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Una storia di MirianaKuntz

La stella del tavolo dieci

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9 minuti

Pubblicato il 28 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #perso #solitudine #coppie

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Il tavolo è uno di quelli piccoli, dove si sta seduti giusto in due, quelli che non ammettono ospiti, uno di quelli che non ti lascia invitare gli amici. E’ un tavolo romantico, nemmeno posto ad angolo, nemmeno con uno spazietto nei lati per una sedia incastrata. Solo due sedie, un piccolo tavolo dalle gambe sottili ed eleganti, una superficie squadrata, coperta da un’elegantissima tovaglia bianco latte. Le sedie nere intagliate non reggono nemmeno i cappotti o le borse. La candela grossa alla base è adagiata in un letto di vetro che assomiglia ad un bicchiere dalla bocca più larga, ma non è un bicchiere. I sottopiatti hanno il bordo di un oro raffinato, che non sembra nemmeno finto, o dipinto. I bicchieri di vetro sono puliti e inodore, non hanno le chiazze antiestetiche di un lavaggio veloce, le posate sono come distese su fazzoletti ricamati. Il centro tavola è posto poco più in là, non si guadagna il centro, è un affresco di fiori variopinti che rende il grigio raffinato del tavolo, di una tonalità più vivace. Muriel si era seduta al tavolo con molta discrezione, aveva negli occhi la paura di chi sta compiendo un incontro clandestino, o un importante meeting di lavoro ma a lume di candela. Aveva lasciato il cappotto nell’armadio della sala principale, i suoi bottoni di ottone sotto la luce del grande lampadario di cristallo, avevano rimandato indietro uno strano luccichio prezioso, simile ad una gemma. Il suo vestito era sobrio, un tubino nero ricamato giusto un po’ sulle spalle, i tacchi alti erano di una giusta misura, quel tanto da non fare baccano entrando in una sala gremita di gente. Si era aggiustata il vestito sulla parte delle cosce almeno tre volte, tirandolo un po’ giù, e poi si era seduta. Aveva l’attesa nelle mani, come quando si aspetta il treno, il taxi o un innamorato. Si toccava freneticamente i capelli, spostandoli dalle spalle, sistemandoli sulle scapole quasi a volersene disfare. Era bella, ma di una bellezza che non ti fa girare per strada, una bellezza che non noti in un sedere sodo, o in un profumo troppo intenso. La ragazza aveva una bellezza specifica, che si pesa e si aggiusta nel kilo. Una bellezza che se ti raggiunge il cuore, non puoi più diluirla in nessun’altra esperienza. Questo gli altri lo sapevano, ed è per questo che a quella cena lei era da sola. Muriel non aspettava nessuno, e si era capito dal fatto che dopo circa venti minuti di vestito, cosce, menù letto e riletto, aveva poi deciso di ordinare. Io sono solo un cameriere, di persone ne vedo tante ogni giorno, e tante si beccano i piatti che porto dalla cucina alla sala. Le persone sono strane e belle al tempo stesso. Qualcuna è come un libro che già conosci, e qualcun’altra è di una specie che non hai nemmeno mai immaginato. Muriel veniva spesso al ristorante in compagnia di un uomo, tante volte ho ascoltato la sua voce dolce, ho visto la sua bocca perfetta adagiarsi ai bicchieri che poi dovevo lavare, spesso mi sono avvicinato al suo tavolo quando parlava delle stelle o del destino. Muriel per me, era la ragazza delle stelle, perché ogni volta che per mia fortuna dovevo gestire le sue ordinazioni, la sentivo parlare delle stelle e dell’universo. La cosa mi piaceva molto, la rendeva una extra-terrestre che mi piaceva incontrare. A volte ne sono stato un po' geloso, pensavo che quell’uomo fosse molto fortunato ad essere in sua compagnia, ma la mia era una gelosia da -telespettatore- si potrebbe dire, un po’ quella mania di innamorarti di un personaggio televisivo che non saprà mai della tua esistenza. Muriel e quell’uomo per me erano uno svago appassionante. Ho potuto imparare dalle sue ordinazioni che lo zodiaco la affascina parecchio, che ha finito gli studi non per sua scelta, che piange davanti a tutti i film romantici, e che ogni volta che si sente male o triste riempie la sua agenda di cose che preferisce non rileggere mai più. Ho anche imparato che il suo piatto preferito è quello fuori dal menu gourmet, carne con contorno di patate. Un piatto semplice, si potrebbe dire uno dei più economici del ristorante. L’uomo in sua compagnia invece, ha sempre ordinato un’accozzaglia di cose che poi sprecava del tutto, annaffiando la sua fame in una bottiglia di Barolo del 2007. Sapevo che quell’uomo le avrebbe fatto del male, lo leggevo nei suoi modi egocentrici di fare, di come pagava il conto quasi pavoneggiandosi dei soldi che possiede, di come non aspettava che Muriel si rivestisse per tirare fuori le chiavi della sua auto di alta classe. La cosa che mi rassicurava però, era come Muriel ridesse in sua compagnia. Aveva un sorriso genuino in quei momenti, come la carne semplice che mi chiedeva col suo tono interrogativo e tenero. Le ordinazioni che preferivo erano quelle del tavolo dieci, sempre lo stesso, da almeno tre anni. Eppure dopo un po’ di tempo, quella sera, la ragazza delle stelle era seduta al tavolo dieci da sola. Si guardava le scarpe ogni tanto, forse un po’ per imbarazzo, e un po’ per vanità. La candela che le piaceva spegnere tenendo la mano del suo uomo, adesso ardeva di vigore in quel porta candela di vetro, tutto solo, tutto ritto. La trovavo per assurdo quasi più bella seduta lì da sola, ma i suoi occhi non erano più gli stessi. Aveva gli occhi grigi annaffiati di fumo. Quando presi l’ordinazione non aveva più la voce interrogativa e tenera, ma era solo una voce. Mi sembrò molto triste. Ed io un po’ lo ero con lei. Dal muretto vintage dove mi trovavo ad aspettare i piatti in cottura, potevo vedere come sempre ogni cosa del tavolo dieci. Muriel aveva ordinato un Barolo del 2007, per la prima volta stava bevendo una bottiglia tutta da sola. Pensai che fosse azzardato per una donna, ma notavo che in ogni bicchiere riempito ci fosse un po’ di disperazione andata via. Così la osservavo a distanza, come un cane fedele ed amichevole. Stavolta niente carne e niente patate, solo dei ravioli ripieni di tartufo. La osservavo giocare con la pasta fresca decorata con la crema campagnola. Sapevo di per certo fossero ottimi, ma Muriel non aveva appetito quella sera. Ogni tanto dava un’occhiata a quella sedia vuota, si aggiustava velocemente il vestito, come di consuetudine, e poi abbassava la testa. Gli occhi grigi divennero azzurri di lacrime. Erano come annegati di cielo, ma di un cielo burrascoso senza aria. Mi accorsi che puntava ad una coppia, i due erano seduti al tavolo dodici, lui teneva la mano di lei, e ogni boccone che mandava giù, i due si sorridevano, come a paura di perdersi se per un istante si fossero lasciati la mano. In un altro momento li avrei trovati patetici, ma in quel momento storico della serata, dove Muriel li guardava con le lacrime agli occhi, pensai che fosse una cosa bella temere di perdersi pur stando seduti allo stesso tavolo in mezzo metro quadrato. La donna gli parlava di come era stato bello un viaggio da poco terminato, lui le sorrideva e le diceva cose tipo – è stato bello solo grazie a te- - perché c’eri tu..- - ci torneremo- Una trafila di cose che se ascolti senza capire cos’è l’amore ti mandano in tilt lo stomaco, ma se le ascolti amando, o avendo amato e perso, ti rendi conto di quanta pienezza ti restituisce l’amore e di come invece è capace di svuotarti del tutto se per caso lo perdi. Ad un tavolo di distanza sedevano invece due anziani signori, anche loro come Muriel erano clienti abituali, venivano ogni venerdì a mangiare la zuppa di granchio, ogni volta lui le dava una mano a togliersi il cappotto, e poi l’aiutava a sistemarsi sulla sedia, lei invece gli accarezzava il viso ogni volta che poteva, e gli sistemava il bastone rintagliato nella giusta posizione. Anche quella visuale sarà stata tremenda per Muriel. Vedere due persone che si amano è uno spettacolo emozionante, ma vedere due persone che si amano da tanto tempo lo è ancora di più. E’ come dire a se stessi che amare non ha limiti, e che amare non ha tempo. Questo Muriel lo sapeva, ma con quella sedia vuota, adesso queste cose le sapeva a suo discapito. Il bello del ristorante in cui lavoro è che adatto per le coppie, non che non ci sia bellezza nelle famiglie e negli amici, ma questo è un posto speciale per chi si ama. Abbiamo solo tavoli da due, posti di nicchia per chi vuole starsene abbracciati, abbiamo salottini piccoli e luci soffuse. Siamo il ristorante adatto per chi vuole dichiararsi amore, e per chi vuole dichiararselo ogni volta, quasi a non dimenticarlo. Questo è il posto adatto per chi nell’amore ci nuota senza difficoltà, ma lo è un po’ di meno per chi invece l’amore l’ha perso. Credo che in quella serata ci fosse una sorta di autodeterminazione, di prova di coraggio. Credo che nei ravioli al tartufo e nel barolo del duemila sette Muriel stesse trovando un modo di starsene da sola senza sentirsi troppo sola. I due innamorati continuavano a tenersi per mano, i due anziani si accarezzavano spesso, la coppia in fondo alla sala invece, si era alzata a ballare un lento sulle note carismatiche del nostro cantante di punta. La candela del tavolo dieci era come se non avesse iniziato a bruciare, il piatto di pasta era vergine, le posate al loro posto, solo il vino era smezzato. Credo che la solitudine amorosa sia come un laccio che ti stringe le vene e non ti lascia affluire il sangue al cervello. Ti annebbia la vista delle cose, ti rende delle rondini meravigliose, brutte come serpenti selvaggi, e ti lascia un brutto sapore in bocca, simile a quando mangi qualcosa andato a male. La solitudine ti corrompe, ti rende arida e sciocca. Ti svuota la testa e gli occhi, e ti lascia solo gli scarti di un corpo che ancora cammina. Credo che è cosi che si sia sentita Muriel guardando gli innamorati amarsi, nei tavoli disseminati intorno al suo. Un po’ come stelle, intorno alla luna, messe lì a coppia, ad amarsi accanto ad una Luna disperata.

Stavo per fare due passi e sedermi sulla sedia vuota, quando Muriel fece uno scatto e si mise in piedi, lasciò dei soldi sul tavolo, più di quanto doveva. Corse al guardaroba e si vestì rapidamente. Negli occhi adesso aveva fulmini e cascate furiose. Il male l’aveva totalmente investita, più del vino e più del freddo.

Poi era scomparsa, nel nulla, come una stella che non avrei più rivisto.


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