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Una storia di Roberto98

Questa storia è presente nel magazine I frutti del bosco

I vampiri - Pt. 1 di 2

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39 minuti

Pubblicato il 02 luglio 2019 in Altro

Tags: #vampiri #nazismo #olocausto #shoah #amicizia

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I


Questa è una cronaca di fatti tremendi e di altri inspiegabili.

Le immagini – vissute o guardate in un cinema, - gli odori e i rumori della guerra ci hanno dato coscienza dei suoi orrori, mentre dell'inspiegabile cercherò, vivendo il peso del ricordare e correndo il rischio di scriverne, di informarvi. Come avete potuto leggere sul frontespizio dell'opera, io sono Mauro Bresci, nato a Pisa il 22 Luglio 1914.

Era la primavera del 1943 nel campo di Dusnau e da noi si diceva “Arbeit macht frei,” “Il lavoro rende liberi.” Ma questa è alta filosofia e non frase da biechi assassini, pensavo, quindi chi aveva escogitato una simile formula? Impossibile trovar risposta; comunque sia, quella cosa era la nostra libertà, che lo volessimo oppure no.

Io, Simone e Valerio sopravvivevamo rannicchiati contro la parete della cella. Completamente nudi, acciaccati dalle percosse, con le ossa schiacciate contro quella pietra gelida; non avevamo forze, e quanto a me, neppure un briciolo di nervi per provare dolore. Ero già magro, e dopo gli stenti di quegli ultimi giorni trascorsi sul vagone dei deportati, ero ancora più deperito di prima; ed eppure il mio corpo ghiacciato sembrava lentamente plasmarsi contro le curve di quella dura pietra, come fossi un budino, molle e informe. Al mio fianco, Simone aveva raccolto a sé le gambe, stringendosele fra le braccia, mentre Valerio, dall'altro lato, aveva poggiato l'orecchio contro la parete, socchiudendo gli occhi, e cercando di dormire. Cercando. Persi da ore in quella penombra, senza un raggio di vera luce, egli ancora teneva alzata la coscia a nascondersi l'inguine, e la mano alzata, con il palmo aperto il muro, come pronto a respingere gli attacchi di un nuovo aguzzino. Non dormiva, non vi riusciva, anche se sapeva che sarebbe stata la cosa migliore; di lì a poco qualcuno sarebbe venuto a prenderci in custodia, ed avremmo iniziato a dannare il nostro corpo ancor più di prima; ci avrebbero sfiniti, ridotti senza fiato, chissà per quante ore prima di una nuova pausa.

Simone, da dietro le gambe piegate, guardava il pavimento. La pietra era piena di solchi, a loro volta pregni come di acqua grigia, una sorta di strana umidità, un liquido proveniente da un altro pianeta. Anche quei solchi, dalla grandezza irregolare e senza sporgenze di alcun tipo – come un grande tappeto scalfito dai troppi passi – sembravano quelli che ci aveva mostrato la Luna, alcune ore addietro, prima di venire rinchiusi in quella gabbia asfittica, senza finestre, senza occhi.

Era così pensoso, nel suo scrutare. Il lembo di luce che rimbalzava sulle pietre grige illuminava a malapena il suo volto. Iniziai a guardarlo con più attenzione, capii che non si era minimamente accorto dei movimenti del mio corpo, men che meno del mio sguardo. Era rimasto un bell'uomo, anche dopo lo stupro dei rasoi; la barba e i capelli erano ridotti a poco più di un millimetro, drammaticamente irregolare, eppure ancora fitti, come se la sua testa fosse un groviglio di peli pronti ad esplodere in ogni direzione. Avrà avuto trent'anni, ma uno di quei trentenni che sembrano aver già trascorso molte più primavere, nel corpo come negli spirito. Forse glielo chiesi, prima o dopo quella notte, ma non me ne ricordo. Il tempo passò lentamente, ma con più dolcezza da quando iniziai a studiare quel volto profondo, fantasticando sul suo passato e sulle idee che vi si nascondevano dietro la pelle.

“Ecco ora il culmine della nostra libertà.” Sussurrò a un certo punto.

Sembrava aver letto nel seme dei miei pensieri, quando ancora io stesso dovevo afferrarne il senso, mentre andavano formandosi. Lo ascoltai e volli che si chiarisse; lungo il viaggio avevo già capito quanto fossimo compatibili, e volevo fare tesoro di quella piccola amicizia, Finché ce ne sarebbe stato il tempo.

“Cosa intendi?” Chiesi, per motivarlo.

“Allora sei sveglio, non dormi...” Disse, alzando d'un soffio la voce, e già tornava a fare sfoggio del suo marcato accento napoletano.

“Perché lo pensavi?” Dissi velocemente, non volevo deviare dal discorso.

“Simone... di noi tre, sei l'unico con le gambe distese, con l'uccello all'aria...” Fece con un sorriso, continuando a guardare il suolo lunare della stanza. “Pensavo fossi perso nel mondo dei sogni, almeno tu.”

Improvvisamente, avevo sentito l'innato desiderio di coprire le mie parti intime, ma sarebbe stato un gesto ancor più vergognoso. Rimasi immobile, andando a guardare anch'io i solchi pieni d'umidità stagnante.

“Di noi tre, come hai detto tu, nessuno da dormendo. Neanche Valerio...” Diedi un colpetto alla spalla in carne del ragazzo, “non ho ragione?” continuai.

Valerio si voltò con gli occhi lucidi, ci porse un sorriso, poi senza dir nulla tornò a girare la testa dall'altra parte, poggiando la tempia al muro.

Simone si girò a guardarmi e sorrise. Continuammo a squadrarci per un po', in effetti; i suoi occhi scuri, incastonati dentro quel volto duro, e poi al contrario mi immedesimai nel suo punto di vista, immaginando il mio iride verde, con le pupille stupidamente attirate dal suo viso; continuavo a guardare quell'uomo e mi sembrava l'unico punto di riferimento dentro la melma.

Tornò a voltarsi, incupendosi. Il suo lunare era tornato al centro delle sue attenzioni.

“Il culmine della nostra libertà, credo di avere detto. Ma sì... Ci stanno tenendo qui dentro per spegnerci. Per toglierci ogni speranza. E noi ci stiamo cadendo come degli scemi: là fuori sarà ancora peggio, quando ci verranno a prendere. Dovremmo stare qui e parlare come fossimo a casa, ridere e cantare, Finché possiamo. E invece sono già riusciti a toglierci anche questo; non parliamo neanche più, come fanno le persone normali. Siamo già qualcos'altro.”

Mentre pronunciava queste parole, i suoi occhi distaccati sembrarono animarsi, come dando voce a qualcosa di profondo. Come lo capivo: e come dannatamente bene era riuscito a srotolare quei pensieri che ancora portavo ingarbugliati dentro la testa. Pensai che dovevo essere io ad avere un problema da quelle parti, non certo lui con i suoi strani capelli.

Non sapevo cosa rispondere, ma dovevo farlo: aveva ragione: dovevamo parlarci, finché ce ne era il modo.

“Ma tu ne sai qualcosa di questo campo?” Tergiversai. Sul treno Simone mi aveva detto di essere stato per un po' di tempo un buon fascista.

“Perché? Dici, dovrei saperlo perché ero un Balilla? Ma mi avevano solo riempito la testa di cazzate. Lo sai come funziona: ti sei fermato prima, ma non credere che per me sia cambiato qualcosa: sono solo aumentate le cazzate. Sapevo addestrare un pugno di ragazzi, mi avevano dato le competenze per farlo, ma i fascisti ci tenevano lì solo per quello; non contavamo nulla. Non sapevamo nulla quindi. Verso la fine ho sentito qualcosa dai miei superiori; i ghetti li avevamo visitati. Dei campi di lavoro avevo sentito parlare, mi facevano rabbrividire quei racconti, anche se all'epoca scaricavo la tensione pensando che ci sarebbero finiti solo rifiuti che se lo meritavano. Chiesi di come sfruttavano la feccia ebrea, e mi davano tanti dettagli; lavoro, lavoro... poi mazzate, torture, sì, poi lavoro, lavoro.... e torture, ancora...”

Al nostro fianco, Valerio ebbe uno spasmo: si contorse sulla pietra, poi tornò a poggiare la testa contro la parete, come per non farsene accorgere, ma la picchiò per l'agitazione, e sentimmo l'osso del suo cranio schioccare rumorosamente contro il muro umido. Guardai Simone negli occhi, come a dirgli, al tempo stesso, che lo capivo ma che doveva moderare il proprio linguaggio. Edulcorarlo, renderlo più ricevibile per la poca sopportazione che era rimasta ai nostri poveri corpi.

“Scusate se vi ho offesi. Non lo dico con cattiveria, sono solo uno che ha sempre parlato dicendo le cose chiaramente. Mi informai, dicevo, seppi di queste cose...” Continuò, “del lavoro, lavoro, lavoro, insomma...” disse affrettando le parole e sorridendo, come a volermi far capire bene il suo messaggio, “e alla fine, dopo tutto questo giro di cose, nel ghetto ci sono finito io.” Riprese il fiato. “Un ebreo di razza, mi dissero.”

Simone fece una pausa, io continuai a guardarlo, avaro di quelle sue così affascinanti informazioni; era una fonte affidabile, lì dentro, certo a suo modo macabro, ma era il suo modo di essere e per questo iniziai a stimarlo. Dopo tutto quello che aveva passato era stanco di indossare maschere. Credere in un'idea e poi esserne tradito; credersi il predatore e ritrovarsi preda. Davvero, lo capivo.

“Sì insomma, sono ebreo di origine... Io quasi me l'ero dimenticato, già quando hanno approvato le Leggi razziali; per me gli ebrei erano gli altri... non erano nemmeno ebrei, capite, ed è per questo che non dovete condannarmi. Quel termine per me era sinonimo di nemico, non mi fregava niente della loro razza. La vita è così difficile giù nei campi, oltre le Alpi; lo sapete anche meglio di me, e come tutti avevo una rabbia da sfogare. Per me era irresistibile, ecco tutto... Non ero ancora un uomo, capace di resistere a certi orrori. Cercavo un nemico, e il fascismo me lo ha dato. Ecco qui il tutto. Il fascismo me lo ha dato e me lo ha tolto, e io ho capito che il nemico stava solo qui, qui dentro.”

Egli non alzò la mano a indicarsi il petto, ma io capivo il senso, seguivo il suo ragionamento, molto prosaico.

“Avevo tutte quelle certezze... E di colpo, quando sono venuti a sapere delle mie origini, hanno messo anche su di me quell'etichetta: ebreo! Ed ecco che mi hanno spogliato di quelle certezze, mi hanno lasciato nudo. Da quel momento non ho più capito chi sono... Non lo so più..”

Quanto a me, fino al '38 avevo insegnato letteratura al Liceo, è utile rendervelo noto ai fini di questa mia cronaca. Questa volta non attesi a rispondere; ormai ero entrato nel vortice della discussione, e avevo delle sincere osservazioni da fare.

“Sei un uomo, Simone, come tutti. Un uomo con la sua storia, con i suoi errori e le sue conquiste. Non hai assolutamente nulla da capire: non devi collocarti da qualche parte, nel bene o nel male; è quella la cosa di cui devi spogliarti davvero: queste sciocche categorie. A quanto ho capito, correggimi se sbaglio, ora non hai più simpatia per il fascismo.”

“No, non ne ho più. Dimmi pure.” Pronunciò l'ultimo periodo con una certa riluttanza, come infastidito. Non amava più gli insegnanti, ne aveva avuti fin troppi; però, questa volta, dovette combattersi dentro: spingendomi a parlare, ammise implicitamente di voler capire e quindi di rispettarmi.

“Bene. Ti hanno spogliato, dici, ma vedila sotto un nuovo punto di vista: quando ti hanno tolto la camicia nera, non ti hanno in realtà denudato, ma finalmente liberato dalle tue catene. E' solo una la cosa di cui ti devi spogliarti, lo ripeto: liberati dal bisogno di essere un buono oppure un cattivo, perché è questo il vero fascismo. Quando lo avrai fatto, quando ti sarai liberato di questo, allora capirai chi sei realmente.”

“Belle parole, professore. Ma hai anche uno schemino da mostrarmi?” Era irritato, eppure continuava a voler sentire, desiderava capire.

“Su, dai, Simone, non voglio certo dannarti l'anima.” Dissi sorridendo. “Soltanto, fammi questo favore, se un po' mi sei amico: ascolta te stesso. E' il momento. Prendi questa disgrazia come un'occasione! Pensa a chi sei, e quando tutto questo sarà finito cerca di realizzare il tuo progetto. Il passato sono le tue radici, prendine i buoni insegnamenti e scarta i cattivi.”

“Buoni e cattivi? Ma non hai appena detto che non esistono?” Commentò, corrugando la fronte con quel suo sorrisetto beffardo ma amichevole.

“Ma allora sei tu che vuoi dannarmi, dai che hai capito.” Dissi.

Mi ero piegato verso di lui, indicandolo; finalmente avevo dimenticato dove eravamo: quale gioia! Quale bellezza, a ripensarvi.

“Ho capito, ma tu vuoi fare il professore e poi mi fai questi passi falsi! Che vergogna!” Rise e mi diede una lieve spinta. Io ricambiai, picchiando il palmo della mano contro la sua spalla virtuosa.

“Dì, questa situazione è davvero pessima, però, professore...” Continuò.

“Pessima per noi, buona per altri. E' questo il punto. Ognuno fa i suoi interessi, Simone.” Vidi il suo volto cambiare, farsi perplesso, ma continuai. “Certo, questa situazione è esemplare, perché poche volte nella storia è accaduto che un Buono per così pochi si tramutasse in un Male per così tanti. La logica suggerirebbe che questa situazione sia prossima ad aver fine, perché va contro le leggi fondamentali degli equilibri umani... Ma purtroppo non sembra così. A volte la storia gioca i suoi scherzi.”

Simone riaffiorò, dopo aver continuato a riflettere per alcuni secondi. “Buona per altri? Dici che questa situazione è buona, positiva, perfino bella, per qualcuno? Ma scusa, non sei un antifascista?”

“Ebreo ed antifascista, sì signore. Ma non perché io ritenga di essere dalla parte dei buoni, mentre gli altri dalla parte dei cattivi. Semplicemente perché il fascismo è Male per la mia etnia – è inutile che ti spieghi il perché, vista la situazione in cui siamo – e Male per la maggioranza del popolo italiano, tedesco ed europeo; ma no, non metterò mai in dubbio che invece, per altri, tutto questo sia un Bene; e avevano tutto il diritto di provare ad affermarlo, questo loro Bene! Ogni gruppo sociale – formatosi intorno alla condivisione di un ideale - ha un diritto, conferitogli dalla natura: quello di poter realizzare il proprio disegno; Simone, è la libertà. E devo anche concederglielo, seppur io non abbia in mano una sfera di cristallo: sembra proprio che questi bastardi abbiano avuto successo, realizzando il proprio disegno... Che un lampo li fulmini! Eravamo così tanti, ma non siamo riusciti a vedere che quel manipolo di fascisti ci portava il nostro Male! Sono stati furbi, hanno fatto appello ai nostri istinti più bassi, ai nostri simboli, alle nostre emozioni e tradizioni. E, furbi ancor di più, ci hanno fatto ingoiare per Bene questo nostro incommensurabile Male! Eppure ne avevano il diritto, come noi avremo sempre il diritto di cercare di affermare le cose a noi care.”

“Ma insomma, tutto questo Bene e questo Male, che vanno tutti due bene, alla fine... Oh, mannaggia! Scusa il gioco di parole.” Simone incespicò, e si mise a ridere; anche lui doveva essersi dimenticato delle circostanze. Sentii un brivido di gioia. Eccolo riprendere: “Ma tu, allora, a un fascista non gli spareresti, perché alla fine ha tutto il diritto di fare quello che fa?” Non era nervoso, ma aspettava con curiosità la mia risposta, come fossimo in un salone letterario.

“Beh, certo, io sono un intellettuale, così mi vedete voi, no? Io che ho letto così tanto, e so tante cose che voi non conoscete... Ma devo dirlo brutalmente? Se io avessi un fucile fra le mani, non ucciderei solo tutti i nazisti e i fascisti presenti qui a Dusnau, ma poi andrei a cercare nuove munizioni, e fatto questo andrei in giro per tutta la Germania e l'Italia, a stroncare quanti più fascisti possibile fino a quando un proiettile non arrivasse a fermare la mia marcia gloriosa.”

Simone tornò ad inarcare le sopracciglia, e destreggiandosi con le mani tutt'intorno, come stordito, iniziò a sogghignare:

“Oh, oh, oh, professore! Quando vuoi le cose le dici davvero bene! Ma sai che questo tuo Bene inizia a piacermi davvero tanto?” Continuò a biascicare, colpito dalle risa.

“E se il mio Bene vedesse anche te come un fascista da accoppare?” Non avevo più voglia di ridere, ma continuai a farlo, perché volevo creare nuove situazioni divertenti, e volevo fosse chiaro a Simone che non intendevo sul serio questa mia ultima frase.

“Credo che saprei difendermi: lì si entrerebbe in un altro campo di gioco, e il Bene di tutti e due sarebbe la propria sopravvivenza.” Tornò a bisbigliare Simone, laconico.

“Pensi che usciremo vivi da qui?” Dissi, cambiando discorso.

Era ormai chiaro. Stava scomparendo la nostra capacità di dimenticare; tre uomini nudi, una cella di pietra, e là fuori la piovra in espansione del Terzo Reich, con il suo lavoro capace di rendere liberi. Presto, forse, tutti gli uomini avrebbe cominciato a viverla, quella particolare libertà; l'incubo era tornato a fiorire intorno a noi, inscalfibile, perché realtà.

“Se escludiamo tutte le ipotesi fantasiose, come la fine della guerra o la possibilità di fuggire?” Sibilò, guardandomi, come già a sussurrarmi la sua risposta.

Non potei fare altro che annuire, aspettando la sua sentenza.

“No, non penso che ne usciremo. No. Moriremo qui.” E tornò a guardare la Luna.

“Perché ne sei così certo? Voglio capire...”

“Perché non è solo questione di lavoro disumano... Disumano, ecco: giusto, quello che intendo dire. Quelli lì non ci vedono come uomini. Ci odiano visceralmente. Sì, certo, ci sfruttano per non avere degli operai da pagare, ma... Non vogliono fermarsi a questo. Vogliono...”

Ancora ricordo: Simone strizzò gli occhi, poi tutto il volto, diventando irriconoscibile. Piegò il collo, e iniziò a sollevare il piede, e poi a ripicchiarlo per terra; e seguendo la stessa cadenza, poi, iniziò a massacrarsi la nuca contro il muro, fuori di sé dalla disperazione.

“Scarafaggi...” Sibilò. “Scarafaggi, scarafaggi...” Iniziò a gridare. “Scarafaggi!” Gridò e si prese a schiaffi.

Subito dopo piombò il silenzio. Fu interrotto, dopo interi minuti, dal susseguirsi di alcuni passi lontani. Stivali. Eccoli giunti, dunque, eccoli tornati per noi.

“Scarafaggi...” Non potrò mai dimenticare quella parola, non potrò mai dimenticare la voce tagliente di Simone, l'accento partenopeo, il suo dolore.

Quando i passi erano ormai giunti dietro le mura della cella, Valerio uscì dal suo sonno apparente, e voltò lentamente il capo. Sapevo che era stato ad ascoltarci, e non c'era nulla che potessi fare. Mi guardava, senza più vergogna. Piangeva, senza far rumore; anche il suo volto era irriconoscibile, scavato dalle lacrime. Cercava una speranza. Sognava che io lo stringessi e gli dicessi all'orecchio: “No, non ascoltare Simone. Noi ne usciremo vivi, ne ho le prove.” Ma non potevo farlo.

“Aufstehen!”



II


“Aufstehen!” Gridò il militare, schiudendo il nostro scrigno solitario. La luce entrò tagliente come un rasoio, accecandoci; anche il sole ci era nemico; non eravamo più sicuri. Eccoli giunti a portarci là fuori, fra i tentacoli della piovra.

L'uomo, in controluce, statuario. I raggi del sole penetravano da una grande finestra inscavata nel muro del corridoio. La guardia appariva ancora più minacciosa. Ci lanciò degli stracci; mentre ce li infilavamo alla bell'e meglio, giunse un suo servetto che gli consegnò degli zoccoli, e il nazista ce li gettò in faccia. Valerio continuava a piangere in silenzio, dibattendosi con i piedi sopra le pietre gelate. Indossate anche quelle scarpe massacrate, diverse l'una dall'altra, il militare ci fece segno di uscire e di unirci alla folla che dietro di lui scivolava nel reparto, come un fiume.

Quando riuscii ad inquadrare appieno la massa irregimentata nel corridoio, la prima cosa a cui prestai attenzione fu il netto contrasto fra la moltitudine di uomini vestiti di stracci e i pochi militari che gli facevano da guardia. Guardai poi quei volti scavati, così simili ai nostri, come fossimo tutti la stessa cosa. “Cosa.” E i nazisti? Una cosa a parte, un altro oggetto. Questo mi confortava. Là dentro non si aveva a che fare con il dilemma umano, anzi esso ne era completamente escluso; molti meno tormenti per la coscienza, dunque.

Irregimentati anche noi nella folla, la seguimmo passivamente, scortati dal nostro sadico padrone. Era un uomo anziano, è tutto quel che ricordo. Non avevo il coraggio di voltarmi a guardarlo una seconda volta. Continuammo a camminare, senza scambiarci alcuna parola; in effetti era come se strisciassimo, come centinaia di vermi che si muovono in silenzio. Tutto questo era ideale per le diverse gerarchie dei guardiani, i quali potevano chiamarsi tranquillamente da un capo all'altro del corridoio, senza temere di non sentirsi a vicenda. Mano a mano che avanzavamo la luce cominciò ad avvolgerci, aumentando fino al momento in cui ne fummo circondati completamente, quando ci scoprimmo, come per magia, nel bel mezzo di un cortile.

Le guardie ci fecero allineare; una lunghissima fila composta pressappoco da duecento uomini vestiti del medesimo straccio. Un altro uomo, stritolato dalla sua divisa nera, (certamente una delle figure più potenti del campo,) iniziò a darci il suo benvenuto, girovagandoci davanti su e giù per lo sterrato. Ci osservava e parlava, senza che io capissi una parola. Iniziò ad indicare le quattro strutture alle sue spalle, basse capanne che sarebbero poi diventate le nostre nuove case. Ci guardava e poi tornava ad indicarle: evidentemente stava spiegando qualche cosa di molto importante. Improvvisamente, percepii una scossa di tensione che agitò tutta la fila; abbandonai i miei pensieri e tornai a scrutare il nazista, il quale, effettivamente, aveva assunto un'aria macabra e ora iniziava ad allontanarsi dallo spiazzo.

Valerio mi strinse la mano. Guardai alla mia destra verso Simone, e fu lì che mi disse:

“Mauro, prega come non hai mai fatto fin'ora nella tua vita.” E guardò lontano.

Seguii il suo sguardo, sentendomi venir meno, e vidi quattro torrette di guardia; nella loro pancia quattro fucili, poi quattro uomini, o ciò che erano, i quali si erano chinati a puntarci.

Uno, due, tre e quattro spari. Valerio singhiozzava e al suo fianco c'era ora uno spazio vuoto; cadde ai nostri piedi uno sconosciuto agonizzante, fuoriuscito dai propri stracci. La pozza di sangue andava allargandosi, e vidi che lungo la fila altri tre uomini erano caduti, a una distanza regolare l'uno dall'altro, chi già morto e chi ancora tremante.

“No. Non ti chinare. E' spacciato.” Mi sussurrò Simone, senza muovere le labbra.

“Cosa dobbiamo fare?” Stavo per chiedere, ma non feci in tempo.

“Laufen!” Gridò una voce alle nostre spalle, e tutti iniziammo a correre.

Seguii repentinamente Simone, il quale correva a più non posso verso una delle capanne. Da tutte le direzioni iniziarono a provenire degli spari.

“Corri, corri più che puoi!” Mi gridò Simone, accorgendosi che stavo perdendo terreno.

Diedi il massimo con il mio fragile corpo da insegnante; mi voltai alle spalle, e nel cumulo di disperati che correvano non riuscii più a vedere Valerio. Non mi ero ancora voltato verso la capanna, che inciampai sulle spalle di un uomo che era stato colpito. Mentre mi rialzavo, spingendo sul polso che mi si era rotto, pensai che fosse giunto il mio turno; vogliono scremarci, intuii: “è finita, sono fra i perdenti.” Ripresi a correre, Simone era ormai un puntino lontano. L'angoscia mi stringeva con le sue fauci gigantesche; la capanna si faceva grande: era sempre più vicino quel buco buio che mi avrebbe dato salvezza, almeno per un po' di tempo; i colpi continuavano a uccidere, mi strisciavano intorno, e la macelleria continuava, ma ecco, eccomi al buio, insieme ai miei compagni. Eravamo salvi. Mi gettai fra le braccia di Simone, e non saprò mai se egli stesso fosse intento a fare la stessa cosa o se l'abbia colto di sorpresa. Anche in quell'istante tornai a picchiare il corpo, ma non mi importava d'essermi fatto ancora più male. Ero con il mio amico; sì, l'avrei gridato: quell'uomo era insieme a me in quell'avventura, e se qualcosa fosse giunto a separarci, allora, a partire da quel momento così simbolico, avrebbe preso vita un grande dramma degno di un romanzo epico.

Ci abbracciammo per alcuni istanti, persi nella penombra, mentre calava il silenzio tutt'intorno. Poi, a un tratto Simone mi respinse; lo guardai negli occhi, e all'istante capii: non si è mai davvero salvi fra le mura di Dusnau, un nuovo aguzzino è già pronto a infilarti un proiettile nella nuca. Ci distanziammo tutti, fra noi trentacinque o quaranta entrati in quel tugurio. Ci guardavamo, cercando i nostri amici o coloro che fino a quel momento ci avevano salvato la pelle. Anche io e Simone cercavamo, ma Valerio nessuna traccia. O in un'altra capanna, o lì nel cortile, a marcire alla luce del sole.

Fu proprio dal cortile che si allungò un'ombra, mentre ancora riprendevamo il fiato. Fece ingresso una guardia mingherlina, capace a malapena di riempire la divisa, con i folti capelli unti e con l'ampia fronte scoperta, e dagli occhi inscavati di fianco a un lungo naso aquilino. Non un uomo di cui temere, dunque, ma quel costume che indossava... Beh, al di là questo: ci guardò in silenzio, flemmatico, studiandoci con serenità. Né odio né simpatia, semplice indifferenza, come quella di un comune burocrate.

“Wer sind die Deutschen Juden?” Chiese l'uomo, con voce grave.

Molti alzarono timidamente la mano; Simone, che masticava un po' di tedesco, non si mosse, e io lo imitai.

“Polscy Żydzi?” Chiese ancora, cambiando accento. Doveva essere un poliglotta.

Un gruppetto di persone alzò a sua volta la mano, questa volta con più vigore, non avendo visto cattive conseguenze per coloro che li avevano preceduti.

“Gut, gut...” Fece fra sé l'uomo, stropicciando delle carte piene di dati.

“Ed Ebrei Italiani?” Chiese infine.

Sul momento non accennai ad alcun gesto, neppure mi accorsi della lingua parlata dalla guardia; Simone alzò il braccio e io, come un camaleonte, seguii la sua azione.

“Gut, gut... Solo due italiani. Il Duce sta facendo un buon lavoro, laggiù da voi?” Prese a ridacchiare il tedesco con quella sua strana maschera da burocrate compiaciuto. “Non avete voglia di scherzare, no?” Continuò con il suo accento legnoso, esprimendosi con la tipica ironia di tutti i tedeschi che avevamo incrociato fino a quel momento.

Avrei dovuto guardare Simone, prima di scuotere vistosamente la testa; rispondendo credevo di portare rispetto alla guardia, invece mi buscai un pugno allo stomaco.

“Se io voglio scherzare, anche voi volete.” Commentò l'uomo tornando alla serietà, là dietro il suo naso generoso e sotto l'olio nei capelli come sporchi di grasso.

La guardia riprese a parlare in tedesco per un paio di minuti, poi ci lasciò soli, chiudendoci dentro la struttura. “Arbeit Macht Frei.” Arbeit macht frei mi risuonava nella testa, dentro quella piccola testa da letterato molto sfortunato. Il lavoro che rende liberi era cominciato.



III


Perché i binari non vengono trasportati con un carro, attaccandolo a una macchina o a una bestia da soma? La nostra schiena prese il loro solco. Sempre più magra e sempre più informe. Non è metafora, cari lettori: furono a centinaia le sezioni di ferrovia che dovemmo trasportare, dal deposito fino al centro del campo, per permettere ai convogli di trasportare il carbone estratto in miniera, a due chilometri abbondanti dalle recinzioni. E quando la ferrovia fu completata, già in tanti erano caduti; e quando iniziammo a scendere nella miniera, molti, ogni giorno, vi rimasero per sempre. Io e Simone, saltuariamente, continuavamo a lavorare insieme, quando le alte gerarchie ce ne davano il modo. All'avvicendarsi dei mesi, scoprii che era diventato amorfo, come tutti noi: si era fatto piccolo, fino a raggiungerci. Io ero rimasto la stessa pietruzza, come se il supplizio mi penetrasse a fondo senza riuscire a scovarmi il nascondiglio del cuore; forse, il poco pane decente commerciato al mercato nero, deglutito con la gola secca e reso ancor più rancido dal pessimo tabacco che entrava di nascosto nel campo, era di quel potentissimo veleno che è capace di rendere immune chi lo inizi ad assumere ogni giorno. E lì, a Dusnau, non erano i giorni la vera gabbia, ma i secondi, spessissimi muri impossibili da scavalcare.

Ai fini della nostra cronaca, sarebbe utile andare a certi terribili segreti e all'inverno del '44, ma io intendo ricordare Valerio, la nostra ultima e disgraziata ruota del carro; parlare della sua magra fine, per rendergli onore, senza nascondere nulla del tempo che abbiamo condiviso. Lo vidi ben presto, dopo aver preso “alloggio” nella capanna insieme a Simone; che fortuna, pensai, non era rimasto ad agonizzare sul selciato: ma povero Valerio! L'unico italiano nella terza capanna, circondato da tedeschi, polacchi e israeliti; quale vortice di alfabeti! Com'è buffo e crudele, talvolta, il destino. A Pisa, nella sua città, non faceva altro che aiutare il padre nel panificio; cosa poteva mai saperne Valerio di fascismo, nazismo o addirittura di vivere in un campo circondato da polacchi e da tedeschi, questi ultimi da suddividere in tedeschi Buoni e tedeschi Cattivi, secondo il suo semplice punto di vista; anche lui avrebbe voluto insegnare, il “piccolo Valerio”, anche il panificio del padre era qualcosa di troppo grande. Fu trasportando i binari che potei ricucire con lui un po' di quel dialogo che si era sviluppato sul treno; nei fugaci momenti d'incontro, all'aria aperta, i suoi occhi riprendevano a splendere, e mi raccontava in un unico fiato tutti i suoi pensieri e tutte le sue speranze; quando poi doveva allontanarsi, allora i suoi occhi tornavano a spegnersi, e lui sembrava come chiudersi dentro una piccolissima scatola, doveva difendersi... difendersi da tutto il resto; eppure dentro quella scatola rimaneva incagliata la luce, e questo mi permetteva di assaporare un po' della sua speranza.

Finii due volte in infermeria, tutte e due le volte proprio per colpa sua, il “piccolo”. E sempre per colpa di quei dannati binari. La prima volta era ancora estate, la nostra prima da “uomini liberi”: Valerio trasportava sulle spalle uno dei segmenti d'acciaio, e di tanto in tanto gli capitava di scivolare fuori dagli zoccoli e di precipitarmi addosso. A furia di traballare dentro quelle scarpe logore e fuori misura, perse definitivamente l'equilibrio, e scivolando di sbieco mi perforò la spalla con uno spigolo di ferro; cadendo, picchiò i denti più o meno sullo stesso punto della rotaia. Ecco qui il più bel ricordo di Valerio: quella scarsa settimana di riposo, un vero e proprio lusso per noi, dov'egli mi raccontò di Pisa e della sua famiglia. E tutto con quegli occhi pieni di vita! Quale profonda bellezza; giorno dopo giorno egli tornò uomo, fino al momento di tornare là fuori, a logorarsi i piedi per colpa di quelle luride scarpe piene di sudore. Ecco una cosa che non ho mai capito del lager: ci ammazzavano anche senza conoscerci, come fossimo animali, e ci facevano ammazzare soprattutto per il freddo e per colpa di quelle maledette scarpe - gli sarebbe costata un'inezia permetterci almeno di provarle, per scegliere quelle più comode; io non ho studiato che un po' di ragioneria, ma quanto margine di profitto hanno perso trattandoci così? Era davvero ignoranza, o ancora peggio una volontaria scelta di non fare soltanto il proprio Bene, ma di farlo assicurandosi l'altrui Male, il nostro, anche al prezzo di sacrificare il vantaggio economico sul nemico? Questo non potrò mai saperlo.

Tornammo a costruire la ferrovia, e quand'era quasi finita era già autunno inoltrato. Erano iniziate le grandi piogge. Il sole era ormai basso, giunto il tardo pomeriggio, e cominciava a gonfiarsi un gran vento freddo, denso. Io e Valerio, ancora come due stupidi, lavoravamo in fila indiana, biascicando qualche parola nei già citati “fugaci momenti d'incontro” all'aria aperta. Camminavamo nel fango, a rilento, espellendo a ogni passo un po' del fango accumulatosi negli zoccoli. Credevo di essere giunto al limite, dopo decine degli stessi percorsi fatti su e giù dal deposito alla miniera; ero talmente stanco che nel crepuscolo andavo a dimenticarmi anche della presenza di Valerio, rifugiandomi nei miei soliti pensieri. Entrambi, in effetti, pensavamo, ma scissi. La disgrazia del Novecento.

A un certo punto, lo vidi chiaramente cadere giù, al limitare del mio campo visivo. Non cadde, anzi; sprofondò, come una casa che crolla. Mi voltai, e lo vidi a terra, schiacciato dal binario che portava sulla groppa; accorse una guardia, mentre già lo stavo aiutando a rialzarsi, e gridando mi spintonò per farmi fare più in fretta. Riuscii a dare una veloce sistemata ai capelli di Valerio, perfettamente pettinati grazie al fango in cui aveva appena fatto un bagno – “un bagno,” Dio, da quanto non sentivamo dell'acqua calda scorrere sul corpo... - e prima di tornare a soffrire mi arrischiai a lanciargli un sorriso, sotto il viso severo della guardia; speravo di accendere il suo sguardo, fino a rivedere la luce limpida che a volte animava i suoi occhi. Non ci fu nulla da fare; Valerio era spento, stremato, e guardava i propri zoccoli pieni di fango, forse misto a del sangue, vergognandosi per ciò che era appena accaduto. Riprendemmo il lavoro, cercando di sbrigarci per rientrare al più presto. Tornammo a prendere l'ultimo carico di binari, ma la briga fu del tutto inutile; pochi passi, e Valerio tornò a precipitare nel fango; lo aiutai a scansare l'acciaio dalla propria schiena, ma egli, disperato, mi gridò di lasciarlo in pace. Si alzò a fatica, senza ritrovare uno zoccolo ormai sepolto nel fango, e così abbandonò sul posto anche l'altro. Riprendemmo a camminare; vedevo Valerio senza più vita, affondare e poi riemergere dal fango, senza forze. Tempo un minuto e cadde seppellito con il volto nella terra; e con l'acciaio dietro la nuca, a catturarne il volto. Feci istintivamente per avvicinarmi, ma lo stivale della guardia picchiò sulla nuca di Valerio, e il fango ne inghiottì anche i capelli.

“Correre al lavoro, italiano.” Mi disse l'uomo, coi suoi occhietti che luccicavano nel buio.

Non potetti resistere. Con le poche forze che mi rimanevano, iniziai a gridare:

“Lascialo stare! Togli quel piede!” Dissi, con gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia, ma vedevo che quel criminale non accennava a smuoversi.

Gli misi le mani al petto, dandogli una spinta. Mi stupii della forza che scaricai in quell'azione, riuscendo a scostarlo dal corpo di Valerio. Un animale era rimasto nella grotta, dentro di me, da molto prima dell'Arbeit Machet Frei, e nulla l'avrebbe mai ucciso; se tutti lo lasciassimo uscire, questa belva, come sarebbe facile liberarsi da ogni padrone, pensai.

La guardia gridò qualcosa in tedesco, poi iniziò a muoversi in una compulsione di movimenti, quasi indecifrabili, finalizzati al colpirmi in testa con il manganello che portava alla cinta. Caddi a terra svenuto, ma per Valerio non era finita. Quella notte l'avrei rivisto.

Mi svegliai nell'infermeria – eccola, la seconda volta! - che stavano proprio terminando di darmi l'ultima occhiata. Avevano anche usato uno di quegli strumenti per misurare la dimensione del cranio, una di quelle loro stupide aberrazioni ideologiche, impossibili da decifrare. Intorno a me c'erano altre persone sotto cura; quanto ai dottori, avevano il solito sguardo distaccato, cercando di tenersi lontani dalla tragedia umana dei loro pazienti, come fanno sempre, sia quando salvano che quando uccidono. Passò poco, e il mio aguzzino entrò nella stanza, proprio lui, quello che mi aveva fatto finire lì con un bel paio di denti rotti.

“Italiano, perché oggi tu non hai fatto come dicevo?” Biascicò beffardo.

Normopeso, di media altezza, né bello né brutto, con un cospicuo naso a patata, senza barba e dai capelli pettinati seguendo l'ispirazione del suo Führer; eccolo tutto qui, il mio aguzzino, lui e quella dannata divisa.

“Perché lui era un mio amico.” Dissi laconico, aspettandomi la peggio.

“Lui è! Lui è tuo amico, dovere dire...” Risposte, cercando di sorridermi in maniera bonaria.

“Davvero non lo avete ucciso? Perché? Non può più lavorare.”

“Oh sì. Lui può lavorare: specialmente questa notte! Questa è una grande notte, tu non sa?” Continuò, giocherellando con l'orologio che portava nel taschino.

Lo guardai in silenzio, cercando di mostrarmi stupito, ma con tutto il rispetto del caso. Qualcosa covava dietro quel visuccio da porco deperito, ma iniziavo a pensare che potesse esserci una speranza di sopravvivere. Il nazista iniziò a guardarsi intorno, senza fretta, lanciando occhiate agli altri malati. Per ingannare l'attesa, come se stesse aspettando parole importanti di un altro tedesco e non di un ebreo, prese un sigaro e iniziò a fumarlo con gusto.

“Va bene, italienisch. Mi piace stare qui, fumare il mio bel sigaro, comprendi? E' rilassante. Ma ora è venuto tardi. Metti i tuoi zoccoli e vieni con me.”

Con gli stracci ancora sporchi di fango, calzai quei residuati plantari e mi misi al suo fianco. Egli si distanziò, orientandosi dietro le mie spalle, e ordinandomi di seguire le sue indicazioni. Uscimmo al gelo della notte; la pioggia aveva ripreso a scendere, gonfiata dal vento. Vidi l'acqua scorrere copiosa fin dentro le quattro capanne, al lato opposto del cortile. Continuai a camminare lento, esaudendo gli ordini del mio aguzzino, poi finalmente capii di essere diretto alle celle speciali, quelle dove venivano rinchiusi i sospettati di cospirazione, i presunti criminali politici, coloro che avevano bisogno di una sana strigliata da parte degli Übermensch .

Più che una prigione sembrava un rudere come tutto il resto del campo di lavoro; il corridoio centrale non era pavimentato, ma cosparso di fango; due lunghe celle erano state erette a fianco di questa navata, con dei semplici pezzi di cemento da cui spuntavano le sbarre d'acciaio. Tutto sembrava tenersi su come per miracolo. Il soffitto, in alto, era un insieme di travi scoperte senza alcun tetto, da cui gocciolava la pioggia e si vedeva il cielo. Ai miei fianchi, dietro l'intera lunghezza delle sbarre stavano soltanto poche decine di persone, senza stracci. Sembravano cadaveri riportati in vita, lasciati nudi per disprezzo. All'interno delle due grandi celle erano state cucite delle spartane reti di corda, le quali separavano lo spazio in un pugno di diversi settori; dei prigionieri agguerriti avrebbero spezzato quelle corde in un batter d'occhi, unendosi per la rivolta, ma chi aveva progettato tutto questo sapeva che non sarebbe mai accaduto; li avevano spenti, senza dimenticarsi di strappare l'anima anche all'ultimo dei disgraziati.

Iniziai a camminare lungo il corridoio bagnato, affondando nel fango, capendolo essere probabilmente misto anche a degli escrementi dei detenuti; mi guardavo intorno, oltre le sbarre, e vedevo questi uomini soli, di cui nessuno aggregato agli altri. Alcuni dormivano rannicchiati in un angolo; il fango li abbracciava, sembrava mangiarseli lentamente: immagino cosa pensassero i nazisti: quegli ebrei non stavano sprofondando nel fango, ma avevano volutamente scavato da sé una piccola fossa, come fanno i cani nei giorni più freddi. Anche io, vedendoli ridotti a carcasse, non riuscivo a trovarla un'idea folle. Alcuni di loro erano svegli, e stavano in piedi come spaventapasseri, immobili ma tremanti, scrutando il nostro lento camminare. No, non c'era speranza che quel rudere sarebbe crollato. Giungemmo in fondo al corridoio, e la guardia mi ordinò di scansarmi. Prese delle chiavi e schiuse l'ultimo cancelletto, poi mi strappò la tunica e mi lanciò nell'immensa cella rettangolare.

“Questa è una grande notte, io ti ho fatto promessa.” Gridò, come ubriaco, e se ne andò contento. Mi guardai intorno: uno di quegli spaventapasseri mi guardava, ma sembrava come senza occhi, e oltre a lui, nel buio, un altro dormiva, con il fango come coperta, le gambe divaricate e la lingua allungata sul terreno. Mi accorsi di lui solo per l'intensità del suo russare; doveva avere un enfisema, non gli restava molto da soffrire. Non feci in tempo a guardare più in là, che sentii delle grida oltre le sbarre, nel corridoio di quella nostra latrina. Era l'aguzzino, che bestemmiava non so cosa contro un prigioniero. Il ragazzo, vidi, aveva preso a supplicare, mettendosi in ginocchio; il nazista rispondeva, furioso, e il giovane supplicava ancora più forte.

“Italienisch! Tu guarda, ja? Questo Juden non ha saputo portare rispetto al suo padrone!”

L'uomo prese la pistola e sparò al disgraziato.

“Ora questo ve lo tenete qui! Mangiate se volete!” Urlò, cercando disperatamente di farsi sentire dal qui presente “Italienisch”.

“Ah! Ah!” rideva rauco, e si rimise in marcia baldanzoso, lasciandoci soli.

Minuti dopo mi accorsi di essere diventato anch'io uno spaventapasseri, in piedi, nudo, a guardare il vuoto come tutti gli altri uomini morti che non riuscivano a prender sonno.

La pioggia cadeva copiosa, e il corridoio, dal soffitto quasi completamente smantellato, era ormai un acquitrino. Un'automobile è cosa inusuale in campo di lavoro, e sentendone l'abbaio mi destai dal quel mio coma durato chissà quante ore. Mi avvicinai alle sbarre, e vidi i fanali illuminare chiaramente l'ingresso della prigione. Per il campo ci fu una certa cagnara, alcune strane corse, con il loro “Ciaff Ciaff” oltre la pioggia, poi delle guardie armeggiarono intorno all'auto, si sentivano snocciolare delle parole in diverse lingue. Qualcuno stava dando istruzioni.

Non dimenticherò mai ciò che accadde. Uno alla volta, fecero ingresso una ventina di prigionieri, anche loro completamente nudi. Tremavano ancor più di noi, graffiati dal vento. Fra di loro c'era anche Valerio, irriconoscibile e ingobbito, come se gli avessero strappato i muscoli dal corpo. Fece ingresso un uomo cinto da un lungo impermeabile nero, con in testa un cappello da ufficiale, e l'unica cosa che fece fu guardare quei prigionieri e poi allungare il braccio a indicare il terreno, lontano, fino in fondo al corridoio. Il primo dei disgraziati si separò dal gruppo e si sdraiò a terra, con il volto contro il fango. Il nazista gli diede un calcio alle braccia, ordinandogli di tenerle più vicine al corpo. Poi un altro prigioniero si allontanò poco di più dagli altri, sdraiandosi allo stesso modo. Poi un altro, e un altro ancora, infine tutti, fino a quando l'ultimo prigioniero si sdraiò davanti alla mia cella, con gli occhi spaventati, dinanzi alle pupille solo il nero del fango. Valerio era lontano da me, sdraiato in qualche punto lontano, all'incirca al centro del corridoio. Mi guardai intorno, e mi accorsi di essere l'unico ad essersi ripreso da quello strano coma; gli altri ancora svegli stavano immobili, fermi al loro posto, guardavano il vuoto e tremavano soltanto, ma di un tremolio flebile, come autoindotto. “Ma dov'è la vostra bara? Io non ve la vedo intorno,” pensavo. “Perché vi siete già seppelliti?”

Il gerarca uscì dal corridoio.

“Tlank.” Qualcuno aveva aperto lo sportello dell'automobile.

Si udirono dei passi lenti, in un generale silenzio. Vidi una figura stagliarsi in controluce all'ingresso del corridoio; era anch'egli coperto da un impermeabile, con un simile cappello a visiera, ma con qualcosa, su quel volto, di inconfondibile. No, non poteva essere lui, mi dicevo... Ma quei baffi. Quei piccoli, sporchi baffetti. Era lui! Ecco il Führer.

Al suo fianco fece ritorno il gerarca di poc'anzi, ed eccolo porgere anche ad Hitler lo stesso gesto: il braccio allungato, ma non più ad indicare il suolo, ma ad indicare la strada composta da tutti quegli Juden; l'uomo retrasse il braccio, e fece un inchino. Il Führer iniziò ad avanzare, poggiando con cautela gli stivali sopra le schiene dei prigionieri, attento a non inciampare e a non sporcarsi quelle bellissime calzature appena lucidate. La prima vittima iniziò a mugolare, ne sentii i biascichi contro il fango, ma quando Hitler passò con il piede sopra al secondo, si sentì alle sue spalle un colpo di pistola e il lamento ebbe fine. L'infernale meccanismo era stato innescato; continuò, mietendo sempre nuove vittime. Il gerarca seguiva il Führer con la pistola alla mano, e a ogni passo di Hitler sopra una nuova mattonella organica ecco scoccare un proiettile alla nuca dello Juden appena calpestato.

Il dittatore si guardava intorno, in silenzio. Dopo aver messo i propri stivali sulla schiena di quattro prigionieri, ora tutti stecchiti, trovò finalmente il corpo di uno leggermente più robusto, ed ebbe lo spazio necessario a girare i tacchi per guardare con più attenzione dentro le celle. Si mise a guardare noi, noi stupidi spaventapasseri, e ci donò un sorriso. Quanto gli piacevamo, ridotti così, come dei cagnolini. Sognai di urlargli qualcosa, di spezzare il silenzio dal fondo del corridoio, ma sapevo che la fine sarebbe arrivata in un istante, ed io ero ancora così attaccato a quella vita, per quanto me la stessero sporcando, per quanto la stessero imprimendo di un orrore impossibile da cancellare.

Terminata l'esplorazione panoramica, il Führer calpestò accuratamente la nuca del prigioniero che lo aveva ospitato sulla propria schiena, come a ringraziarlo, poi passò a quello successivo, Il suo servetto sparò al disgraziato. Cinto fra quei bagliori di pistola sempre più vicini, giaceva sdraiato anche Valerio. Non riuscivo più a capire dove si trovasse; non riuscii a capire con precisione quando fu calpestato e poi abbattuto; ricordavo soltanto, approssimativamente, l'area del corridoio dove era stato mandato, e quando Hitler giunse a quell'altezza allora chiusi gli occhi, col cuore in gola, e pregai per il mio amico... Sapete, è così difficile pregare per la salvezza di un'anima quando si ha le orecchie piene delle grida di un mattatoio.

Sempre più vero, Hitler avanzò fino alla mia cella. Ora, sotto i suoi piedi, più di tutti piangeva disperato l'ultimo Juden, come portasse dentro di sé il frutto del terrore provato da tutti gli altri. Lo avevo davanti agli occhi.

Adolf Hitler iniziò a guardarmi. Mi scrutò, e non sorrideva. Io tremavo, tremavo all'impazzata, me ne vergogno a dirlo; ne sostenevo lo sguardo, come a sfidarlo, ma non potrei giurare di non essermi urinato addosso per il terrore. Tornò a scrutarmi da capo a piedi, ed era ancora più serio.

“Wilhelm.” Sussurrò, con la sua voce roca, - la stessa della radio, - senza togliermi gli occhi di dosso.

Il servetto gli si avvicinò, piazzando lo stivale sulla testa del prigioniero, facendolo tacere una volta per tutte.

“Diese.” Gli disse Hitler, continuando a guardarmi.

“Diese” voleva dire “Questo,” l'avevo imparato nei mesi trascorsi. Il Führer distolse lo sguardo e prese ad allontanarsi lungo la sua strada intarsiata di cadaveri. Fu finalmente lontano ma io continuavo a tremare, ancor più di prima ero corroso dal terrore.

Il gerarca alzò lo stivale dalla testa del prigioniero. Era ancora vivo; sputò il suo boccone di fango e riprese a piangere, ma ora sommessamente, senza più gridare, come a supplicare la fine. Il nazista prese a percuoterne lo stomaco con lo stivale appuntito, fino a ribaltare il disgraziato; iniziò a calpestarne il naso, la bocca, le orecchie, senza pietà; picchiando come una macchina a vapore, un groviglio di pistoni, il nazista cercò poi di stroncare il prigioniero incrinandogli il cranio con la suola dello stivale, ma il fango accoglieva sempre più a fondo la testa del poveretto, protraendone l'agonia. Invasato, quel criminale si chinò a strozzarlo, ridendo come un matto. Quand'ebbe finito, si alzò a guardarmi.

“Du hast glück, schmutziger Jude.” Mi disse, sistemandosi i capelli e ancora ansimante.

Sei fortunato, sporco Ebreo.

Hitler era già uscito dal corridoio, scomparso nella macchina, e in breve tempo anche il suo servetto lo raggiunse, dopo aver sputato qua e là sui cadaveri. Usciti entrambi, ci fu l'ennesimo scambio di istruzioni, poi un manipolo di soldati entrò sparando all'impazzata, uccidendo in una frazione di secondi tutti quegli uomini. Tutti, tranne me; tutti, tranne “Diese,” Quello, quel piccolo oggetto che capì, nel volgere di pochi istanti, di essere stato salvato, almeno per il momento. Cercai un qualche appiglio; mi guardai intorno, ai corpi che donavano il proprio sangue al fango. Mi rannicchiai e scoppiai a piangere. Mi allungai poi sul terreno, fino a sdraiarmi come i cadaveri del corridoio, e iniziai a pregare, pregai seguendo le recite di mia madre e di mia nonna, come non facevo più da anni. Iniziai a strisciare, fino a raggiungere il cadavere di Valerio oltre le sbarre, allungai le mie ossa rumorose, ma non riuscii a sfiorare le dita della sua mano. Rimasi lì, a piangere con il volto raccolto fra le braccia, ricordando tutti i giorni passati in compagnia di quel mio amico, così lontani dalla nostra casa.


​​​​​​​(continua...)


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