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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine La raccolta dei frammenti

La morte di Marì

Una lettera dal fronte, di un soldato che chiede conforto.

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6 minuti

Pubblicato il 09 ottobre 2019 in Altro

Tags: #frammenti #guerra #morte #paura #pensieri

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Ciao mamma, ciao papà, ciao fratellino.


Ho voluto scrivervi un'altra lettera perché volevo parlarvi di una cosa successa da poco che mi ha particolarmente turbato, tanto che mentre scrivo non posso fare altro che continuare a pensarci, sentendomi sempre più male, come se fosse appena successa. Ho deciso di parlarvene perché volevo qualcuno con cui condividere le mie perplessità, qualcuno di familiare e di vicino a me, di esterno all'esercito e ai miei commilitoni, che stanno soffrendo allo stesso modo e non sono per niente d'aiuto.


È successa una piccola disgrazia. Vi ricordate di Marì, il chitarrista? Quello della serenata della campagnola di cui vi parlai mesi fa? Quel ragazzo simpatico che suona sempre, e che suona quella canzone che piace sempre a papà?


Sei giorni fa è morto.


Morto all'improvviso, come tutti gli altri, in una notte che non sembrava finire per nessuno. Sapete, di quelle talmente scure e senza stelle che sembrava che Dio avesse spento la luce nel mondo. Anzi non Dio, che il diavolo stesso avesse premuto l'interruttore, giusto per farci dannare più di quanto siamo dannati.


Marì è morto durante un attacco, nel modo peggiore pure, con una bomba caduta in mezzo alle torrette che lo ha spaccato in due. Lo hanno ritrovato a pezzi, senza gambe e senza un braccio, ma ancora vivo. Hanno detto che ha sofferto, che ha pianto, che ha pregato, che ha chiamato la mamma e il papà mentre lentamente se ne andava, e che un'ora dopo Dio ha avuto pace di lui lasciandolo andare via, ma non prima di avergli procurato una paura dannata.


Una brutta storia, che ci ha lasciati tutti senza parole.


Ho sofferto tantissimo quando ho visto il suo corpo sdraiato a terra, pieno di sangue e bende, e lo strumento freddo di fianco con il manico rotto e le corde strappate, ormai impossibile da suonare. Non mi sono mai sentito così prima d'ora, nemmeno quando ho perso Paulé il mese scorso. O anche la sfortunata ragazza della locanda con cui prendevo volentieri un caffè e una birretta, sperando magari di approfondire il rapporto prima che assaltassero tutto.

Pensare che non l'ho nemmeno mai conosciuto veramente, il Marì. Non ho mai nemmeno bevuto con lui, o mangiato un boccone, e posso confermare che a malapena ci parlavamo, con tutti gli impegni che avevamo entrambi al fronte. Io sempre di sentinella e lui insieme alle prime linee. Non sapevo chi fosse, e non sapevo cosa gli piacesse fare oltre che suonare, ma ciò nonostante non posso far altro che provare grande tristezza per la sua morte, e non so nemmeno perché.


Forse mi fa rabbia che sia morto uno come lui? O mi fa rabbia la fine che ha fatto, senza alcuna dignità e senza alcuna speranza? O forse mi fa rabbia perché ha fatto una fine davvero pietosa? Come tanti altri amici che stanno facendo una fine simile. Forse mi dispiace perché lui era un ragazzo speciale: era diverso da tutti noi. Gli piaceva divertirsi come pochi. Amava la compagnia della gente e non si abbatteva quasi mai nonostante la situazione di questi giorni non sia proprio da sbellicarsi dal ridere. Sorrideva sempre, in ogni occasione, con pieno entusiasmo, tanto che infatti ricordo ancora il suo sorriso, il suo viso dall'espressione triste anche se spensierata, e la sua calma sempre perfetta.


Suonava la sua chitarra in ogni pausa pranzo, in qualche festa, e soprattutto quando c'era bisogno di rompere il silenzio teso tra un conflitto e l'altro. E ci piaceva sentir suonare le sue ballate, o le canzoni romantiche complicate che provava a intonare bene, e le sviolinate pazze che si ostinava a replicare con un archetto trovato in mezzo alle macerie. Lui era una colonna sonora continua e rilassante; tipo quelle che solo i locali di classe sanno offrire oggigiorno. Sapete, come quelli dove se pagate avete l'ingresso ai tavoli, e la band che suona tutta la notte di fronte a voi.


Sentirlo strimpellare era una cosa piacevole, anche per chi la musica non la ascoltava mai. Perché se sei umano non puoi non lasciarti trascinare da una melodia ben accordata e dalle abilità di uno così delicato nel suonare, e anche dalle grezzure divertenti che di tanto in tanto gli uscivano di impulso. Ricordo quando diceva a tutti che voleva diventare qualcuno in futuro, fare strada e diventare bravo, e suonare nelle orchestre come principale strumento, o cose simili.


Era semplicemente un bravo ragazzo. Forse a tratti ingenuo, ma senza dubbio bravo, e rimpiango di non averlo conosciuto a fondo. Forse per questo motivo ho tanta rabbia? Perché ho perso un'occasione? Non riesco ancora a capirlo bene, e forse mai lo capirò. So solo che vedere il suo corpo privato dell'anima, senza arti, avvolto da una bandiera, e con la chitarra rotta sul suo petto mi ha messo una pesante tristezza e una grande furia; proprio come se fosse morto qualcosa dentro di me, insieme a lui.


Senza di lui mi sento strano. Diverso, troppo diverso. Vuoto. Silenzioso. L'idea che non sentirò più la sua colonna sonora nei momenti peggiori, mi fa impensierire.


Fa male, come se mi si fosse spezzato il cuore per sempre, e nonostante siano passati sei giorni, mi sento ancora male nell'animo, e non so ancora cosa fare per sentirmi meglio. Nemmeno questa lettera mi sta aiutando, dato che mentre la sto scrivendo, strappando e riscrivendo nuovamente, mi sento ancora uno straccio; e non so davvero cosa pensare per evitarlo.


So solo che vorrei tanto una spalla su cui piangere in questo momento. Vorrei tanto parlarne con qualcuno e scaricare tutto in una botta. Vorrei parlarne con tutti voi dal vivo, e chiacchierare con te, mamma, che tu sai sempre come aiutarmi in queste situazioni. Non ho mai avuto così tanta voglia di andare in licenza, e rivedervi anche solo per un giorno per rimettermi in sesto con voi. Lasciarmi Marì alle spalle, sentire un po' di rumore piacevole e riprendere in mano il mio dovere con la mente lucida.


Voglio assolutamente tornare, ma purtroppo devo aspettare ancora e stringere i denti. E nel frattempo aspettare che scorra altra acqua sotto i ponti, sperando che il tempo passi in fretta. Che Marì smetta di tormentarmi dalla fossa, e che questa lettera riesca ad arrivare a voi, per farvi sapere cosa sto provando in questo momento di debolezza.

Sperando di ricevere una risposta, vi saluto e vi mando un bacio. Mi mancate tanto, e non vedo l'ora di rivedervi e riabbracciarvi tutti. Ritornare a casa per vedere cosa è cambiato in questi anni, e salutare i miei amici rimasti, raccontando tutte le storie che vi ho promesso.

Statemi tutti bene, e auguratemi buona fortuna.


Con grande affetto,

Massimo.


10 Luglio 1916.


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