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Una storia di utente_cancellato

Italian Sexy show

Una calda giornata d'estate

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34 minuti

Pubblicato il 01 novembre 2017 in Erotici

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Gli spettatori si ammassavano il più possibile da presso al palco in platea
Gli spettatori si ammassavano il più possibile da presso al palco in platea

Aveva lavorato fino a tardi per tutta la settimana, la sera era troppo stanco per uscire, solo fatica e caldo dall'alba al tramonto, nessun momento di relax.

Inoltre non c’era la possibilità per distrarsi neppure di fare un salto in spiaggia ad Alassio, perché l’auto se l'era tenuta in pegno il meccanico al quale non aveva ancora saldato le ultime tre costose fatture di riparazioni.

Almeno lì avrebbe potuto ammirare qualche bikini di foggia brasiliana o uno straccio di topless, come la moda dell’anno imponeva alle donne sugli arenili nostrani.

Quelle poi non aspettavano altro: ansiose di mettere in mostra culo e tette, non se lo facevano ripetere due volte.

Di dirottarsi verso una piscina, neanche a parlarne.

Data la temperatura di quel luglio incandescente, sarebbero state affollate di tutti quei chiassosi sfigati che, la domenica, non potendo permettersi di trovare refrigerio al mare, si sarebbero accalcati come acciughe in quella vasca a cielo aperto, che puzzava di cloro e ascelle mal deodorate.

Si era svegliato poco prima dell’una e si sentiva da cani. La serata prima si era protratta fino alla quattro del mattino.

Con quattro compari più rovinati di lui, si erano seppelliti in una discoteca ai piedi della collina. Serata di merda. Un mortorio cimiteriale.

Di cubiste sfiziose, manco l'ombra: si erano eclissate, per fiondarsi nelle discoteche della riviera romagnola. Quindi nessuna possibilità di lustrarsi gli occhi con qualche gnocca in microgonna e maglietta bagnata.

Penuria assoluta di ninfette, donne scosciate o milfone a caccia di manico: chissà dove erano finite le esponenti dell'altro sesso, in quel bollente fine settimana?

Uno scoraggiante novantotto per cento di presenze maschili riempiva il locale. Pareva di stare ad un raduno per il campionato "single contro separati", o a una serata dell’orgoglio gay. Gli era montata una depressione da tagliarsi le vene, chiuso in un cesso.

Si erano tirati una serie di "piste" di coca, più per disperazione e noia, che per vizio.

Roba scadente, pessima! Tutta anfetamina e talco mentolato. Un vero bidone.

Di autentico solo i soldi che ci avevano buttato per procurarsela.

Per rimediare ci avevano bevuto sopra qualche litro di porcate alcoliche, intasandosi come cloache in maniera abbrutente: roba da fare schifo.

Ora sentiva lo stomaco devastato, lo assalivano dei crampi come se avesse ingerito una famiglia di porcospini vivi e incazzati.

La testa pesava come un’incudine e non ne voleva saperne di seguire il resto del corpo fuori dal letto. Si fece un doppio caffè amaro, per tentare di arrestare la vertigine del campo visivo che continuava a deformarsi come il quadro di un tv col tubo catodico in agonia.

Gliene occorsero altri cinque, in rapida sequenza, per ottenere una messa a fuoco di ciò che gli stava intorno nella stanza.

Si accese una sigaretta, gli valeva come prima colazione e pranzo.

Sapeva che, per l'intera giornata, non sarebbe riuscito a mettere qualcosa di solido in corpo, a stento sopportava l’aria che gli penetrava nei polmoni senza avvertire una fastidiosa ondata di nausea.

Si sentiva un cesso umano e a ben guardare forse lo era proprio.

In bagno, osservandosi allo specchio, provò compassione per lo stato in cui versava: l’impulso a sputarsi in faccia era violento.

Aveva occhi iniettati di sangue, orbite plumbee e l'incarnato verdastro era impressionante: un cadavere, sul tavolo autoptico, avrebbe mostrato un aspetto più vitale e sano del suo.

Gli sembrava di udire la voce di sua madre gridargli nelle orecchie: “Debosciato! Hai trent’anni, se non la smetti fare cazzate in giro, non arrivi ai trentacinque.”

A vedere come si sentiva ora, come dare torto a quella santa donna?

“Metti la testa a posto e fatti una famiglia. Prenditi le tue responsabilità. Cresci! Santo Dio. Cresci!”. Farsi una famiglia? Eh, la faceva facile lei.

A parte il grande rompimento di zebedei che implicava un rapporto continuativo con una donna: tutte quelle minchiate dello stargli appresso, portarla in giro, ricordare i regalini per anniversari e compleanni, le attenzioni, le promesse di eterno amore.

Lo strisciare come vermi per uno straccio di pompino. Umiliarsi, senza dignità, per una trombata da dieci minuti al sabato sera.

Le donne erano comunque una rottura di palle impegnativa, a lui per altro, a gratis non l'avevano mai data.

Era duro farsi una famiglia, altro che storie.

Intanto mamma l’aveva cacciato di casa e lui con quella miseria di stipendio che prendeva ci campava al pelo, figurarsi sostenere una famiglia, una casa, le bollette.

Non erano tempi di nuove famiglie quelli. Manco pensarci, neppure per scherzo.

Restò sul letto a guardare il soffitto, grondando sudore e ottimismo, in un dormiveglia comatoso fino alle quattro del pomeriggio.

Una radio lontana passava “Knocking on heaven's door “ nella versione dei Guns N' Roses: l'energia del pezzo lo aiutò a riaprire gli occhi.

Quando sentì di riuscire a reggersi in piedi e di poter mettere in fila quattro pensieri sensati, si domandò cosa avrebbe potuto dare un senso a quel che restava di una giornata priva d'aria e di futuro.

Scoraggiato, data l'ora, pensò che fosse ormai tardi per organizzare una qualsiasi puttanata. Non aveva molti amici, ma era sicuro di non volerne vedere neppure uno: sai che paranoia ritrovarseli tra i piedi per il resto della domenica.

Trovò la forza di provare a ingerire un succo di frutta alla pera, succhiato con la cannuccia da un drink pack avanzato nel frigo.

Dopo la prima sorsata contò fino a dieci prima di azzardarne la seconda, per capire se avrebbe vomitato o no.

Ponderando le poche ipotesi praticabili, gli venne l'idea di trovare un cinema in cui buttarsi per un paio d'ore. L'ideale sarebbe stata una sala di prima visione del centro, con l’aria condizionata avrebbe smesso di sudare.

L' idea gli parve decente, quanto meno fresca, data la temperatura del giorno. Recuperò il quotidiano del giorno prima e iniziò a scorrere la pagine degli spettacoli.

Leggendo i titoli in programma, l'entusiasmo gli venne meno: gli unici che non aveva già visto erano: "Pretty Woman" e "Mamma, ho perso l'aereo". Il primo, era un'americanata svenevole e melensa: quel piacione di Richard Gere gli procurava l’orticaria. Il secondo era una favoletta demenziale, buona per dei dodicenni.

Nelle seconde visioni le cose non andavano meglio, con l’aggravante dell’assenza di aria climatizzata, quindi l'opzione cinema ebbe vita breve.

Chiudendo il giornale, l’occhio cascò sulla piccola manchette pubblicitaria di un cine teatro situato in una zona periferica della città.

“Lucrezia Love – Live Sexy Show – Venerdì - Sabato e Domenica - Nuovo spettacolo a luci rosse della regina dell’hard. La sala è dotata d’aria condizionata. Ingresso riservato ai maggiori di anni 18”.

L’annuncio ebbe l’effetto deflagrante di una goccia d’acqua gelata in una teglia di olio bollente.

“Bingo!” pensò: c'era l'aria condizionata, una topa attraente e sporcacciona che si esibiva dal vivo, lui inoltre, 18 anni li aveva compiuti da mo'.

Mancavano due ore all’inizio del primo spettacolo, il luogo era disagevole da raggiungere, stava dall’altra parte della città e per arrivarci doveva prendere un mezzo pubblico: però, se si dava una smossa, nei tempi ci stava.

Iniziò a mettere in fila le idee per organizzare la trasferta: per accelerare le connessioni neuroniche mise su un altro caffè e si accese un’altra Gitanes.

La scelta di assistere a uno di quel genere di spettacoli era comunque insolita.

Non andava matto per l’hard, che ormai imperversava da qualche anno nei cinema a luci rosse, nelle riviste e le cassette VHS che inondavano le edicole.

Il porno ormai traboccava ovunque, in un crescendo esponenziale, fin dai primi anni ottanta. Il fenomeno professionale delle pornostar, sulla falsa riga dell'Ilona Staller e della Moana Pozzi, aveva generato un esercito di epigone in giarrettiere e tette gonfiate al silicone.

Belle ragazzotte, talvolta dei gran pezzi di gnocca, di provenienza nazionale o importate dai paesi dell’est, si gettavano con entusiasmo nel rutilante mondo delle luci rosse. Affiancando all'attività di attrice porno anche quella di performer negli spettacoli sexy-live all'interno di night club o di cine teatri riconvertiti al genere.

Attivando così un virtuoso ciclo economico, con una vantaggiosa ricaduta sull’indotto e un non trascurabile contributo all'incremento del PIL nazionale.

Lui, l'hard-core, lo trovava banale, troppo esplicito, sbrigativo e senza tensione erotica.

Non che se ne fosse scandalizzato, tutt’altro, non era certo un bacchettone: era solo che decisamente lo annoiava, quelle pellicole risultavano prevedibili, prive di fantasia e di una qualità filmica scadente. Insomma: lo deprimevano più che stimolarlo.

Ne aveva anche guardate un paio, entrando in qualcuna di quelle sale specializzate nel genere, ma l’esperienza era stata scoraggiante.

Si era ritrovato a russare sulla poltrona dopo solo mezz’ora di proiezione, suscitando le proteste degli altri spettatori che, dato quel ronfare molesto, non riuscivano a concentrarsi sulla storia, perdendone tutta l'avvincente trama filmica.

Per lui questo spettacolo dal vivo, rappresentava una novità, non ne aveva mai visto uno. Ne aveva però sentito molto parlare da amici e conoscenti: al bar o sul posto di lavoro. Tutti si sperticavano in lodi per le qualità artistiche di questa o quella divetta e per la temperatura delle loro roventi esibizioni.

Ne era incuriosito, ma al contempo ne diffidava un po’, comunque non era giorno da fare troppo gli schizzinosi.

Per prima cosa pensò di fare una doccia: puzzava come un caprone, aveva sudato come una provola in essiccazione e non si era ancora neppure lavato la faccia.

Si ficcò sotto il soffione della doccia e aprì l’acqua: il getto ne fuoriuscì assai debole: giusto un filo. Attendendo che rinforzasse, versò nella mano un'abbondante dose di shampoo doccia e iniziò ad insaponarsi partendo dalla sommità del capo.

La schiuma, sotto la rapida frizione, prese a montare rigogliosa, in compenso il flusso dell’acqua, divenne sempre più esile.

In quella un fischio sordo e metallico si produsse dall’impianto idraulico.

Risuonando nell’angusto bagno, lugubre come la nota grave di una canna d'organo durante una messa da requiem. Poi il fischio cessò e l’acqua con lui.

Accecato dalla schiuma, col corpo ricoperto di quell’emulsione candida, attese nervosamente che l’acqua tornasse a scorrere: trascorsero lunghi minuti, ma dell'acqua non c'era segno.

Da prima perplesso, poi con un fastidio crescente, cominciò a smanettare aprendo e chiudendo la manopola della doccia.

Visto che non otteneva nessun risultato, in preda alla collera iniziò a imprecare e a calare possenti manate al tratto di tubo che spuntava dal muro. Ottenne unicamente di farsi male alla mano.

Nel dimenarsi in maniera scomposta scivolò sul fondo insaponato e prese una botta micidiale al coccige sul bordo della vasca. Bestemmie irriferibili echeggiarono per tutta la casa.

“Merda!”, pensò, doveva esserci stato un guasto da qualche parte, forse una perdita nelle condutture del condominio che aveva richiesto una temporanea sospensione dell’erogazione. Il problema era l'essere rimasto impiastrato di sapone e non aveva idea di come sciacquarselo di dosso.

Oltretutto sentiva pizzicare l'epidermide e bruciare gli occhi, su cui la schiuma era colata. Nel drammatico contingente gli venne l'dea salvifica dell'cqua minerale: ne aveva una confezione da sei bottiglie in cucina. Le impiegò tutte per ripulirsi alla meglio. Al termine sentiva la pelle tirare ovunque e sul corpo, alla puzza di provola, si era aggiunta una nota di fresco pino silvestre.

Non era sicuramente una delle giornate più positive conosciute negli ultimi trent’anni d'esistenza. Ne ebbe conferma quando aprì il cassetto della biancheria alla ricerca di un paio di mutande pulite: il cassetto era vuoto.

Gli ultimi slip puliti erano quelli che aveva portato fino a prima di tentare la doccia e che, ovviamente, puliti non erano più, dato che li aveva indossati nelle ultime ventiquattro ore.

Giacevano infatti nella cesta della biancheria sporca, sulla nutrita pila degli altri indumenti da lavare accumulati negli ultimi sette giorni.

Cazzo! Si era completamente dimenticato di attivare la lavatrice del bucato settimanale il giorno prima.

Il sabato mattina, quello col bucato era un appuntamento fisso del fine settimana.

Non gli succedeva mai di dimenticarsene, da quando sua madre si era categoricamente rifiutata di continuare a lavargli i panni sporchi e gli aveva comprato una lavatrice, perché imparasse ad arrangiarsi da solo.

Cosa che lui faceva quasi in maniera perfetta ormai.

Purtroppo quel “quasi” era accaduto il giorno prima e ora era nei cazzi.

Non aveva la più pallida idea di come rimediare, salvo uscire di casa senza mutande.

Cominciava seriamente ad essere incazzato per tutta questa sequela di sfighe che lo stavano affliggendo.

Fanculo! Non poteva andare in giro nudo sotto i jeans.

Per la verità c’era stato un momento, intorno ai suoi sedici anni, in cui era di moda farlo, la chiamavano moda del "niente sotto": era una trend unisex ed era durato per una estate.

Ne aveva un ricordo preciso perché le ragazze, in quel periodo, usavano indossare dei jeans bianchi di rasatello molto aderenti.

Data la quasi trasparenza del tessuto, la mancanza di biancheria intima determinò un vero trionfo visivo di "zoccoli di cammello" pubici e di conturbanti solchi di natiche, in plastica evidenza, che nulla lasciavano all'immaginazione.

Sull’onda modaiola, era stato tentato anche lui di seguire quella voga stravagante.

Lo aveva fatto per un paio di mesi, fino al giorno in cui, finendo di pisciare, aveva tirato su la zip, con un gesto tanto rapido quanto distratto.

Poi aveva iniziato ad urlare come un suino sgozzato al macello. Nell'incauto gesto si era macinato nella cremagliera della zip, tre centimetri di sensibilissima pelle del prepuzio

Gli strilli che seguirono furono agghiaccianti. Quando sua madre accorse nel bagno lo trovò stravolto, accasciato al pavimento in un lago di sangue: una scena assai cruda, indiscutibilmente pulp.

Accorsero i vicini di casa, ci fu una certa concitazione, qualcuno si chiese se fosse il caso di far intervenire il 118, altri si domandarono se si trattasse un qualche delitto domestico e non se fosse opportuno richiedere una volante sulla scena del crimine.

Per nulla al mondo avrebbe ripetuto quella infelice e dolorosa esperienza.

La situazione era drammatica, ci ragionò per qualche minuto, poi giunse ad una conclusione: salvo rinunciare alla sua sortita, non rimaneva che una soluzione.

Ovvero cercare tra le mutande già usate nella settimana, scegliere quelle meno compromesse e rindossarle come emergenza.

Non era la soluzione più igienica, ma sicuramente, al momento, la più pratica.

Escluse dalla scelta quelle indossate troppo di recente, perché emanavano un afrore ancora fresco e gli facevano un po’ senso.

Mezz’ora più tardi era sul tram della linea 19.

Viaggiava in piedi in fondo alla carrozza accanto alla porta posteriore, perché essendo una giornata festiva, non aveva trovato dove acquistare un biglietto, quindi ne viaggiava privo e temeva che potessero salire i controllori. L'evenienza era assai remota, perché nelle giornata festive, data la forza ridotta del personale, avveniva raramente.

In ogni caso stava in allerta, pronto con l’occhio vigile ad ogni nuova fermata del mezzo. Se li avesse intravisti sulla banchina d'attesa, mentre giungeva alla fermata, contava di saltare giù all’apertura delle porte, prima che montassero a bordo.

La multa per la mancanza di biglietto era di novantamila lire: un vero bagno di sangue, del resto mica poteva affrontare un'escursione di dieci chilometri a piedi con quella calura.

Non c’erano molti passeggeri, il traffico domenicale era ridotto all’osso, non soffiava un filo d’aria ed iniziava a grondare di sudore.

Fu intorno alla metà del percorso che la vide salire: una gnocca siderale.

Di una bellezza da togliere il respiro, una visione seducente e desiderabile come lo può essere il miraggio di un oasi, per un assetato perso nell'aridità del deserto.

Rimase a fissarla inebetito, timoroso che se avesse fatto un respiro più profondo quell'incanto sarebbe svanito.

- Buon Dio quanto era figa! - Bruna, un'abbronzatura perfetta le dorava la pelle, mettendo in risalto lo smeraldo degli occhi, ombreggiati dal caschetto di lucenti capelli corvini. Avanzò, all’interno della vettura, con la grazia altera di una giovane pantera.

A occhio non superava i ventiquattro anni era fresca come un'orchidea appena recisa. Si muoveva con un incedere elastico ed elegante: il caldo sembrava non riguardarla, benché non fosse molto alta, le proporzioni perfette la rendevano statuaria.

Vestiva una mini di cotone color khaki, fermata in vita da una cintura etnica con una grossa fibbia tempestata di turchesi, sopra portava una camicia di madras leggero, annodata sotto il seno che lasciava scoperti ombelico e fianchi.

Fu ipnotizzato dal seno che, a ogni respiro, affacciava la sua fiorente fermezza dalla scollatura, aperta al terzo bottone.

Ci avrebbe immerso il viso tra quei rilievi soavi, col solo desiderio di restarci per il resto dell'eternità, godere la freschezza morbida di quel triangolo di paradiso.

Lei si reggeva al corrimano, guardava assente il paesaggio urbano che scorreva nei finestrini, a tratti soffiava via la frangia che l'aria le gettava sugli occhi.

Quell’incontro inaspettato lo riempiva di soddisfazione, la grazia di ciò che stava osservando lo ripagava della malasorte di quel week end.

Era valsa la pena di uscire e montare su quel vecchio tram bollente, se anche lo spettacolo a cui si apprestava fosse risultato deludente, non gli sarebbe importato:

Il vero spettacolo di quel pomeriggio lo aveva ora davanti agli occhi.

Pregò che quella botta di fortuna durasse più a lungo possibile e fu accontentato: infatti lei scese solo dopo una ventina di minuti, alla fermata che precedeva la sua.

La guardò scendere e attraversare la strada, allontanandosi con passo elastico.

Si sentiva un po’ triste: una così, nella vita, la incontravi una volta ogni trent’anni e forse neppure, pensò mestamente che non l’avrebbe più vista anche se avesse preso quel tram per i giorni che gli restavano da vivere. Del resto cosa mai avrebbe potuto avere da spartire una donna così con uno come lui?

Spazi siderali li dividevano, chissà da quale dimensione era calata quel giorno sulla terra, per salire su quel tram? Se avesse avuto il coraggio di seguirla, se per assurdo avesse trovato l’animo di rivolgerle la parola, cosa avrebbe mai potuto dirle?

Sudato e puzzolente, con l'aspetto di una nutria scappata da una fogna con le mutande usate di una settimana sotto le braghe?

Non c’era neppure da pensarci, la sua inadeguatezza gli torse lo stomaco in una morsa di amarezza e malinconia.

La sala era piena solo a metà, tutti gli spettatori si erano ammassati in platea da presso al palco.

L’aria condizionata, vantata dalla pubblicità sul giornale, era del tutto insufficiente, l’ambiente era quello di un vecchio cinema di barriera: tendaggi in velluto rosso fatiscenti e polverosi, poltrone in legno senza imbottitura sullo schienale, nell’aria aleggiava un sentore di fumo e cesso mal deodorato.

Lui prese posto una decina di file distanti dal palco, sul lato del corridoio centrale: aveva così la visione diretta sul proscenio. Preferì quella posizione discosta con diverse file di poltrone deserte davanti, perché gli sarebbe risultato più agevole, a fine dello spettacolo di abbandonare rapidamente la sala.

Inoltre aveva a mente il monito, a proposito di quel genere di spettacoli, avuto da un suo amico che li frequentava assiduamente: mai sedere nella prima fila sotto il palco, per evitare spiacevoli effetti colatterali.

Infatti era famosa la performance dell’Onorevole Cicciolina col suo fedele pitone "Pito Pito", che a un certo punto dello show iniziava a mingere innaffiando, con uno getto fenomenale, il pubblico della fila sotto il palco.

Lo spettacolo con la porno star del giorno non era ancora iniziato, nell’attesa per intrattenere il pubblico smanioso, sullo schermo scorrevano le immagini di un anonimo film porno.

Era una pellicola di produzione greca, il peggio del peggio del settore: sceneggiatura e regia inesistenti, location improbabili e di raro squallore, protagonisti maschili con facce da pregiudicati, attrici cozze e brufolose nelle parti intime, una colonna sonora a base di sirtaki, inascoltabile e ripetitiva.

Il tutto era di una lentezza soporifera, dopo quindici minuti, esausto, si addormentò.

Fu il silenzio a risvegliarlo: emerse da un sonno senza sogni all'oscurità di quel luogo desolato e per qualche attimo, disorientato, si domandò dove diavolo fosse finito e cosa ci facesse in quel posto infimo e puzzolente.

Il film era terminato e la sala era caduta in un silenzio d’attesa, interrotto solo da qualche leggero bisbiglio o colpo di tosse. Il telo di proiezione era scomparso e la pesante tenda del sipario era calata a nascondere il proscenio.

Iniziò un lungo intervallo riempito da vecchi brani disco-music, senza che nulla accadesse: dopo venti minuti di quel vuoto lagnoso, si iniziava a percepire la tensione spazientita degli spettatori.

Non era quello esattamente il pubblico sofisticato di una prima della stagione lirica: i bisbigli divennero un borbottio crescente e nervoso, poi un ribollio di insofferente scontento, infine esplosero fischi rabbiosi che animarono la sala come petardi a capodanno.

Poi le casse dell’impianto sonoro diedero un segno di vita: i bassi iniziarono a pompare il ritmo sensuale di “Never never gonna give you up” di Barry White, il sipario prese a ritirarsi lentamente, gli animi si placarono, disponendosi allo spettacolo che andava a iniziare.

Le luci dei faretti seguivano la cadenza della musica: al centro del palco, come elemento scenico, c’era una stupenda motocicletta d'epoca, tutta cromata, un vero pezzo da collezione.

Poi entrò in azione la macchina del fumo, che in breve avvolse interamente la scena, moto compresa. A quel punto la musica sfumò e le luci si spensero, si ritornò ad un buio nebuloso.

Dopo qualche attimo di silenzio si ripartì con un pezzo incalzante che creava un'attesa densa di promesse: un disco argenteo comparì di colpo al centro della scena inquadrando la moto e la ragazza, la diva: Lucrezia Love, la protagonista dello spettacolo.

Stava a cavallo della moto, in piedi sulle pedaline con le mani sui fianchi, vestiva una tuta da biker in lucida pelle nera, le occultavano il volto un casco integrale, nero anch’esso con due saette argentate ai lati. Aveva una presenza scenica aggressiva e tostissima.

Iniziò a muoversi seguendo la musica, era fluida, creava una tensione ipnotica e sensuale. La sala che era stata animata e rumorosa nei momenti dell'attesa, ora diveniva un unico silente organismo, quasi intimidito.

Sembrava di percepirne il respiro trattenuto, mentre gli occhi di tutti si coagulavano in un unico sguardo, preoccupato di non perdere un solo gesto di quei movimenti.

L'intera platea era ormai un animale lubrico e ansioso, avido di quanto quel corpo mostrava e di quanto ancora prometteva di mostrate.

La tuta era dotata sul petto di due lunghe cerniere, che partendo trasversalmente dalle clavicole convergevano verso lo sterno fermandosi sotto i seni, un’altra cerniera partiva dalla cintura per terminare sotto il pube.

La ragazza, con calcolata lentezza, fece scorrere in basso prima una poi l’altra delle due cerniere sul seno. Dalle aperture sortirono liberi e sodi come frutti maturi entrambi i seni, lei inumidì con la lingua la punta delle dita, poi prese ad accarezzarsi i capezzoli: li aveva grossi e scuri e si inturgidirono. Strinse poi le coppe con le mani ed iniziò a muovere il bacino sulla sella della moto al tempo della musica, simulando le movenze seducenti di un coito.

La platea esplose in applausi e fischi di eccitato gradimento.

Era brava, e lui che, fino a qualche istante prima era intorpidito dal breve sonno consumato sulla scomoda poltrona, avvertì il risveglio delle membra partire dall’afflusso repentino del sangue all’inguine.

Contrariamente a quanto aveva temuto, si stava eccitando.

Con una mossa della mano, dovette sistemare la posizione del sesso nei pantaloni , perché crescendo gli tirava fastidiosamente la peluria pubica.

Lei si era stesa con la schiena aderente alla sella della grossa moto, aveva puntato i piedi sul manubrio, aveva inarcato il bacino ed iniziato a far scorrere la zip del pantalone verso il basso.

Il colore argentato di un perizoma, emerso dalla fenditura della cerniera appena dischiusa, lanciava scintillanti bagliori metallici sotto la luce delle strobo.

Iniziò a sfiorarsi il sesso facendo correre le dita sulla superficie della stoffa: qualcuno dei più entusiasti spettatori della prima fila si era levato in piedi per osservare da vicino quelle mosse invitanti e peccaminose.

L'improvvida iniziativa venne avversata all’istante dagli spettatori delle file retrostanti, ostacolati nella visione: poco ci mancò che lo linciassero a sputi e male parole.

Con un pregevole mixaggio sonoro la base musicale divenne più lenta e avvolgente. La giovane smontò dalla moto e guadagnò la ribalta: le luci divennero rosse ed un faro dall’alto la racchiuse in un cerchio stretto, disegnato intorno agli scarponi borchiati da motociclista.

Voltò le spalle al pubblico e iniziò a liberarsi della tuta: sfilò il giubbotto lanciandolo nel buio al fondo del proscenio, la luce a filo disegnava i dettagli della schiena nuda e tonica, poi fu la volta dei pantaloni, che si aprirono lateralmente con lo strappo secco del velcro che li fermava.

Gambe statuarie e un fondo schiena prominente di rara perfezione ondeggiavano al ritmo della musica, mandando in visibilio la folla.

Dischiuse le gambe e tenendole rigide sporse il busto in avanti, fino a sfiorare col seno le cosce, poi prese con le mani i lati del perizoma e lo sfilò lentamente fino alle ginocchia: il suo sesso, nudo e glabro, si offriva agli sguardi della sala.

Dischiuse le grandi labbra con la forbice delle dita, mostrando l’intimità rosata e carnosa della vagina: il respiro collettivo della platea parve trattenere il respiro fino alla soglia dell'asfissia. Lui si lasciava ormai trasportare da quella suadente corrente erotica. Come gli altri avvertiva la crescente impazienza di assistere al clou di quella esibizione che, date le premesse, si preannunciava incandescente.

Di una cosa era certo: sebbene fosse sempre stato diffidente verso quel genere di spettacoli, ora, assistendo per la prima volta a una rappresentazione, sentiva di poterne approvare completamente la formula e il contenuto.

Quella giovane porno star, meritava indubbiamente tutte le venticinquemila lire del biglietto pagato.

Lei si voltò mostrandosi in tutta la sua luminosa impudicizia, le erano rimasti indosso solo gli scarponi ed il casco integrale.

Slacciò il sottogola del copricapo e tenendolo fra le mani lo sfilò, diede una scrollata al capo liberato, gettando indietro la testa con un gesto teatrale: il grazioso caschetto di morbidi capelli neri tornò alla foggia del taglio originale.

Un sorriso malizioso e divertito accompagnava due occhi smeraldini, che sembrava passassero in rassegna ogni singolo volto di quei maschi annegati nella penombra.

Lui ebbe un soprassalto. Cazzo! Era lei! Era la meravigliosa ragazza del tram.

Era li ora: nuda e spudorata, offerta agli occhi lascivi di quei morti di figa, in quello squallido consesso di segaioli che puzzava di fumo rancido e piscio.

La rivelazione lo investì con l’impatto di un maglio da demolizione.

Frastornato da quella stupefacente sorpresa, si aggrappò alla scomoda poltrona come un naufrago a un relitto di fortuna.

Si sentì svuotato, privo di forze e di reazioni, provava la sensazione di aver subito un raggiro, era come se gli avessero sottratto qualcosa di prezioso con una sorta di inganno: la profanazione di un sogno, più che una cocente disillusione.

Il suo animo si rabbuiò come un cielo in attesa del temporale.

Quel nuovo stato mal si conciliava col godimento dello spettacolo.

Avrebbe forse fatto meglio ad abbandonare il teatro, ma, incapace di decidersi a tornare alla calura esterna, restò di malavoglia a guardare ciò che avveniva sulla scena.

Attraverso una cortina di disincanto, con un groppo in gola, la vide attuare i suoi impudichi giochi di seduzione, toccò apici sempre più spinti: atti che nulla lasciavano alla fantasia e mandavano in estasi la sala.

Nel compierli, si serviva di una ricca dotazione di accessori erotici: una gamma di oggettistica che avrebbe fatto felice qualsiasi cliente di Sexy Shop.

Quando lo show si avvicinava al termine, venne il consueto momento del coinvolgimento del pubblico.

Era questa una delle fasi più attese dagli amanti di questi spettacoli, infatti la vedette scendeva tra il pubblico per scegliere, a caso, un fortunato da condurre con sé sul palco.

La possibilità di poter divenire il prescelto, entrando a far parte dello spettacolo, era vissuta come una specie di festoso rito pagano: metà degli astanti si sbracciava nel tentativo di richiamare l'attenzione su di sé.

In occasione di quest' ultimo numero, lei aveva mutato il suo costume di scena: aveva indossato degli stivali in vernice nera con tacco a spillo che giungevano al ginocchio, uno slippino con corsetto in latex, anch'essi neri, che lasciava scoperti i seni. Teneva in mano un frustino da dressage, l’insieme risultava di un allegro gusto sadomaso.

Seguita dal faro di scena iniziò la sua passeggiata tra le file della platea.

Scorreva con occhi amicanti e quel suo passo felino il fronte delle poltrone, scrutava, apparentemente, uno a uno i volti congestionati dei fans.

Tardava abilmente la scelta per far crescere tensione e aspettativa.

Mani frenetiche sporgevano per ghermire un seno o una natica, lei lasciava fare o si ritraeva vezzosamente, qualcuno in un tentativo più sfrontato si beccava un colpo dissuasivo di frustino sul dorso della mano.

Tutti invocavano di essere scelti, volti e mani imploranti, come di fedeli in peregrinazione, che anelino una grazia davanti all'effige del santo.

Lei gestiva quella bolgia di arrapati col l’autorità di un esperto domatore di belve nella gabbia di un circo: sapeva eccitarli o blandirli con un semplice schiocco di quel frustino e quelli si esaltavano o divenivano remissivi a seconda della sua volontà.

La vide risalire la corsia centrale, avanzando fino alla sua poltrona, puntandolo con lo sguardo.

Si arrestò al fianco del suo posto, gli battè il frustino sulla spalla e disse solo:

- Tu! Vieni! - Era un tono più simile a un ordine che a un invito: l’aveva scelto.

Lui risalì da quel torpore abulico che lo aveva collassato, in panico cercò la voce che non trovava, allora fece un segno più volte ripetuto di diniego col capo.

Gli occhi magnetici e fermi di lei lo inchiodarono: - Dai non fare lo scemo. Sei qui per questo. Non sarai mica finocchio? -

Vedendolo indugiare ancora, sorrise beffarda: - Su dai, animo! Non sei un bambino. Vogliamo mica stare qui a fare notte? -

Si sentì preso in trappola, tra riluttanza ed orgoglio virile ferito, inutilmente si guardò intorno cercando scampo. Era al culmine dell'imbarazzo: non aveva preso in considerazione, neppure lontanamente, l'eventualità di salire su quel palco e denudarsi davanti a tutti per assecondare lo spettacolo. C'era soprattutto il disagio dell'affrontare quella prova nello stato di sciatteria igienica in cui versava quel giorno.

Era perso, la testa gli ronzava come in un motore svalvolato.

Per uscire da quella scomoda situazione avrebbe soltanto potuto fuggire, inseguito dai fischi beffardi della sala, ma occorreva una enorme quantità di energia per affrontare quella disonorevole soluzione e lui non la possedeva.

Radunò le briciole residue di spirito e si alzò seguendo, come un agnello che va al sacrificio, quella schiena tonica, inguainata di vernice lucida, sulla via del palco.

Lassù al centro della scena, nel cono di luce circolare, l’unica nota positiva fu l’essere divenuto cieco da ciò che gli stava intorno: al di là di quel perimetro luminoso tutto scompariva, la platea si era ridotta alle ginocchia degli spettatori della prima fila.

Questo lo rincuorò un poco, la folla da quella posizione si riduceva alla percezione indistinta di un mare notturno, il rumore remoto di uno sciabordio che lambiva la riva. C’era per assurdo un'intimità complice tra loro due, uniti e soli nel mezzo di quel mare celato dalle tenebre, nel contempo affollato e anonimo.

Un ampio tappeto di cocco, sotto i piedi, li isolava dalle polverose tavole del palcoscenico: lui se ne rallegrò per un fatto d’igiene, aveva la pelle delicata e la polvere gli procurava delle allergie cutanee.

Lei con la solerzia professionale di una nurse che deve fare il bagnetto al pupo, lo aveva liberato dei vestiti, lasciandolo solo in mutande, lo aveva fatto sdraiare sul tappetto

Posto trasversalmente al fronte della ribalta, sotto la luce bianca del grande faro, si sentiva come un paziente sul tavolo operatorio in attesa del lavoro del chirurgo.

In quel perimetro di luce slabbrata l'ansia di cosa potesse accadere gli procurava una sensazione di gelo alle estremità del corpo.

Guardava per la prima volta un palco dalla posizione riservata agli artisti: in alto, nel cielo nero del soffitto, si delineava la struttura metallica che alloggiava le luci di scena, alla sua sinistra il corpo bramoso e invisibile degli spettatori, alla sua destra le quinte buie del fondo scena.

Le grandi casse audio, ai lati della scena, sparavano decibel verso la platea, pompando sui bassi facendo vibrare le tavole sotto la stuoia, la musica aveva un ritmo ossessivo.

Lei era posizionata più in là, fuori dal suo campo visivo, la sentiva impegnata a cercare qualcosa nella sacca del suo armamentario di lavoro.

Seminudo e pieno di ansia, provava imbarazzo come poche volte gli era accaduto, era anche irritato per come si erano messe le cose: aveva pagato un biglietto per assistere ad uno spettacolo, non per farne parte.

Desiderava solo che tutto questo finisse in fretta. Chiuse gli occhi per esorcizzare quel momento d’attesa inquieta, con l'intento di riaprirli solo quando tutto fosse passato.

La ragazza era pronta: lo sovrastava dall’alto di quelle gambe di tornita perfezione, si era liberata delle mutandine, aveva tenuto indosso il solo corpetto che lasciava fuori le tette. Reggeva un fallo di plastica nera, a occhio era lungo una trentina di centimetri, lo sollevò esibendolo al pubblico col gesto emblematico della fiaccola retta dalla Statua della Libertà: la marea oscura esplose in una febbre di giubilo.

Gli sussurrò: - La regola è che io faccio delle cose e tu te le lasci fare. Io ti tocco e a meno che non sia io a chiedertelo, tu tieni le mani a posto. Tutto chiaro? -

Più che una domanda era una direttiva che non prevedeva risposta.

Montò a cavallo del suo petto, le ginocchia incuneate sotto le ascelle di lui, muoveva il bacino strofinandogli il sesso sullo stomaco, gli prese le mani e se le portò al seno. - Carezza senza stringere. - Gli bisbigliò, intanto si infilava quel coso nero in bocca simulando una appassionata fellatio.

Lui reggeva timoroso ed impacciato quelle coppe dal volume così calibrato e dalla consistenza deliziosamente piacevole, con l’apprensione con cui si maneggia una bolla di sapone prossima ad esplodere o una granata con la sicura rimossa.

Dopo qualche minuto di quell’esercizio, appurato che nulla al momento sarebbe deflagrato, si fece animo e osò qualche massaggio circolare in quella carne plastica, calda e deliziosa al tatto.

Aveva capezzoli pronunciati con areole brune, si ergevano sfacciati ed invitanti come fragole mature. Dovette ammettere che pur nella sventura, quella situazione presentava alcuni aspetti piacevoli.

Vedendo che lei, impegnata a ciucciarsi il pene di plastica, non gli prestava attenzione, azzardò la mossa di pinzargli i capezzoli tra pollice e indice.

Lei lo fulminò con lo sguardo e a denti stretti e tono basso, per via del pubblico, sbottò: - Ma sei scemo? Allora non capisci l’italiano. Togli 'ste cazzo di dita dai miei capezzoli o ti infilo sto coso nel culo! -

- Scusa. - Sussurrò lui, confuso.

- Scusa un cazzo! - Rispose lei secca, con occhi acuminati come spilli.

- Apri la bocca e reggi, senza fare cazzate. - Ordinò, infilandogli tra i denti la base del fallo finto. Doveva sostenerlo come una trombetta, aiutandosi con le mani, mentre lei cambiava di posizione per la nuova performance.

Sempre a cavallo del suo petto, ma voltandogli le spalle, gli posizionò le splendide natiche sotto al mento, esibendo il sesso spalancato sotto i suoi occhi.

Messa così introdusse il fuso nero fra le labbra della vagina e lo fecce scivolare lentamente dentro, aiutandosi con una mano.

Muoveva il bacino mimando un coito lento, il suo corpo emanava un tepore buono, profumava di vaniglia e talco, una fragranza soffice, da profumeria elegante, non da grande magazzino.

Lui faceva del suo meglio nel reggere quell'affare che si affondava nel ventre.

Poi lei ordinò: - Poggia le mani sulle mie chiappe e tienile li mentre lavoro. -

Lui eseguì, reggere solo con la bocca quell’attrezzo di un diametro di cinque centimetri, non era cosa facile, gli dolevano le mascelle e la plastica aveva un sapore ributtante.

Si era protesa in avanti facendo aderire il busto al suo corpo, gli aveva poggiato il seno sul suo pube e strusciava le tette sulla stoffa dei suoi slip.

Il profumo della pelle, il calore del corpo di lei, e quei movimenti stimolanti iniziavano a rilassarlo, si sentiva turbato come gli era successo prima di salire su quel cazzo di palco.

Il corpo rispondeva a quelle sollecitazioni, sentì nascere una timida erezione, il bagigio barzotto si animava di vita propria tendendo il tessuto delle mutande.

Prese coraggio, trasgredendo la direttiva ricevuta, fece scivolare le mani verso l’interno dei glutei e con la punta delle dita, lambì le labbra di quella tenerezza rosea e dischiusa.

La sentì irrigidirsi e serrare di riflesso le gambe, poi come si fa con i cavalli per richiamarli all’ordine, gli piantò lo spillo metallico del tacco degli stivali nelle ascelle.

- Stronzo! Togli le mani da lì o ti stacco l’uccello con un morso! - Esclamò secca, con un volume che solo lui poteva udire. Lui come un bimbo pinzato con le mani nella marmellata, emise solo un gemito trattenuto di dolore e ritirò rapido le mani.

Lucrezia Love riprese a muoversi, scese con la bocca a lambigli il ventre riprendendo

l'attività interrotta.

Si spinse più giù, indugiando sul pube, lui sentì il fiato caldo attraverso la stoffa, chiuse gli occhi: la cosa era molto piacevole, rilassato cercò di godersi quella carezza. Era un attimo di pura e intensa magia, ma durò poco.

- Merda! - La udì imprecare a bassa voce.

- Ma cosa tieni nelle mutande? La carogna di un topo morto? Puzzi come una latrina: sembra che ti sei fatto un bagno con l’acqua del cesso. -

Lui avvampò di vergogna: se la sentiva che quel problema imbarazzante, alla fine sarebbe venuto fuori.

- Ma guarda che schifo di maiale mi doveva capitare! Porca puttana. Ne vedi di ogni con questi segaioli. Fanculo a 'sto lavoro di merda. Che sfiga del cazzo! -

Inveiva sottovoce in un fiume di imprecazioni: era davvero fuori della grazia di Dio.

Lui avrebbe desiderato sprofondare nel sottopalco, farfugliò scusandosi:

- Scusami, dai. C’era un guasto, ho dovuto lavarmi con la minerale … -

Nel farlo gli scivolò di bocca il fallo sintetico, restando infilzato al corpo di lei come una banderilla sulla schiena del toro durante la corrida .

- Ma va fanculo! Zozzone e stronzo! -

- Scusami. - Replicò lui con un refolo di voce.

- Me ne fotto delle tue scuse! Vaffanculo! Andicappato, manco reggere un vibratore in figa ti riesce! -

Si alzò in piedi, sfilò l’attrezzo dal suo corpo, gli diede un'ultima voluttuosa leccata e con la grazia di una étoile del Bolshoi a fine numero, piroettò sul proscenio in un inchino rivolto al pubblico.

Mentre raccoglieva una calorosa bordata di applausi, la musica sfumò e le luci di scena si spensero: il pesante sipario si richiuse lento su quel mesto spettacolo.

Lui umiliato e scosso, si affrettò a raccattare i suoi abiti sparsi nel buio alle sue spalle, poi con le scarpe in una mano ed il resto nell’altra, si avvicinò a lei che stava radunando le sue cose.

- Beh! Io andrei … - Disse piano, accomiatandosi.

- Evapora! - Rispose lei acida, senza voltarsi e degnarlo di uno sguardo.

Si rivestì avvilito e rapido, ancora con le scarpe in mano ridiscese i gradini del palco e si mischiò alla fiumana che abbandonava la sala.

Nella calca qualcuno gli pestò il piede nudo, ma lui si impose di non mostrare dolore.

Sentiva ridere, colse qualche parola di un gruppo alle sue spalle:

- Sto scemo aveva quel pezzo di figa tra le mani e sembrava un’impedito. -

Un altro aggiunse: - Ma dai, è chiaro: a quello piace il manico, mica la passera. - Altre risa di sarcastica derisione.

Fuori il pomeriggio volgeva al termine e non c’era un refolo d’aria.

Mentre attendeva il tram del ritorno, rivoli di sudore scendevano lungo la schiena inzuppando la Lacoste già madida.

Sulla carrozza, meditava su quella infausta giornata e sul senso della sua esistenza, seguiva con sguardo assente le linee scure di PVC antiscivolo del pavimento.

Alla quinta fermata del percorso due controllori salirono sul mezzo, lui non se ne accorse.

Si scosse solo quando gli chiesero di esibire il biglietto.


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