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Una storia di Sleepyjack

Un'anatomia semplice

Una storia verosimile

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19 minuti

Pubblicato il 11 gennaio 2019 in Altro

Tags: #gastronomia #lavoro #grecia #turismo #Viaggi

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Con la testa china sul banco da lavoro in finto marmo, le dita sottili pronte a ripetere meccanicamente i movimenti appresi in lunghi e interminabilmente noiosi anni di studio, Anna si appresta a finire il cinquecentesimo pasticcino della sua giornata, iniziata da appena due ore.
Procede metodica nel suo lavoro, in un flusso non catartico se non per la ripetitività delle sue azioni. Ogni giorno trascorre allo stesso modo, un lavoro in cui è incastrata e che le lascia ben poche soddisfazioni. Mentre è all'opera pensa a qualunque cosa. Pensa a casa, pensa ai fiori, pensa al ragazzo che le piace, pensa al ragazzo che non le piace ma che costantemente le scrive perché alla fin fine si è affezionato a lei, anche se lei non ne vuole sapere.
Conta ogni pasticcino che prepara, ogni vassoio riempito, sperando di entrare in catarsi, ma si distrae troppo facilmente. Cerca una via di fuga. Ogni qual volta qualcuno entra nel laboratorio lei sposta lo sguardo e osserva per qualche millesimo di secondo, senza girare la testa, solo con la coda dell’occhio, e torna subito alle sue operazioni.
Spera di sentirsi chiamata in causa, perché ogni occasione è da cogliere, pur di dimenticare per un istante ciò che si ripete ogni giorno, per otto ore al giorno, finché la maledetta stagione non finirà e il maledetto albergo non chiuderà per i seguenti cinque mesi.
Dorme poco e ha sempre sonno, il suo massimo desiderio è di passare una giornata intera a letto, eppure non riesce, neanche quando ha un giorno libero.
Ormai il ritmo del lavoro l’ha travolta, diventando il ritmo stesso del suo respiro e le ci vorranno almeno un paio di settimane per ricominciare a sentirsi un essere umano.
Ed era stata preparata a quello che sarebbe successo, l’anno prima, durante il noioso tirocinio in cui assemblava pochi dolci per pochi clienti annoiati, che quasi neanche notavano il banco di pasticceria affacciato sul ristorante, troppo presi ad ingozzarsi di pizza ed a chiedere paste senza glutine, paste senza soffritto, paste senza maiale, paste senza pasta.
Aveva il tempo di osservare il collega che stava nella stanza alla sua sinistra dannarsi per accontentare lo chef, il maître e i clienti; spaccarsi il culo senza un attimo di tregua e alla fine chiedersi come facesse, a fine giornata, a stare sorridente in mezzo ai camerieri, fumando una sigaretta con loro con lo stesso atteggiamento di chi non si sente stanco ed è pronto a cominciare un’altra parte della giornata, quella in cui è libero.
A guardarlo sembrava tutto facile, ma ora che è lei ad avere quella responsabilità la giornata era una tortura.

Mentre pensa a questo conta l’ultimo pasticcino “ecco qua! Chicco d’uva, fetta di kiwi, fatto! Seicento tondi-tondi”.
I vassoi svelti in frigo, pronti per il pranzo, e comincia un’altra preparazione.

Intanto le endorfine da soddisfazione si liberano e comincia a prendere il ritmo e sentirsi a suo agio. Si sente forte, si sente parte viva dell’organismo del ristorante, fiera e consapevole del ruolo che occupa.
Così un altro paio di ore passano, visualizzando i compiti che deve eseguire e indovinando se questa volta riuscirà a ritagliarsi cinque minuti per uscire da lì e guardare un po’ il cellulare, per ricordare che esiste un mondo al di fuori del laboratorio di pasticceria. Quando anche la seconda preparazione della giornata è finita esce e vede la luce del sole, di un sole forte, del sole di mezzogiorno sul mar Egeo.
Metà della giornata è andata. Sono solo i primi di luglio e mancano ancora quattro mesi alla fine della stagione, ma la giornata è quasi finita, sente di potercela fare.
Sistema quello che ha usato, manda il resto al lavapiatti e, senza cambiarsi, con ancora l’uniforme, esce per tornare a casa. Felice si avvia alla fermata del bus e nell'attesa spulcia il cellulare. Finalmente può riposare, fare un bagno, perché no? O una passeggiata. L’altra metà della giornata è libera ma, per qualche ragione, si sente stanca e demotivata e comincia a pensare che tanto il giorno seguente dovrà svegliarsi presto e cominciare da capo con la stessa solfa, chiedendosi perché…
Allora si rifugia nella realtà virtuale, giocando a fingere di essere un’esploratrice in continuo movimento, e di scoprire tesori antichi. O di essere la mogliettina che si prende cura della casa, dei figli, del cane, in attesa che il marito torni dal lavoro, la baci e le faccia i complimenti per la meravigliosa cena che ha preparato, assopendosi nel letto, con il suo sogni di fianco al cuscino.

Il giorno dopo si alza come sempre alle cinque e mezza, come sempre fa una doccia e la colazione. Come sempre si pettina e si cambia. Come sempre tira fuori l’uniforme, la indossa, fa un respiro profondo per trovare il coraggio di uscire di casa. Gira il pomello, apre la porta e si tuffa nell'incubo ad occhi aperti che vive.
A quell'ora del mattino il cielo blu elettrico è talmente surreale da indurla a chiedersi se non stia ancora dormendo.
La porta a chiedersi se tutto quello che vive sia reale o meno, lo stesso cielo del mattino precedente, lo stesso bus vuoto del giorno prima; “è già lunedì o è ancora domenica?” si chiede. Controlla il cellulare per esserne sicura e quando vede che è lunedì si sente un po’ stupida.
“Ma certo che è lunedì, fortunatamente è lunedì, ancora quattro mesi e poi sarà finita”. L’andatura del bus rischia di farla addormentare, e solo grazie al sobbalzare delle sospensioni dopo aver preso una buca si ridesta.
“Mah, ancora quattro mesi e tutto sarà finito. Almeno per quest’anno. Poi l’anno prossimo sarò ancora qui o in un altro albergo, e l’anno dopo ancora, e quello dopo ancora. Invecchierò, mi verranno le rughe e resterò sempre timida e incapace di lasciare che le persone mi si avvicinino, per paura di non so cosa.
Come quel ragazzo che l’anno scorso lavorava vicino a me. Era così gentile e premuroso, e il massimo che sono riuscita a fare è stato chiedergli un paio di volte come stava. E lui da quel poco cominciava a parlare, nel suo strano inglese, e a raccontarmi di come, giorno dopo giorno, trovasse espedienti per non pensare alla fatica e alla monotonia del lavoro. Mi parlava come se fossimo amici di vecchia data, e quando si arrabbiava con me lo faceva come lo farebbe un fratello”.

Distrattamente guarda il mare scorrere dal finestrino e non si accorge neanche che il bus si ferma per far salire un altro passeggero.
Il ragazzotto che sale è alto, grosso e sbronzo. Barcolla fino la vidimatrice e, senza alcun pudore siede proprio di fianco a lei che, visibilmente indispettita, si volta verso il finestrino.
Il ragazzo le abbozza un sorriso ciucco e arrogante. - Ciao bella! - biascica in inglese.
Lei lo ignora infastidita, finché non arriva la sua fermata, ma prima che possa alzarsi per andare verso l’uscita lo straniero di alza e si dirige verso un’uscita, cercando di tenersi in equilibrio.
Percorrono parallelamente la strada che dalla fermata porta all'albergo, lei verso l’entrata dei dipendenti, lui verso quella degli ospiti. Non si scorgono ormai più ma da lontano sente urlare

- CIAO BELLAAAA -

“I turisti sono dei coglioni in vacanza” pensa tra sé e sé. “Chissà cosa li spinge a venire in Grecia per le vacanze. Che differenza trovano tra questo e un altro posto? Sono chiassosi, volgari e arroganti e non fanno altro che fare la spola tra il ristorante e la spiaggia.
Si svegliano, fanno colazione e vanno in spiaggia. Tornano per il pranzo e vanno in spiaggia, si cambiano e di nuovo al ristorante per la cena. Poi in taxi fino al Bar Street dove si ubriacano tutta la notte. Non gli interessa niente della nostra isola e della nostra cultura, a parte il Gyros e i Souvlaki. Non sanno niente dei luoghi votivi e dei santuari dedicati a San Michele e distribuiti per tutta l’isola, in luoghi da scoprire, o dell’acropoli. Il loro percorso è già stabilito e scritto, come se viaggiassero su dei binari dai quali non possono uscire. Poi tornano e parlano come se avessero esplorato e conosciuto tutta l’isola, andando pure a dire che è piccola e si gira in un paio di ore.
E intanto è grazie a loro che sopravviviamo e che siamo sopravvissuti alla crisi economica. Gli abbiamo ceduto i diritti sulla nostra isola per otto mesi l’anno, in cambio di un lavoro, della ricchezza materiale di uno stipendio. Che poi avessi detto che gran stipendio, poco più di mille euro per lavorare 8 ore al giorno, tutti i giorni, e per miracolo avere un giorno libero ogni tanto.
Frankie stava quasi per impazzire, gli hanno dato un giorno libero dopo cinque mesi solo perché era vicino a perdere la ragione. Sul mio contratto c’è scritto che la paga è di quattro euro e sedici centesimi l’ora, e qui lavoro per persone che pagano quattrocento euro una stanza e si permettono bottiglie di Dom Pérignon a trecento euro l’una. In tutto ciò i manager hanno anche il coraggio di venire a controllarti e dirti come si fanno cose che hai studiato e fai da anni”.

Senza neanche accorgersene, pensando questo, ha raggiunto metà dei vassoi che deve riempire. A riportarla alla realtà è la voce dello chef, perentoria e di rimprovero.
- Anna! Ieri alle otto e mezza erano già finiti i dolci, un’ora prima della chiusura del ristorante! Abbiamo ottocento ospiti a mangiare qui, ti devi regolare di conseguenza. Da oggi farai sei ore la mattina e due la sera, così in caso di necessità sarai presente. -

Stava quasi per scoppiare in lacrime, com'era possibile? Era una condanna. Già un unico turno di otto ore era massacrante, ma almeno finiva lì; adesso avrebbe dovuto fare due turni. Come non uscire mai dal lavoro, come avere giornate di dodici ore. Quel turno nuovo arrivava apposta per distruggere il residuo di vita che le era rimasto.
Adesso tutta la calma con cui operava in precedenza era diventata nevrosi. Non le importava più di dare un bell'aspetto al cibo, che tanto veniva ingurgitato ed espulso dai famelici avventori del ristorante. Tutta la passione che aveva coltivato per la sua arte era diventata disgusto.
Ciononostante si fece forza, da ragazza orgogliosa qual era, e si adattò al nuovo ritmo, cosa che del resto non aveva altra scelta che fare.
Finito il primo turno uscii dalla cucina nervosa e, senza guadare in faccia nessuno, si diresse a casa.

Questa volta però non poteva più pensare che la giornata fosse finita e che non avrebbe, fino il giorno dopo, messo piede in cucina. Che grandissima fregatura.
pensò che comunque le toccava abituarsi a questi eventi, perché nel suo settore non ci si poteva rilassare per nessuna ragione. Pensò che c’erano persone con turni ancora peggiori, che, tra una cosa e l’altra, si vedevano risucchiare la giornata dalle otto di mattina alle dieci di sera, con pause di due ore che non servivano a niente. Pensò ad altri che avevano addirittura due lavori, di otto ore ciascuno. Pensò al lavapiatti con l’ernia del disco che doveva sudarsi lo stesso i suoi settecento euro al mese e ad Andreas, che un giorno era addirittura collassato su una sedia e non riusciva più ad alzarsi.
Pensò che lavorare nella cucina di un albergo a cinque stelle in un’isola greca aveva quel significato: opzionare la propria vita in cambio di una carriera che offriva poca crescita, e di un lavoro senza alcuna fantasia; così andavano le cose.
Perché è normale in questi posti che si vada a lavorare appena possibile, era una cosa che tutti facevano, tutti avevano fatto e quindi anche lei avrebbe dovuto fare.
Venivano addirittura da tutta l’Europa su quell'isola. Dall'Albania, dalla Turchia, dall'Italia, dalla Polonia, dalla Slovacchia, perché, “lì c’è il lavoro”.
Quelli, però, erano per lo più stagionali, facevano vacanza. Non c’era niente che li obbligasse a restare e, visto che niente c’era, puntualmente abbandonavano l’isola il giorno dopo la chiusura del contratto, lasciandola finalmente agli autoctoni, che ben poco sopportavano turisti e stranieri.

Lei però è un’autoctona, una che poco sopporta turisti e stranieri, vivendo la dualità di chi deve ringraziare coloro che non sopporta, perché provvedono al suo futuro economico. Di chi non capisce che la fossa se la sta scavando da sola e che sarebbe meglio per lei godere della compagnia e scherzare con i turisti, invece che disprezzarli sotto falsi sorrisi di circostanza.
Ma lei ragiona in maniera lineare, senza fronzoli, come fanno le persone cresciute in un posto in cui linearmente, finita la scuola, si va a lavorare scegliendo una carriera.
L’italiano le diceva qualche volta qualcosa di simile. Le diceva che affinché le cose vadano bene è buona prassi porsi in una condizione mentale positiva e pensare “le cose vanno bene”, che a volte funzionava e altre no, ma era sempre meglio che lagnarsi. Ma lei non ne era convinta e non provava proprio. Neanche ora ci riusciva, o meglio, non ci provava per niente, e quindi le cose non andavano bene.
Il sorriso le si vedeva solo quando pensava a breve avrebbe rivisto un’amica delle superiori che non vedeva da anni o al pensiero di andare al matrimonio della cugina, con la famiglia; le sue certezze erano costruite con le persone e gli eventi accaduti dalla sua infanzia al suo diciottesimo compleanno, ogni cosa avvenuta dopo era solo un contesto a cui non si affezionava e che non lasciava niente di profondo.
Dunque continua a vivere la sua condanna, perché l’hanno fatto tutti e deve farlo anche lei. Le sfugge che oltre al greco parla anche un ottimo inglese ed è di madrelingua svedese, cose che le basterebbero per andare da qualsiasi altra parte, se solo non avesse il terrore di cominciare tutto da capo. Quindi si adagia sulla sua condanna.

Così va avanti nella sua vita, accettando passivamente quella condanna che la porta ad essere alle sette e mezza di sera di nuovo a lavoro. Questa volta però non nel laboratorio, bensì affacciata al ristorante, davanti tutti i clienti.

Li può guardare in faccia, le bocche voraci che l’hanno costretta a lavorare anche la sera. Fanno la fila davanti la porta del ristorante già mezzora prima che questo apra e per tale ragione il maître decide ogni giorno di aprire dieci minuti prima dell’orario ufficiale, dieci minuti preziosi che i cuochi non hanno più a disposizione.

Mentre aspettano, in confuse file, si sente la frenesia che avanza. Calibrano i loro stomaci con impulsi famelici, pensando all'enorme quantità di cibo tra cui potranno scegliere, aumentando la salivazione. I motori si riscaldano come in una corsa di macchine, qualcuno inconsapevolmente striscia anche i piedi sul pavimento, come un toro infervorato e quando le porte del ristorante si aprono accade qualcosa di strano.
La quiete s’impossessa dei clienti i quali, ormai consapevoli che è giunta l’ora del pasto, entrano con una dignitosa ed inquietante calma nobile.
Alcuni guardano tutti i vassoi, uno per uno, con fare distaccato, altri agguantano un piatto e cominciano a riempirlo con un po’ di tutto, posano il piatto pieno al tavolo e tonano con uno vuoto e quando hanno tutta l’offerta del buffet distribuita nei piatti cominciano a spizzicare, lasciando ciò che non apprezzano e facendo rientrare in cucina stoviglie semipiene, con roba mozzicata e lasciata o solamente odorata.
Altri maneggiano il cibo dal vassoio, osservando se li convince o meno e poi lo rimettono a posto. I bambini vengono sguinzagliati e si fiondano sugli spaghetti, creando piatti piramidali con più di tre etti di pasta e una montagna di sugo e nel farlo ovviamente sporcano il buffet, sporcano per terra e contaminano i vassoi adiacenti con la loro pasta. Ogni singolo bambino mette in moto almeno tre persone; cuochi, camerieri e inservienti devono provvedere a ripristinare una situazione dignitosa al passaggio di ognuno di questi piccoli Attila.
I cuochi dello show-cooking vengono presi d’assalto da celiaci, ebrei e gente più o mento intollerante a tutto, che riesce a non trovare, in più di quaranta vassoi, qualcosa che gli piaccia e che quindi chiede preparazioni apposite, dimenticando che un buffet non è un ristorante a la carte (che tra l’altro si trova al primo piano dell’albergo).

Verso le sette e trenta la prima orda famelica ha mangiato ed è pronta a dirigersi al banco dei dolci dove la povera Anna vede tutto il frutto del suo lavoro sparire in pochi minuti, tra gente che prende e mozzica e decide di lasciare i dolci, o se li fa cadere, e padri di famiglia che riempiono piatti interi con tutta la varietà, per lasciare ai figli la scelta, e poi vedere il piatto così com'è stato riempito, giacere solitario e abbandonato sul tavolo.
Non c’è neanche un sorriso da parte dei clienti, non un complimento o un grazie, lei non esiste.
Quelli che sembrano apprezzare il cibo sono se possibile anche peggiori. Infatti si riempiono il piatto di dolci e ne mangiano a quintali, mangiano per dieci.
Circa ogni venti minuti la clientela si rinnova, chi ha mangiato esce e, chi è in fila entra, e la scena ricomincia da capo con un’unica differenza. Infatti tra le sette e mezza e le otto e mezza c’è il flusso maggior di ospiti e il ristorante è pieno; le scene si ripetono ma le persone sono il doppio.
Anna corre disperata nel laboratorio di pasticceria, agguanta gli avanzi del pranzo e le cialde precotte della mattina e in fretta e furia assembla quello che può con quello che ha. Quello che non può sostituire è costretta a cambiarlo e inizia a fare crepes, la cosa più veloce che le viene in mente e pian piano che il tempo passa inizia ad avere strane visioni.
Vede i clienti trasformarsi, vede solo bocche e stomaci. Vede bocche che mangiano ciancicando e facendosi cadere il cibo mentre provano contemporaneamente a deglutire e a parlare. Vede stomaci cullati e portati come se fossero gravidi. L’anatomia delle persone è diversa, più semplice, una bocca collegato ad uno stomaco e niente più.
Inizia a recitare un mantra tra sé e sé “vogliono solo riempirsi lo stomaco, vogliono solo riempirsi lo stomaco”.
Mentre è assente, assorta nel suo mantra, una voce la richiama alla realtà.

- Ciao bella! -
Alza la testa e riconosce il tipo ubriaco del bus, ma questa volta non può esimersi dal rispondere al saluto e, in modo assolutamente freddo e distaccato, senza un minimo sorriso, pronuncia un buonasera.
- Sei nuova? Non ti ho mai visto prima e sono dieci giorni che sto in quest’albergo. Di certo sei nuova, altrimenti ti avrei notata prima, non c’è alcun dubbio. Infatti se ricordo bene stamattina eri nel bus vero? Spero di non averti infastidita, ero alticcio e quando sono alticcio divento un po’ molesto mi dicono, ma sono un ragazzo a posto. Anzi, perché finito il lavoro non mi lasci offrirti un drink fuori, così per scusarmi. -

Mentre il giovane parla Anna si fa rossa, non d’imbarazzo ma di rabbia e, poco prima di poter rispondere lo chef la chiama dentro.

- Che diavolo è quel macello in pasticceria? Scatole mezze vuote per terra e cialde distribuite alla rinfusa. Ci sono dei vassoi sporchi che vanno portati a lavare. Eh, sto parlando con te, cerca di non farmi perdere la pazienza per favore. -

E andandosene sbatte la porta.

Rimane pietrificata per qualche secondo, poi si desta e torna alla sua postazione, molto calma. Il ragazzo è ancora lì che l’aspetta.

“Sai che ti dico? Ma sì, perché no! Sarà senz’altro un piacere dopo una giornata passata a lavorare come una matta uscire con l’ennesimo turista venuto qui per scopare e deciso a farmi ubriacare per poter più facilmente abusare di me, come se non fossi altro che una vagina o una storia da raccontare agli amici, su come siano facili, disponibili e stupide le ragazze greche, sulla veridicità delle storie a riguardo delle isole del sesso. Mi farà senz’altro bene. Tanto qual è il problema? Io per le dieci avrò finito e ci sono quasi otto buone ore a separarmi dalla sveglia per domani. Perché passarle a dormire, dopo aver trascorso l’intera giornata in piedi, lavorando come una macchina per delle persone che non apprezzano nulla e che si ficcano il cibo in bocca come delle anatre e radono senza criterio al suolo come delle cavallette tutto ciò che li circonda. Che prendono il cibo e buttano il cibo visto che tanto è gratis, a disposizione, e chi-se-ne-frega della povertà e della fame, tanto è una realtà che non mi tange. Fino al punto di arrivare a credere che sia un’invenzione delle Onlus o di Soros per arricchirsi, perché, dal momento che non provate empatia per le altre persone è logico e impossibile che altri provino empatia per le persone. Perché per voi è normale fiondarsi sul cibo gratis, chiunque al posto vostro farebbe la stessa cosa.
Ma lo sai che io finito di lavorare mangio gli avanzi di quello che lasciate voialtri?
Come se fossimo cani, io, gli altri cuochi, i camerieri, noi che per contratto abbiamo diritto al vitto, questo è il nostro vitto, i vostri avanzi.
Sempre ammesso che i vassoi non siano troppo pieni, altrimenti vanno rimessi in frigo per essere riciclati tra qualche giorno. E voi lì, pronti a fiondarvi su queste schifezze, presentate in modo elegante, come i maiali che siete. Sicuramente non posso ambire di più che baciare quella bocca puzzolente di Gyros di ultima scelta riciclato da due giorni che ti ritrovi. Io che vivo in una minuscola isoletta, sicuramente subisco il fascino dello straniero che arriva dalle grandi metropoli. Noi poveri scemi arretrati che veneriamo san Michele e celebriamo ancora le tradizioni antiche, noi esistiamo unicamente nelle vostre storie, questo siamo.
Fammi il piacere, sparisci da davanti che qui, di fronte a te, hai una persona, non un giocattolo”

Lo guardò dritto negli occhi pensando questo e sembrava che le parole uscissero dal silenzio della sua bocca.
Non volendo però scagliare la sua ira sull'ultimo arrivato e fargli fare da capro espiatorio rispose semplicemente ed educatamente: - grazie, non bevo -

Tornata a casa si spogliò per mettersi a dormire, e si assopii serenamente, con il cellulare in mano e la rassegnata quiete nel cuore, una quiete che le diede l’impressione di essere più forte del giorno precedente e che le lasciò in omaggio un sorriso di speranza sulle labbra.


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