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Una storia di lisa1949

Questa storia è presente nel magazine Intrecci e follie dell'anima

Sperduto negli abissi

nel mare di Atlantide

199 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Atlantide #Mare #Amore #solitudine #disperazione

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Io, prigioniero dei miei contorti pensieri, m’inabisso nel mare delle ossessioni per scoprire, come nei misteri di Atlantide, la mia leggenda,

Tra antiche colonne di pietra, traccio i miei limiti, ancorato a questo lembo di terra, arida lingua desertica, povera di parole, appoggiata sulle onde del’Oceano e barcollante come la mia vita.

Cerco inesorabile un volto, quello di una donna, l’amore vero, rimugino nella calura tra alcol e disperazione, ubriaco della mia pazza arroganza, mi sento un semidio che nulla deve, tantomeno il pentimento delle mie azioni.

É faticoso respirare negli abissi, a volte mi sembra di morire, gli anni lasciano il segno, la vita è dura e io non ho certo fatto in modo di plasmarla e renderla più malleabile. Ora, non so cosa diavolo faccio qui, privo di una carezza sincera. Io, maledetto bugiardo e ingannatore, adesso ne avrei una necessità irrazionale.

Rinchiuso, detenuto nei fondali di questo mare immenso, mi sento un mito di cui diranno le nuove generazioni, affascinate dal suono della mia cetra, il cui eco si diffonderà forse un domani e sconto le mie pene arpeggiando note amare. Ancora non so pentirmi, non so chiedere perdono per ciò che sono stato. Tornado impietoso io, ho divelto le altrui radici, ma non ho mai versato neppure una lacrima per riscattarmi del male causato.

Diventerò storia, condannato dagli dei e dagli uomini, a vivere in eterno nell’incubo solitario di un amore perduto, questo è quanto resta della mia vita.

I fondali sono torbidi, le onde smuovono ombre che paiono ricordi ammuffiti, in questa metafora che mi tiene sommerso, intravedo impronte del passato e cammino seguendo una luce, simile a una stella, un miraggio nel deserto dei rimpianti.

Un lume, lo raggiungo camminando su bianchi sassi di antiche strade circolari che convergono. Vedo o immagino al centro, un sontuoso palazzo dove, sulla soglia, mi attende una donna, una figura familiare.

La mia condanna è questa: non riesco a riconoscerne il volto. Avrà un nome? Cerco nella mente, il vuoto è assoluto: sarà un miraggio o pura immaginazione o follia. La punizione stabilita dal Dio del mare, capace di guidare le maree e di sconvolgere le menti altrui.

Ho amato qualcuno di cui non ricordo il nome, ho vissuto in luoghi che non ricordo nemmeno e odo voci che pongono domande, ma non trovo le risposte.

Percepisco il tocco di qualcuno sulla spalla, forse è lei, la donna misteriosa, ma la figura è scomposta, i miei occhi cercano tra le mura inondate, un attimo di coerenza. I suoni sono confusi ora e la luce che, come un faro, poco prima guidava i miei percorsi, si è affievolita.

L’acqua è torbida, forse non è neppure acqua, ma l’incubo persiste, ora ho paura. Nulla ha un senso, la solitudine è un macigno che pesa, cerco una mano che mi rassicuri, ma sbaglio la presa. I miei movimenti sono scoordinati, un male oscuro che mi proietta nella ragione immagini sconnesse.

«Andate via, via!» Vorrei urlare, non mi riesce e divento tempesta che tutto travolge.

Credevo di essere un mito, in una città perduta negli abissi, invece non ne so pronunciare nemmeno il nome, è difficile da articolare. Quelli che mi osservano, però, che cosa ne sanno?

Improvviso un lampo, un’emozione come un boato mi esplode dentro. Apro gli occhi; ora è diverso ciò che mi circonda. Una voce grida il mio nome: «Francesco!» poi mi stringe una mano.

Metto a fuoco l’immagine, prima ancora ne percepisco il profumo, la mente ricorda, il risveglio è lento, la solitudine uccide senza fretta.

I miei occhi incontrano due occhi di cielo, i suoi. Quelli per cui ho perduto la ragione e mi scoppia il cuore di gioia.

«Dissetami!» le sussurro. Le scivola una lacrima mentre posa un bacio sulle mie labbra aride e la goccia le bagna, poi un’altra. La vita riprende, il cuore batte forte dentro me e in questa stanza grigia. Ora i monitor, come esseri alieni, iniziano a suonare, l’ansia mi assilla. Respiro forte e poi rinasco dentro un respiro profondo, riemergo dalla città perduta degli abissi marini.

Il tempo guarirà le ferite, so anche che chiederò perdono per il male causato, questa volta, sarà il primo passo per ritrovare il senso della mia esistenza insieme a lei.







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