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Una storia di Mattianuzzaci

NUMERO 2

"Prima che il regime spazzasse via tutto, tranne il diritto ad essere felici"

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18 minuti

Pubblicato il 25 marzo 2020 in Storie d’amore

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“NUMERO 2”

Il dottore era seduto al tavolo del bar, impegnato a sorseggiare una birra ed a imprecare contro la tv che trasmetteva la partita di calcio. La soave musica jazz che risuonava nel locale caldeggiava l’ambiente, imponendosi sul chiacchiericcio generale e quasi frenando le folate di vento che si udivano fuori.

Al bancone la gente sgomitava per prendere qualcosa da bere. Poi si aprì la porta ed entrarono due carabinieri con una divisa verdone che pareva appena stirata, puntellata da minuscoli bottoncini d’argento. Il barista, con la coda dell’occhio, li notò e riprese a versare il rum nel bicchiere di un cliente sino all’ultima goccia rimasta nella bottiglia. Una comitiva di ragazzi alla loro vista si ammutolì di colpo. Uno di loro infilò la mano nella tasca per accertarsi di avere i documenti, prevenendo un eventuale controllo. Il jazz lasciò il posto alla chitarra che strimpellava malamente un giovane incitato da alcuni amici.

I due carabinieri si tolsero il cappello e destreggiandosi con disinvoltura tra la folla, senza proferire parola, si diressero verso il tavolino del dottore che, all’ennesimo gol sbagliato dalla sua squadra, bestemmiò. Allora uno dei due parlò:

«Buonasera, lei è il dottore, vero?»

«Dipende», fece quello non staccando gli occhi dal televisore. «Questa sera no. Sono fuori servizio».

«Non ci interessa. Ci rivolga l’attenzione, grazie».

Il dottore incuriosito dal determinato tono di voce, si voltò lentamente alla sua sinistra ed incrociò i loro sguardi severi.

«Vogliate scusarmi. Buonasera a voi. Ero distratto… come mai qui? Cosa volete?» pronunciò tremante.

«Dovrebbe fare la cortesia di seguirci», rispose quello.

«Come? Io? Adesso?» disse guardando l’orologio.

«La giustizia non ha orario», fece ironicamente l’altro carabiniere anticipando le parole del collega che lo riprese aggrottando le sopracciglia.

«Lo scusi. Sì, sarebbe importante venisse ora», continuò.

«Va bene», disse il dottore piuttosto incredulo.

I tre uscirono tra la curiosità dei presenti. Il barista li salutò con un timido sorriso ma non ricevette risposta da nessuno. Salirono su una grigia macchina di grossa cilindrata guidata dal più giovane dei due carabinieri, quello che era intervenuto in modo impertinente. Lungo il tragitto, il dottore seduto dietro, non aprì bocca. Non gli fu permesso usare il cellulare. Si perse a guardare dal finestrino il degrado notturno di un paese consumato dai fumi delle troppe industrie ormai presenti. Il regime infatti aveva messo in ginocchio il settore agricolo facendo una politica di pesante tassazione, convogliando attorno a sé consensi sempre più ampi nonostante le facce delle poche persone che passeggiavano sui marciapiedi palesassero nervosismo e stanchezza. Il resto era poco altro: vetrine di negozi in frantumi e auto bruciate, frutto delle violenze dei pochi gruppi di opposizione rimasti, militari ad ogni angolo e gente chiusa in casa.

Dieci minuti dopo giunsero in caserma. L’ingresso era segnato da un’imponente porta in avorio protetta da un efficace sistema di allarme. Il dottore entrò scortato dai due carabinieri. Nel corridoio principale, su entrambi i lati, vi erano individui di ogni tipo; alcuni seduti su piccoli sgabelli lasciavano trasparire una finta tranquillità, altri camminavano rabbiosamente avanti e indietro, altri ancora davano in escandescenza per l’eccessiva attesa. La vista di tale spettacolo ottenne il risultato di intimidire ulteriormente il dottore. Da dietro le tante porte chiuse a chiave proveniva un forte vociare. I due carabinieri lo esortarono a guardare avanti. Quando furono quasi in fondo al corridoio, spuntò un vecchio generale con la stessa uniforme ma con i bottoncini della camicia in oro ed un cappello più grande, su cui vi era lo stemma di una spada con la punta all’ingiù. Aveva un volto disteso, macchiato dai segni di una ferita sul labbro posteriore ed una postura definita da dei lucidissimi stivali. Accartocciò dei fogli che stringeva tra le mani buttandoli in un cestino, salutò il dottore piegando appena la testa e gli fece segno di entrare in una stanza.

Il dottore si girò per cercare i due carabinieri ma il generale li aveva congedati dando loro altre indicazioni.

La stanza aveva le pareti di vernice bianca segnate a tratti da macchie di muffa. Fissato sul muro, un enorme schermo televisivo e al centro, una semplice scrivania con sopra poggiata una fotocamera. Ai lati, due sedie e fissati ai punti estremi del soffitto, due microfoni si affacciavano con non poca evidenza. Il tutto illuminato da un lampadario.

«Finalmente l’abbiamo trovata», esordì il generale chiudendo la porta. «Capisco che possa essere un po’ tardi ma cosa vuole farci il nostro mestiere è questo e non esistono orari. Chi meglio di un medico può capirlo».

«No certo, io capisco è solo che…»

«I nostri potenti mezzi di ricerca hanno pure loro bisogno di tempo. Anche se direi che continuano a funzionare bene», disse quello interrompendolo e mettendosi comodo su una sedia.

Il dottore fece lo stesso.

«Lei ha votato a favore o contro quella proposta sui diritti delle donne?» gli chiese quasi a sorpresa.

«A favore. Perché?»

«Perché, se lei avesse votato diversamente, ora questo problema forse non ci sarebbe».

«Non la seguo», fece confuso il dottore.

Il generale sorrise.

«Veniamo al sodo», disse, togliendo da un cassetto un minuscolo PC che consultò velocemente. «Lei ha subito una denuncia da una certa signora D. La signora è lì, dietro di lei. Ci guarda attraverso uno specchio dall’altra stanza».

Il dottore fece per girarsi ma venne bloccato subito.

«Si fidi, è così. E ci sta anche ascoltando».

«Ma perché?»

«Non perda la calma. Dunque, lei è informato sugli ultimi provvedimenti legislativi?»

Seguirono istanti di silenzio.

«A quali si riferisce?»

«Mi riferisco alle nuove misure adottate da diverse settimane in tema di dignità. Credo che sia inutile star qui a discutere di quanto i valori sociali e morali siano stati sin dall’inizio un punto cardine del regime. Solo che adesso è stato previsto un potenziamento su certi aspetti».

«Ho avuto poco tempo per informarmi, purtroppo», rispose il dottore timidamente.

«Diciamo che è stato necessario farlo. Sta funzionando? Chi lo sa. Non ho risposte. Lei cura? Io reprimo», disse il generale.

«A ciascuno il suo, insomma».

«Vedo che mi capisce. Quella donna lì però ha mosso un’accusa nei suoi confronti. Precisamente di violazione della dignità».

«Tutto questo è assurdo», fece il dottore alzando il tono della voce.

Il generale si tirò dietro leggermente con la sedia e premette un pulsante ben nascosto alla destra della scrivania. Arrivò subito un carabiniere con la signora D. Era una donna sulla cinquantina con la faccia visibilmente tesa, i capelli biondi perfettamente in ordine e un corpo che non pareva presentare difetti. Tra le mani giunte in avanti teneva una collana d’oro che appena entrata lanciò per terra urlando:

«Tu! Finalmente. Ti ho trovato. Quanto ho aspettato questo momento!»

«Vediamo di moderare i toni, in questa stanza non è permesso», chiarì subito il generale.

«Chi sei? Cosa vuoi da me?» fece agitandosi il dottore.

«Pagherai. Ti credevo diverso, invece sei come tutti gli altri. Ti ho cercato ovunque. Sei stato un uomo viscido».

«Signori, io vi saluto. Non posso restare qui a sentire simili vaneggiamenti. Ho una moglie a casa che sarà preoccupata. Quindi, scusatemi», disse il dottore spazientito alzandosi in piedi.

«Resti immediatamente al suo posto!» urlò il generale. «Da qui non va via nessuno senza il mio permesso».

«Moglie? Ma come moglie?» fece la signora D. quasi piangendo. «Sarei stata pronta a perdonarti…»

«Dottore non riconosce questa donna, quindi?» chiese il generale.

Il dottore sospirò.

«Allora?»

«La conosco».

«Vedi? Mi riconosci!» disse la signora D. ritornando speranzosa e stropicciandosi gli occhi.

«Per favore», pronunciò con tono esasperato il generale.

«La conosco», continuò il dottore, «ma questo cosa significa? Abbiamo avuto una storia tempo fa ma è andata male. La mia vita è cambiata. Adesso ho una moglie e siamo felici insieme. Generale, mi dispiace profondamente per questa signora ma perché ne stiamo a parlare? Di cosa sono accusato?»

«Dottore, il regime controlla tutto. Persino il passato. Ed è nostro dovere farlo specie se ci perviene una denuncia come è in questo caso. Vige una sorta di principio di retroattività. Non possiamo permetterci di restare indietro su questa disciplina rispetto agli altri stati», disse il generale mai così serio.

«Mi scusi ma è semplicemente ridicolo. Accusarmi di non aver ricambiato un sentimento?»

«Esatto. Il suo comportamento è lesivo della dignità umana. È sempre un fare del male ad una persona. Nel caso specifico la persona era innamorata. Lo è rimasta da allora. Ha sofferto, ha continuato a stare male ed è stata lesa la sua dignità di essere umano».

«Assurdo. Così condannerete tutti».

«Non sarebbe una cattiva cosa», rispose.

Il generale guardò il carabiniere. Quello capì al volo ed uscì dalla stanza.

«Perché?» fece il dottore rivolgendosi alla donna «Cosa speri di ottenere? Questa è solo vendetta».

«Me la farò bastare. Qualsiasi cosa purché tu possa soffrire almeno un decimo di quanto ho sofferto io», disse quella orgogliosamente.

«Generale, la prego, io ho una moglie. Come intendete procedere ora?»

«Quando le parlavo dei nostri potenti mezzi, dottore, mi riferivo anche a questo. Siamo riusciti a risalire ai fatti dell’epoca».

«E cosa avete trovato?»

«Il reato c’è».

«Reato? Ma questo è un incubo», pronunciò il dottore.

Il carabiniere rientrò con dei faldoni che poggiò sulla scrivania.

«È tutto scritto qui, può controllare passo per passo tutta la procedura seguita», disse il generale prendendo la fotocamera sulla scrivania. «Adesso guardi me un attimo».

Il dottore eseguì ed il suo volto venne immortalato dalla macchina. Il generale consegnò la foto al carabiniere e disse:

«Ora lei ha due opzioni. Essere condannato o sfruttare il Numero 2. Le è concesso».

«Ovviamente lo sfrutto», fece con sicurezza il dottore.

«Con tutti i rischi del caso?»

«Con tutti i rischi del caso».

Il Numero 2 era un sistema che il regime aveva introdotto da tempo dapprima clandestinamente e poi in maniera legale. Consisteva nell’opportunità di far rivivere solo alle persone incensurate rimaste ormai nettamente in minoranza, attraverso dei procedimenti altamente tecnologici, i momenti che le avevano portate a compiere il reato per il quale erano state denunciate e condannate, aggiungendovi nelle loro teste una percentuale del 7% in più di coscienza per spingerle ad agire diversamente. Una sorta di seconda opportunità dall’esito non scontato. Se ne poteva usufruire per una sola volta.

Il dottore lo conosceva grazie ad un suo paziente reo di aver commesso un omicidio. Questo tornando indietro aveva non ucciso, salvandosi e risparmiandosi la condanna. La persona morta però ovviamente restava tale.

Il dottore non sapeva come quella percentuale di coscienza iniettatagli avrebbe agito. Gli interessava solo evitare la condanna e tornare a casa.

Il generale fece avvicinare il dottore con la sedia di fronte allo schermo e gli mise nelle orecchie delle cuffie giganti che producevano uno stridulo e continuo suono ad alta intensità. Intorno al polso gli strinse un braccialetto di metallo su cui vi era un pulsante rosso. Era il cosiddetto iniettore di coscienza. Lo accese. Dal braccialetto collegò un lungo filo ad un cavo dietro lo schermo. Poi prese dal carabiniere la foto fattagli e la attaccò sulla parete adiacente. Chiese al dottore di fissarla.

La signora D. in piedi aspettava con impazienza.

Passarono pochi secondi, il dottore chiuse di colpo gli occhi. Apparve sullo schermo uno sfondo blu e cominciarono a scorrere delle immagini in bianco e nero.

«Ci siamo», pronunciò il generale mettendosi a braccia conserte.

La donna ebbe un brivido di emozione.

Cominciava il Numero 2.


Ci si trovava sempre nella stessa città, sebbene si facesse fatica a riconoscerla. Era sera. Il dottore aveva i capelli più lunghi ed una barba più incolta. Passeggiava tenendo per mano la signora D. vestita con una gonna raffinata ed una giacca buttata addosso al suo maglioncino. Camminavano su una strada deserta. Svoltarono l’angolo e furono davanti ad un ristorante pieno dove i camerieri facevano fatica a raccogliere le varie ordinazioni della gente presente.

Il dottore sorrise alla signora D., poi dalla tasca tolse un pacchetto regalo.

«E questo perché?»

«Così. Ho pensato fosse perfetto per te. Spero ti piaccia. Aprilo quando sarai a casa».

«Lo apro adesso», fece la donna emozionata sedendosi sul gradino di una casa lì vicino.

Quando vide il regalo lo abbracciò talmente forte che il dottore dovette staccarsi un attimo per respirare. Era una preziosa collana d’oro che la donna indossò immediatamente cercando di specchiarsi nei finestrini delle auto parcheggiate. Non si dissero altro per il resto del tempo.

Il dottore la accompagnò a casa.

«Mi piacerebbe tu dormissi con me. Sai, è abbastanza che ci conosciamo. Non ti fermi mai», fece lei.

«Un’altra volta. Il lavoro mi chiama. Domani mattina dovrò essere lucido», rispose con fermezza.

«Va bene, ma lo hai promesso».

«Certo», disse. «Non scappo mica».

Si baciarono e si diedero appuntamento alla sera successiva.

Il dottore si strinse il lungo cappotto per ripararsi dal freddo e fece la strada verso casa. Una timida luna danzava nel cielo frammentato da nubi. Si scaldò le mani soffiandoci dentro, raccolse rapidamente da terra degli spicci persi da qualcuno temendo di esser visto ed immerso tra i suoi pensieri si ritrovò di fronte a quel ristorante.

Passandoci accanto una voce lo chiamò.

«Mi scusi, avrebbe da accendere?» gli chiese una donna seduta sola al tavolo fuori cercando inutilmente qualcosa nella borsa.

«Sì».

«Dovremmo togliercelo questo vizio», fece lei.

«In realtà non fumo ma porto sempre con me un accendino. Non mi chieda il perché. Sono pure medico», rispose.

«Che dirle? Perlomeno è stato utile», gli disse sorridendo.

Al dottore piacque subito. Non pensò un istante alla signora D. Sembrava strano ma dopo aver comprato quella collana non aveva fatto altro che chiedersi quanto ci fosse di vero nel suo sentimento. A volte gli sembrava fosse una donna buona solo a dimostrare qualcosa al mondo. A far vedere che non era solo. Giusto per avere qualcuno accanto.

«Cerco di smettere. Ma è come se il fumo guarisse la mia solitudine», continuò la donna guardando dentro il locale con gli occhi pieni di amarezza.

«Punto di vista interessante».

«Si siede con me?» gli chiese.

Il dottore accettò.

«Certo, è piuttosto presto ancora. Mica solo i ragazzi hanno diritto a divertirsi».

«Non la mangio, stia tranquillo».

«Si figuri, tanto non avrei fiato per correre e scappare», aggiunse mentre con la mano rovistava qualcosa in tasca.

«Ma lei è un paziente o un medico?» fece la donna ridendo di gusto.

«Entrambi. Tutti hanno i loro malanni».

«Chi stabilisce poi davvero quanto siamo sani», gli disse.

Il dottore non trovò risposta adeguata ma rifletté fissando un punto nel vuoto. La donna tossì e si aggiustò una ciocca di capelli che le cadeva sulla fronte.

«Tu sei di qui? Dove abiti?» disse il dottore eliminando le formalità.

«Perché?» chiese curiosamente la donna prendendo tempo e facendo ampie boccate di fumo.

Il dottore si schiarì la voce e raccolse un improvviso profumo di rose.

Lei chinò lo sguardo e disse:

«Se ti chiedessi di venire al cinema con me una sera di queste?»

«Sono fermo ai film di Godard ma posso fare un’eccezione».

«Non ti sconvolgerebbe guardare un qualcosa di politico, vero?»

«Riguardo cosa?» domandò il dottore avvicinandosi quasi temendo di essere ascoltato.

«Riguardo quello che sta per accadere nel paese. Forse è una delle ultime possibilità che abbiamo di parlarne liberamente».

«Credo debba passarne ancora di acqua sotto i ponti».

«Io dico che stiamo affondando, invece. Magari già ci controllano. Allora, ci vieni?» insistette.

«Posso pensarci?»

«Domani sera alle nove qui. Se non ci sarai, capirò. Ah, non tollero ritardi».

«Ai suoi ordini», disse il dottore alzandosi. Salutò e andò via.


L’iniettore di coscienza cominciò a lampeggiare e sullo schermo ritornò il blu.

«Adesso assoluto silenzio», fece il generale.

La signora D. riprese da terra la collana d’oro gettata, trattenne le lacrime mordendosi le labbra e con la mano si avvicinò per accarezzare il dottore.

Il generale la bloccò immediatamente.

L’iniettore lampeggiò per altri trenta secondi. Il dottore rimase con gli occhi chiusi ma il suo corpo parve cominciare a tremare leggermente. Il carabiniere restava immobile, quasi ignaro di quanto stesse succedendo.

Le immagini ritornarono e mostrarono la sera successiva. Il dottore e la donna erano negli ultimi posti della sala semideserta del cinema.

«Perché hai scelto di venire?» gli chiese quasi a sorpresa.

«Perché mi andava. Le occasioni vanno colte».

«Sì ma io non sono un’occasione», disse stizzita.

«E io sono uno che è stanco di non scegliere».

«Bella risposta, dottore. Ma ti sta piacendo questo film?» fece la donna.

«Onestamente preferivo Godard», rispose.

Qualcuno davanti si girò per chiedere silenzio.

«Perché sei troppo romantico», disse la donna a bassa voce.

«Forse è semplicemente una questione di gusti. Ad esempio la tua compagnia mi piace».

«La compagnia è una cosa seria», gli disse con tono malinconico. «Altrimenti è meglio stare soli».

Lui sorrise e la guardò teneramente.

«Credo di averlo capito anche io».

Poi chiuse gli occhi e lentamente la baciò.

Lo schermo si spense definitivamente. Il dottore si svegliò di colpo come appena uscito dal coma e il suono prodotto nelle cuffie terminò.

La signora D. cacciò un urlo così forte che il generale la colpì con uno schiaffo.

«Mi dispiace», disse il dottore, «ma era quello che volevo fare. E l’ho rifatto. Non è servito avere più coscienza. Lei è stata la donna della mia vita. È lei mia moglie».

La donna lo guardò con gli occhi spalancati. Incapace di dire qualcosa.

«Tu non eri la mia felicità. Avrei voluto dirtelo. Mi è mancato il coraggio. Darti quel regalo è stato un errore. Devi perdonarmi», fece ancora guardando poi il generale.

«Ti aspettavo quella sera. Ti ho aspettato per tutte le altre a venire. Ho provato a cambiare città per dimenticarti. Ma non è servito. Invece tu… generale, che quest’uomo sia condannato», disse con invidiabile cinismo la signora D.

Il dottore si disegnò un’espressione caritatevole sul volto. Fu tutto inutile.

«Conosceva i rischi», aggiunse il generale.

La donna si girò verso il muro, coprendosi il volto con entrambe le mani. Imprecava e si disperava singhiozzando. Poi tornò severa e disse:

«Pagherai, adesso pagherai».

Il generale spulciò sul computer, ci scrisse qualcosa toccando appena con le dita e cominciò:

«Allora, considerando che per i lavori forzati siamo in una fase di totale occupazione io direi che dovremmo optare per il carcere vero e proprio».

«No, la prego», fece il dottore.

«Alle condizioni attuali è l’unica scelta», rispose il generale.

«Fatemi avvertire almeno mia moglie. Fatemela vedere prima».

«Questo non è possibile».

«Siete senza cuore», disse il dottore in lacrime.

Ma le sue parole furono interrotte da una forte esplosione che fece vibrare le pareti dell’intera caserma e della stanza buttando a terra il lampadario. Si sentirono urla ed un’infinita serie di allarmi che si attivarono. Il generale uscì immediatamente seguito dal carabiniere, dalla signora D. e dal dottore. Nel corridoio scene di panico collettivo. Alcune porte erano cadute totalmente, carabinieri feriti e sanguinanti per terra, profonde crepe in alcuni punti del muro. Le persone fuggivano cercando una via d’uscita ma dall’ingresso principale era impossibile passare per il cumulo di macerie creatosi. Qualcuno provò invano a richiamare alla calma. I delinquenti ne approfittarono per scappare, sfuggendo ai colpi dei manganelli che i carabinieri tiravano a casaccio, tentando di fermarli. Il generale soccorreva i feriti.

Il dottore e la signora D. si guardarono ma non si dissero nulla. Poi lui vide in fondo una porta secondaria aperta da cui altri scappavano e in un attimo senza pensarci vi si diresse. La donna lo seguì.

Quando furono fuori cominciarono a correre senza badare a niente, distanziando sempre più il suono degli allarmi e delle sirene delle ambulanze che arrivavano.

La signora D. strillò più volte contro il dottore pregando di aspettarla ma quello non lo fece pensando solo a mettersi in salvo. Quando credette di averla seminata si ritrovò su una strada buia che portava ad un bosco. Tentò di orientarsi. Ma non ne ebbe il tempo. Un colpo di pistola gli sfiorò i capelli. Si voltò e vide la signora D. che impugnava l’arma, sparando a caso e non avendolo nel mirino.

«Vorrà dire che mi farò giustizia da sola. Tanto non scappi», fece.

«Cosa fai? Sei pazza. La tua non è giustizia. Tu non sai cosa significa innamorarsi. Non lo sai».

Quella lo inquadrò meglio e premette nuovamente il grilletto.

Il dottore capì che non sarebbe stato possibile un compromesso e riprese a correre tutto sudato. Altri colpi furono esplosi ma solo uno lo avvicinò. Nel mentre scappava il dottore si tolse la giacca e la camicia gettandole per terra e nella paura di quel momento si disegnò in viso un sorriso sincero. Rimase a petto nudo e quando trovò una buona strada più sicura toccandosi il cuore disse:

«Sei ancora salvo. Almeno questo non lo avranno. Questo non lo avranno mai».

La signora D. sparò un’ultima volta nel vuoto.

Il dottore prese fiato nascondendosi dietro un cassonetto dell’immondizia. Si trovava piuttosto lontano da casa ma il desiderio di ritornare ad abbracciare la moglie gli fece dimenticare tutto.

Riprese la sua camminata notturna sempre fermandosi di tanto in tanto a controllare che nessuno più lo seguisse, passando per vie secondarie e cercando di evitare le guardie. Sollevò gli occhi al cielo. C’era la luna piena.

Raggiunse casa dopo quasi un’ora a piedi. Entrò e si gettò sfinito sul letto.

«Scusa il ritardo amore mio, eccomi», disse alla moglie.

Ma lei non c’era. Non c’era nessuno. Non c’era mai stato nessuno. Il dottore era sempre stato solo. Con quella donna, da quella sera al cinema, aveva vissuto il suo unico ed ultimo vero amore. Prima che lei pagasse con la vita il suo scomodo ruolo di intellettuale dissidente. Aveva fermato il tempo. Prima che il regime spazzasse via tutto. Prima che il regime spazzasse via tutto, tranne il diritto ad essere felici.



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