto che, ancora una volta, lui era troppo giovane per capire.




FINE







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