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Una storia di Purpleone

Il Caso del minatore

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10 minuti

Pubblicato il 30 marzo 2020 in Humor

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Anche quella sera la campana del maestoso Big Ben aveva suonato alle cinque in punto.

Alla stessa ora, in Spagna, tori e toreri si apprestavano ad entrare nell'arena, in Cambogia le guardie reali si davano il cambio davanti al palazzo della presidenza e, in Inghilterra, precisamente al numero 221A di Baker Street, il grande genio dell'investigazione logico-analitico-deduttiva, l'inossidabile Merlock Sholmes, sorbiva uno dei suoi thè preferiti.

“Caro Sholmes”, dissi posando la tazzina“ questa miscela di foglie tostate di carrubo è veramente ottima.”

“Non ne dubitavo affatto caro Zotzon.” rispose egli nella sua infinita modestia.

In quel preciso istante il campanello a cucù svizzero fece sentire il proprio trillo.

“Qualcuno chiede di noi.” fece Sholmes, rigirando nella mano la sua tazza di osso di capodoglio.

Mi avvicinai alla finestra e sbirciai in strada.

“Diavolo d'uno Sholmes!” esclamai stupito“ Come avete fatto a indovinare?”

“Elementare caro dottore, elementare.”

Lievemente frastornato dall'acutezza della sua deduzione andai a ricevere lo sconosciuto che, prontamente accompagnato dalla nostra sgradevole padrona di casa, la signora Groptermaster, si appressava al nostro uscio.

“Prego, sedete.” disse Sholmes mentre, con sobrio gesto, gli indicava il nostro rarissimo sgabello a tre piedi, pregevole manufatto in legno di pino stagionato.

Il nostro ospite, un ragazzo di circa vent'anni, ci s'intrespolò sopra e, chiaramente in imbarazzo, prese a far andare gli occhi ora verso me ora verso Sholmes e viceversa. Quando dopo un quarto d'ora di questo esercizio i bulbi oculari gli si furono incrociati ben bene, si decise a parlare.

Il poveretto esordì - senz'altro per l'emozione che lo attanagliava - con una nota così stridula che fece tintinnare pericolosamente il nostro lampadario di cristallo alla Zuava. Sholmes sollevò trepido gli occhi in alto, mentre il giovine, rosso in viso, rapidamente cercava di porre rimedio raschiando rumorosamente le pareti faringee, dopodiché volse il capo attorno come in cerca di bersaglio.

Il duplice e luciferino sguardo, mio e di Sholmes, lo dissuase repentinamente dal liberarsi del groppo catarroso sul nostro prezioso tappeto sardo e verso il quale aveva subitaneamente posato gli occhi.

Lo guardammo disgustati mentre volente o nolente ingoiava il viscidume poi, finalmente, si decise a parlare.

“Chiedo infinitamente scusa a lor signori, ma questa faccenda mi imbarazza assai e, a questo proposito, devo chiedervi di usare in questo caso la massima discrezione.”

“Caro il mio signore,” fece Sholmes stizzito “posso assicurarvi che la proverbiale discrezione delle banche svizzere è, al confronto della nostra, paragonabile a quella di una lavandaia vedova in un giorno di mercato. Vi prego quindi di esporre i fatti senza il minimo indugio.”

L'uomo fece per riaprire bocca quando udimmo, quasi impercettibile, lo scricchiolio dell’asse ballerina antistante al nostro uscio.

Con gesto inequivocabile Sholmes intimò il silenzio al giovanotto e mi fece cenno col capo in direzione della porta.

Mi alzai con circospezione e, memore degli insegnamenti carpiti ai Thugs, feroci adoratori della dea Khalì, raggiunsi l’uscio nel silenzio più assoluto.

Afferrai il pomolo, e con decisione tirai a me la porta aprendola repentinamente. Colsi così la vecchia megera nell’atto a lei più congeniale: ingobbita come il gobbo di Notre Dame e con l’orecchio a ventosa ancora in posizione di ascolto. Avendo perso così maldestramente l’appoggio, la spiona stramazzò al suolo articolando uno strozzato squittìo di sorpresa.

Sholmes, con la solita padronanza che lo distingue, non si scompose minimamente: prima che la donna potesse riprendersi, le sparò addosso con una enorme pistola da caccia che celava sotto la veste da camera.

Devo confessarvi, miei cari lettori, che nonostante la lunga esperienza nei Lancieri Reali durante la seconda rivolta dei Siks, feci un balzo trasalito quando udii la detonazione. Il nostro ospite, che sedeva al mio fianco, non fu da meno: anch’egli trasalì e poi trascese quando vide la signora Groptermaster accasciarsi esanime sullo stuoino di pelle di iguana.

Sholmes ci gratificò con lo sguardo sprezzante che invariabilmente riserva ai pusillanimi.

Non abbiate timore” disse riponendo la pistola “sono solo dei dardi narcotizzanti usati per la caccia all'ippopotamo. Andranno senz'altro bene anche per la stazza della nostra padrona di casa.”

Io, intanto, mi ero avvicinato a quello che per un momento avevo creduto fosse un cadavere e lo tastavo nelle costole con la punta della scarpa.

“Caro dottore, volete farci la cortesia di liberarci del ...corpo?”

“Con piacere Sholmes.”

Così dicendo le afferrai le tozze caviglie e, trascinandola con non poco sforzo, la depositai nello sgabuzzino in fondo al corridoio. Dovetti faticare non poco per stiparla assieme alle cianfrusaglie in esso contenute ma, alla fine, ebbi ragione delle sue addormentate membra e riuscii a chiudere la porta e a bloccarla col chiavistello esterno.

“Ora” fece Sholmes quando fui rientrato “possiamo parlare.”

E l'uomo parlò.

Venimmo così a conoscenza di uno dei più interessanti enigmi che Sholmes ebbe l'ingegno di svelare. In poche parole il nostro ospite altri non era che il secondogenito di un Lord della Corona (di cui ovviamente ometteremo il nome), travolto dall’incontenibile e pernicioso vizio del gioco d'azzardo.

Questa disdicevole e sviscerata passione, che in particolare aveva per il famigerato Rubamazzo, gli aveva fatto perdere fior di quattrini e lo aveva costretto a chiedere aiuto a un noto usuraio. Fin qua, direte voi, ordinaria amministrazione. Senonché, e qui l'amministrazione diventa straordinaria, l'intera storia era venuta a conoscenza di un ignoto ricattatore e si profilava all’orizzonte uno scandalo coi fiocchi. Infatti, per colmo della faccenda, il padre dello scapestrato giovinotto era anche Presidente della Reale Commissione contro il gioco d'azzardo...(oops! Temo di aver mandato alle ortiche la nostra tanto decantata discrezione e ciò mi costerà senz'altro un terribile ramanzina.)

A questo punto Sholmes levò una mano e interruppe il racconto.

“Dite caro signore, in quali termini si è palesato questo odioso ricatto”?

“ Ecco”, fece egli mettendo una mano in tasca, “mi è stata recapitata questa lettera. E' stata scritta con ritagli di giornale.”

Sholmes prese la missiva e dagli insondabili anfratti della sua veste da camera trasse una enorme lente a contatto; dopo averla poggiata sul foglio, iniziò a leggere a voce alta.

<< SE NON VOLETE CHE IL VOSTRO GUAIO VENGA SVELATO DOVETE PAGARE IL MIO SILENZIO. PORTATE 1.000 STERLINE AL PONTE DELLA TORRE ALLE SETTE DEL MATTINO. PER UNA SETTIMANA DA OGGI TUTTI I GIORNI SONO BUONI. LASCIATELI IN UN FAZZOLETTO BIANCO AI PIEDI DELLA PRIMA RAMPA. NON FATE SCHERZI ALTRIMENTI TUTTA LA VOSTRA FAMIGLIA SARA' TRASCINATA NEL FANGO DI UNO SCANDALO.>>

Dopo la lettura Sholmes stette un attimo pensieroso con lo sguardo abulico perso in chissà quali cervellotiche riflessioni. Poi parlò.

“ La mia esperienza mi dice, caro signore, che il primo posto ove si nascondono le serpi è il proprio seno.”

Guardai preoccupato il petto del nostro cliente, ma non vidi alcun accenno di femminile opulenza, pensai quindi che Sholmes avesse preso un abbaglio.

Non era così.

“Ditemi caro, quanta servitù avete in casa?” continuò.

“Mi rifiuto di prendere in considerazione la vostra allusione!” Fece stizzito il nostro giovinotto. “La servitù è con noi da diversi anni.”

Sholmes si levò lesto in piedi e, afferratolo per un orecchio, lo ammonì paternamente scuotendogli l’improvvido capo a destra e a manca.

“Stolto giovinastro, lasciate che sia io a decidere chi sia meritevole di così incondizionata fiducia.”

Sotto la presa ferrea delle dita di Sholmes il ragazzo non poté fare a meno di parlare.

“Abbiamo un maggiordomo, una cameriera, la cuoca, l'autista e il giardiniere.”

“Molto bene amico mio.” Esclamò il grande investigatore lasciando l'orecchio ormai diventato di un bel blu oltremare.

“Ora andate che ho bisogno di pensare. Questa sera vi telegraferò per mettervi al corrente dei miei propositi. Abbiate fiducia nell'acutezza delle mie meningi.”

Così dicendo lo salutò con una stretta di mano e io lo accompagnai alla porta.

Ero sull’uscio, in procinto di rientrare, quando udii un frenetico tramestìo provenire dallo sgabuzzino del corridoio. Sorci, pensai. Feci spallucce e richiusi la porta alle mie spalle.

“Che ne pensate Sholmes?” Chiesi mentre sistemavo un lembo del tappeto che i piedi del nostro ospite avevano un pochino cincischiato.

“Caro Zotzon,” mi apostrofò con sguardo sornione “le sembrerà esagerato ma sento di avere la soluzione a portata di cervice. Devo solo definire alcuni particolari e poi il quadro sarà completo. Ora, se vorrà scusarmi, fumerò un poco.”

Detto questo, si accostò all'armadio a muro e tirò fuori un sacco da venticinque libbre di tabacco Colombiano trinciato grosso. Caricò il fornello della sua pipa Tibetana e io, con una parca spruzzatina di petrolio, gli diedi una mano ad accendere.

Poco dopo il più grande investigatore della terra era immerso nella nebbia più puzzolente che mi fosse mai capitato di respirare. A parte, forse, nel periodo in cui fui distaccato ad un reparto di Granatieri di S. Giorgio. Per Giove! Avevano un fetore nei piedi che se la giocava con quello del cadavere di un ratto da cloaca decomposto. Cribbio! Passai tre mesi in quel dannato reparto e ... per Bacco! Ho quasi perso il filo del racconto: avevo lasciato Sholmes alle prese col suo mefistofelico tabacco.

Vomitai tre volte fuori dalla finestra, mancando di mezza spanna un parroco che passava di sotto, prima di assuefarmi un poco all'odore; e poi, non so come, mi addormentai (o forse svenni) sul divano.

La mattina dopo, quando mi svegliai, battei il muso contro una massa gelatinosa: era il fumo di tabacco che l'umido della notte aveva solidificato.

Adesso un muro plumbeo si frapponeva fra me e Sholmes. Chiamai a gran voce ma non ottenni risposta.

Trassi fiato e mi immersi a capofitto nel fumo rappreso.

Dopo forse quindici minuti di contorcimenti, spinte e sbracciamenti, arrivai alla poltrona nella quale Sholmes giaceva inerme.

Tutt’intorno, per chissà quale bizzarria, l’aria era passabilmente respirabile.

Feci appena per chinarmi nell’atto di auscultargli il cuore che egli, spalancando gli occhi, si rizzò di botto in guisa di pupazzo caricato a molla!

Balzai indietro perdendo sicuramente qualche battito di sistole.

“Caro Zotzon” fece egli appena mi vide “come va? Dormito bene?”

Trattenni a stento una decina di imprecazioni da caserma e feci di si con la testa; mentre riacquistavo un minimo di compostezza, mi cadde lo sguardo sul sacco di tabacco che, completamente vuoto, giaceva ai piedi della poltrona.

“Per Bacco, Sholmes! Avete fumato venticinque libbre di tabacco in una notte!”

“Non datevene pensiero amico mio. Ne ho un'altro sacco nell'armadio. Piuttosto vogliate cortesemente andare a telegrafare al nostro giovane amico, affinché ci faccia avere, per le quattro del pomeriggio, la lista della servitù con il precedente lavoro svolto da ognuno prima di essere assunto dal Duca padre.”

“Ma, Sholmes ...”

Egli smorzò il mio abbozzo di protesta con un movimento della lunga pipa tibetana che quasi mi mozzava un orecchio e mi fece cenno di uscire.

Diavolo d'uno Sholmes! E' proprio fissato con le liste!

Alle quattro del pomeriggio, puntualissimo, arrivò il nostro cliente. Si accomodò al solito posto e porse a Sholmes un foglio stillato con fine grafia.

“Ecco l'elenco che mi avevate chiesto, ma non vedo come ...”

“L'importante, caro amico, è che io veda. E, da quel che vedo, ora posso dire che il caso è ben che risolto.”

A quell'inaspettato annuncio il figlio del Duca balzò in piedi. Io, che in piedi ci stavo già, balzai seduto e all'unisono esclamammo:

“Com'è possibile!!”

“Elementare cari miei. La lettera di ieri mi ha dato un indizio e questa lista la certezza: il colpevole è l'autista.”

“Spiegatevi meglio Sholmes!” Esclamai impaziente.

“E' semplice. Cos'era l'avvertimento ricevuto dal nostro giovane amico se non una perfetta lettera minatoria? Orbene, datosi che a mio modesto avviso nessuno meglio di un minatore può scrivere una lettera minatoria, il colpevole non può essere che colui il quale aveva in precedenza svolto questo mestiere, e cioè l'autista, così come si evince da questo elenco.

Restammo di sale.

Forse più che di sale.

Dopo l’inevitabile profluvio di imbarazzanti ringraziamenti Sholmes raccomandò la denuncia e l'arresto dell'infido malfattore, dopodiché l’ancora frastornato giovinotto si accomiatò da noi felice e contento.

Mentre ancora una volta stavo per chiudere la porta alle sue spalle, mi parve di sentire, questa volta un poco più rumoroso, il solito tramestio proveniente dallo sgabuzzino. Pensai di nuovo ai ratti e all’opportunità non più differibile di far provvista di trappole; dopo di che richiusi l’uscio.

“Bene caro Zotzon, non trovate che mi sia meritato una suonatina?”

Così dicendo imbracciò il suo violino di legno di balsa e attaccò con il peggior brano di musica Persiana che ebbi la sfortuna di sentire.

Non resistetti oltre e sbottai: “Sholmes, siete straordinario.”





FINE


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