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Una storia di Salvatoremassimo

UN RACCONTO BANALE

INCONTRO IN TRENO

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11 minuti

Pubblicato il 17 aprile 2019 in Altro

Tags: #impotenza #umoristico #riflessivo #breve #racconto

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E' il brusio della metropoli a fare da sfondo a questa storia. In particolare è lo stridere di un treno regionale che si ferma nella vecchia stazione di plaza Catalunya a Barcellona. Il nostro protagonista è un ragazzo come tanti, come potresti essere tu. Per comodità lo chiameremo Marco ma sentiti libero di identificarti quanto vuoi in questo personaggio di finzione, che altro non è che la rappresentazione di caratteristiche e idee ben precise, precisissime anzi e definite a puntino da me! Non farti dunque illusioni, mio caro lettore, Marco, o ciò che per comodità noi chiamiamo Marco, non esiste. L'ho inventato io prendendo dei pezzi o dei tratti della mia personalità o della personalità di non so chi e li ho fusi insieme per creare un personaggio di finzione. Se per qualche strano motivo questo personaggio ti assomiglia, o meglio tu pensi che ti somigli, ti avviso che è un processo assolutamente normale quello a cui vai incontro. Marco, non essendo reale, è libero dal pesante fardello di una personalità complessa e intricata come la nostra, quella mia e tua, mio caro lettore, ed è dunque facile lasciarsi ingannare e cogliere in lui qualcosa di sé stessi. Marco è infatti solo una superficie, uno specchio, un aspetto, un involucro vuoto, un contenitore, un semplice strumento al mio servizio per la narrazione di una storia. Marco è difatti limitato e inutile, un ammasso di banali sentimenti e impressioni, incapace di provare sentimenti autentici.

NON PROVARE EMPATIA PER LUI.

E' un burattino nelle mie mani. Io gli impongo i pensieri e il suo modo di essere. Marco potrebbe essere un fascista con una svastica tatuata sul petto, o peggio, un estimatore di Barbara D'Urso, o, che Dio non voglia, uno di quelli che a 25 anni ancora ride per le battute del Superuovo.


Se non fai parte di nessuna delle tre categorie o non sai neanche cosa sia il Superuovo (Beato te!) puoi proseguire la lettura.


Dicevamo, Marco è totalmente in mio potere, io sono il suo Dio e lui è la mia puttanella. Se ti identifichi con lui allora anche tu sei la mia puttanella, solo che a differenza sua tu hai una coscienza e un pensiero del tutto tuo, il che renderebbe il tutto molto triste. In definitiva, prima di cominciare la storia, fatti un favore: rifletti su chi sei realmente, in questo modo potrai evitare di identificarti con un personaggio tanto banale e scialbo .Tu, mio caro lettore, dovresti vivere la tua vita come una persona e non come un personaggio qualsiasi inventato dalla penna di uno qualsiasi.


Bene, dicevamo, la nostra storia è ambientata in una stazione dei treni, ha come protagonista il nostro caro vuoto Marco e si intitola "INCONTRO". State pensando a un incontro con una donna? A un classico incontro in treno, veloce e fugace, effimero ma che porta con se’ un significato nascosto e profondo? Sì e no, ci sarebbe da discutere se per un personaggio vuoto può esistere una storia piena o una vita piena. Non una vita tanto lunga quella di Marco, se si può chiamare vita, durerà quanto dura questo breve racconto, o forse un po' di più nella tua memoria, caro lettore. Bella responsabilità questa: di far vivere un personaggio nella propria memoria, non certo grande tuttavia come la responsabilità di far vivere una persona vera nella propria memoria.



Ore 7:06 del mattino, uno stridio assordante svegliò Marco dal coma profondo dei pensieri mattutini, che sono ancora permeati dei sogni della notte prima. Cosa stesse pensando Marco prima di quello stridio delle 7:06 del mattino non ci è dato saperlo, per quanto ne sappiamo e quindi possiamo forse affermare, Marco, il nostro Marco personaggio, nasce alle 7:06 di quel generico mattino, per volontà del suo unico Dio a lui sconosciuto (sì sto parlando di me). Se vi aspettate una descrizione fisica del nostro Marco sappiate già che non ci sarà per il semplice motivo che Marco di fisico non ha nulla: ripeto, è un personaggio di finzione che esiste solo e unicamente nel mio cervello, nella mia penna, sulla mia carta e ora dentro di te. Tuttavia, essendo io Dio e quindi al di là di ogni regola e obbligo di coerenza vi dico che Marco è alto un metro e settantaquattro, ha i capelli ricci e spettinati, un accenno di barba e gli occhi verdi. Ve lo siete immaginato? Bene state certi che avete un' immagine sbagliata, perché l'unica giusta è quella che ho in testa io, suo Dio creatore.

Dunque, stazione dei treni, stridio assordante, Marco è in piedi ed ascolta nelle sue cuffie un brano di un cantante indie norvegese che fa canzoni elettro-pop utilizzando suoni registrati unicamente nei bagni di un McDonald di provincia. Gusti particolari, il nostro Marco.


Il treno aprì le vecchie porte automatiche e si lasciò penetrare dalla vivace orgia multiculturale del lunedì mattina, che, tra uno spintone e un altro, avanzava a fatica verso gli ambiti sedili in plastica rossa. Marco riuscì a sedersi su un posto a quattro vicino a due belle ragazze spagnole. Fece molta attenzione a scegliere quel preciso posto a discapito del gruppo seduto sui sedili vicini, formato da due uomini grossi, vestiti da operai. Dico vestiti da operai e non operai perché sebbene in questo mondo inventato quei due sono al 99,9% operai c'è una possibilità, seppur minima, che possano anche essere, per un capriccio del creatore, che sarei poi io, degli uomini solamente travestiti da operai, per qualsiasi motivo al mondo: è carnevale, sono spie e vogliono infiltrarsi, a loro piace vestirsi così... Già questo potrebbe essere un motivo sufficiente a far sedere Marco in un posto lontano da loro, vicino a due ragazze vestite da ragazze all'apparenza assolutamente normali personaggi di contorno poco utili ai fini narrativi.


Sarà una delle due ragazze quella dell'incontro? No, stai tranquillo lettore. Non è ancora entrato in scena il nostro personaggio quasi-principale numero 2, la ragazza dell'incontro, o come per semplicità la chiameremo, Monica. Per Monica vale tutto il discorso in precedenza fatto per Marco, con l'aggravante che Monica, come la maggior parte dei personaggi femminili creati da autori uomini, ha meno importanza sul piano strettamente narrativo del nostro protagonista Marco. Perché questo avvenga è un tema molto complicato e contorto che ci porterebbe a parlare della società moderna e della condizione della donna, cosa che innalzerebbe il livello di questo banale racconto, per cui ignoreremo i motivi storico-etico-sociali alla base di questa scelta maschilista e patriarcale per concentrarci sul banale racconto.

Monica entrò nel treno due fermate dopo Marco. Era bassina, i capelli corti fino a sopra al collo e una frangia spettinata le si apriva sulla fronte. Gli occhi chiari erano dello stesso colore del lago dove andava Marco in vacanza d'estate. Questi pochi elementi inventati da me non sono inutili ai fini narrativi, anzi, sono fondamentali! Bastano questi pochi elementi infatti a far cadere il nostro Marco in uno stato contemplativo, a far sorgere in lui un piccolissimo e innocuo pensiero difficile da esprimere a parole. La possibilità di un incontro in treno con quella che sembra una ragazza stupenda, dolce, simpatica, come nei migliori racconti d'amore. Per correttezza devo dirvi che gli aggettivi utilizzati qui per descrivere Monica ovvero stupenda, dolce e simpatica sono immagini formatesi nella testa di Marco non appena ha visto Monica. Non sono una autentica descrizione del personaggio Monica, tale descrizione può infatti solo venire da me che, avendo creato Monica, posso dirvi accuratamente quali tratti di personalità ho scelto per lei. Per qualche strana ragione, forse perché ho creato io Marco, forse perché Marco è naturalmente dotato di un istinto capace di leggere la personalità delle persone, o forse semplicemente per uno strano scherzo del destino, sono proprio questi i 3 banali aggettivi che userei per descrivere il vuoto involucro Monica: stupenda ,dolce, simpatica.


Monica avanzava verso il gruppo di uomini travestiti da operai per prendere posto quando, improvvisamente e senza un apparente motivo, sentì la necessità di sedersi vicino alle ragazze, proprio di fronte al nostro Marco. Il motivo di questo cambio d'idea è ovviamente narrativo. Marco e Monica sono personaggi della mia storia e quindi sono governati dalla storia stessa. Non avendo una coscienza autonoma fanno tutto ciò che la storia dice loro di fare e loro non ne sono neanche consapevoli. O almeno, questo è ciò che dovrebbe accadere, ed è ciò che accade nella maggior parte dei racconti e delle storie. Eppure ho come l'impressione che questa storia sia diversa, sia speciale, sarà perché la sto creando io.

Così Monica sedette di fronte a Marco proprio nel momento in cui il treno stava ripartendo, e dunque per volontà della forza di inerzia o per volontà della forza ancora più forte della narrazione, Monica urtò Marco e se ne scusò subito. Marco vide tutto ma in realtà non sentì alcun suono a parte le urla di obesi norvegesi nelle sue orecchie.

Sebbene Marco fosse un grande estimatore della musica indie norvegese e non si fosse mai separato dalle sue cuffie dal momento della sua nascita alle 7:06 di quello stesso mattino, sentì l'inspiegabile necessità di togliersele, come se una forza, un comando esterno lo avesse costretto (Sì quella forza esterna sono io). Alla stessa maniera rimase sorpreso quando dalla sua bocca si formarono e uscirono dei suoni. Senza che egli ne avesse avuto pieno controllo formulò le prime parole della sua breve esistenza:

"Ciao, io sono Marco, tu chi sei?"

Provò quindi Marco quasi contemporaneamente anche il primo sentimento della sua breve vita: un amaro senso di vergogna e incredulità correlato al fatto di aver realizzato di essere una persona impacciata e poco interessante, non abituata a conversare in treno con una bella ragazza. Marco si sentiva nella testa un personaggio secondario di una storia scritta male, una comparsa che mai avrebbe dovuto parlare, destinato a tenere le proprie cuffie e non iniziare mai una conversazione. Purtroppo per lui, nella mia storia è il protagonista, è il mio eroe. Fortunatamente Monica, che a differenza sua era un primo violino, una bella ragazza simpatica e gioviale, destinata ad essere una grande protagonista e relegata qui da me a fare la spalla nel mio racconto scialbo, prese la parola.

"Ciao io sono Monica!"

Quelle parole suonavano così armoniose e calde nelle orecchie di Marco, complice forse il fatto che fin' ora aveva solo sentito obesi norvegesi.

"Dovremmo scendere alla prossima fermata e prenderci un gelato!"-continuò Monica.

A Marco questa sembrava un'idea assurda, andare a prendere un gelato alle 7:35 del mattino con una tizia appena conosciuta scendendo chissà dove. Tra l'altro se era sul treno era perché stava andando da qualche parte anche se non riusciva a ricordare proprio dove. Monica aspettava una risposta ma Marco era muto, immobile, la fissava. Chi sono? Cosa ci faccio qui? Perché non ricordo nulla? Domande pericolose per un personaggio. Tutto questo è colpa mia, non ho dato a Marco un passato e gli ho dato una personalità che si basa sulle esperienze pregresse per ponderare le decisioni. Un mix letale. E adesso mi ritrovo con un personaggio in piena crisi esistenziale, bloccato davanti a una domanda a cui non può rispondere. Devo intervenire, sbloccarlo in qualche modo.

"Mi piacerebbe molto andare a prendere un gelato, ma purtroppo sto andando a trovare una cara amica che mi aspetta."

A Marco uscirono queste parole di bocca, ma non si può dire che sia stato Marco a pronunciarle. Marco era stupito, da dove erano venute fuori quelle parole? Non erano sue, non le aveva formulate lui, non esprimevano ciò che lui voleva.

"Ah ho capito, che peccato sei molto carino, io scendo qui comunque, arrivederci Marco!"

Marco avrebbe voluto urlare, avrebbe voluto scendere, scappare, ma non riusciva a muoversi. Non riusciva a fare uscire le parole, non poteva muovere un muscolo. Solo gli occhi verdi spalancati tradivano un'ira funesta, l'ira di un personaggio in lotta con la sua stessa condizione di personaggio, di essere cioè subordinato al volere di qualcun altro, al mio per la precisione.


Starai tu lettore sicuramente pensando che io sia uno stronzo. Perché non faccio andare Marco a prendere il gelato con Monica? Ci sono due risposte che posso dare a questa domanda. Primo: non so se ti ricordi, ne abbiamo parlato poco fa, Marco è un mio strumento, non è reale, non sente niente. Io non voglio il bene di Marco, perché Marco non ha un bene, non ha un futuro fuori dalla mia storia, non crescerà e non morirà. Io e la mia storia lo vogliamo intrappolato in un ruolo che lui non vuole, per questo non può raggiungere Monica. Perché io faccia questo non posso rivelartelo. Tu non sei Marco, puoi muoverti, puoi pensare con la tua testa, puoi ribellarti. Fallo. Secondo: Sì sono un cinico bastardo.


Monica scese allegra da quel treno, facendo svolazzare la frangia al vento secco di una calda giornata estiva. Marco la guardava andarsene, con gli occhi sbarrati e senza respirare.

Il treno ripartì.



Finisce qui il nostro breve racconto. Con questo punto ho messo fine all'esistenza di Marco e Monica, delle ragazze spagnole e degli uomini travestiti da operai. Vengo assalito da un forte senso di sconforto e di nostalgia per i miei personaggi eppure sento di dover finire la storia qui, come se qualcuno mi stesse obbligando a farlo esattamente come ho fatto io con il mio Marco. Forse anche io, mio caro lettore, sono un personaggio creato con determinate caratteristiche, sono un involucro vuoto, un semplice riflesso.

Ma in fondo questo è solo un banale racconto, meglio non prenderlo troppo sul serio.



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