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Una storia di GeorgeDebilatis

DAL BASSO DEI CIELI

Eclissi allo zenith

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3 minuti

Pubblicato il 13 novembre 2019 in Horror

Tags: #a #mezzanotte #niente #sole

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I genitori glielo avevano detto di tenersi alla larga,

ma Jussi e Aarno, entrambi nell'età dei nove anni,

erano ferocemente calamitati dai polloni d'acqua che

sgorgavano dalle fondamenta dell'imponente edificio,

in costruzione a trentacinque metri dalle loro case.

I geniali ingegneri avevano preteso di innalzare un lieto

tributo alla loro stessa sicumera su un terreno paludoso,

e rigonfio di vaste pozze di acqua paludosa.


E ora con le pompe cercavano di prosciugare tutto

quell'acquitrino, prima che facesse crollare il resto

dell'edificio. La zona corrispondeva a quella sul cui luogo

dovevano sorgere i garage, ed era oscura e malsana,

pure di giorno.


Era domenica e gli operai non lavoravano, così Jussi e Aarno,

di buona lena, avevano aggirato il palazzo attraverso i prati,

rassicurando genitori che sarebbero andati a fare una passeggiata

verso le colline.

Invece erano ridiscesi dalla parte opposta e s'erano inoltrati nel

groviglio di divieti, pompe e attrezzi lasciati dai lavoratori.

Adesso erano in cima a una montagnola di terriccio e si

tenevano per mano, illuminando tutto con la torcia

elettrica che Aarno aveva alleggerito a papà. Un'asse

lunghissima e sottile giaceva fianco all'immensa pozza

per tutta la sua lunghezza. Aarno staccò la sua mano

da quella di Jussi e disse:


"Appoggiamo l'asse sopra tutta l'acqua e poi passiamoci sopra:

sarà come essere nella giungla o in mezzo alle paludi.

Sarà fortissimo".


Jussi approvò, un po' ridendo un po' solcato da una certa,

improvvisa inquietudine.

Sapeva di apprestarsi a fare una cosa non gradita a mamma,

e questo lo spaventava. Ma c'era Aarno con la sua determinazione,

il suo coraggio, e il suo spirito di esploratore che lo tirava

per i pantaloncini.

Così decisero di farlo. Con una certa fatica mossero l'asse proprio

sopra alla vastissima pozzanghera, e Aarno fu il primo a mettervi piede

sopra. Jussi lo fissava con il cuore che pulsava forte nella trachea.

Si avviò, e barcollando non poco, arrivò all'altra estremità con una

affannosa corsetta.


"Avanti, tocca a Te". Gridò a Jussi.


Questi mise il primo piede sul legno malfermo e scheggiato. Gli

parve di sprofondare nel buio, malgrado fosse fermamente

illuminato dalla torcia di Aarno. Avanzò e sentì scricchiolare il legno.

Non voleva guardare in basso e non riusciva a fissare avanti.

Le grida del compagno gli risuonavano come echi lontanissimi

e una nebbia caliginosa stava scendendo come una saracinesca

sulla sua mente, oscurata dall’ improvviso terrore.

A un certo punto si arrestò in mezzo alla rudimentale passerella;

fece appena in tempo ad alzare il volto pallidissimo, e a scoccare

un sorriso curiosamente enigmatico ad Aarno, che l'asse si era

ribaltata, e Jussi era volato nella profonda, fetida, enorme pozzanghera.


Non sapeva nuotare, e in un attimo scomparve alla vista dell'amico

sotto quella superficie oleosa e scura.

Aarno rimase per qualche secondo impietrito, poi si diede alla fuga,

urlando a squarciagola e piangendo.

Neppure Lui sapeva nuotare e ora stava cercando qualcuno che compisse

il miracolo in sua vece.

Qualcuno che estraesse Jussi da quella spessa trappola di marciume

e acqua maleodorante.


Mise sottosopra mezzo paese e accorsero tutti:

volontari, pompieri, semplici curiosi.

Cavarono quasi subito il piccolo dalla trappola repellente in cui era stato

trascinato, e gli fecero di tutto: dal massaggio cardiaco, alla

respirazione artificiale. L'acqua, mista a schifezze, gli fluiva dalla

bocca congestionata.

Si accanirono per un’ora su di Lui finché realizzarono, tristemente, che il cuore

aveva semplicemente ceduto; quel piccolo muscolo cardiaco s'era

semplicemente schiantato, forse al momento esatto del volo nell'acquitrino.

Ogni tentativo di riaffidarlo alla vita era risultato inutile, e ora Jussi tornava

al paese avvolto in un telo bianco, mentre la madre, impazzita, urlava frasi

sconclusionate,

piangeva con le pupille dilatate come due buchi neri.


Il papà osservava il mesto corteo, e faceva metodicamente a pezzi con

le mani il berrettino mimetico.

Era mezzogiorno e il sole picchiava forte. Incurante, sciocco e fuori misura.

Si spargeva ovunque e non lasciava nemmeno un angolo per ritirarsi,

ed elaborare il lutto, ingiusto e bastardo.

Placido e feroce non invitava, per pietà, la sera. Se ne stava sul suo trono,

ribaldo e compiaciuto come un dio indifferente e beffardo.


Sulla Terra, nel frattempo, si preparava il funerale di tutto un mondo innocente.







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