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Una storia di FlaviaBizzarro

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Ma quanto pesa un miraggio?

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11 minuti

Pubblicato il 16 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Carpediem #Istinto #Cuore #Musica #Parigi

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Le ragioni del cuore sono le uniche a non voler sentir ragioni. Sono come quei treni in transito, li senti arrivare, ti passano davanti e tu non puoi far altro che lasciarti sfiorare dall'aria che mettono in movimento. Le ragioni del cuore increspano il mare e muovono le montagne, non si fermano ai semafori, non seguono alcun codice se non quello dettato dall'istinto. Volano alte sopra le nuvole, dove si vede il sole senza filtri e senza schermi perché chi vive con il cuore lo fa a cuore aperto.

Lei

Lei non ci credeva all'istinto, fiduciosa solo nei calcoli, nel rigore e nella logica. Mi ero sempre detta che dopo gli studi avrebbe trovato un lavoro prestigioso, che l'avrei vista crescere sotto i miei occhi in quanto la bimba curiosa che avevo dato alla luce vent'anni prima.
Ma lei possedeva ali che aveva represso da troppo tempo e che scalpitavano per spiegarsi in volo. Fu quando vide quelle ali cingere il suo collo che capì che il suo destino era volarsene via con le piume rosse di quelle stesse ali. Fu in quel mattino di agosto, quando mi lasciò all'angolo fra il bar e la chiesa, che capii che l'avrei persa per sempre nell'abisso di quel mare di lacrime che erano i suoi occhi.
Il cuore bussa piano e poi entra forte e quando irrompe nella tua vita non ti lascia più.

Non mi parlò mai di quella storia, la vedevo pimpante e a tratti molto triste, ma non chiedevo, mi ripetevo che sarebbe stata lei a dirmi di più se avesse voluto.

"Ho fatto domanda per l'Erasmus, ad ottobre mi trasferisco a Parigi" - con questa frase secca ruppe il muro del silenzio che si era creata rifugiandosi nella musica e nelle sue letture.
"Parigi? Ma a te la Francia nemmeno ti piace, te la senti, quanto resti?"
Cercai di apparire il meno apprensiva possibile nei suoi confronti, anche se fu molto difficile celare il dolore di vederla volar via.

"Torneranno anche gli uccelli
Ci diranno come volare
Per raggiungere orizzonti
Più lontani al di là del mare"

Io

Passai quel mese di settembre soltanto a progettare la mia partenza, ad immaginare e a perdermi nelle storie che il mio cuore costruiva. C'eravamo io e lui, passeggiando per Parigi con il piccoletto al guinzaglio, all'ombra di qualche albero, al tepore sotto le coperte o sui sedili dell'auto mentre fuori nevica e le strade gelano. C'erano le nostre risate complici della notte, le mie dita che disegnavano i contorni delle sue labbra delicate e i suoi discorsi a tratti melancolici tra la vita e la morte. C'eravamo noi due ma lui non sapeva nemmeno che io mi stessi per trasferire a Parigi, non avevo sue notizie da settimane e i contorni delle mie fantasie trasognate acquisivano a momenti tratti più sfocati e tinte a volte fosche. Sprofondavo nell'angoscia, piangevo in silenzio di nascosto, con la luce spenta e il cuscino fra le braccia. Mi dicevo che tutto sarebbe passato quando lo avrei riabbracciato e continuavo a vivere seguitando la mia chimera, una chimera di nome Jacques.

Che follia mi ripetevo, partire per amore. Io: io che me ne sono sempre infischiata dell'amore e che non avevo occhi che per scrutare i miei addominali, ah no era proprio una vera follia.
Eppure partii, partii per lasciarmi alle spalle una vita fatta di apparenze, di falsi miti, per scappare dalle insoddisfazioni camuffate di perbenismo, da un'esistenza inautentica nella quale vedevo senza osservare, respiravo ma non vivevo, ero morta ma non me ne accorgevo.
Presi quel volo un mattino di ottobre, sola perché lo ero e non perché mi sentissi sola, sola perché non c'era nessuno oltre me su cui poter contare, e intanto che sognavo. Prima di lasciarmi cullare dalle ali del vento, posai con gesti lenti gli auricolari alle orecchie e chiusi gli occhi.

"Coraggio, lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c'è niente di più vero che un miraggio"

Tre anni dopo​​​​​​​

Ergastolana nella mia stessa vita, ho nostalgia di casa, le giornate scorrono tutte uguali e mi sembra di impazzire. Sento di voler uscire da me stessa, volare via un'altra volta, ma stavolta non più verso l'ignoto, ma verso i castelli di carta chiusi nella mia camera di giochi. Mi accontenterei anche di quell'esistenza mediocre e senza vita, mi manca il respiro, con lui tocco il cielo ma poi da sola precipito, ho i vuoti d'aria e il vuoto mi fa paura; ecco avevano ragione tutti: si sbaglia a credere nell'istinto, il cuore non capisce un ca... E' solo l'invenzione malsana di qualche poeta romantico che ne ha cantato il potere. Il cuore non esiste, mi sono lasciata fregare e ho perso. Dove mi ha portato il cuore?! Sperduta da qualche parte nella campagna francese prigioniera di una vita che non sento mia.
Piango ogni notte, al dolce suono delle mie dita sul piano, piango e non so se sia più giusto vivere una passione travolgente, un sentimento scalpitante, o fuggire perché quel sentimento ha confini troppo opachi e non detti incomprensibili.
A volte fisso l'acqua, e le mie pupille si dissolvono nel riflesso azzurro dei miei occhi, vagabondano in quell'oscura penombra che non mi lascia tregua.
"Non lo so se è paura di cadere o desiderio di buttarmi" - quelle parole risuonano in me come dolci lame taglienti - cosa avrà mai voluto dirmi, che cosa nasconde in fondo al suo cuore, dietro quegli occhi impenetrabili e quelle espressioni decadenti?

Decido che è finita, mi dimetto e scrivo le mie dimissioni anche a Parigi, la mia effimera chimera, stupida illusione, matrigna malefica che ha avvelenato il mio cuore. Questo cuore che cerca ancora di tirarmi colpi bassi, prova a dirmi di restare e di realizzare i miei sogni, ma io che gli dò ascolto a fare se di ali per volare, non ne ho neanche più?

E mentre la mia clessidra comincia a svuotarsi di sogni per riempirsi di dubbi, il tempo fugge tiranno con essa. Ah traditore, se mai in quel momento avessi dato ascolto al battito del suo cuore!

"If these wings could fly
Oh, damn these walls
In the moment we're ten feet tall"

Parigi

Prima di lasciare la Francia decido di tornare a Parigi. Prendo in affitto un loft in una vecchia stamperia dismessa, alle porte della città, verso nord. L'aria della capitale mi dà una boccata di ossigeno, riprendo a disegnare e a guardare con gli occhi del cuore. A tratti lo spleen mi assale, cado ancora nell'abisso, ma la mia Parigi mi sorregge come una madrina benefica. La rittaggo, la canto, respiro di Lei che diviene la mia Musa Inquietante, colei che mi fa inciampare ma che sa come rialzarmi, che mi fa piangere ma sa pure asciugare le mie lacrime, Lei che è muta e muta nel tempo e nello spazio, che sa mostrarsi intera solo nelle sue mille sfaccettature. Lei che balla il cancan al Moulin Rouge, che sorride Gioconda al Musée du Louvre, che vaga da clochard sotto i ponti di Barbès e frequenta le boutiques sull'Avenue Montaigne.
Da flâneur mi promeno per i vecchi passages del XXe arrondissement e per i colorati Marchés che pullulano di vita, curiosando qua e là e canticchiando fra me e me:

"Moi, mon Paris
Je me l' promène
Dans ma tête"

Noi

Ci amammo in quella notte d'amore intenso e passionale, lui mi stringeva contro il suo corpo agile e forte, i mie polmoni che si ossigenavano del suo profumo, le mie pupille si illuminavano del suo sguardo, i miei sensi e il mio spirito si inebriavano al contatto con la sua pelle per volare più su dei tetti, della coltre di nubi e del cielo stellato, più in là oltre la terra, chi sa dove, chi sa dove! Godevo, tremavo, gemevo, morivo: Dio, perderti mi lacera il petto!
E lo cingevo, e si fondeva nel mio corpo penetrando la mia anima, e pizzicava ogni corda del mio spirito con una sinfonia che presagiava il mio requiem. Quando poggiavo le labbra sul suo collo, il mio spirito naufragava nel ciclone indomabile del battito delle sue ali. Sentii il suo sapore ancora una volta, disegnai quelle labbra perché le mie dita ne conservassero i contorni sotto i polpastrelli, lo amai con il cuore ridotto a brandelli nell'immenso di quella notte, conscia che la ragione mi avrebbe presto fagocitata. Lo amai col cuore in gola e l'anima in fiamme, lo amai come più mai seppi amar, né me, né il sole e nulla più.

Mi persi in quel tenero abbraccio,
delle orecchie ali i miei lobi
seguitavano lo stormo delle dolci note:

"Sì lo so che non c'è luce
In una stanza quando manca il sole
Se non ci sei tu con me, con me"

Me

Quella domenica mi svegliai di pessimo umore, aveva piovuto e non avevo dormito bene. I vetri del soffitto riflettevano i lampi che sembravano volermi attrappare da sotto le lenzuola per trattenermi lì con loro, ma io avevo deciso, mica potevo tornare indietro? Sarei tornata in Italia la settimana successiva, era la scelta più giusta da fare, quella più razionale e più ovvia.
Mi preparai un tè coi biscotti e mi infilai la tuta per schiarirmi i pensieri con un pò di jogging lungo le rive del canale. Raggiunsi Saint Denis, per poi ridiscendere il quai verso Porte de la Villette. Il sole cominciava a picchiarmi forte sulla testa, riscaldando i miei pensieri, presi una bicicletta e seguita il corso delle acque fino a Saint Michel. Ma ero troppo stanca per continuare, volevo solo andare a casa, i pensieri straripavano e non riuscivo ad arginarli, si impossessavano di me, vagavo, mi trascinavo con la testa troppo pesante, perdendo lacrime per la strada.
Nel tardo pomeriggio raggiunsi quella che al tempo chiamavo casa, esausta, mi sfilai le scarpe per far respirare i piedi bollenti, ebbi solo la forza di accendere la musica e collassai sul letto.

"When you feel so tired but you can't sleep (..)
When the tears come streaming down your face (..)
When you are too in love to let it show
Oh but if you'll never try you'll never know
Just what you're worth
Lights will guide you (..) "

Il sogno mi rapì per pochi istanti o tutta la notte, quando la soave melodia si protese sul mio corpo molle di lacrime per riportarmi alla vita.
Afferrai il mio portatile con gli occhi trasognati e rilessi il curriculum vitae che qualche anno prima mi aveva offerto un biglietto di sola andata per Parigi, inviai la mia candidatura, senza nemmeno riflettere; richiusi lo schermo e mi misi dormire.

Mi risvegliò la luce che filtrava attraverso i vetri del salotto e un raggio di sole che mi tagliava in due: da un lato la testa e il collo, in ombra, dall'altro il petto, il mio cuore, i miei piedi, raggianti del sole.
Stavo per versare l'acqua nella teiera, quando il suono di carillon del mio telefono mi riportò alla realtà, o forse al sogno.
"Bonjour Madame, nous avons examiné votre candidature, êtes-vous disponible pour un entretien jeudi prochain?"
Senza nemmeno rendermene conto avevo appena fissato un colloquio per il giovedì seguente: quasi evocando un sogno, mi ricordavo del curriculum che avevo spedito la sera prima.
Che strano destino stava manipolando Parigi?
Ma no, no, così mando a monte i miei piani, ho già esaminato razionalmente la soluzione, per me non c'è più futuro a Parigi!

Cominciavo a percepire una leggera brezza fresca che deviava la rotta delle mie ali, ma io restavo dell'idea di migrare con l'arrivo dell'autunno. In certi momenti ridevo, ridevo perché mi stavo facendo ancora fregare dall'istinto che invece non mi aveva portato altro che grattacapi. Proprio per seguire l'istinto mi ero trovata ad affrontare la tempesta buia della disperazione, a sprofondare nell'abisso agghiacciante della solitudine e a percepire il ghiaccio freddo sulla pelle d'oca, mentre prima coltivavo tranquillamente il mio orticello di sogni appassiti. Mai e poi mai mi sarei lasciata fregare un'altra volta da questa ridicola storia del cuore e dell'istinto.

E mentre il vento cambiava, portò pure quel giovedì del colloquio. Arrivai col cuore in gola, ma mi dissi che era dovuto alla corsa che avevo fatto, perché come al solito, ero in ritardo.
Una volta uscita sentivo i pensieri accalcarsi. Tutto appariva così surreale che mi sentivo come un'attrice in un qualche teatro dell'assurdo. E quel teatro era la mia vita, ma io non aspettavo Godot, io stavo ancora aspettando Jacques che mi chiedesse di non partire.

Un aereo interruppe bruscamente il flusso della mia coscienza, rabbrividii e mi si gelarono le ossa: Avevo veramente chiesto di farmi sapere l'esito del colloquio prima del 26 luglio? Avevo davvero detto che sarei partita per delle vacanze in Italia ma che se c'era bisogno di iniziare prima io ero disponibile ad annullarle?

Doveva essere stato il mio cuore a pronunciare quelle frasi ed Hervé, che oggi è il mio responsabile e che sa cosa vuol dire amare, lo aveva ascoltato. Mi avrebbe confessato di aver esitato molto sull'accettare o meno la mia candidatura. La ragione diceva lui che quella piccola italiana aveva un volo per tornare al suo mare, che se fossi rimasta la nostalgia avrebbe bussato alla mia porta di casa. Alla ragione che ha bussato alla sua, però, lui ha scelto di chiudere la porta in faccia come spesso si fa con quegli insistenti e fastidiosi venditori porta a porta. Lui ha preso a braccetto l'istinto e ha danzato col cuore e chi guarda col cuore non aggira gli ostacoli, chi lascia parlare il cuore non mente mai, chi ci mette il cuore sa rialzarsi anche se cade, chi usa il cuore non teme il fallimento e le delusioni. Chi vive col cuore lo sa quanto pesa un miraggio.

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