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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Treni, Libri e Segnalibri

(..racconti in grigio, viola e giallo zafferano)

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11 minuti

Pubblicato il 18 dicembre 2018 in Viaggi

Tags: #Treni #Leggere #Sogni #Avventura #People

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Treni, Libri e Segnalibri, (..non c’è da farsi venire dubbi, in primis ci sono i libri, poi semmai vengono i treni dove, avendo del tempo da spendere, si leggono alcune pagine e s’infilano i segnalibri).


Chi l’avrebbe detto che un giorno, sarebbe sorto, così, semplicemente dall’aguzzare l’ingegno, quel piccolo, insignificante e apparentemente inutile oggetto che ci avrebbe consentito di non perdere il filo della lettura che nottetempo portavamo avanti, quasi di nascosto, per non contravvenire alle regole del buon dormire e che più comunemente chiamiamo segnalibro. Un’abitudine conclamata la mia, quella di contrassegnare a matita con un asterisco, sempre mal riuscito, il capitolo, se non la pagina, o il paragrafo, per poi sfogliare a mo’ di mitraglietta l’intero volume e non riuscire a trovare il segno lasciato, tuttavia senza essere del tutto certo, di averlo appuntato. Del resto come avrei potuto se la matita che mi porto dietro è ridotta un mozzicone e per giunta è spuntata.

E che fare se non ho rimosso il segno che avevo fatto precedentemente per la mancanza di una gomma da cancellare a portata di mano o, come sempre mi capita, di addormentarmi ancora prima di riporre il libro e di spegnere la lampada sul comodino. Secondo il calcolo delle probabilità la maggior parte delle volte accade che prendo come riferimento l’ultimo segno posto sulla pagina, per scoprire un momento dopo che proprio quello era superato di gran lunga e che, ero più vicino alla conclusione del capitolo, piuttosto che all’inizio di esso. Posso comunque dire che l’ultima volta mi è andata abbastanza bene. Saranno state all’incirca le due di notte quando il protagonista del “noir” che stavo leggendo, si è messo a correre lungo il marciapiede della stazione ferroviaria, inseguito da vicino da malviventi armati.

Quindi, sceso sui binari si è infilato in un tunnel buio proprio mentre stava per sopraggiungere il treno. Sentivo chiaramente il tu-tutun-tu-tutun delle ruote ferrate e lo stridore dei freni sulle rotaie, quando all’improvviso vengo richiamato dalla fiammata di uno sparo che mi raggiunge in pieno petto. È solo l’effetto di una scarpata tirata da mio fratello Giovanni che chiede di poter dormire. Allora uno dei malviventi mi agguanta, mi solleva con tutto il materasso e mi trascina a terra. È ancora Giovanni che richiude il libro perché – dice lui – stavo dormendo con la luce accesa. Cazzo! dico io, adesso come faccio a sapere dov’ero arrivato? Alla 127 o alla 128? Poi mi accorgo che poteva essere anche la 129. Scusa – chiedo, non è giusto, se proprio dovevi chiudere il libro, potevi almeno guardare a che pagina ero arrivato!

Razza d’imbecille, la prossima volta tienici il segnalibro e già che ci sei spegni pure la luce e chissà, magari riesco a dormire. Non che non abbia ragione, ma che bisogno c’era di spararmi una scarpata? Fatto è che adesso non saprò come va avanti la storia, visto che dovrò rileggere chissà quante pagine per raccapezzarmi. Ditemi voi, che fareste se vi interrompessero proprio nel momento clou del thriller che state leggendo? Pensereste all’uccisione di vostro fratello, oppure no? Beh, io sì. Comunque rimando l’esecuzione e vado a leggere in bagno. Dopo un po’ non resisto per la puzza e allora penso di smettere di tornare leggere ma, come al solito, non trovo un segnalibro da mettere. Non importa, potrei piegare una salviettina igienica come segna pagina, mi dico. Mi dispiace, ho troppo rispetto per questo scrittore per sbattergli in faccia della carta da culo.

E va bene, dov’ero arrivato alla pagina di destra o quella di sinistra? Potrei piegare l’angolo della pagina in alto a destra o a quella di sinistra ma non mi piace fare le orecchie ai libri. Insomma, a volte davvero non capisco. Per esempio, mi trovo a leggere in treno un “noir” acquistato al chiosco dei giornali della stazione. C’è sempre un sacco di gente ammassata lì davanti che non riesco a fare una scelta oculata. Chissà perché, tutti fanno le cose all’ultimo minuto, come, ad esempio, acquistare un libro. Molti prendono al volo un quotidiano anche se ormai da tempo non c’è più l’edizione della sera. Altri ancora preferiscono una rivista poco impegnativa, si fa per dire, se poi è piena di stronzate senza capo né coda. E dire che mi ero concesso un largo margine di tempo, proprio per fare un acquisto con il dovuto discernimento e la dovuta calma.

Al dunque, tutti andavano così di fretta che mi sono affrettato anch’io. Chissà poi perché, se mancava ancora più di mezz’ora alla partenza del mio treno. Comunque ho dato uno sguardo fuggevole ai titoli in copertina, ho fatto la fila scavalcando il signore col cappello che improvvisamente si era distratto, ho pagato con moneta di carta e ho controllato il resto in piccole monetine di centesimi: uno, due, quattro, nove … Dlin-dlin, è il suono che annuncia l’annuncio: “Espresso per Milano in partenza sul binario numero cinque”. Tengo il libro con una mano, con l’altra afferro la borsa da viaggio, l’ombrello penzoloni sull’avambraccio, anche perché non si può andare a Milano senza portarsi uno straccio di ombrello. Prima di salire provo a infilare il libro nella tasca dell’impermeabile, sento qualcosa all’interno che si accartoccia.

Allora lo metto sotto il braccio cercando di tenerlo ben stretto sotto l’ascella per non lasciarlo cadere. Arriva il Controllore e gli chiedo su quale carrozza dovrebbe essere il mio posto. Non vede che il treno è in partenza? Salga, non perda tempo, il posto lo troverà una volta salito a bordo – dice. Attraverso alcune carrozze, un corridoio affollato di gente che fuma, un signore con tanto così di stomaco sporgente che occupa tutto il passaggio, un’anziana donna che mi chiede dov’è il bagno, due ragazzini che giocano saltando sulle valige e, finalmente, raggiungo lo scompartimento prenotato. Pensavo vi avesse rinunciato, mi dice l’uomo giovane-vecchio-barbone al mio apparire sulla porta, mentre toglie i piedi calzati dal mio posto.

È solo? No, sono con il mio compagno di viaggio. E dov’è. È questo, dico io mostrandogli il libro, nella speranza che comprenda di lasciarmi leggere in pace. Quando agitandolo mi accorgo del titolo: “Perché abbaiano i cani”. Ovviamente non è quello che avevo richiesto al giornalaio che invece mi ha rifilato quello che aveva a portata di mano. Impiego alcuni minuti solo per togliere il cellophan che lo riveste. Peggio che togliersi il preservativo in stato di eccitazione. Provo di tutto, con le unghie, con le chiavi, a rigare il bordo con una moneta, facendo un rumore infernale. Niente da fare, da un momento all’altro mi aspetto che incomincino ad abbaiare i cani. Il giovane-vecchio-barbone mi osserva mentre sono maggiormente in difficoltà.

Vuole che glielo strappi via io, coi denti? Sto quasi per dirgli di si, poi ripenso al preservativo e mi trattengo. No, per carità – abbaio io! Ve lo immaginate trovarsi davanti uno che legge “Perché abbaiano i cani”. Chiunque, penso, si sente autorizzato quanto meno a ridere. Quando entra il Controllore e chiede: “biglietti!”, entro in crisi. Dove ho riposto il biglietto? Avrei giurato di averlo riposto, seppure sgualcito, nella tasca dell’impermeabile. Si pone che io debba chiudere il libro per prenderlo da sopra il portapacchi. D’accordo, ma dove poggiare il libro? Lasciarlo capovolto sul sedile alla mercé dello sguardo dell’altro non se ne parla neppure. E adesso come contrassegno la pagina? Mi chiedo perché cazzo non mettono un segnalibro in dotazione in ogni libro.

Almeno una volta nei libri si metteva il laccetto, la piccola striscia di stoffa che si inseriva fra le pagine, da non confondere con segnacaso, segnaccènto, segnacolo, segnale, segnaletica, segnaposto, segnaprezzo, segnapunti; e nemmeno con segnare, segnatamente, segnatempo, segnatore, segnatura, segnavento, segnavia; tantomeno con segno, contrassegno ecc.; e che permetteva di ritrovare prontamente la pagina voluta. E adesso cosa faccio? Semplice, metto l’indice della mano sinistra nella piega tra le pagine e infilo il libro sotto l’ascella. Stringo. Ho sempre l’altra mano libera, mi dico. Rovisto nella tasca dell’impermeabile, casualmente è quella giusta, e tiro fuori il biglietto spiegazzato. Il Controllore mi guarda basito, perfora il biglietto e mi fa: “bau!” e se ne va. Quando tiro fuori il libro da sotto l’ascella, il dito indice della mano sinistra tenuto stretto fra le pagine è semplicemente viola.

Inutile dire che il giovane-vecchio-barbone facendo la faccia furba di chi è riuscito a scoprire una marachella, indica il libro e anche lui fa “bau!”. Magari, poteva piegare l’angolo della pagina in alto a destra come segnalibro o no? Per favore, non ci si metta anche lei. Ma no, non si preoccupi, si rimetta pure a leggere, chissà, magari prima che si arrivi a Milano, saprà dirmi “perché abbaiano i cani”, sa, sono un tipo molto curioso. Giuro che se al posto del libro ci fosse stato un branco di lupi gliel’avrei aizzati contro. No, non mi è mai servito “ricordare”, nel senso di pensare a procurarmi un segnalibro prima di incominciare a leggerlo. Ogni cosa è continuata ad accadere con o senza il ricordo di una precedente esperienza.

Nulla e, in alcun modo, avrebbe potuto preservarmi dagli accadimenti che erano destinati a succedersi. E c’era ancora di mezzo il protagonista del romanzo che avevo ripreso a leggere. Ma si può che l’“eroe” di un romanzo abbia le orecchie a sventola come quei libri sgualciti che riportavamo a casa dalla scuola? Forse sì, fatto è che non vi avevo mai pensato prima, e quando sono giunto alla fermata di arrivo e ho riposto il libro piegato nella tasca per non farlo bagnare, perché nel frattempo, la pioggia veniva giù a catinelle, mi sono accorto di non avere più l’ombrello. Accidenti! Imprecai contro me stesso, chiedendomi che fine avesse fatto mai il mio ombrello e, senza tuttavia trovare una plausibile risposta, mi sono incamminato sotto la pioggia. L’acqua scendeva a rivoli nel collo della giacca e già sentivo inumidirmi la cintola, quando finii con i piedi in una pozzanghera. Dov’era finito il mio ombrello? Semplice, ero uscito di casa senza, mi dissi. Non posso crederci, io, senza … ma scherziamo?

Ed ecco che mi torna in mente quello stronzo di passeggero della metropolitana con le orecchie a sventola che mi guardava con insistenza. Che sia il mio prossimo assillo in incubazione? Non che mi pesasse per carità, anche se considerando l’età media ciò faceva la differenza e, almeno per un istante, mi sorpresi a pormi una domanda: cosa farai da bambino? Un errore che nessuno dovrebbe commettere mai, tantomeno da grande, soprattutto quando si è superata la soglia degli anta. Ciò, sebbene i miei documenti personali recitassero ch’ero nato in una certa data, che mi chiamavo come mi chiamavo, che abitavo in un certo indirizzo abituale ecc. O almeno, così doveva essere. Risi di me. E bisi! disse la donna col bambino per mano che si riparava con l’ombrello, e che si fermò a guardarmi perché stavo sotto la pioggia senza cercare un riparo … vallo a sapere.

Gli occhi del bambino mi guardarono e per un attimo mi sorrisero. Ricambiai il suo sorriso e mi sembrò che non piovesse più, che fosse uscito il sole. Fui certo che un tempo dovevo essere stato bambino anch’io e come adesso mi sarò lasciato bagnare dalla pioggia e saltellare nelle pozzanghere come anche adesso facevo. Non so come accadde che in quel momento alcuni clacson presero a suonare mentre le auto mi facevano il filo, poi qualcuno mi prelevò dal mezzo della strada e mi spinse verso il marciapiedi dove mi sedei. Doveva essere un poliziotto, o forse no, un addetto al traffico, non saprei, tanto mi sembrano uguali. Lo ringraziai, avrei voluto dargli qualche spicciolo, così, per la cortesia che mi aveva usato, ma quando alzai gli occhi per dirgli che avevo smarrito il portafogli, non c’era già più.

Sono sempre stato del parere che la cortesia è un pregio assai raro e che quando la si incontra vada in qualche modo premiata. Altrimenti finiremo per perderla del tutto, e allora … Devo aver camminato a lungo se adesso sono così stanco che mi siederei volentieri. Ma dove? Non vedo panchine sui marciapiedi del tempo, ma solo facciate di palazzi, negozi e vetrine illuminate che rispecchiano le facce della gente. Credo che dovrebbero farci dei portoni ogni tanto, e magari una o più scale interne, non vi pare? Altrimenti come fa la gente a raggiungere i piani più alti? - mi sono chiesto.

Strano. Ah, ecco lì c’è un Bar, chissà, magari prendo qualcosa per scaldarmi un po’. Mi siedo al riparo di una tettoia e recupero il libro spiegazzato dalla tasca, lo poggio sul tavolino, è un po’ inzuppato, beh pazienza. L’acqua ha appiccicato le pagine l’una all’altra, di qua e di là della linea di partitura. Che bello però, posso riprendere a leggere tranquillo da lì dov’ero arrivato. Sto per aprirlo quando un cameriere arriva e lo butta via, in una pozzanghera. Vai via, barbone! Peccato però, tuttavia avrei voluto finire di leggerlo, sapere come tutta questa storia sarebbe andata a finire – dico a quel fesso.


Come avrà fatto poi a conoscere il mio nome, se non lo ricordo neppure io? Ma si, in fondo per oggi Barbone va più che bene. E dire che credevo di aver solo dimenticato l’ombrello.

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