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Una storia di AlessandroCiviero

La Volpe

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8 minuti

Pubblicato il 12 dicembre 2019 in Altro

Tags: #narrativa #storie #vita

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Stava piovendo forte mentre lasciavo casa. Avevo appena litigato con Jenni, ed ero furioso. Così presi il fuoristrada e me ne andai in giro per circa un’ora, come facevo di solito, per smaltire la rabbia.

A quel tempo, io e Giovanna, vivevamo nel vecchio casolare di campagna della mia famiglia, dopo esserci trasferiti dalla città in cui entrambi lavoravamo, per scrollarci di dosso tutti i rimasugli dello stress, del traffico e di una vita sociale che ormai ci aveva entrambi sfiancati.

Passati i quaranta, avevamo raggiunto la nostra stabilità lavorativa, avevamo ottenuto i nostri piccoli successi, c’eravamo imbattuti nelle inevitabili delusioni che sembrano ostacolare anche le più sfolgoranti carriere, ed infine c’eravamo resi conto di non essere più dei ragazzini. A volte però, le circostanze ci sorprendevano a litigare come due novellini, anche se stavamo assieme ormai da dieci anni.

Sospirai mentre il fuoristrada sobbalzava sulla carreggiata, perché le strade, da queste parti, non erano delle migliori, ed io avevo deciso di prendere la sterrata che, dietro casa mia, portava fino al limitare del bosco. Erano alcuni chilometri di sentiero piacevole da percorrere in bicicletta o a piedi, quando si volevano fare delle amene passeggiate sotto il sole primaverile, con l’aria tersa e i profumi della campagna che ti avvolgevano.

Ora però era inverno, buio pesto, e le fitte gocce di pioggia sembravano stendersi come un velo aldilà del parabrezza. I fari del fuoristrada illuminavano a stento i solchi fangosi della stradina e il ciglio erboso che compariva avanzando nell’oscurità. In una notte così infame, era difficile guidare e mi stavo pentendo di essere uscito con quel tempo.

Dopotutto, pensai, a cosa sarebbe servito sbollire la mia collera se, tornato a casa, avessi ritrovato Jenni col broncio o magari chiusa in camera nostra, mentre una coperta ed il mio cuscino mi attendevano provocatoriamente sul divano del soggiorno? Sospirai di nuovo. Pensai allo sguardo di Jenni, e a come cambiava repentinamente seguendo le tracce del suo umore. Ci conoscevamo fin dai tempi della scuola, ed io l’avevo sempre chiamata così, perché Giovanna mi sembrava un nome pomposo, mentre lei mi era sempre piaciuta per la sua semplicità.

Ammetto che ero stato un ingenuo, forse fin dal principio, perché Giovanna non era affatto una ragazza semplice, e di questo me ne accorsi col tempo; ma scoprire le mille sfaccettature del suo carattere, le spigolature della sua personalità, mi aveva fatto innamorare di lei. Non avrei mai potuto farci niente. Per me, lei comunque sarebbe stata sempre la mia Jenni, e forse un giorno, se e quando ci saremo sposati, allora avrebbe potuto diventare la signora Giovanna. Alzai le spalle, come se qualcuno, oltre la pioggia, potesse vedere quel gesto repentino e chiedermene la ragione. Non era un atteggiamento di sufficienza, o di indifferenza, ma significava che a me non importava se e quando Jenni fosse diventata la signora Giovanna, mia moglie. A me stava a cuore lei, perché l’amavo com’era, senza bisogno di conferme ufficiali.

Stavo concludendo che forse era venuto il momento di tornare al casolare, al caldo e a riconciliarmi con la mia compagna, quando a un certo punto, i flebili anabbaglianti della macchina scorsero qualcosa nell’oscurità. Mi era sembrato di aver intravisto un’ombra a lato della strada bagnata e sconnessa. Non ero sicuro che ci fosse qualcosa di strano ed inaspettato che si muoveva tra l’erba e il fango. Frenai prontamente, mentre il mio sguardo tornava indietro, nel punto in cui la luce dei fari era ormai già corsa oltre. Innestai la retro e ripassai dove mi sembrava di aver visto qualcosa. In effetti, la pioggia che imperlava i finestrini dell’auto, rendeva difficile distinguere le forme e i movimenti all’esterno dell’abitacolo.

Quando quel movimento tra l’erba alta smosse una piccola nuvola d’acqua e qualcosa effettivamente apparve, decisi di scendere sotto la pioggia per capire di cosa si trattasse. Mi avvicinai con cautela, mentre mi mettevo il cappuccio e piegavo d’istinto la testa sotto lo sferzare dell’intemperie. Immediatamente, mentre m’infangavo gli scarponi e le pozzanghere schizzavano allegramente, sentii un flebile guaito, che s’intensificò e si ripeté, mentre mi avvicinavo. Allora vidi la coda lucente e bagnata di pioggia sgusciare tra erba e lo scuotersi di un paletto marcio seminascosto oltre il ciglio della strada sterrata. Lì c’era una vecchia recinzione che delimitava un campo, fatta di bassi pali di legno e di filo spinato arrugginito.

Dovetti scostare l’erba alta e, rischiando di cadere, vidi una piccola volpe dal pelo rosso e fradicio incastrata con le zampe e la testa sotto il groviglio del filo spinato. Povera! Stava guaendo e cercando di districarsi, ma più si muoveva, più peggiorava le sue condizioni.

Corsi in macchina a prendere dei guanti da lavoro e una torcia elettrica che tenevo nel portaoggetti e tornai sotto la pioggia. Reggendo la luce con una mano e con l’altra cercando di divincolare il piccolo animale, mi accorsi che non riuscivo a combinare nulla. Avevo timore che la volpe, seppur di piccola taglia, mi aggredisse a causa della paura e del dolore che stava provando. Dovetti piantarmi bene sulle gambe, affondando gli scarponi nella melma, mettermi la piccola torcia in bocca, sperando di non farla cadere, e con entrambe le braccia sollevai il paletto, che si trascinò dietro un bel po’ di ferraglia. A quel punto mi accorsi che la zampa della volpe era ghermita dal filo spinato, ma mentre stavo per lasciare la presa, lei si liberò e cercò di fuggire via. Solamente dopo un metro, la povera bestiola inciampò e rimase immobile a terra, ansimando e piangendo con dei guaiti fitti e sottili.

Provai ad avvicinarmi, ma lei tentava di sfuggirmi. Alla fine però tolsi uno dei guanti e presi ad accarezzare la sua pelliccia madida e luccicante di pioggia. La piccola volpe era ferita ad una zampa e sanguinava. Stava tremando sotto la leggera carezza della mia mano. Pensai allora di togliermi il giaccone, avvolgerla col calore del mio corpo che esso conteneva, e sollevandola, correre in macchina. Quando risalii al volante ero completamente bagnato.

Mentre tornavo a casa in fretta, cercando di evitare le buche più profonde, gettavo ogni tanto lo sguardo sulla bestiola, che non si lamentava più, ma si rannicchiava sotto il fagotto del mio giaccone. A tratti spuntava il musetto bianco sporco e i peli rossi sopra il naso nerissimo facevano risaltare due occhi gialli e sbarrati, che lasciavano facilmente intuire quanto la piccola stesse soffrendo.

La volpe che avevo trovato era di taglia esigua, molto meno grande di quanto mi sarei aspettato, non avendo mai avuto l’occasione di vederne altre fino a quel momento, essendo un campagnolo del tutto neofita. Considerai perciò che si trattasse di un cucciolo, o comunque non di un esemplare adulto. L’unica cosa notevole in lei, era la spessa e morbida coda, che sembrava sproporzionata, rispetto all’intero esile corpo.

Sapendo che questi animali sono prettamente selvatici, mi stavo stupendo non poco del fatto che si fosse fatta avvicinare e aiutare così facilmente. Magari era solo dovuto al fatto che in quel momento era debole e ferita.

Mentre la pioggia insisteva a tambureggiare sul tetto del fuoristrada e i tergicristallo faticavano ad alleviarne il ritmo sul parabrezza, comparve il cancello di casa, che avevo lasciato aperto, poi la corte di fronte al casolare. Sembrava non ci fosse anima viva, perché l’abitazione era avvolta nell’oscurità e Jenni non aveva nemmeno accesso le luci esterne. I fari della macchina facevano brillare come tanti aghi d’argento le dense gocce di pioggia che cadevano loro innanzi.

Non potevo fermarmi sotto l’acqua, pertanto decisi di infilare l’arcata del grande portico frontale che abbelliva l’ingresso del mio rustico ristrutturato. Avrei inzaccherato tutto il pavimento con le ruote infangate, e contribuito così ad attirarmi addosso le ulteriori ire della mia compagna, ma in quel momento non ci pensai e forse non me ne importava.

Sceso dalla macchina, aprii la portiera del passeggero e con delicatezza sollevai il giaccone che conteneva al caldo la volpe ferita, e l’adagiai sul pavimento del portico. Poi cominciai a chiamare Jenni a gran voce, sperando che mi sentisse e uscisse fuori, in quanto non avevo intenzione di lasciare solo il piccolo animale, forse per timore che potesse andarsene.

Insistevo da un po’, quando la luce del portico si accese e sentii i cardini del portoncino cigolare. Sulla soglia apparve Jenni in pigiama con un piumino buttato sulle spalle, lo sguardo sbalordito e l’espressione attonita, più per aver visto la macchina grondante fango sul pavimento del portico, che per essersi accorta di me accucciato a terra, completamente infreddolito, i capelli incollati alla fronte e le mani che tenevano il mio giaccone adagiato a terra.

Credo che la sua accoglienza non fosse stata delle migliori, quando mi chiese aspramente quali strane intenzioni mi passavano per la testa. Jenni era ancora arrabbiata, mentre io non lo ero più. Mi sembra di ricordare che le sorrisi e le dissi qualcosa, mentre scostavo il riparo sotto di cui c’era la piccola volpe. L’accarezzai, mentre mi accorsi che cercava di leccarsi la zampa ferita, che aveva smesso di sanguinare ma aveva sporcato tutto l’interno del giaccone.

Quando Jenni si accorse della piccola volpe pelosa, fradicia di pioggia e ferita alla zampa, lasciò cadere il piumino e si avvicino, piegandosi verso di me.

Vidi una luce diversa nei suoi occhi e avrei scommesso di aver notato lo stesso sguardo giallo ed interrogativo che poco prima mi aveva colpito negli occhi della volpe, mentre l’astio che ci aveva divisi poche ore prima, si scioglieva del tutto e per molto tempo, da quella notte, Jenni non fu più arrabbiata con me.


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