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Una storia di Katzanzakis

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Creta

Viandanti nell'infinito

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4 minuti

Pubblicato il 04 dicembre 2018 in Viaggi

Tags: #gipeto #vento #ulivi #stelle #pastore

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Meltemi, maestrale, scirocco, sulla costa sud di Creta il vento per lo più accarezza il mare, indugiando piuttosto tra gli ulivi bassi.
A nord tende invece a pettinare il mare contro pelo, suscitando un ringhiare sordo, pronto a mordere all’improvviso.


Non andate a Creta se non amate il vento: asciutto, teso, mai realmente fastidioso, accompagna il risveglio delle cicale, accorcia la vita di sigarette inopportune, gioca coi capelli lunghi delle ragazze, insegue cappelli di paglia sul lungo mare, scompiglia il pelo fitto delle capre, che scendono a valle, al tramonto.

E gli ulivi bassi di Creta, corteggiati da chilometri di serpentoni neri, dove l’acqua scorre senza apparenti limitazioni, a ricordare che qui l’ulivo è una risorsa, non il pretesto per furbizie volte ad aggirare piani regolatori (ricordo come a Paxos, ove l’altezza delle costruzioni non può superare le cime degli ulivi, l’olio viene spesso importato ed il viandante può trovar ristoro dal sole sotto ulivi altissimi, fatti crescere oltre misura).


Anche il colore del mare è diverso, blu intenso a nord, cangiante e con toni sfumati dal verde brillante al turchese a sud, come se l’Africa volesse esercitare il suo richiamo variopinto e denso di umori.


E le strade, strette - nessuna concessione al turismo, salvo a nord -, si inerpicano tra montagne brulle dominate da meravigliose macchie viola di origano, altro che il rigoglioso Taigeto del Peloponneso con il suo verde di ulivi e cipressi; tornanti continui, svolte su svolte fino alla vetta, per poi ridiscendere verso l’illusione del mare e ancora risalire, senza guard rail, grosse pietre rotolate dall’alto sul selciato, ponticelli approssimativi, caverne ai lati, protette a volte da cespugli fitti di oleandri, a ricordare ad ogni momento che Creta è un’isola dura, dove il passato ancora resiste, come gli ultimi giapponesi di Mindanao.


E gli enormi gipeti, due metri di apertura alare. Poco prima di affacciarci sullo spettacolo di Xerocambos ne abbiamo disturbati due, intenti a portarsi via una faina, uccisa da una macchina, come tante altre, perché è vero anche che i Greci, sonnacchiosi e meditativi (sigà sigà e perimene sono invenzione loro), si trasformano alla guida, come per inseguire un futuro insensato, che contrasta con la loro natura.


Alla fine, come sempre, rimangono impressioni ed emozioni filtrate dalla selettività inconsapevole dei ricordi: segnaletica scadente ed omissiva, che scompare ad ogni bivio in cui si deve decidere la direzione, specie ad ogni biforcazione dentro a paesoni, fino all’inevitabile strada sterrata che finisce nel nulla, costringendoti a tornare indietro.

E i bambini, che si affacciano stupiti da officine assolate, per poi correre a chiamare il fratello più grande, magari dodicenne, quando gli chiedi un’informazione.


Ma anche…Xerocambos che appare come un miraggio, dall’alto, possibile si debbano scendere tutti quei tornanti? E cerchi di non distrarti a guardare il panorama, per non finire di sotto, fino ad un’improbabile panchina da cui osservare il mare e gli scogli, in silenzio.

E poi, certo, l’imperdibile Elafonisi, con la sua sabbia rosa ed i gabbiani che accompagnano le onde leggere al tramonto e la conturbante Balos, ma soprattutto la grazia della piccola Mochlos, l’unico posto della costa nord cui dedicare un’emozione, il canyon di Preveli con la sua atmosfera “lunare” e la sensazione di “straniamento” ad ogni passaggio di automobile, o il vento ininterrotto di Plakìas, che accompagna il
silenzio di centinaia di tedeschi che riempiono i bar del lungomare durante la finale con la Spagna, tra un boccale e l’altro di birra.


E poi Loutro, dopo un traghetto breve da Hora Sfakion: niente automobili, un silenzio essenziale nella luce che sembra salire dal mare al tramonto, uno straordinario set cinematografico in cui ti aspetti sempre di veder spuntare le telecamere, e invece per fortuna è tutto vero, compreso un bellissimo vecchio, a torso nudo, pantaloncini corti, capelli bianchi folti, denti perfetti, con un fantastico bastone alto, diresti troppo alto per lui, che attraversa il paese al primo scomparire del sole dietro alla montagna, per avviarsi verso una casupola in alto, tra le rocce.
Potrebbe davvero essere Mosè che si accinge ad aprire le acque, e invece ad un suo richiamo decine di capre si avventano giù dalla montagna, verso il rifugio. Bianche, nere, marroni, piccole, grandi, è tutto un inseguirsi di colori che segnano la montagna all’ultimo indugiare del sole.


La sera, in camera, scopri in una vecchia foto in bianco e nero, lo stesso bastone in mano ad un uomo, in piedi vicino ad un cane, con un bambino accanto: probabilmente è proprio il bambino di allora il nostro pastore di oggi, ed è il bastone a segnare la continuità delle generazioni ed il senso di una tradizione che continua.


E infine le stelle…fuori dai centri abitati, se possibile sdraiati sugli scogli, con la via Lattea in evidenza, per rari, avvolgenti attimi, viandanti nell’infinito.




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