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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Articoli e recensioni

Lo scoppio del carro

Una tradizione fiorentina

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5 minuti

Pubblicato il 19 gennaio 2020 in Giornalismo

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Lo scoppio del carro, la domenica di Pasqua, è un’antica tradizione fiorentina che può essere fatta risalire all’undicesimo secolo. Il 15 luglio 1099 i crociati, guidati da Goffredo di Buglione, espugnarono, dopo un lungo assedio, la città santa di Gerusalemme. Narra la tradizione che il fiorentino Pazzino de’ Pazzi fu il primo a salire sulle mura e ad issarvi il vessillo dei crociati, la croce rossa in campo bianco. Per questo atto di coraggio, il comandante Goffredo, duca di Lorena, gli donò tre schegge del Santo Sepolcro. Dopo la liberazione di Gerusalemme, ogni sabato santo, i crociati si riunivano in preghiera ed elargivano a tutti il fuoco sacro, simbolo di purificazione. Tornato a Firenze, Pazzino dette quindi origine all’usanza di offrirlo al popolo fiorentino. Le sacre schegge, inizialmente conservate presso la residenza di famiglia, furono da lui donate alla chiesa di San Biagio. In seguito alla soppressione di questa, oggi divenuta sede della Biblioteca del Palagio di Parte Guelfa, esse furono traslate nella vicina Chiesa dei SS. Apostoli, dove, ancora, sono gelosamente custodite in un’apposita cripta. Divenne consuetudine che ogni anno, alla vigilia di Pasqua, i giovani fiorentini accendessero piccole torce dal fuoco sacro, ottenuto dallo sfregamento delle pietre del Santo Sepolcro. Si recavano, poi, in processione, in tutta la città a portare la fiammella purificatrice presso tutti i focolari domestici. Col passare del tempo, questa prima tradizione si è evoluta e il trasporto del fuoco cominciò al avvenire con un carro sul quale era situato un tripode a sostegno del braciere che lo conteneva. Intorno alla fine del quattordicesimo secolo, sul carro cominciarono ad apparire i primi fuochi artificiali che oggi caratterizzano la tradizione pasquale fiorentina. Per molti anni l’antica e nobile famiglia de’ Pazzi conservò l’onore e l’onere economico dell’organizzazione. Finché, nel 1478, non decisero di organizzare la famosa congiura antimedicea, che portò alla morte di Giuliano de’ Medici e al ferimento del Magnifico Lorenzo. La vendetta di questa potente famiglia, che aveva acquistato grande potere in città, si abbatté su di loro. I congiurati furono giustiziati e ogni cosa che avesse legame con loro fu cancellata, compreso quindi lo scoppio del carro. Ma i fiorentini non gradirono l’abrogazione della gioiosa festa che caratterizzava la loro Pasqua e la tradizione dei fuochi artificiali fu ripristinata a cura dei Consoli dell’Arte Maggiore di Calimala. Ma, quando, infine, sotto l’egida del Savonarola, la famiglia de’ Pazzi venne riabilitata, onori ed oneri della grande festa ricaddero nuovamente sulle sue spalle. E, poiché al termine della cerimonia, ogni anno il carro risultava enormemente danneggiato, tanto da prevederne un completo rinnovamento, fu deciso di costruirne uno grande, solido e magnifico, a tre piani, che resistesse alle fiamme e agli scoppi dei fuochi artificiali. Ed è quello, costruito nei primi anni del 1600, che, ancora oggi, a Pasqua, sfila nelle vie di Firenze fino alla Piazza del Duomo, dove il fuoco sacro incendia i suoi mortaretti, girandole luminose e bengala, tra forti fragori e un denso fumo, per la gioia di tutti i cittadini e dei molti turisti che affollano la piazza e le strade limitrofe. È alto 11 metri e 60, lungo 3 metri e 40 e pesante più di 40 quintali. Dai fiorentini, affettuosamente chiamato “il brindellone”, durante l’anno riposa in un deposito appositamente costruito. Nei giorni precedenti la sua passeggiata trionfale, viene attentamente revisionato e gli artificieri dispongono i fuochi artificiali lungo tutti i lati dei tre piani che lo costituiscono, così che si incendino secondo un preciso ordine temporale, fino all’apice dove, al termine si apriranno le bandiere che, sventolando nel fumo denso, segneranno la fine della cerimonia dello scoppio e, implicitamente, il dono del fuoco sacro a tutti i presenti e all’intera cittadinanza. La sera del sabato santo un corteo di figuranti della repubblica fiorentina, preceduto dal Gonfalone, si reca presso la chiesa dei SS. Apostoli dove è atteso dal vicario del vescovo. Questi preleva, dalla cripta in cui sono custodite, le Tre Pietre del Santo Sepolcro e si unisce alla processione per raggiungere il sagrato del Duomo di Firenze, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Qui l’Arcivescovo provvede all’accensione del sacro fuoco, che poi viene portato all’interno e vegliato tutta la notte. Al mattino della domenica di Pasqua il superbo carro, trainato da due coppie di possenti buoi con le corna dorate e, per l’occasione, ornati di nastri colorati e ghirlande di fiori freschi, lascia il suo deposito, accompagnato da circa 150 figuranti del corteo storico, con musici e sbandieratori, preceduti dai rappresentanti della antica Repubblica Fiorentina, dal Gonfalone e dallo stendardo della famiglia de’ Pazzi e seguito dalle autorità attuali. Poi viene tesa, a circa sette metri di altezza, una corda che dall’altare maggiore, dove si celebra la Messa Pasquale, raggiunge, con un percorso di 150 metri, il carro che è posizionato sul sagrato. Lungo di esso sfreccerà la “Colombina”, cioè l’innesco che, acceso con il fuoco sacro, durante il “Gloria in excelsis Deo” della celebrazione, incendierà i mortaretti in un susseguirsi di esplosioni e piogge di fuochi colorati, mentre le campane suonano a distesa. La “Colombina” è una struttura in cartapesta bianca raffigurante la colomba della pace, la cui tradizione fu introdotta durante il pontificato di Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Ed è legata alla “Colombina” una antica credenza popolare secondo la quale un buon viaggio di andata e ritorno dall’altare maggiore al carro e viceversa era auspicio di buon raccolto e, in tempi recenti, profezia di un anno ricco di eventi positivi. Per la cronaca: nel 1966, anno dell’ultima tragica alluvione di Firenze, la colombina non ce la fece a ritornare indietro, dopo aver innescato i giochi pirotecnici! Infine i buoi vengono nuovamente legati al carro e i figuranti si dispongono in ordine per la sfilata di ritorno, tra le ali di folla, nelle vie cittadine, fino deposito nelle vicinanze di Porta al Prato, in attesa della prossima Pasqua. Ma prima si svolge la cerimonia di estrazione delle squadre del calcio in costume che si affronteranno nelle due semifinali di giugno, per individuare le vincitrici che disputeranno la partita finale, il giorno 24, festa di San Giovanni, patrono della città. Le quattro squadre cittadine che rappresentano gli antichi quartieri tra le mura sono denominate dai colori (bianchi, rossi, verdi azzurri) e individuate da insegne distintive.

Ma questa è un’altra storia…


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