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Una storia di utente_cancellato

Memorie del Collegio – Pt. 3

Rastaman 2

952 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 09 gennaio 2018 in Erotici

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Ciò che più la sconvolgeva era di vivere realmente quanto stava accadendo, la sua ragione faticava a credere che non si trattasse di un sogno o un incubo.

Essere lì seminuda, chiusa nel buio di un furgone, in compagnia di uno sconosciuto che la trattava senza rispetto né pudore, chiedendole cose che, neppure nelle più sconce fantasie solitarie, aveva mai osato fantasticare, era qualcosa che superava ogni sua più audace immaginazione.

Il giovane si liberò dei jeans, scalciandoli da un lato insieme alle scarpe da tennis.

Aveva il ventre piatto e l'evidenza delle fasce muscolari sul tronco lo rendevano, a dispetto della sua giovane età, solido e vigoroso, animato di energia nervosa.

Negli occhi aveva una luce oscura, da cui traspariva una natura perversa, tenebrosa come una pozza di bitume. - Arrotola la gonna e tirala su. - Disse secco.

Lei pese l'orlo della gonnella plissettata e la arrotolo con cura intorno alla vita: le sue mutandine, in tinta col reggiseno, mostravano in basso la macchia scura del tessuto bagnato. Lui sorrise, i suoi occhi avevano bagliori luciferini. - Ora abbassa le mutandine. -

Melania in silenzio si apprestò a levarle, ma lui la fermò nuovamente.

- Non ho detto di toglierle! Calale a metà cosce e divarica le gambe. -

Lei eseguì docile, brividi come febbre le correvano lungo il corpo.

- Le mani dietro la nuca. - Ordinò nuovamente, - E non muoverle da lì. -

Le prese i seni carnosi e li plasmò con vigore: a lei sfuggì un sospiro.

Poi pinzò i capezzoli tra pollice e indice, strinse e tirò lentamente in avanti: lei emise un gemito, debole come un soffio. - Zitta puttanella! Non fiatare. -

Aumentò la stretta e tirò più forte: lei spalancò la bocca stozzando il lamento in gola. Aveva il respiro ansante, gli occhi si imperlarono di lacrime.

Il caldo nel chiuso del furgone cresceva: l’aria, viziata dai loro respiri in affanno e dalla traspirazione dei corpi, aveva una densità caliginosa.

Scese a cercargli l'intimità, dischiuse le labbra frolle e affondò nella mucosa calda e cedevole del sesso: la mano si intrise di liquidi densi, ne stimolò le secrezioni cercandole nel profondo, muovendo i polpastrelli con esasperante lentezza.

Lei boccheggiava, cercava l'ossigeno a bocca spalancata come fosse in prossimità d'annegare.

Una mano la scavava nel profondo con dita bramose, mentre l'altra le torceva i capezzoli dolenti.

- Fa male? - Chiese lui. - Si... - Rispose lei con un singhiozzo.

Non era mai stata trattata così da nessuno, né aveva mai conosciuto prima un uomo così. I ragazzini con cui aveva pomiciato le apparivano ora come poppanti inesperti.

Era un'esperienza diversa, totalizzante, si sentiva soggiogata: il suo corpo era un mastice docile, materia plasmabile nelle mani di lui, comprendeva ora cosa fosse un maschio dominante, era la rivelazione di una soglia di eccitazione mai raggiunta.

Chiuse gli occhi e desiderò di lasciarsi andare, ciò che le mani di lui le facevano era qualcosa di sconosciuto: era un male al confine del piacere che male non era, il clitoride le pulsava esacerbato.

- Sei una piccola viziosa. Guarda come è zuppa la mia mano. - Mostrò le dita fradicie. - Lecca, muoviti! - Lei iniziò a leccare come un cucciolo goloso, il suo sapore salato le riempì la bocca.

Lo vide sfilare la cintura dai passanti dei jeans, stringerla in mano lasciando che sporgessero una trentina di centimetri del cuoio.

- Reggiti le tette con le mani, tienile su. – Melania eseguì sorreggendo le tette fra dita sottili, la carne nelle sue mai era palpitante, il cuore in tumulto.

Comprese che aveva intenzione di usare la la cinghia come uno scudiscio.

Un tuffo caldo le esplose dentro come una vampata, il cuore impetuoso le martellava in gola: chiuse gli occhi ed attese fremendo il primo colpo. Lo schiocco secco, sulla carne del seno, gli generò nella mente un lampo di dolore.

Ma il male si sciolse rapidamente in un calore, che con un riflesso incontrollato, gli fece contrarre le terminazioni nervose della vagina.

Lui non le concesse il tempo di assaporare quella sensazione intensa: la colpì nuovamente e sull'altro seno. Le ordinò di tenere le mani incrociate dietro la nuca.

I colpi si susseguirono con minore violenza, alternandoli fra i due seni e centrando i capezzoli, possedeva tecnica, sapeva dosarli fino al limite della carezza.

I seni danzavano morbidi, contò una decina di colpi e forse più, ma non c'era dolore, solo la vertigine in cui si perdeva.

Scese col viso sui seni, il suo alito caldo le scorreva la pelle, la morbidezza umida delle labbra seguiva con dolcezza i profili della carne.

Leccò la superficie velata di sudore, succhio con dolcezza i capezzoli, li vellicò con la lingua, teneramente, era gentile adesso.

- Mettiti faccia a terra e allarga la fica con le mani - Cresceva il caldo, lo spazio ora era saturo dell'odore penetrante del sesso.

Melania, prona, col viso affondato in uno dei sacchi della biancheria, le ginocchia che le premevano il seno, le mani dietro, a distanziare labbra del sesso per tenerlo esposto agli occhi di lui. Un odore intenso di sudore, profumo e secrezioni intime di femmina, esalava dal ruvido sacco sotto il suo viso.

Si sentiva sporca: l'afrore del suo sesso le aggrediva le narici, la pelle era umida e appiccicosa per il caldo e la saliva lasciata dalla lingua di lui.

Non era comoda in quella posizione: con la testa in basso, il fiato corto che le procurava una danza di stelline luminose agli occhi, le natiche protese in alto, con la cosce divaricate per quanto l'elastico delle mutandine, calate alle ginocchia, le consentiva.

Inizio a leccarla con voracità, infilava la lingua nel profondo, poi la faceva scorrere lenta o frenetica lungo fessura dischiusa, giungeva a solleticarle l'ano, catturava le grandi labbra con la bocca, slabbrandole o risucchiandole a ventosa.

Giocava goloso coi liquidi della sua intimità, riempiva di saliva il sesso aperto, mescolava la sua bava col succo di lei con rumore animale.

Era la scoperta inquieta di una parte di sé fino ad allora sconosciuta: si sentiva sporca e piena di voglie, e le piaceva fino a sconvolgerla.

In preda a questo tifone di emozioni travolgenti, le nasceva ora la preoccupazione di un'idea che fino a quel momento non le aveva sfiorato la mente: ovvero che quell’uomo, alla fine, fosse in realtà un perfetto sconosciuto e forse anche pericoloso. Questa pensiero le procurò un brivido d'angoscia.

Certo, si era abituata a vederlo girare li dentro come un elemento consueto del loro paesaggio quotidiano: era il “ragazzo della lavanderia” e per questo poteva apparire una figura quasi anonima, rassicurante.

Ma nulla escludeva che quell'aspetto potesse, in realtà, celare una mente perversa di violentatore di giovani fanciulle, e chissà, forse di sadico assassino.

Questa temibile evenienza le si presentava ora in tutta la sua allarmante plausibilità.

Aveva poi l'assillo di cosa avrebbe mai potuto raccontare di quella storia indecente a Padre Georg, il suo confessore, quando si sarebbe comunicata, durante la funzione religiosa della successiva domenica mattina?

Ma questi pensieri trepidanti, con l'ombra di pericolo che recavano, non facevano che renderle più attraente quella turpe situazione, l’aura peccaminosa e di rischio accresceva in lei l'attrazione insana per ciò che stava compiendo: decise di abbandonarsi totalmente .

- Te la sto mangiando, lo senti? - Disse lui con voce febbrile

- Si! - Esplose lei in un singhiozzo. - Mordimi ti prego!…Fallo! -

Poi fu assalita da un'ondata potente, si aggrappo al tessuto sotto di sé per avere un appiglio alla realtà fisica, per non essere spazzata via, come una tellina dai marosi sulla battigia.

Lui affondò con dolcezza labbra e denti nella sua morbidezza, piccolo morsi che la facevano sobbalzare, poi sentì la punta della lingua penetrarle l'ano.

La dilatava con la tenacia di un animale che scavi la polpa di un frutto maturo, ne cerchi i sapori segreti, deliziandosene.

Melania spinse le natiche più in alto, verso quella bocca bramosa per accoglierlo più a fondo, mentre mordeva la stoffa per non urlare.

(Continua)


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