scrivi

Una storia di Purpleone

Il quadro

-

385 visualizzazioni

12 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2020 in Thriller/Noir

0

Quando rientrò a casa e vide il quadro appeso nel salone fu certo di una cosa: non gli piaceva neanche un poco.

Era solo una sensazione. Un mancato amore a prima vista che nulla aveva a che fare con la logica o con la qualità artistica del dipinto.

Se avesse potuto scegliere avrebbe preferito qualcosa tipo i girasoli di quel Van non si ricordava chi, in modo da dare una bella botta di colore alla stanza, piuttosto che quella lugubre scogliera sulla cui estremità una casetta dal tetto spiovente lottava contro il vento e il mare in tempesta in quella che sembrava la notte più balorda dell’anno.

A dirla tutta però, benché non capisse un’acca di pittura, era disposto ad ammettere (ma solo a se stesso) che il paesaggio ritratto era reso piuttosto bene; non tanto da sembrare una fotografia ma abbastanza da trasmettere un’impressione di...realtà.

E così lo valutava, in piedi accanto alla moglie ancora eccitata per l’acquisto appena fatto, domandandosi se c’erano modi peggiori per buttare il denaro dalla finestra.

- Allora, - fece lei speranzosa – ti piace?

- Per nulla! – rispose allentando la cravatta e aggrottando ancor di più le folte sopraciglia - Piuttosto, che c’è per cena?

L’entusiasmo della donna calò di botto. Non abbastanza però da rovinare del tutto l’effetto delle endorfine da shopping che ancora circolavano copiose.

- Pizza surgelata! – gli urlò dietro, mentre lui, voltate le spalle, puntava verso la cucina.

La donna piegò leggermente la testa di lato e ammirò ancora una volta la maestria del pittore mandando a quel paese il buzzurro che aveva per marito.


- Da quale imbroglione l’hai comprato? – chiese lui mentre addentava il trancio di pizza, incurante dell’olio che gocciolava sulla tovaglia.

La donna scambiò per interesse il velato rimprovero e riacquistò un poco della sfrigolante esuberanza persa poco prima.

- Non ci crederai quando ti dirò dove l’ho scovato.

- Tranquilla, altroché se ci crederò.

- E non è costato neppure tanto, considerata la qualità.

L’esser passata subito all’argomento costo era un indizio che l’uomo aveva imparato a riconoscere: il prezzo era una cifra che partiva almeno da due zeri.

- Quanto? – le chiese mentre stivava in bocca il resto della pizza.

- Beh, - tergiversò lei – non si può sempre ridurre tutto a una questione di soldi...

- Quanto?

- Solo quattrocento euro. Ma non è molto se pensi che l’ho preso da un antiquario del centro che mi ha garantito che è molto antico e che è stato fatto da un pittore molto quotato e che, guarda, fra quattro o cinque anni avrà almeno raddoppiato di valore e inoltre..

- Quattrocento euro...

- Si lo so, sembrano tanti, ma vedilo come un investimento.

L’uomo scosse la testa per nulla convinto. Per quanto i soldi non fossero un grosso problema, gli rodeva che lei li spendesse per acquisti che a suo (insindacabile) parere non erano necessari. Fosse stata una tivù ultrapiatta con abbonamento premium ai canali sportivi non avrebbe fiatato neppure per il doppio della spesa, ma quell’accidente di quadro non gli andava proprio giù.

Ma non era solo per quello: negli ultimi tempi tutto lo shopping compulsivo della moglie stava diventando irritante e senza logica, governato solo dal ghiribizzo del momento. Diverse volte aveva minacciato ritorsioni sulla carta di credito, ma cercare di far entrare un poco di sale in quella zucca vuota era, a tutti gli effetti, una battaglia persa.

- Dai, - fece lei regalandogli uno sguardo e una smorfia che voleva essere un ammiccamento sensuale – guardiamo un pochino di tivù e poi andiamo a letto.


Poco dopo, assestato sulla sua poltrona preferita, di fronte al televisore, si scoprì a lanciare occhiate sempre più lunghe all’indirizzo del quadro che, nonostante le dimensioni contenute, dava l’impressione di occupare l’intera parete. A ogni inizio di pubblicità gli occhi sembravano possedere volontà propria e costringevano la testa a voltarsi finché non erano puntati sul quel paesaggio tempestoso.

Alla fine del programma, dopo che la moglie si era già ritirata in camera, si alzò, congedò il presentatore di uno show canoro con un colpo di telecomando e si avvicinò al quadro. Forse era stato solo un gioco di luci riflesse ma aveva avuto la sensazione, poco prima della reclame sugli assorbenti con le ali, che il cielo del quadro fosse cambiato. Non avrebbe potuto giurarlo, ma prima di cena le nuvole gli erano sembrate meno bigie e minacciose e anche l’albero accanto alla casa, che adesso aveva le fronde piegate dal vento, lo ricordava più eretto.

Scrollò la testa, spense la luce del salone e trascinò piedi e pantofole fino alla stanza da letto.


Non fece più di tre ore di sonno perché gli effetti della pizza al salame e peperoni lo costrinsero ad alzarsi in preda agli artigli della sete.

Una volta soddisfatto il bisogno, mentre attraversava il salone con un bicchiere d’acqua per future evenienze, lanciò uno sguardo distratto al quadro alla sua destra e passò oltre. Poi si fermò di botto. Ritornò sui suoi passi e gli si piantò davanti guardandolo con più attenzione.

Il quadro non era solo lievemente illuminato dalla luce del lampione che filtrava dalle tapparelle, ma anche dal tenue lucore di una minuscola unghia di luna che sporgeva oltre la cresta di un lontano promontorio. Incredulo si avvicinò fin quasi a toccare la tela con il naso, ed eccola lì: una falce di luna che qualche ora prima, ne era strassicurissimo, non c’era per niente e che ora rischiarava i bordi di quelle nuvole tempestose e la cresta delle onde più lontane.

Tornò in camera chiedendosi se il troppo stress potesse provocare delle allucinazioni o se invece l’eventualità di un tumore al cervello fosse più realistica. Aver perso metà del parentado per quell’ignobile malattia lo costringeva a prendere la faccenda in seria considerazione. Decise infine che due tranquillanti fossero più che necessari per tenere a bada l’ansia e riprender sonno.

Con quel nido di tarli nella testa s’infilò fra le coperte sperando in un rapido addormentamento.

La mattina arrivò annunciata dalla radiosveglia che, sintonizzata su un canale metallaro, gli sparò un boato di chitarre e batteria a trenta centimetri dalle orecchie. Con una mano dalla mira incerta colpì due volte l’apparecchio prima di metterlo a tacere. Aprì pigramente gli occhi mentre le avvisaglie di un mal di testa vigliacco iniziavano a trapanargli le tempie. Le cifre luminose sul display lo esortavano a darsi una mossa se non voleva perdere il bus per il centro città ed essere costretto a tirar fuori l’auto dal box. La moglie, al suo fianco, con la mascherina sugli occhi e i tappi nelle orecchie, dormiva della grossa. Ci voleva ben altro che una radio rock per darle la sveglia.

Pronto per un’altra giornata di lavoro attraversò il salone e, fermandosi davanti al quadro, vide che nessuna luna spuntava dal costone del promontorio a rischiarare il fosco cielo da tregenda. Sollevato, archiviò l’idea del tumore e addebitò l’allucinazione della notte prima agli effetti del salame e dei peperoni.

Mentre in ascensore pigiava il tasto del piano terra, pensò di prenotare comunque una visita specialistica. Giusto per stare tranquillo.


Il tempo passò come il solito tra gli alti e bassi dell’ufficio e le mille grane giornaliere e neppure per una volta ebbe modo di pensare al quadro e ai suoi (immaginari?) mutamenti.

Non ci pensò neppure sull’autobus quasi vuoto, mentre rientrava a casa, per via del difficilissimo Sudoku che stava invano tentando di completare.

Ci pensò però a cena, grazie alla sua signora che, ignara dei suoi tormenti, gli chiese se gli fosse passata l’arrabbiatura della sera prima.

- Mmh. – rispose senza staccare gli occhi dal Sudoku che si era portato a tavola.

- Uff, che noioso. Stai ancora pensando a quanto ho speso per il quadro... e finisci i fagiolini, per favore, che mi sono costati un occhio della testa.

Senza replicare obbedì di malavoglia.

I fagiolini, benché acquistati a caro prezzo alla Boutique della Verdura, erano insipidi e legnosi come quelli del fruttivendolo sotto casa. Tali e quali.

Ecco un altro modo per buttare via i soldi, pensò.

Più tardi, mentre la moglie sistemava i piatti nella lavastoviglie, si avvicinò al dipinto squadrandolo per benino: il cielo buio e tumultuoso, le nuvole e le onde sulla scogliera spazzata dal vento, la casetta sul promontorio e...quella finestrella tonda subito sotto il vertice del tetto. Cercò di fare mente locale ma non ricordava di aver notato prima quel debole bagliore giallastro che ora risaltava nell’oscurità. Un formicolio strano gli si diffuse dalla radice dei capelli fino al fondo della schiena, mentre lo spettro del probabile tumore faceva di nuovo capolino tra i suoi pensieri. Arretrò di qualche passo andando a urtare la moglie che gli si era avvicinata alle spalle.

- Allora inizia a piacerti eh?

La guardò indeciso se raccontarle quello che gli stava capitando, ma prima che potesse aprire bocca, lei si voltò e, raggiunto il divano, ci si spiaggiò sopra accendendo la tivù.

Il volume fastidioso dell’onnipresente pubblicità lo accompagnò fino alla poltrona sulla quale si accomodò allungando i piedi con un sospiro. Si ripromise, almeno per tutta la durata della fiction, di ignorare il quadro e la sua finestrella illuminata.

Fu comunque solo con una dose di ferreo autocontrollo che impedì alla propria ansia di prendere il sopravvento, resistendo alla tentazione di sbirciare, almeno una volta, in direzione del quadro. Tanta disciplina diede i suoi frutti ma non capì un’emerita acca dell’ultima puntata della serie e questo lo irritò non poco.

Diede la buonanotte alla moglie che sbadigliando s’infilava in camera e decise, nonostante gli occhi pesanti, di guardare ancora un poco di tivù. Forse, se fosse stato abbastanza stanco, non avrebbe avuto bisogno di tranquillanti per non pensare a quel maledetto quadro e al tumore che chissà, proprio in quel momento, stava pasteggiando col suo cervello.


Un respiro andato per traverso lo risvegliò dal colpo di sonno che l’aveva colto a metà di un documentario sull’Antartide. Si raddrizzò nella poltrona con la schiena irrigidita e dolorante e la bocca così allappata che a malapena riuscì a staccare la lingua dal palato. Si tirò su con fatica a causa della gamba destra che pareva essersi trasformata nella manica vuota di un cappotto e spense la televisione mentre i pinguini imperatore si corteggiavano rumorosamente l’un l’altro.

Dovendo per forza passare accanto al dipinto per andare nella stanza da letto non riuscì a resistere e gli si piazzò davanti.

La lucina illuminava ancora la finestra e, forse a causa degli occhi ancora assonnati, gli pareva quasi che tremolasse, come se a generarla fossero delle candele o una vecchia lampada a petrolio. Lentamente spostò poi lo sguardo ed eccola lì, la luna! Un poco più in alto della sera prima e, benché semi nascosta dall’orlo di una nube turbolenta, era impossibile non notare che era cresciuta di almeno un quarto, dando alla casa e alla scogliera un aspetto ancor più spettrale.

Deciso a renderne partecipe la moglie si diresse svelto (a dispetto della gamba moscia) verso la stanza da letto.

Bastò che varcasse la soglia perché le sue intenzioni perdessero vigore di fronte al ruggito gutturale della donna: aveva preso i suoi soliti confetti e non sarebbe riuscita a svegliarla neppure se gli avesse messo nel letto tutti i pinguini dell’Antartide.

Mentre indossava l’orribile (benché firmato) e costoso pigiama che lei gli aveva regalato, pensò che l’opzione della visita medica stesse passando dallo stato di ‘fattibile’ a quello di ‘urgente’.



- Io, fossi in te, non mi fascerei la testa prima del tempo. - lo rassicurò il medico mentre compilava la richiesta per una visita specialistica.

– E comunque, ti prescrivo una bella TAC così ci leviamo ogni dubbio.

- D’accordo, io però sono sicuro di quello che ho visto.

- Ci credo, ma non deve essere per forza un tumore, Santo Dio!

- Guarda, ti dirò che a questo punto spero quasi che lo sia, perché altrimenti l’alternativa, oltre alla pazzia, è che in quel maledetto quadro le cose stanno cambiando per davvero.

- Ma no, stai tranquillo, prendi le gocce e vedrai che tutto si sistemerà.


Quasi sette ore dopo, all’una e trenta del mattino, ritto di fronte al quadro, guardava una luna oramai del tutto piena sorgere da dietro la linea dell’orizzonte, offuscata appena dalla foschia della tempesta. Da quasi un’ora fissava come in catalessi le nuvole che parevano aver preso vita accavallandosi l’una sull’altra. Il vento soffiava incessante e il rombo delle onde sulla scogliera gli arrivava nitido, così come l’odore salmastro portato dalla schiuma vaporizzata. Nella finestra rotonda dove la luce tremolava ancora, si scorgeva adesso, appena accennata, un’ombra più scura. Ebbe, a quel punto, come l’impressione che la casa gli zoomasse addosso e, mentre la finestrella occupava quasi tutto il suo campo visivo, l’ombra assunse le fattezze sempre più chiare di un mezzo busto umano.

Quando il movimento si arrestò, due occhi rossi si accesero all’improvviso nella testa dell’ombra strappandogli un grido spaventato.

Poi si svegliò.

- Che sogno di merda! – esclamò ad alta voce.

Mentre stropicciava gli occhi ancora carichi di sonno, si accorse di essere sdraiato sul pavimento. Si guardò intorno confuso, stentando a riconoscere la stanza.

La risposta gli arrivò potente come un incidente frontale quando vide la piccola lampada a petrolio poggiata su un tavolo di legno grezzo e, voltando il capo, riconobbe la finestrella tonda che incorniciava la parete. Si mise in piedi in quella che aveva l’aria di essere una piccola e spoglia mansarda e con passo incerto e lo stomaco contratto si avvicinò ai vetri scuri.

Lo sguardo incredulo che diede all’esterno gli restituì la visione di un ruggente mare in tempesta sferzato dal vento e dalla pioggia. Nel cielo nero e senza stelle nessuna luna rischiarava le nuvole gonfie che si davano battaglia tra lampi e crepitii di tuono.

Il rombo continuo del mare che si frangeva sulla scogliera si trasmetteva alla struttura della casa e gli arrivava, cupo e vibrante, fin su nello stomaco dandogli la nauseante sensazione di essere sulla prua di una nave sbatacchiata dalle onde.

Oltre il vetro rigato dalla pioggia, un’unica debole luce rischiarava appena il paesaggio. Veniva da un piccolo rettangolo chiaro immerso nella turbinante foschia lattiginosa. Non gli ci volle molto a riconoscere, con raccapriccio e terrore, sua moglie che dal salone gli restituiva lo sguardo. Vide chiaramente la chiazza rossa delle sue labbra che si tendeva in un sorriso che nulla aveva di amorevole mentre, sollevando lentamente un braccio, gli inviava un definitivo e terrificante saluto.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×