scrivi

Una storia di MirianaKuntz

Gusto Anatroccolo

171 visualizzazioni

6 minuti

Pubblicato il 28 aprile 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #bugie #fine #nostalgia #sogni

0

Quando mi guardava con quegli occhi io gli credevo. Sono specchi d’ambra silenziosi, ma tranquilli. Gli ho sempre creduto, anche quando le cose che diceva assomigliavano più a bugie che a cose vere, anche quando un po’ per prendermi in giro, e un po’ per ridere, mi raccontava di un anatroccolo che vola. Nel nostro mondo, anche gli anatroccoli potevano volare, e anche quelli che facevano più fatica a crederci, a poco a poco spiccavano il volo.

Quando gli dicevo di volere il gelato, non mi diceva mai di no, annuiva e sorrideva, a volte rideva un po’. Non ho mai mangiato un gelato seduta accanto a lui, né in una coppa né in un cono, nemmeno uno di quelli sottomarca con la confezione in plastica, il gelato faceva parte di quelle cose da fare più in là. Eppure una parte di me ci credeva che il nostro gelato sarebbe arrivato. Non conosco nemmeno i suoi gusti preferiti, le sue mille allergie sono un ostacolo alla mia memoria e alla mia inventiva. Non posso mentire nemmeno dicendo che la nocciola è il suo gusto preferito, probabilmente le detesta perché lo fanno stare male.

Lui non conosce i miei, perché non me l’hai mai chiesto. In verità se dovessi rispondere al quesito farei spallucce. Non sono una di quelle che è abitudinaria, mi piace sempre cambiare, mangiare cose diverse. Se ci fosse un gusto -anatroccolo- forse sarebbe perfetto per noi, sarebbe giusto per me.

Quando gli dicevo ho voglia di dormirti addosso, era solo per sentirmi dire sì. Quell’angoletto di pace nel mondo, dove la carne trova ristoro, dove il petto dell’uno fa da cassa armonica a quello dell’altro, i suoni tenui di chi sta per dormire sono i più dolci del mondo: narici che si incespicano, battiti che rallentano, labbra morbide che volteggiano, un respiro sottile che si scioglie in un lungo metodico sogno. A pensarci mi gelo, forse perché non lo ascolterò mai per davvero dormire, forse perché non è mai stata una cosa che doveva fare con me. Forse perché è solo sciocco pensare ad una cosa così in pieno giorno, o in profonda notte.

Mi chiedo se sia calda o fredda la sua pelle alle quattro del mattino. Se ha la bocca secca o un po’ bagnata al centro, se i suoi capelli si tengono dritti o cadono da un lato. Mi chiedo se gli occhi si aprano prima della testa, se al caffè fosse giusto sostituire un bacio lungo tre minuti, come una canzone.

E lentamente avrebbe osato respirare, con la prepotenza di chi ti vuole sveglia, di chi ti vuole salutare. E che sapore ha un sugo scondito intorno ad un tavolo che avremmo scelto insieme.

Che cosa strana sarebbe stata sognarsi un giorno legati da una firma, io che odio i matrimoni, forse lo avrei odiato un po’ di meno se ad aspettarmi c’era lui. Mi sarei sentita meno bambola, meno in una compravendita, avrei firmato sorridendo senza troppa paura.

Che cosa bella sarebbe stata arrivare sotto casa e doversi salutare, perché le cose belle si aspettano sempre, e come due fidanzatini sprovveduti, avere voglia di baciarsi ancora, e dilatare i tempi dei saluti su ogni muro, su ogni scala, dentro l’ascensore, con la radio accesa a coprire i mille sussulti. Avere voglia di aversi ancora, l’attimo dopo aver sentito -ciao amore-, avere voglia di farsi le scale di corsa, ridere un po’, rubare un altro bacio, poi addormentarsi dopo una doccia fresca, col telefono che squilla, con quei messaggi assurdi – di chi ha ancora il cuore in gola- e i – mi manchi già-

Quei momenti assurdi dove ti accorgi di essere fottuta/o, che sei lì a cercare il suo profumo tra gli incavi delle dita, perché dopo centomila carezze tra i capelli il tuo profumo non esiste più, a favore del suo. Baci le tue stesse mani, perché hai di nuovo voglia, ma aspetti ancora un po’, perché tanto domani è vicino, perché tanto lui sarà già qua.

Essere affacciati ad un balcone, quando si ha casa libera, e non c’è un cane per la strada, sedersi lì per terra, con il pavimento freddo sulle cosce, con i vestiti messi male dalla troppa fretta, quel tanto per sentire il freddo giusto del vento di sera, quei cieli limpidi con spruzzi di nuvole grigie. Con le sue braccia a tenerti su, come se non avessi forza nelle gambe, con il bacino stretto al mio, con la schiena dritta sul suo petto.

E chiedersi ancora che sapore ha la sua pelle se leccata nei punti giusti, se toccata nei momenti esatti. Come una lancetta che fa il giro orario, e poi si ferma quando è stanca, e sembra non passare, non voler camminare. Bloccata lungo la sua pancia, a torturagli il cuore. Sentire se è salato o dolce il retrogusto deciso delle sue scaglie di pelle, starsene lì in mezzo ai ricci, con la faccia adagiata nel mezzo, strofinare la guancia sulla guancia, sentire morbido addosso e dentro. Avere voglia di mangiarsi, perché così vicini si impazzisce un po’, e con il cannibalismo addosso, mordere un po’ di bocca, cancellare ogni mezza traccia, ogni persona passata tra i tralci dei suoi denti, sulla punta della sua lingua, in mezzo alla fronte, dritto negli occhi. Vuoto, pulito. Solo noi due, in un letto rovistato come dopo una guerra.

E avere addosso domande infinite di come sarebbe stato camminare per strada, di che andatura possiede il suo piede, se è più veloce o più lento di me, di cosa avrebbe ordinato al ristorante, se avrebbe respinto la mia mano da sotto il tavolo o l’avrebbe stretta di più. Di quante carezze ci saremmo fatti su una panchina, davanti alla gente, senza vergogna o premura, seduta sulle sue gambe, a fissarlo negli occhi, a seguire l’accensione dei suoi sensi.

Mi chiedo se avremmo visto il mare insieme, se la luna è più bella se guardata dallo stesso balcone, se l’aria fredda non disturba in un abbraccio, se si lotta per la vita, quando sai di poter perdere qualcosa.

Mi chiedo se gli sarebbe piaciuta la mia pelle ambrata, che anche d’inverno sembra un po’ abbronzata, il mio naso di profilo, i miei occhi un po’ bagnati. Se quando avrei pianto dopo aver fatto l’amore, un po’ per paura e un po’ per dolore, avrebbe pensato ancora le cose più belle, se quella paura di perderlo sarebbe svanita, camminando mano nella mano.

M chiedo se il cinema insieme sarebbe stato interessante, o se i baci avrebbero occupato tutto il tempo. Se la paura gli sarebbe passata quando avrebbe scoperto i miei innumerevoli difetti, le mie congetture brutali, i miei peccati infiniti, i miei desideri scabrosi, se si sarebbe sentito un po’ uguale a me, e avrebbe tirato giù lo scudo di chi non vuole contaminare un campo pulito.

Mi chiedo se dopo vent’anni passati insieme, il suo sguardo sarebbe ancora lo stesso. Il mio forse ancora di più.

Quando mi guardava con quegli occhi, io gli credevo. Mi sbagliavo.

Un anatroccolo non può volare se non gli installi le ali.

Perchè gli ho creduto?

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×