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Una storia di QuintoMoro

I mangiatori di patate crude

Infanzie interrotte

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11 minuti

Pubblicato il 08 maggio 2019 in Altro

Tags: #sfratto #casa #infanzia #famiglia

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Racconto breve in tre parti, un frammento d'infanzia, uno sfratto visto con gli occhi di un bambino.

1. Non avevamo il soggiorno


Doveva essere estate perché stavo in casa e non era una domenica. Il sole batteva sulla cucina di casa nostra dalle nove del mattino alle sei del pomeriggio. C’era sempre caldo, o almeno c’era in cucina, e solo d’estate perché d’inverno faceva un freddo cane. Non avevamo il soggiorno, e mi sarebbe piaciuto perché d’inverno, in cucina ci pioveva dentro. L’acqua entrava da una spaccatura lungo il muro della mansarda. Quand’ero più piccolo, la mansarda era un’enorme voliera per le tortorelle. Facevano le uova nei buchi alle pareti. Non avevamo il soggiorno, che nella mia testa era una roba da ricchi, da chi può permetterselo. Ma nessuno aveva una voliera per le tortorelle. Nessuno ne aveva mai tenuto una in mano.

Il muro della mansarda era spaccato di lungo, dal soffitto fin quasi al muro della cucina. Era stata la Parola di Dio a spaccare il muro. La mia nonna paterna era una gran devota, amicissima del prete, e siccome stavamo in uno dei punti più alti del paese e a Dio non bastava l’alto dei cieli, ché ma gli serviva un buon punto per ritrasmettere i suoi vangeli, piazzarono una gigantesca antenna attaccata al muro di casa nostra. Erano gli anni ’90, novanta non era ancora nemmeno la mia altezza, ma non ero solo io ad essere piccolo in confronto a quell’antenna alta almeno novantamila metri. E quando soffiava il vento e quella ondeggiava sbatteva contro il muro, aprendoci crepe nere come le saette del Giudizio Divino.

Bella riconoscenza aveva Dio. Non avevamo il soggiorno e ci faceva piovere pure in cucina. O forse era una punizione per la superbia, sì perché non avevamo il soggiorno ma per assurdo avevamo il salotto. Nessuno ci entrava mai. Era una stanza buia e misteriosa, fatta di poltrone foderate di velluto marrone a puntini neri, con un vecchio stereo grigio a musicassette. Il giradischi non funzionava e il lettore cd era ancora un’utopia futuristica, senza contare che nelle mie conoscenze musicali d’infanzia confondevo gli Equipe ’84 con Michael Jackson. Quando chiesi a mia madre di mettere la cassetta di Michael Jackson pensavo di sentirlo cantare “avevamo cinque anni - correvamo sui cavalli - io e lei contro gli indiani - eravamo due cowboy”. Non avevo mai sentito parlare degli Equipe ’84. Bang Bang.

La porta del salotto era sempre chiusa, un regno di oscurità inaccessibile per quella maniglia difettosa. La porta di legno, deformata rispetto agli stipiti, non si chiudeva, ma flettendo la si poteva forzare allo scatto della serratura. Solo la mano forte di un adulto poteva aprirla. Mi piaceva entrarci quando qualcuno dimenticava di far scattare la serratura. Non mi faceva paura il buio, o forse sì, ma l’eleganza della stanza era un’attrattiva troppo forte. Era un piccolo regno separato dal resto della casa. Avevamo un’enclave del buio e del silenzio. Curioso che una famiglia così piccola in una casa così piccola si permettesse di rinunciare a un tale spazio solo per un vezzo da ricchi. Insomma, mi toccava dormire con la mia nonna materna che russava tanto da confondere i sismografi di zona sulla presenza dei Graboid, e avevamo una stanza in più. Ma non avrei immaginato la mia stanza senza di lei, senza le sue storie della buonanotte. La costringevo a rileggermi sempre le stesse a ruota continua. Hansel e Gretel era una delle mie preferite, per modo di dire, ché mi ha sempre fatto impressione, non per la strega cattiva. No, erano quei fottuti genitori, quei pezzenti terribili capaci di abbandonare i figli nel bosco. I veri cattivi di Hansel e Gretel erano i genitori, non la strega. Il che mi ricordava quando fossi fortunato ad avere una bella famiglia.

Non avendo il soggiorno, era il salotto il luogo delle cerimonie, dove ricevere gli ospiti. Ma non avevamo mai ospiti a pranzo o a cena, ché la cucina era troppo piccola. Curioso passassimo la maggior parte del tempo nell’ambiente più incasinato e misero, stando fuori dal piccolo angolo di lusso custodito con tanta gelosia. Magari serviva a mantenere il contatto con la realtà. Non eravamo la famiglia ricca dei salotti e delle poltrone di velluto, eravamo la famiglia della cucina troppo piccola per poter estendere il tavolo per due posti in più a tavola, con quel caminetto monumentale, un divano troppo grande. Ma forse il salotto aveva tutto a che fare con quell’idea di dignità ridotta in piccole zone d’ombra illuminate solo nei giorni rossi sul calendario. Mai durante la settimana. Era più o meno lo stesso tipo di dignità in pillole che stava nelle scarpe della domenica, nel vestito della domenica. Sembrava così necessario avere delle cose immacolate e perfette, da sfoggiare nelle giuste occasioni per sembrare un po’ più di quel che eravamo.

2. Non avevamo il permesso


Mi piaceva intrufolarmi nel salotto buio per giocare, a nascondermi tra le poltrone, stare al buio per non farmi trovare o anche solo starmene in silenzio. E mi piaceva il velluto. Nonostante andasse di moda all’epoca, c’era una sorta di paradosso nell’avere genitori tanto giovani per cui il velluto era già vetusto. Perciò non era un tessuto che potessi vedere addosso ai miei, né sentire sui miei vestiti di bambino. Passare la mano sulle poltrone era come accarezzare un animale, mansueto e silenzioso, con un odore strano. Sapeva di nuovo, il nostro salotto. I mobili erano vecchi, pure le poltrone. Ma per me sapeva di nuovo, impersonale, sempre pulito. C’era un tavolino di vetro, ultimo di tre, di grandezze diverse. Il più piccolo l’avevo rotto io, quand’ero troppo piccolo per ricordarmelo. Quello intermedio l’aveva rotto mio padre. Restava il più grande. Sopra c’era un posacenere di vetro massiccio, pesantissimo, e non lo toccavo mai per paura di romperlo. Poi c’era uno di quegli accendini da salotto, pure quello di vetro, più piccolo e compatto, e con quello sì, mi piaceva giocarci. Non funzionava, lo schiacciavo sempre sperando che venisse fuori non dico la fiamma, ma almeno la scintilla, ad illuminare un poco il salotto buio. E giocavo a lanciarlo come una palla contro il divano. La sfida era beccare in punti in cui i cuscini s’incontravano, così che l’aggeggio ci si infilasse, ché sbattendo frontalmente avrebbe potuto rimbalzare indietro e andare in frantumi. Non facevo mai più di due o tre lanci, poi lo rimettevo a posto. Rischio sì, ma con moderazione. Non l’ho mai rotto.

Al centro del tavolino c’era sempre un vassoio di caramelle, oppure se ne stava in uno degli scaffali della credenza in legno di noce. Legno vero, legno pieno, come i miei genitori non si erano mai potuti permettere, noi tutti, figli dell’era del truciolato economico. Mi piaceva affondare le mani tra le caramelle come Zio Paperone tra le sue monete, ma non le mangiavo. Non andavo pazzo per le caramelle. Potevo anche lanciarle in aria sdraiato, lungo disteso sul divano facendole schizzare qua e là, ma poi le raccoglievo tutte rimettendole a posto. Mi piacevano giusto quelle al latte, ma potevo ignorarle per giorni o settimane. A volte me le mangiavo un po’ controvoglia, spinto addirittura da mia madre, ché quando arrivava l’estate si squagliavano ed era un peccato buttarle. Non si buttava mai via niente, da noi a casa.

Chi non arrivava mai all’estate erano i cioccolatini. Quelli sì, erano il tesoro proibito. Quello era un sapore vero. Non come le caramelle all’anice, che non le ho mai capite. E quelle la menta poi, come uno stramaledetto dentifricio, o quelle al limone che ti rinsecchivano lingua e palato. No. Le caramelle non mi hanno mai detto niente. Così come tutti gli altri dolci, torte comprese. Un bambino che non ama le torte, nemmeno quelle di compleanno. Mai avuto una carie.

La carne di bufalo. Quella mi piaceva. Ero magro e rachitico, eternamente sottopeso. Ma davanti a quei pezzetti di carne scura con brandelli di pomodoro e spruzzate di origano spazzolavo il piatto. Non era bufalo ovviamente. Era una delle tante invenzioni di mia madre. Doveva catturare la mia fantasia per convincermi a mangiare. La carne di Bufalo Bill. Non “Buffalo” Bill. Bufalo. Con le traduzioni si perde sempre il senso di un mucchio di roba. Per me “Bufalo Bill” era un animale e non un uomo. Il fatto che avesse un nome, come capita solo agli animali leggendari, era garanzia che ci fosse in circolazione una quantità molto limitata della sua carne, e che perciò era un grande onore per me mangiarla, perché un giorno la carne di Bufalo Bill sarebbe finita, non ce ne sarebbe stato un altro. Me lo immaginavo come un animale a cui il macellaio tagliava una fettina di carne ogni settimana, quanta ne serviva a mia madre per preparare le fettine, poi bisognava aspettare che la carne gli ricrescesse. Perciò non era un piatto che si potesse mangiare tutti i giorni. Erano solo fettine alla pizzaiola, ma persero tutto il loro fascino e buona parte del loro sapore quando si finì per chiamarle così.

A mia madre piaceva cucinare. Il che era tanto per una troppo giovane donna che oltre a lavorare doveva fare pure da madre e moglie. Ma le piaceva stare ai fornelli. Ci si impegnava, mia madre, per mettermi sul piatto qualcosa che al mio schizzinoso gusto rachitico potesse restituirmi un po’ di forza da metter nelle ossa.

D’estate, lontano dalle stanze finalmente buie di asili e scuole, le mie mattinate scorrevano tra le passeggiate a far la spesa e i telefilm del palinsesto mattutino, adocchiando di tanto in tanto le mani febbrili di mia madre su qualsiasi cosa sarebbe poi diventata il pranzo.

Mangiava patate crude, mia madre. Non ho mai conosciuto nessun altro che lo facesse. Non era una di quelle follie tipo diete crudiste, non esistevano neanche, non nel nostro piccolo mondo almeno. No, era una di quelle bizzarrie e gusti strani di cui è fatta ogni persona nel suo piccolo. Dopo aver sbucciato le patate, mentre prima di cuocerle al forno o fritte ne sgranocchiava qualcuna ancora cruda con una spruzzata di sale sopra. La consistenza era strana, ma non ero di quei bambini che imitano i gusti dei grandi per emulazione. Mi piaceva il colore delle patate appena tagliate, l’umidità le rendeva umide e brillanti. Fritte sembravano un piatto d’oro, come le monete e i dobloni sulla bilancia del pirata Willy l’Orbo. Ma fritte mettevano sete, crude te la spegnevano, pure quand’erano salate. Sembrava di mangiare una pietra morbida, imbevuta d’acqua, dal retrogusto marino.

Come sempre nelle mattine d’estate toccava a me apparecchiare. Mia madre metteva la tovaglia e ammucchiava le stoviglie a un lato del tavolo. Una volta finito avevo diritto ad altri due spicchi di patate crude. Stavo addentando l’ultimo quando vidi l’ombra guizzare alla finestra. La tenda era un guazzabuglio di strati più o meno intrecciati, zigrinati, retinati, con intarsiature che andavano dal bianco all’arancione al rosa. Aveva un sacco di sfilacciature, e mi piaceva infilare le dita tra quei buchi rendendoli più grandi. Mia madre mi rimproverava ma stavo attento a non farmi scoprire quando sforacchiavo con le unghie e i polpastrelli quel tessuto già logoro, i cui buchi si ampliavano di volta in volta. Ma la tenda bastava a distorcere forme e volti, tanto che non si sarebbe distinta l’ombra di una persona dal passaggio di una nuvola in cielo, se non per la velocità del passaggio. Le nuvole era più lente, più docili di quel guizzo simile ad una bestia schizzata fuori dalla tana per azzannare la preda. Credevo fosse mio padre all’inizio. Mamma aveva detto che non sarebbe più tornato, non a vivere con noi, anche se lo vedevamo ancora. Si faceva vivo una o due volte a settimana, il che rientrava nella vecchia normalità. Non era cambiato molto da quando se n’era andato. Non era cambiato niente. Solo qualcosa che avrebbe spiegato il tempo.

Bussarono, e già senza aprire sapevo che non si trattava di lui. Non era la sua bussata ritmata e sempre un po’ giocosa. Erano rintocchi secchi e nervosi, accompagnati da quella voce secca e rauca consumata da troppe sigarette. La riconoscevo quella voce, anche se gli anni avevano reso difficile associarla ad un volto, non era qualcosa che si potesse dimenticare. Chiamava il nome di mia madre, e già pareva insozzarne il nome per quel tono abituato a spruzzare parolacce come diarrea al vento, com’era sempre stato.

Ricordo le spalle di mia madre quel giorno, d’improvviso diverse da quando stava curva sui fornelli, lanciando un’occhiata alla tivù e una a me seduto in attesa del pranzo. Erano spalle larghe per una donna, irrobustite dal troppo lavoro manuale, dai sacchi di grano portati sulle spalle forse più pesanti anche di lei. Quella voce stridula che chiamava era riuscita a mutare la forma di quelle spalle, rimpicciolite di colpo, sollevate, una levata di scudi fatta di scapole e pelle d’oca a sorreggere quella testa appesantita.

“Resta qui” disse abbandonando i fornelli e senza guardarmi negli occhi. Ti guardava sempre negli occhi, mia madre, tranne quand’era molto arrabbiata o molto preoccupata.

Leggi l'ultima parte:

Parte 3: Non avevamo il permesso


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