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Una storia di utente_cancellato

Memorie del Collegio Pt.1

Il Collegio svizzero

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7 minuti

Pubblicato il 05 gennaio 2018 in Erotici

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Il Collegio svizzero - Pt.1


Guardo le acque scure del lago, riflessi d'argento su una lastra d'ossidiana, nei vapori del primo mattino.

Piccole creste di spuma candida mosse dalla leggera brezza, sono l'unico movimento sul grande specchio d'acqua.

Un vaporetto di linea bianco e rosso le solca, così lento che pare un fermo immagine del paesaggio, la scia tracciata nell'acqua si richiude rapida: col pudore di una giovane donna che, sorpresa, serri le gambe

La bruma mattutina si liquefa lenta ai raggi del primo sole autunnale.

L'umidità crea lacrime trasparenti sui fusti delle piante che la stagione spoglia di foglie, un mare d'ocra, declinato in tutte le sue tonalità, ricopre le rive del lago.

Stormi di folaghe sfiorano le acque con i becchi candidi, si accalcano negli ultimi tuffi della stagione: presto voleranno via a svernare lontano da questo orizzonte livido.

Bevo Il mio caffè caldo e amaro seduta al dehors del piccolo bar in riva, è ancora presto per il mio appuntamento: mi rilasso, il tempo non manca.

Alzo il bavero dello spolverino e rabbrividisco per scrollarmi di dosso l'impressione di freddo.

La temperatura a quest'ora è fresca e l'aria è mossa.

Accendo una sigaretta: il fumo si disperde in filamenti bianchi che scivolano, come frammenti di pensieri, nell'aria aperta.

Sono qui di passaggio: due giorni, per lavoro. Sono un account di una grossa agenzia di pubblicità milanese, ho cinque clienti da visitare.

Molte cose sono cambiate nel panorama che ho di fronte. A contarli, sono vent'anni che non tornavo qui al lago, sembra siano trascorse vite intere da quel tempo.

Non è più lo stesso luogo che ricordavo, molto è mutato nel paesaggio urbano e qualcosa in quello naturale. Ma sono cambiata anch' io, il mondo stesso è divenuto un luogo diverso: mi domando cosa sia rimasta di quell'adolescente d'allora.

Ero acerba e un poco folle, affamata di vita, ansiosa di crescere, golosa di un futuro da trasformare in presente.

Guardo le montagne intorno, è uno spettacolo struggente e di rara bellezza. Amavo l'autunno in questo posto, che non appariva malinconico e immobile come lo vedo ora.

Chissà, forse sono io, col mio umore, i pensieri e i miei anni, a rendermelo così.

Avevo sedici anni, ero interna a un rinomato collegio posto sull'altra sponda del lago, in Svizzera.

Era un grande edificio ottocentesco di un austero stile vittoriano: con ampie finestre sul fronte, soffitti altissimi, stucchi e raffinate boiserie all'interno.

Un collegio prestigioso, dotato di un parco sterminato in riva al lago, arricchito da una natura che diveniva splendida e lussureggiante di colori e profumi nelle giornate di primavera.

L'istituto era riservato unicamente ad allieve di sesso femminile, appartenenti alla buona borghesia europea, io vi avevo frequentato le medie superiori, ed ero ormai giunta al secondo anno di Liceo Classico.

Come molte altre coetanee vivevo quell'esperienza con lo spirito di una reclusa, una malfattrice confinata in una casa di correzione.

La serietà, la disciplina di studio e condotta generali, vigevano al suo interno con una rigidità assolutamente teutonica.

Il corpo docente era selezionato e sceltissimo: austero al pari della struttura, costituito da insegnanti di qualità e credenziali pari al livello dell'istituto.

Quindi tutti puntigliosi, severi ed eccellenti nella loro materia: insomma dei veri rompicoglioni.

Il collegio, era nato sullo stile dei College inglesi, non a caso i suoi fondatori: tali Sheffer & Mullary, erano due insigni docenti di estrazione etoniana, che abbandonarono le nebbie londinesi, trasferendosi nel più temperato clima lacustre del Canton Ticino, per edificare questo monumento educativo, tanto eccellente quanto esclusivo.

Il loro progetto era di forgiare, con impronta britannica, la formazione delle giovani eredi della high class centro-europea.

Naturalmente questa missione non era solo frutto di una vocazione filantropica, ma risultava vivacemente stimolata da quel ricco segmento sociale a cui l'insegnamento era destinato.

La mia famiglia, con mio padre, brillante avvocato d'affari, sovente a cena col dominus di Mediobanca, Enrico Cuccia, nonché mia madre, raffinata antiquaria di grido, con bottega in via Monteleone, apparteneva sicuramente a questa privilegiata categoria sociale.

Il piano terra e il primo piano dell'edificio, ospitavano le aule in cui si tenevano le lezioni, vi era poi una adiacente sezione per le cucine, e un ampio refettorio in cui si consumavano i pasti giornalieri delle collegiali.

Il secondo e il terzo piano erano destinati ai dormitori delle studentesse, con camere arredate a due o quattro letti.

Almeno in questo ero stata fortunata: dividevo infatti una camera a due letti con Marika, mia compagna di classe, anche lei proveniente da Milano. Una brunetta tutto pepe, solare, intelligente e simpaticissima.

La nostra intesa era stata molto forte fin dal primo incontro: eravamo in sintonia su tutto, la nostra amicizia rappresentava per entrambe un'isola luminosa, una salvifica boccata d'ossigeno in quel mortorio, sonnolento ed asfittico.

Come detto, la disciplina del collegio era parecchio severa. Quindi per noi femminucce l'idea di vedere un maschio la dentro, era del tutto aleatoria.

Gli unici esponenti di sesso maschile che ci era concesso di incontrare, erano il vecchio professore di matematica Andreoli, quasi sessantenne e prossimo a lasciare l'insegnamento, poi Lorenzo, un inserviente cinquantenne tutto fare, e il professor Rinoldi, un quarantenne docente di lettere che ricopriva anche la funzione Vice Preside. Il resto del personale, sia insegnante che di servizio, Direttrice compresa, era tutto volto al femminile.

In questo deserto di valide figure maschili, il professor Rinoldi, diveniva inevitabilmente il polo d'attrazione delle nostre più sfrenate fantasie adolescenziali.

Intanto perché era un uomo di notevole fascino: bruno, lievemente brizzolato, un viso piacevolmente maschio, di mascella volitiva e occhi da principe mediorientale. Raffinato nei modi e nell'aspetto come un aristocratico inglese.

Impeccabile nella stagione invernale, vestiva severe grisaglie scure, o eleganti spezzati con giacche in tweed, portati sulle camicie in Oxford dal colletto button down, adornate da cravatte in morbida lana a tinta unita, nei toni sobri del sottobosco, o seta a disegno regimental.

Ma era nelle stagioni calde, che i nostri ormoni andavano a mille: soprattutto quando le polo in piquet, indossate su chinos color sabbia ed il mocassino di Sebago bordeaux ai piedi, esaltavano l'armonia di quel fisico alto e prestante, la tonicità dei muscoli guizzava sotto il fresco tessuto di cotone.

Era inoltre uno sportivo, appassionato di cavalli, montava Lucky un cavallo arabo nero, il campione della scuderia del collegio.

Sia che commentasse Virgilio, o che sfrecciasse in groppa a Lucky, nelle sue impetuose cavalcate lungo i vialoni del parco, il professor Rinoldi non mancava di fare le sue vittime sentimentali tra noi ragazze.

In classe pendevamo dalle sue labbra e persino le versioni di Tacito dal latino, o le gravose traduzioni dal greco antico, ci apparivano come seducenti carezze per le nostre giovani menti, e ancor più per i nostri giovani corpi.

Molte di noi durante le sue lezioni si abbandonavano a fantasticare su di lui ad occhi aperti, e coperte dal piano dei banchi, inserivano oggetti nelle mutandine per sollecitarsi il sesso umido di voglia.

Una nostra compagna aveva ideato l'uso insolito di due paline da ping pong unite da un filo elastico che le attraversava, da parte a parte, attraverso due fori, ed erano fermate all'apice di ciascuna sfera da un nodo.

Le due palline poste nelle mutandine a contatto delle grandi labbra, nello stringere le cosce, con lenti movimenti, si spostavano verticalmente strusciando sul clitoride e conseguentemente tendendo l'elastico nell'allontanarsi. Poi allentando la stretta le due sfere tornavano nella posizione iniziale. Attraverso questo nascosto e ripetuto massaggio, giungeva silenziosamente all'orgasmo.

Una volta Rinoldi la sorprese a fissarlo con sguardo estatico e divenire, dopo poco, paonazza e sudata in volto: pensando ad un improvviso malore, il professore le chiese se stesse poco bene, e se le necessitasse qualcosa. Ma lei, con un'espressione di gioioso appagamento sul viso, lo rassicurò, rispondendo di non essere mai stata tanto bene, come in quell'istante, in tutta la sua vita.

Lui, perplesso, ne prese atto e riprese a parlarci di letteratura Romanza.

Sarà stata la carenza di materia prima, o gli ormoni nel pieno della turbolenta vivacità adolescenziale, ma io come molte della mie compagne su Rinoldi avevamo pensieri a dir poco indecenti.

Ci confidavamo, facendo a gara in inventiva, le cose più sconce che avremmo voluto fare con lui, e di fantasia in fantasia ci bagnavamo come delle porcelle in calore, poi ci si imboscava nei bagni o in qualche angolo nascosto a toccarci finché la fighetta ci bruciava.


(Continua)





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