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Una storia di MirianaKuntz

Cuore dorme

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7 minuti

Pubblicato il 04 febbraio 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #paura #ansie #innamorati #coppia

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La paura non la so raccontare, perché ha mille facce ma pochi modi per spiegarla, ed io che ultimamente sono a corto di parole ed idee, faccio un po’ fatica a vivere, e altrettanta a parlare. Certe paure non le spieghi, perché non sai quando ti hanno sorpreso e perché. Non lo so sai se dormivi o eri sveglia, se eri gobba a lavarti i capelli, o ti annoiavi alla finestra a guardare le ginestre al balcone accasciarsi sotto la pioggia. Non lo sai se era mercoledì, o era un giorno qualunque, se avevi addosso la tua maglia preferita, la sua camicia sbottonata, se eri nuda e bagnata in vasca. Ti ha colpito, -zac- come un fulmine che tocca i fili elettrici e ti fa saltare in aria. Ed io che le paure me le mangio a colazione, io che ripeto sempre – se fa paura è importante- in questa paura mi sono incastrata con gambe e braccia. Non è una di quelle che sei costretto ad affrontare, come quando quelle mattine salti la colazione e vai a fare gli esami del sangue: io allora ho paura e butto aria all’esterno, ma l’idea che qualcosa di estraneo tiri fuori qualcosa di mio dalle braccia e se lo tenga, mi fa un po' impressione. Ma non è così. Non esistono mattine che puoi affrontare a denti stretti e lasciare che qualcosa di tuo venga preso da qualcuno che non sei tu, e poi tornartene a casa solo con un cerotto e un po’ di appetito. I fili elettrici della mia vita hanno incontrato l’amore e si sono bruciati gli uni sugli altri. -Zac- di nuovo. L’alta tensione è bella finchè i neutroni e i protoni sono di pari numero, quando uno dei due differisce è lì che succede il casino.

Ho sempre pensato all’amore come qualcosa che avrebbe migliorato la mia vita, e che l’avrebbe completata in ogni sua parte. Mi divertivo a dire: se ho con me chi mi ama, e amo, non ho bisogno più di niente. Così è stato per un po’, in verità per un po’ tanto, poi mi sono accorta che la quantità d’amore che spendevo io non era uguale a quella che ricevevo. Mi sono accorta che nell’armadio era nascosta una strega che si divertiva inconsciamente a decidere quanti baci potessimo darci, dove, e come poterceli dare. La stessa, che senza volerlo, mandava in crisi la mia tranquillità, le mie sicurezze. La stessa che mi faceva sentire poco giusta, la stessa che sceglieva se e quando ci saremmo visti, che amplificava le paure, che aumentava le aspettative. La stessa strega che pilotava i miei sogni, senza nemmeno saperlo.

Il mio cuore è finito in una catena di montaggio, dove la chiave di sblocco non ero più io. Il mio cuore strisciava sui tappetini ferrosi a comparsa laterale, e lasciava una scia di sangue e materia, a cui nessuno faceva più caso. Era solo un cuore tra tanti cuori. Solo un pezzo in più, che però, nel mio torace non compariva più.

Ho scoperto in quel momento come è difficile voler dire a qualcuno che l’ami, senza sentirti costantemente stupida. Ho scoperto il terrore di scrivere delle poesie, perché sapevo che sarebbero state ignorante. Ho capito che quando pioveva avrei voluto nascondermi sotto le coperte, accanto al suo corpo, ma forse sarebbe stato stupido farlo. Ho scoperto che meno mangiavo più ingrassavo, e meno mi sentivo bella. Che la strega avrebbe comunque tenuto il conto dei nostri baci, e se ne sarebbe tenuta molti in ostaggio. Che inviare messaggi d’amore all’una di notte non era opportuno. Che a natale comunque sarei stata sola, che in qualunque modo sarebbe andata, non sarebbe successo ciò che sognavo da tutta la vita. Che più ero sincera, più mi mettevo nei guai, che tacere i miei sentimenti mi metteva in qualche maniera al sicuro, che sognare troppo mi faceva stare terribilmente male, perchè tanto non arrivavano mai né le passeggiate, né i baci, né le serate al caldo sotto un plaid. Ho scoperto che l’amore mi rendeva debole e sciocca, che più mi lasciavo andare, più era faticoso, un po’ come portare una nave tutta da sola, dove sono un capitano senza ciurma, senza vento e senza luci. Io e la mia nave, in mezzo agli iceberg, tutta sola, per l’eternità. Ho scoperto che il mio perdonare gli errori dava più potere all’altro di sbagliare e avere la certezza di essere perdonato ancora e ancora. Che l’amore non doveva rendermi china ai voleri di terze persone, ma fiera e forte come nessun altro al mondo.

La catena di montaggio ha poi ritrovato il mio cuore, e me l’ha spedito a casa. Lanciato su uno zerbino, in mezzo alla polvere e alle sterpaglie, accanto agli scalini e al porticato. Non c’era il mio nome, ma sapevo fosse il mio perché era della giusta misura dello squarcio che avevo addosso. Gli ho fatto un bagno col sapone delicato, gli ho accarezzato le vene e la sua arcata. L’ho asciugato con un panno di lino, gli ho dato giusto un biscotto, gli ho preparato il letto in una scatola, e l’ho fatto addormentare.

Ho pensato stesse meglio lì, senza paura di essere rotto ancora, senza finire in mezzo ad estranei, senza riempirsi di pugni e ansie. Nella sua scatola col coperchio, con la rilegatura d’oro, senza i bordi che lo tocchino, con un po’ di luce e un po’ d’aria, senza vento forte però e senza sole cocente. Lontano da fonti di calore, lontano da me, che non sono in grado di prendermene cura se non mi sta davanti, se non lo posso toccare, se non sento il guaito e non vedo le lacrime di sangue. Se non lo vedo battere troppo forte, se non lo vedo ingrigirsi e battere a rilento.

Ho pensato che chiudendolo lì, senza il male del mondo e senza lo spaventoso amore, lui possa guarire un po’ e possa avere voglia di tornarmi dentro.

A volte di notte gli racconto qualche storia, gli racconto di quante volte la mia faccia diventa rossa dallo stupore, perché sento il brivido di un bacio senza averlo ricevuto davvero. Di come c’è – una persona- nella mia vita che mi cambia le mattine e le notti, a volte in bene, ed altre volte in male, perché mi manda in confusione, perché è lui, quello che più mi fa del male in assoluto. Gli racconto di come sarebbe bello tenerci per mano, di come scioccamente è l’aria dei miei polmoni anche se a volte mi toglie il respiro. Di come certe volte sono spaventata e mi distruggo le dita prendendole a morsi, perché ho paura di vedere troppe albe senza essere seduti accanto. Gli racconto di come due pazzi stiano bene in un castello di carte, libri e corde da chitarra, che mangiano in piedi, o seduti l’uno sull’altra, che fanno l’amore tutto il giorno, e si cantano le canzoni più assurde, e poi dalla vetta più alta del castello guardano i tramonti, gli uccelli e la pioggia, si tirano qualche spada poco affilata, a volte non si parlano più, poi tornano vicini piano piano e si addormentano sotto carezze di pelle e bisbigli.

Il cuore a volte sorride, e a volte sta zitto.

Gli sembra di ricordare.

Vorrebbe essere ancora la cassa armonica di tutte le cose che gli racconto, poi ricorda di quanto soffriva, e di come spesso fosse buio e freddo lì dentro.

Poco prima che si addormenti, gli dico all’orecchio che quando un giorno la strega andrà via in un altro regno, quando i due pazzi saranno meno pazzi, quando il reame sarà felice di vederli accanto, quando le paure saranno un po’ meno grandi e dentate, lui tornerà al posto suo, e sarà bello da morire, perché non esisterà più il dolore né gli inverni.

E che in quel regno di libri, corde di chitarra e carte non sarà più solo, ma avrà un amico -cuore- che non gli farà del male, che se ne starà accanto senza lamenti, che sarà felice di tenerlo per mano.

Che tutto tornerà a posto, come una volta.

Le mie paure sembrano dislocarsi, il mio respiro torna regolare, cuore dorme, ed io sogno.


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