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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Il complotto

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8 minuti

Pubblicato il 15 marzo 2021 in Fiabe

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(in neretto ci sono gli indizi)

Il principe Rodolfo aveva solo ventuno anni quando suo padre morì e lui salì sul trono del regno di Floralia. Alla morte del vecchio re furono proclamati tre giorni di lutto e il popolo partecipò triste e commosso alle esequie, poiché aveva governato accortamente e con giustizia.

Durante la festa per la sua incoronazione Rodolfo si rivolse ai suoi sudditi:

«Nonostante la mia giovane età, accetto l’onore che mi fate. Prometto, sulle orme dei miei antenati, di ricercare la pace, che sola può favorire lo sviluppo del commercio e delle arti e assicurare il benessere a tutti i cittadini».

Nei primi tempi del suo governo, infatti, spese molto in opere architettoniche per rendere splendidi anche i luoghi più sperduti dello stato, arricchì le biblioteche pubbliche, si circondò di letterati ed artisti e, per divertire la sua gente, organizzò feste e giochi nelle piazze e nelle strade. Rodolfo aveva un fratello minore di nome Gabriele che lo aiutava nell’amministrazione dello stato. Così quando questi si innamorò di una giovane fanciulla, organizzarono insieme un grande torneo il cui vincitore avrebbe conquistato un ritratto della “bella senza pari” dipinto da uno dei più bravi pittori e fu anche incaricato il più valente poeta di scrivere un poema. Fu una festa meravigliosa di cui si parlò a lungo in ogni angolo del mondo e in tutti i libri di storia. Rodolfo e Gabriele erano amati da tutti e accolti festosamente ovunque si recassero. Sembrava proprio che ogni cosa procedesse nel migliore dei modi: la pace che sapevano assicurare donava serenità a tutto il regno, i cui abitanti potevano dedicarsi al proprio lavoro, agli studi e agli svaghi. Da ogni parte si guardava a quel piccolo stato come ad un faro di cultura e buon governo.

Finché, nella vicina Repubblica di Demos, salì al potere il superbo mago Doriano. Geloso della fama dei due fratelli e desideroso di ingrandire i propri confini non si fece scrupoli di organizzare un complotto per ucciderli. Per prima cosa pensò di inviare presso di loro un suo giovane ambasciatore col compito di rassicurarli della sua amicizia, affinché non avessero sentore di ciò che andava tramando. Trovò degli alleati in una ricca famiglia di commercianti che, in cambio di grandi ordinativi, gli prestarono una grossa cifra. Con quella armò un potente esercito a capo del quale mise suo nipote, al quale promise:

«Conquista Floralia e ti nominerò vicere».

Ma prima di tutto era necessario eliminare i due principi e conquistare il favore del popolo. Furono ingaggiati vari sicari, tra cui un valente condottiero di ventura che, in cambio di una ricca ricompensa, avrebbe dovuto guidare il complotto.

La sera si dettero appuntamento in una taverna per definire le modalità dell’azione:

«Dobbiamo ucciderli insieme, altrimenti il superstite potrebbe organizzare una vendetta» disse uno

«Giusto» rispose un altro «come possiamo fare per sorprenderli senza che si mettano in guardia?»

«Io accompagnerò il mio signore, l’ambasciatore, al banchetto che hanno programmato per festeggiarlo» si intromise un terzo «suggerisco di avvelenarli e far passare la loro morte come conseguenza di una malattia intestinale»

Tutti si dichiararono d’accordo e fu procurato il veleno.

Ma all’ultimo momento giunse la notizia che Gabriele non avrebbe partecipato al banchetto perché non stava molto bene.

«Dobbiamo rimandare» fu la proposta con la quale tutti si trovarono d’accordo. Perciò ci fu un’altra riunione nella taverna per decidere cosa fare.

«L’esercito è alle porte della città» disse il valente condottiero «non possiamo indugiare oltre, altrimenti il nostro piano rischia di essere scoperto».

Visto che col veleno non sembrava funzionare fu proposto di formare due squadre che, agendo contemporaneamente, li avrebbero pugnalati. Restavano solo da decidere il giorno e il luogo.

Dopo lunghe discussioni ci fu uno che propose:

«Saranno sicuramente insieme e disarmati domenica, nella cattedrale, quando parteciperanno alla messa solenne di Pasqua»

«Vero» aggiunse un altro «e poiché al momento dell’elevazione dell’ostia, tutti avranno il capo chinato in segno di rispetto, sarà quello il momento di colpire»

«Sarebbe un sacrilegio!» Esclamò inorridito il valente condottiero «Sono un uomo d’armi e non ho timore di uccidere, ma non voglio dannare la mia anima compiendo un delitto in un luogo consacrato».

E così, dato il suo rifiuto, si trovarono in tutta fretta due manigoldi che, in cambio di un bel sacchetto di monete si offrirono di portare a buon fine l’omicidio dei principi.

La domenica mattina Rodolfo raggiunse, insieme con un gruppo di suoi amici, la cattedrale e, con la generosità che lo contraddistingueva, lasciò libero il posto in prima fila, a cui aveva diritto essendo principe regnante, per far accomodare due anziani signori che camminavano con il bastone. Restò in piedi accanto alla porta della sagrestia e si raccolse in preghiera in attesa dell’inizio della Santa Messa. Dopo poco arrivò anche Gabriele che ancora convalescente, preferì non raggiungerlo e restare, dalla parte opposta, in vicinanza della porta laterale della Basilica, per non disturbare la funzione nel caso avesse avuto bisogno di uscire per una ricaduta del suo malessere.

Silenziosamente anche i sicari presero posizione, ognuno accanto alla vittima che gli era stata assegnata. Al momento concordato due assassini pugnalarono Gabriele che, colto di sorpresa e impossibilitato a difendersi, cadde a terra mortalmente ferito. Invece, gli inesperti manigoldi assoldati all’ultimo minuto, che avevano il compito di uccidere Rodolfo, riuscirono soltanto a ferirlo lievemente. Subito soccorso dai suoi amici, il principe fu trascinato nella vicina sagrestia, di cui furono sbarrate le pesanti porte, e messo al sicuro. Il panico si diffuse tra i fedeli che popolavano la basilica per assistere alla funzione pasquale. Ci fu una fuga generale, tutti si riversarono nelle strade gridando al sacrilegio. Ben presto la notizia raggiunse il palazzo reale dove il capitano delle guardie si affrettò a preparare la difesa. Poi, con un drappello di soldati bene armati si diresse verso la chiesa per verificare l’accaduto. Non ci fu nulla da fare per Gabriele che ormai giaceva morto in una pozza di sangue, se non raccoglierne il corpo per riportarlo al palazzo e prepararne il funerale.

Rodolfo, invece, fu liberato e condotto sotto scorta armata alla sua reggia per essere curato.

Frattanto il capo della ricca famiglia di commercianti che aveva finanziato il complotto, salì sul suo più veloce cavallo e, attraversando le strade della città, andava gridando:

«Libertà, libertà, morte al tiranno!» poiché non sapeva della mala riuscita del suo piano e sperava di ottenere con queste parole l’appoggio della gente. Ma, contrariamente a quanto si augurava, le persone intorno a lui cominciarono a urlare: «Rodolfo, Rodolfo» comunicando così il loro apprezzamento per il principe. Perciò dovette scappare per cercare di mettersi in salvo. Cavalcando a gran velocità, raggiunse la sua villa in campagna, dove sperava di essere al sicuro dalla rappresaglia popolare. Ma anche lì, dopo pochi giorni fu raggiunto dalla milizia, che lo arrestò e portò in catene nella prigione cittadina. Intanto una gran folla, preoccupata per la salute del giovane principe, si recò presso la reggia e chiese a gran voce di vederlo e solo quando lui si affacciò al balcone tutti si rasserenarono e tornarono alle loro abitazioni.

Quando seppe che il suo complotto non era andato a buon fine, il superbo mago Doriano si arrabbiò moltissimo e scagliò una serie di maledizioni contro il regno di Floralia, il suo re e la sua popolazione. Dapprima ci fu un’invasione di cavallette che distrusse molti raccolti, poi il bestiame cominciò a morire, debilitato dalla mancanza di cibo. Una grave malattia si diffuse tra gli abitanti delle città e molti perirono. Anche il principe Rodolfo si ammalò, ma grazie alla sua forte fibra e alla sua giovane età, riuscì a guarire e a rimettersi in forze. Allora il mago cattivò ideò un altro piano: convinse il potente imperatore di Nauplia, il cui stato era vicino a Floralia, che i suoi confini non sarebbero mai stati sicuri e i suoi commerci floridi se non avesse sottomesso il vicino regno e catturato il suo sovrano. L’imperatore inviò, quindi, i suoi ambasciatori dal giovane re, intimandogli di dimettersi e di inviare in ostaggio alla sua corte il maggiore dei suoi figli, di appena tre anni.

«L’alternativa, in caso di disobbedienza, sarà la guerra!»

Grande fu la costernazione tra la popolazione del pacifico stato, già provato dalla carestia e dalla malattia che imperversavano.

«Se è me che vuole, è me che avrà» disse Rodolfo.

Affidò la reggenza alla regina e si mise in viaggio. Appena giunse nella capitale dell’impero fu convocato a palazzo perché il sovrano era curioso di conoscere un così coraggioso principe, che non aveva avuto timore di presentarsi al suo cospetto, nonostante le minacce ricevute. E, col passare del tempo, imparò a conoscerlo ed ad apprezzarlo per le sue doti di giustizia, di saggezza e la volontà di proteggere il suo popolo, rifuggendo dalla guerra e coltivando le arti e gli studi. Infine stipularono un accordo di amicizia e aiuto reciproco, che li metteva entrambi al sicuro anche da eventuali attacchi di nemici esterni.

Quando seppe di questa alleanza, il superbo mago Doriano capì che anche questo suo malefico piano era stato sventato, divenne verde di bile, si arrabbiò tantissimo e tanto urlò e strepitò che alla fine gli venne un colpo e morì di crepacuore.


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