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Una storia di Pirant

Questa storia è presente nel magazine La raccolta dei frammenti

Le fiamme della mia chiesa.

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14 minuti

Pubblicato il 25 ottobre 2019 in Avventura

Tags: #frammenti #chiesa #razzismo #fede #guerra

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Deve consegnare questa lettera a Padre Galli, della [][][][][][] di Roma. Ti prego di raggiungerlo il prima possibile, in modo da informarlo [][][][]

[][][][][][][][][][][][]

[][][][][][]

[][][][][][] non potendo aspettare.

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Abbiamo i giorni contati, [][][][][][] [][][]

Buona fortuna.

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Salve padre.


Come sta? Spero che almeno lei stia bene, nella sua casa nella Capitale, al sicuro da tutto e da tutti. Io qui, nella sua vecchia chiesa, anzi, nella nostra vecchia chiesa, sto molto male. Male nell’animo e nel corpo, per i motivi che lei ben saprà.


Sono passati due giorni da quella vicenda, ma solo ora riesco a scriverle una lettera per informarla sulle mie condizioni, dato che qui è tutto un caos incredibile, dove non abbiamo tempo nemmeno per respirare, figuriamoci per trovare le parole giuste da trascrivere in un foglio bianco. Inoltre, volevo scriverle nella speranza che leggesse la lettera molto prima dell’arrivo delle voci dalle sue parti, quelle in particolare che parlano dei soldati in marcia verso i paesi e del pericolo che avvertiamo continuamente. Voci che parlano di qualcosa che sta per scoppiare da un momento all’altro e che, in generale, portano brutte notizie e menzogne sui nostri confronti. Voci che corrono in fretta parlando dell’incidente e della distruzione in modo errato, citando ribelli, punizioni, guerre contro il governo, tradimenti e altre sciocchezze che non mi riguardano affatto e che, praticamente, non fanno altro che mettere in cattiva luce il mio sacrificio. Anzi, il nostro sacrificio, dato che tutti siamo in mezzo a questa situazione, a questa infamia che non può essere ignorata, su cui abbiamo già troppi problemi per conto nostro, senza avere bisogno di qualcuno che infanga il nostro onore in questo modo becero e inutile.


Tra mille acrobazie e problemi di tutti i tipi, sono riuscito a prendere una penna e un po’ di inchiostro solo per lei, per raccontarle cosa sta davvero accadendo da queste parti e, soprattutto, chiederle aiuto per diffondere la verità che non viene detta. E mi creda se le dico che abbiamo tanto bisogno della verità, come abbiamo bisogno di avvertire tutti che sta accadendo qualcosa di pericoloso.


Quindi la prego di leggere attentamente e di parlare con più persone possibili, padre, perché è giusto che si conosca la reale versione dei fatti, il vero scempio avvenuto in quelle ore.


Quella storia che leggerà in queste righe, scritte con il mio sangue e il mio sudore.


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Verso le sette di mattina, una grossa squadra militare composta da undici uomini armati entrò in chiesa, con l’obiettivo di pormi domande su un gruppetto di civili in fuga tra le mura di questo paese, che stavano cercando da molti giorni.


Entrarono senza togliersi il cappello, senza salutare e senza portare rispetto, chiedendomi solamente informazioni varie e, soprattutto, se ero a conoscenza di possibili nascondigli segreti in grado di ospitarli, con tanto di promessa di ricompensa se li avessi aiutati. Promessa di sistemare la chiesa, finire i restauri agli affreschi, riparare le aree antiche in decadenza con i fondi infiniti della loro fazione, del loro leader, del loro padrone. Promessa, in generale, di rendere la mia chiesa… La più bella di tutte.


Una promessa di ricompensa che ricorda quelle di Lucifero: un’anima, o più, in cambio di qualcosa che tu desideri fortemente.


Una promessa ridicola e inumana che, ovviamente, rifiutai.


«Non ho visto le persone che state cercando e non ho bisogno di fondi per il restauro, quindi non abbiamo più nulla da dirci.» così dissi, con una risposta secca e diretta ma anche sincera, dato che quella fu la prima volta che sentì parlare di quelle persone.


Loro, senza dire nulla, lasciarono la chiesa con un semplice saluto, ma con negli occhi un’aura di sfida e una chiara promessa di ritorno che mi fece preoccupare. Intuì subito la loro natura di persone testarde e motivate, in grado di martellare il chiodo a tal punto da sfondare la parete, pur di montare l’enorme quadro del loro leader, quindi mi aspettavo una loro seconda visita più approfondita in futuro, con tanto di perquisizione della chiesa e della mia casa. Non potevo aspettarmi altrimenti, dopotutto. Non si scomodano undici uomini solo per chiedere a un prete delle semplici domande su un gruppetto di persone in fuga.


In quel momento lasciai correre la giornata, come se niente fosse successo, ma con il passare delle ore pensai a lungo alla faccenda, reputando come fosse troppo contorta per essere lasciata in disparte. Non potevo ignorare, non potevo rimanere lì immobile dentro la chiesa, aspettando la messa del giorno dopo con le mani ben incastrate nelle tasche. Sentì che non potevo fare l’ignavo e assistere all’orrore che stava per scatenarsi contro quelle povere persone in fuga, quindi realizzai che dovevo informarmi e aiutare con gli unici mezzi a mia disposizione. O proteggere anche a costo di rischiare qualcosa.


Non volevo unirmi, in particolare, alla “resistenza di qualcosa” di cui ogni tanto sentivo parlare nelle chiacchiere dei bar, ma solo contribuire alla causa e fare il mio dovere di essere umano. Aiutare senza avere bandiere conficcate dietro la schiena. Corsi subito, in paese, a informarmi sui soldati e sui civili in fuga, per capire cosa avrei potuto fare per evitare qualche disastro. Feci domande a chi era abile a scoprire e nascondere notizie, chiedendo sul perché erano così importanti quelle persone, ma ottenni poche risposte. La paura di esser scoperti, da orecchie nascoste, era forte per tutti, anche per i più menefreghisti spioni del paese. Fortunatamente, insistendo con le persone giuste, riuscì a trovare qualcosa di utile, scoprendo tanti dettagli su ciò che stava accadendo in tutta la regione: politica, ideologie, fazioni, guerra. Scoprì tutti quegli eventi che, per mesi, ignorai perché non interessato, ma che in quel momento approfondì per giorni e giorni sino alla nausea.


Mi interessai alla salute dei profughi ricercati, come fossi un dottore di frontiera, o un volontario nelle terre povere. Mi interessai alla loro cultura e alla loro futura meta. Mi informai su tutto quello che poteva ricevere una risposta, chiedendo e leggendo senza sosta.


Feci in poco tempo così tanto rumore da attirare l’interesse di quella “resistenza di qualcosa” che sempre evitai. Quella stessa “resistenza di qualcosa” che, vedendomi tanto interessato, considerò la possibilità di fidarsi del vecchio prete del paese, per uno scambio di segreti e informazioni. O nascondigli.


E fu proprio in quel momento che riuscì a entrare in contatto con i poveri civili, per offrir loro un nascondiglio nella mia umile chiesa.


La resistenza voleva che li prendessi in carico, nascondendoli magari nelle aree più sicure della casa di Dio, quasi implorandomi di farlo perché l’unico nascondiglio disponibile sul momento. Quindi, in pochi istanti, divenni l’unica loro salvezza, perché non avevano altra soluzione che fidarsi di me, del prete del paese, di un religioso, di un uomo non d’azione. Di qualcuno che molti di loro odiavano per motivi di bandiera.


Fidarsi di quel prete che, in nome di Dio e dell’umanità, non poté far altro che accettare.


E così facendo, la notte seguente, la casa di tutti i santi e uomini in terra divenne un rifugio per quei poveri civili in fuga, che arrivarono stanchi, impauriti e con la fame negli occhi. Li accolsi immediatamente nascondendoli per almeno cinque faticose ore nelle zone del campanile. Ore piene di paura e di poca speranza, di ferite e di sangue versato, di dolore e anche di fede, almeno per quei pochi che ancora trovavano la forza di tenere il signore nel loro cuore.


In tutto quel caos, padre, ho visto uno spettacolo che ricorderò per sempre, sino alla fine dei miei giorni. Mai avevo provato un'esperienza simile, né un dolore così forte, nell'animo di qualcuno. Un dolore così pesante da corrompere ogni gioia e voglia di vivere. Vidi bambini tristi, con gli occhioni privi di luce e ricchi di confusione, madri che li guardavano chiedendosi quanti altri giorni di infanzia si sarebbero sprecati in quella situazione, padri che stringevano foto rese sbiadite dalla polvere e dal sudore mostranti famiglie perse da troppo tempo, anziani affaticati e soli che mi guardavano con un’espressione che mai vidi in un viso pieno di rughe. Ci furono anche malati in attesa della morte, con un’ombra inumana negli occhi, insieme a feriti che tremavano di paura vedendo i loro tagli infettarsi. Alcuni erano soldati senza bandiera ma con il fucile tra le mani, pronti per combattere una causa diversa da quella di tutti.


In mezzo a quelle anime perdute, tre ufficiali della “resistenza di qualcosa”, quindi gli unici con una bandiera stampata sul petto, proteggevano il gregge con la loro forza e determinazioni. Ridotti anche loro a uno straccio sporco di sangue, ricolmi di un pungente odore di morte e di carbone, si mostravano a me con ancora la pistola in mano e il pugno duro, di chi non si faceva impaurire dagli eventi pur di proteggere quelle anime. O almeno così sembrava, considerando le loro parole penetranti, ma troppo impostate come un volantino politico appeso sui muri delle strade di periferia.


Tutti insieme passammo una serata triste, senza storie e senza risate, ma con un piccolo barlume di umanità che ci legava, che ci aiutava a sopportare l’attesa, che ci rendeva vicini e simili a sufficienza per veder sorgere il nuovo giorno in pace, come gli esseri umani che eravamo. Quando scoccarono le sei di mattina, li accompagnai alla porta sul retro per vederli andare via, furtivi nella tarda mattinata, lungo le vie delle campagne che si affacciavano nella porta sul retro. Ci salutammo con confidenza, abbracciandoci, pregando e augurandoci reciprocamente una buona fortuna, insieme a una promessa di incontro futuro tra tutti noi, quando i tempi sarebbero cambiati. Arrivarono feriti, se ne andarono rincuorati, arrivarono con un’ombra sulla testa, se ne andarono con una luce nuova. Rischiando e sfidando la sorte, ho aiutato quei poveracci a sopravvivere ancora un altro giorno. Ho fatto qualcosa per cui provare orgoglio, padre, qualcosa per cui sentirsi umani e uomini di fede.


Dopo che abbandonarono la chiesa, continuai la mattina come se niente fosse, tra una messa e qualche confessione, arrivando a sera con la mente libera da ogni pensiero e con il sorriso sulle labbra. Dedicai loro qualche preghiera, insieme a qualche augurio di buona fortuna, soprattutto ai poveri bimbi alla ricerca di una luce negli occhi, quella prossima generazione che meriterebbe un futuro luminoso, invece che di un oscuro presente.


Purtroppo, però, tutta la gioia dell’evento venne interrotta il giorno dopo, quando la sorte mi riservò una brutta sorpresa.


Li vidi arrivare, padre, con passo deciso e minaccioso verso la chiesa. Vidi gli undici cavalieri prepotenti con il dito teso sul mitra e le mani strette in una morsa di ferro. Non bussarono, non salutarono, si limitarono a sfondare il grande portone in mogano antico con un sonoro calcio. Mi fisarono rabbiosi, ponendomi subito la domanda che mi aspettavo di sentire.


«Dove sono?»


Lo sapevano.


Sapevano tutto e volevano, di conseguenza, rifarmi l'interrogatorio, per vedere cosa avrei potuto dire in mia difesa, cosa avrei potuto confessare al loro leader. Cercai di negare ogni cosa, dicendo quindi una bugia a fin di bene per non dire una pesante verità, tenendoli impegnati per quasi un’ora con il mio parlare noioso, ma il mio tergiversare non fece altro che farli arrabbiare sempre più, spingendo i loro nervi tesi a trasformarli in bestie assetate di sangue. Bestie motivate a rompere tutto quello che poteva esser distrutto con rumore e caos, picchiare quelli che potevano essere picchiati e, in generale, spazzare tutto quello che poteva essere spazzato via.


Fu in quel momento che l’orrore si riversò su tutti noi.


Vidi la statua della Madonna prendere fuoco, il Gesù sulla croce scolpito nella Capitale crollare a terra con lo sguardo perplesso rivolto verso l’alto, come per chiedere aiuto al signore. Vidi il leggio vecchio di cento anni diventare un pezzo di carbone. Vidi il grande tavolo mentre veniva lanciato in fiamme verso le confessioni. Vidi l’organo centenario distruggersi in mille pezzi sotto i colpi delle mazze. Vidi le vetrate pitturate a mano ridursi in frantumi. Vidi il legno bruciare, le vesti strapparsi, i libri perdere pagine, le pietre spaccarsi e i metalli deformarsi. E vidi il me stesso distrutto dalla furia, con il mio naso, la mia gamba e i miei denti che vennero spaccati a suon di pugni e calci.


Ma il vero crimine lo ricevettero gli affreschi, deturpati con il sangue e la vernice come per rovinare e umiliare, in pochi secondi, il lavoro millenario di famiglie intere. Il lavoro di fedeli e di persone di cuore che hanno dedicato molta attenzione alla loro esistenza. Il lavoro di umani che, dal paradiso, staranno ancora piangendo insieme a me per l’orrore di quei momenti, la distruzione di tutto quello che avevamo, di tutto quello che Dio e il popolo ci aveva donato.


Piangendo per la morte di tutto.


Io, padre, dopo aver visto tutto questo, non posso far altro che provare perplessità e confusione.


Davvero queste persone erano così importanti, per queste bestie, da richiedere tutto questo? Era davvero necessaria una prova di forza simile, solo per delle anime nascoste? O forse sotto c'era qualcosa di più profondo contro Dio, o me? Non riesco davvero a capire cosa possa aver spinto tutti quegli uomini a commettere un tale sacrilegio per delle anime comuni, persone di paese, bambini innocenti. Per umani che non possono valere così tanto da richiedere un macello che nemmeno un Re o un dittatore avrebbe il coraggio di ordinare.


Non riesco a capire niente di tutto questo.


Solo di una cosa sono certo, padre: che questo gesto è costato troppo per tutti noi. Ho pagato con la vita e con la fede, sono diventato un esempio per diffondere paura tra le persone, per dimostrare qualcosa di potente e pericoloso. Ho pagato con la casa di Dio la difesa di quello che le voci chiamano il male, le spie, i nemici da immolare in un altare ricolmo di bandiere e di erezioni. Abbiamo tutti pagato un prezzo che nemmeno con il tempo verrà saldato e che il futuro ricorderà con rammarico, provando tutta la vergogna del mondo intero.


Ho pagato un prezzo così alto che ormai non ho più nulla di valore e umano attorno a me, ma potevo fare altrimenti, padre? Potevo evitare tutto questo dolore su di me e sulla chiesa? Potevo esimermi dal prendere il portafogli e offrire tutto me stesso a quelle carogne?


Assolutamente no.


Non potevo macchiarmi di vergogna, non potevo non interessarmi alla causa e non sacrificarmi per essa. La situazione, per quanto mi riguarda, non poteva che risolversi in quel modo, quindi pazienza per il naso e la gamba che mai tornerà come prima, o per il vilipendio compiuto agli affreschi. Non importa se è accaduto tutto questo.


Non potevo assolutamente non rimanere indifferente.


---


Poi, cos'altro posso dire, padre? Cosa posso aggiungere a questa storia?


Poco nel complesso, perché ho finito le parole, ho finito la lista delle cose da scrivere. Posso solo continuare a giacere qui in silenzio, da solo, in mezzo alle fiamme della mia chiesa, pensando e ripensando agli eventi, alle persone che ho lasciato e che spero stiano bene, alle conseguenze future e alla sorte meschina che quelle carogne meriterebbero di avere, ma che Dio mi impedisce di augurare loro. Rimango solo con una bottiglia in mano, quella che mi ha regalato anni fa e che avevo nascosto in una cantinetta. Quella che mi ero promesso di non bere tutta in una volta, o meglio, che avevo promesso a Dio che non avrei mai bevuto da solo e in questo modo, assicurandogli che l’avrei tenuta sullo scafale come semplice cimelio da conservare, o per offrire il suo liquido alcolico a lei o qualche ospite di passaggio come segno di rispetto. Rimango qui guardando i calcinacci sotto ai miei piedi, o i pezzi di carbone tutti attorno alla mia posizione, ascoltando il silenzio che aleggia tutto attorno al campo di battaglia, con gli occhi chiusi lacrimanti e la mano sulle ferite sanguinanti.


Posso solo bere, piangere e perdere sangue, in attesa di qualcuno che verrà a finire il lavoro iniziato dagli undici criminali, per concludere il tutto con un grande boato.


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La vera storia è questa, padre. La storia che le ho scritto con la penna intinta nel sangue, che nessuno le racconta, che nessuno vuole diffondere e che probabilmente lei non riuscirà nemmeno a leggere, dato che qualcuno troverà il modo di bloccare la lettera e punirmi con altre legnate solo per averla scritta, perché ormai la verità è un’opzione che non esiste, per quelli come noi. Ma se in un caso remoto, questa lettera, riuscisse ad arrivare a lei, la prego di fare tesoro delle mie parole, mostrando a tutti questa verità, in modo da difendere il nostro onore di uomini. Faccia il possibile, stia attento e non si fidi di nessuno, nemmeno della fede che la circonda.


È detto questo, la saluto con affetto, pregando per lei e per l’anima di tutti noi umani, che ancora non riusciamo a capire.


Saluti.

Padre Giuliano.

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