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Una storia di CristianoVenturelli

Questa storia è presente nel magazine Il Sospiro del Mistero

La DONNA VELATA

Racconto tratto dall'antologia ECHI DALL'IGNOTO

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11 minuti

Pubblicato il 21 aprile 2020 in Horror

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Antologia di racconti dell'occulto e del soprannaturale
Antologia di racconti dell'occulto e del soprannaturale

La luce del tardo pomeriggio, che filtrava attraverso il vetro colorato del rosone romanico, le cadeva proprio addosso. Impossibile non notarla, in piedi, tra gli ultimi banchi della navata centrale.

“Nel nome del Padre, del Figlio…”

D’altra parte alle messe infrasettimanali erano presenti sempre le stesse persone, quasi tutte donne, e Don Diego avrebbe potuto dire il nome e il cognome di ognuna di esse, considerando che erano le più assidue frequentatrici della parrocchia di San Francesco.

“Dio onnipotente abbia misericordia di noi…”

Non era una del paese o l’avrebbe saputo. Diciotto anni di servizio nella medesima parrocchia, a contatto con le maggiori pettegole del luogo, lo rendevano più efficiente di qualunque rivista locale di gossip. In realtà il suo vero nome era Giuseppe, ma, anche adesso che aveva raggiunto la cinquantina, la sua notevole somiglianza con l’attore che impersonava il Diego della Vega della versione televisiva di Zorro, gli era valsa quel soprannome, fin da quando aveva preso servizio in quel piccolo comune della bassa modenese, e da allora gli era rimasto appiccicato addosso.

“Dal Vangelo secondo Matteo…”

Si era accorto di lei da due o tre giorni. Era tra le poche persone presenti sia alla messa mattutina che a quella vespertina. Forse una vedova di fresca nomina che veniva a pregare per il marito defunto. Oltretutto non passava inosservata in quanto era l’unica che portasse sul capo un velo nero, bordato di pizzo, dal quale spuntavano lunghi capelli castani e un naso un po’ pronunciato. Il velo, unito a un cappotto dello stesso colore, allacciato fino al collo, la rendevano effettivamente simile a qualche vedova del Sud.

“Padre nostro che sei nei cieli...”

Da quello che si poteva vedere, o comunque intuire, sembrava un tipo attraente. Sulla quarantina, abbastanza alta di statura, le spalle ampie, il seno generoso. L’occhio di Don Diego era abbastanza allenato a giudicare la bellezza muliebre e il fatto che lui fosse un parroco non lo rendeva un’eccezione.


Già prima di essere ordinato sacerdote si era accorto in fretta del fascino che esercitava sul gentil sesso e di come lui non fosse immune alla cosa. Rammentava ancora adesso il suo primo incontro carnale. Accadde durante un pellegrinaggio a Roma. Lei si chiamava Agnese. Aveva una decina d'anni più di lui ed era bella come un sogno. Capelli lunghi e biondi. Occhi azzurri come un cielo d'estate. Labbra rosse come fragole, dolci come fragole. Quando si denudò, capì in un attimo il motivo che aveva spinto Adamo a lasciarsi tentare da Eva. Nessuna delle opere d'arte che aveva visto nei musei – dalla Venere dipinta da Botticelli a quella in marmo del Canova – aveva generato in lui un turbamento e un desiderio irrefrenabile come quella creatura in carne e ossa. E dopo che ebbe sperimentato la sensazione della sua pelle di velluto sotto le mani, gustato il morbido del suo seno e provato l'onda irrefrenabile del piacere, si rese conto che non avrebbe più potuto farne a meno per il resto della vita. Anche se questo significava buttare alle ortiche il suo voto di castità. Non aveva rinunciato al sacerdozio unicamente per amore di sua madre. Avere un figlio prete era sempre stato il sogno della sua vita. Infrangerlo l'avrebbe sicuramente fatta morire di crepacuore.


“La Messa è finita. Andate in pace.”

“Rendiamo grazie a Dio.”

“Visto che siamo nel periodo quaresimale, ricordo che sarò disponibile nella prossima mezz’ora a raccogliere le confessioni di chi desiderasse farlo.” disse prima di allontanarsi dall'altare.

Dopo essersi tolto i paramenti, Don Diego si avviò con una Bibbia in mano verso il confessionale e, con la coda dell’occhio, vide, con segreta soddisfazione, la donna velata avviarsi nella medesima direzione. “Bene.” pensò. Durante gli anni passati nell'esercizio del ministero sacerdotale aveva appreso che la confessione era uno dei modi più efficaci per conoscere intimamente una persona. Una volta entrato nel confessionale, aprì il portello della grata con quel pizzico di emozione che genera ogni nuova conoscenza e, dopo pochi istanti, dall’altra parte si udì:

“Mi perdoni padre perché ho peccato.”

La voce era bassa e monocorde, priva di inflessioni, ma esprimeva una forte volontà a confidarsi. Don Diego annusò profondamente l’aria; a parte l’odore di cera delle candele e quello più acre dell’incenso, sparso per il funerale del pomeriggio, non gli arrivò nessun profumo dall’altra parte.

“Da quanto tempo è che non ti confessi figliola?”

Seguì un attimo di silenzio, quasi vi fosse dell’imbarazzo da parte sua nel dare una risposta:

“Da circa vent’anni.”disse. “Da quando tutto ha avuto inizio.”

Buon Dio, no.” pensò Don Diego; forse, dietro la grata, si celava una di quelle depresse che scambiano il confessionale per il lettino dello psicanalista, con la differenza che l’inginocchiatoio non si paga ottanta euro l’ora. In genere approfittano della situazione per raccontarti quanto la vita sia stata ingiusta con loro e le abbia rese infelici. Erano le diciannove e trenta e il suo stomaco brontolava già dalla fame. In più aveva un incontro con quelli dell’Azione Cattolica per le venti e trenta. La voce monocorde di lei continuò:

“Avevo diciannove anni. Era estate, ed ero andata in campeggio con la parrocchia sulle montagne del Trentino.”

A quelle parole, Don Diego sorrise tra se. Conservava dei bei ricordi di quelle zone. Spesso anche lui aveva organizzato i campi estivi parrocchiali lì. Madonna di Campiglio, Canazei, la Val Gardena. Tutti posti magnifici per la natura, i paesaggi e l'aria buona. La donna intanto si era interrotta di nuovo e, quando ricominciò a parlare, Don Diego percepì subito dal tono di voce che proseguire la narrazione le procurava profonde lacerazioni nell'anima:

“Mio padre era morto da poco ed io, essendo figlia unica, ero rimasta molto colpita nell’animo dall’accaduto. Poi in quel campeggio trovai un uomo. Era più grande di me e si prodigò nel consolarmi. Passavamo ore e ore a parlare, mi diceva di aver fiducia in lui, che voleva solo il mio bene. Finché, una sera, finimmo a letto insieme. Io ero vergine, non avevo mai avuto un fidanzato nel vero senso della parola. Mi sentivo turbata, ma felice della cosa. Avevo perso la figura di riferimento maschile della mia vita, ma in compenso ne avevo trovata un’altra disposta a darmi amore e comprensione.”

Altra pausa, poi la voce riprese ed ora il dolore e l'amarezza erano ancora più marcati:

“Al rientro dal campeggio mi accorsi di essere incinta. Glielo dissi, ma lui non ne fu contento, anzi… Però non perse mai la calma, mai. Neanche quando mi disse che non poteva prendersi cura di noi. No, che non voleva… Di me e di suo figlio…”

Il solito bastardo che prima ha fatto i suoi comodi e poi sparisce.“ pensò Don Diego “Che prova terribile da affrontare in così giovane età.”

In tutta coscienza, però, doveva ammettere che anche lui – quando sarebbe giunto il suo momento di presentarsi al cospetto del Creatore – aveva le sue brave malefatte da farsi perdonare. Anche se non poteva esserne assolutamente certo, attualmente almeno tre prove viventi delle sue fornicazioni erano in giro per la Pianura Padana. Figli illegittimi ai quali la vergogna delle madri avrebbe quasi certamente impedito di conoscere la vera identità del loro padre biologico.


Iniziò a sentire caldo dentro il confessionale. Forse il sagrestano aveva alzato troppo l'impianto di riscaldamento che si trovava a breve distanza. Sulla nuca, la voglia di caffè bruciava così tanto da farlo grattare in continuazione. Nel frattempo la voce della donna si era interrotta. Lui tentò allora di spronarla a proseguire:

“Cosa è successo dopo, figliola? “

Passarono due minuti buoni. Don Diego stava per interloquire, quando la voce riprese e stavolta ogni sillaba trasudava afflizione:

“Ero molto cattolica a quei tempi e mi sentivo sopraffatta dalla vergogna e dall’angoscia. Vergogna nei confronti di mia madre che, oltre alla disperazione per la morte del marito, si vedeva aggiungere quella di una figlia con un bambino senza padre. Angoscia per me che non riuscivo a trovare la forza per affrontare il mio destino di madre sola e abbandonata. Era troppo il peso da sopportare. Così decisi di abortire. Anche a costo di avere sulla coscienza la morte di un innocente, mio figlio. Non me la sentii però di rivolgermi ad un ospedale pubblico. Mi avrebbero fatto troppe domande, chiesto dati personali, numeri di telefono. Se qualcosa fosse andato storto, avrebbero sicuramente avvertito mia madre.

Bastò questo pensiero a convincermi. Chiesi informazioni in modo velato ad alcune mie compagne di studi - “Sai, una mia cugina minorenne si è messa nei guai con un suo coetaneo. Conosci qualcuno che possa risolverle il problema?” - ebbi il recapito di una cosiddetta “mammana”1. Pensavo di aver trovato la soluzione migliore. Niente domande. Un lavoro rapido e sbrigativo che mi avrebbe tolto quel pesante fardello di vergogna che mi opprimeva. Non potevo immaginare però quanto sarebbe stato devastante.”

Di nuovo silenzio. Don Diego iniziò a sudare per il caldo, che nel frattempo era aumentato, e comprese che il racconto stava giungendo ad un punto cruciale:

“Non ricordo nulla di quella cosa. Solo il sangue. Tanto sangue. E dolore. Tanto anche di quello. Impiegai quasi tre anni per uscire da quel trauma. In questo mia madre ebbe un ruolo importante, anche se non ebbi mai il coraggio di dirle tutta la verità. Col passare del tempo fui in grado di raggiungere una certa serenità d'animo. Trovai un lavoro come impiegata e anche un uomo che mi voleva bene. La mia vita sembrava essersi riavviata verso un futuro roseo. Sognavo una famiglia, dei bambini. Ma i fantasmi del passato tornarono implacabili a far svanire i miei sogni. Dopo avere fatto alcuni controlli, i medici mi dissero che, a causa di quell’aborto, non avrei più potuto avere figli.”

Tremendo!” pensò Don Diego mentre si sbottonava il collo della tonaca e si asciugava il sudore con un fazzoletto. La voglia sulla nuca bruciava sempre di più. “Non mi stupisce che abbia perso la fede. Il destino aveva tarpato le ali ad ogni speranza“.

La voce della donna si incrinò, divenne tremula. Sembrava che trattenesse a stento le lacrime:

“L’uomo con cui convivevo voleva dei bambini e questa notizia lo allontanò da me. Mi ritrovai sola. Andavo avanti a forza di pillole. Passavo da uno psichiatra all’altro. Tutto inutile. Dovetti lasciare il lavoro. Non mi curavo più di me stessa. Passavo intere settimane senza lavarmi e senza cambiarmi gli indumenti. Mangiavo quando capitava o quando mi ricordavo di farlo. Persi venti chili nel giro di pochi mesi. Piano, piano iniziai a non uscire più di casa, nemmeno per recarmi da mia madre. Trovavo sempre una scusa pur di non andare da lei. Non volevo che mi vedesse in quello stato. Trascorrevo le mie giornate sul divano, intontita dai tranquillanti, a piangere o a fissare il vuoto. Sfogliavo vecchie riviste senza leggere nulla e senza nemmeno vedere le immagini che mi trovavo davanti. Solo quando mi capitava sotto gli occhi la foto di un bambino, qualcosa mi scattava dentro e strappavo la pagina, riducendola in mille pezzi. Il senso di sconfitta non mi abbandonava finché, una sera, decisi di prendere più pillole del dovuto pregando di non dovermi risvegliare mai più.”

Seguì una lunga pausa, poi la voce, semplicemente, concluse.

“E fui accontentata.”

Il caldo nel confessionale adesso era tale che Don Diego non afferrò il senso dell’ultima frase, preso com’era dalla smania di concludere e uscire a prendere aria. Senza contare che il bruciore della voglia di caffè sulla nuca adesso era insopportabile. Una volta gli era capitato di urtare con la mano una padella rovente; il dolore era lo stasso, tanto da fargli dimenticare tutto il resto: la donna dall'altra parte della grata, il suo tragico racconto, l'epilogo. Anche se quest'ultimo non era certo di averlo ben compreso. Decise di aggrapparsi ad uno dei suoi ormai collaudati discorsetti incentrati sul pentimento e sul perdono. Nonostante conoscesse a memoria quel che doveva dire, le parole gli uscivano a fatica. Ognuna di esse gli costava uno sforzo notevole, sembravano incespicare quando gli uscivano dalle labbra:

“Figliola, non incolparti... Non farlo...Per gli sbagli che potresti aver commesso... C'è sempre il perdono. Tu lo sai... quello di Dio, basta chiederlo... Devi ritrovare la misericordia della fede per poterti ritrovare...E poi quell'uomo. Perdona anche lui...Anzi...dì una preghiera per la sua anima di peccatore...Lascia che diventi solo un ricordo...Vedrai, il tempo lo renderà sempre più sfocato...”

Il calore gli impediva di ragionare. Ora soltanto una cosa gli importava: uscire da li. Riempirsi i polmoni di aria fresca, togliersi la tonaca di dosso. E soprattutto far cessare il bruciore che tormentava la voglia di caffè. Ad un certo punto credette che i tormenti di cui era preda, gli procurassero delle allucinazioni: sembrava che le pareti del confessionale si stessero via via restringendo, facendolo somigliare sempre di più a una sorta di bara. Oltretutto le sue narici iniziavano a percepire un odore diverso da quello acre dell'incenso. Era più simile a quello che sprigionava il fuoco di legna nel camino. La voce intanto riprese, ma ora era più ferma e cupa:

“Di lui, infatti, rammento poco o nulla. Solo un particolare mi è rimasto impresso.”

Fiamme giallastre si sprigionarono sotto i suoi piedi, salirono fino ad avvolgerlo. I loro morsi gli affondavano nelle carni. A dispetto delle urla che iniziarono ad uscirgli dalla gola, del rombo del fuoco e dei suoi artigli incandescenti, riuscì comunque a udire un’ultima frase provenire da dietro la grata:

“Aveva una voglia di caffè sulla nuca.”


1Mammana: donna che aiuta una gestante ad abortire in modo clandestino, valendosi spesso di pratiche dannose


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