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Una storia di MirianaKuntz

Ad occhi aperti

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12 minuti

Pubblicato il 01 ottobre 2020 in Altro

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Le aveva tenuto gli occhi bendati tutto il tempo. Se l’era portata sulle spalle, le aveva insegnato a trattenere il fiato nei momenti peggiori, come quando l’ultima particella d’ossigeno non sembrava bastare. Le aveva dato a pranzo e a cena la sua dose di caramelle e zucchero filato. L’aveva nascosta nell’armadio, quando il lupo cattivo faceva visita senza annunciarsi nella loro piccola casa di città. Qualcuno l’avrebbe chiamata bambina fortunata, ma quello che gli altri non sapevano era il resto della storia, storia che a causa della sua cecità forzata, lei ed altri non avevano ravveduto.

Essere portata sulle spalle non è faticoso per le gambe, e questo la piccola G. lo sapeva. Conosceva anche la dannosità del glucosio, ma non le importava molto. Ma cosa più importante, G. sapeva che negli armadi non esistono mostri, e che qualunque cosa succeda all’esterno, dentro una cassa di legno massello, c’è lo stesso odore di alberi e foglie, di pace e salvezza di sempre. Fu un giorno d’inverno, che Giulia aveva la schiena rotta dalla fatica, respirava a malapena, non c’erano più caramelle nella dispensa, e cosa più difficile da ammettere, l’armadio era scomparso. Giaceva distesa lungo il pavimento quella sera, aveva le ginocchia bloccate, il respiro corto, era dentro la sua paura, ed inerme, davanti al dolore che provava, aveva smesso di proteggere la piccola bambina che ancora le abitava dentro. Il mondo di G. divenne oscuro e ricco di ombre, in giro c’era uno strano odore di bruciato come dopo un incendio. Al primo ululato, G corse dentro casa, conscia che si sarebbe rannicchiata come sempre nel suo vecchio armadio. Nella solita stanza non c’era, nemmeno nella seconda, neppure in fondo al corridoio c’era qualcosa che potesse assomigliare a quell’armadio. G. cercò di mettersi a riparo sotto al letto, ma il pavimento iniziò a tremare così forte, che dovette mettersi in fuga. La piccola casa di città si dilatò come gomma da masticare, le sue travi si allungarono, le stanze persero le loro dimensioni squadrate, alcuni oggetti sotto il peso della gravità difforme implosero diventando polvere. Il corridoio divenne una lunga lingua di stanze e porte colorate. G. mettendosi in piedi ebbe una sola via di fuga: la lingua di porte che le si stagliavano dinanzi. Il terremoto come d’incanto, conscio che G finalmente avrebbe preso coscienza di tutto, si arrestò in modo rapido.

Aveva sempre vissuto nella spensieratezza, Giulia aveva sempre pensato ai suoi bisogni, alle sue paure. Ritrovarsi da sola le sembrava una sfida troppo grande per una persona così piccola come lei. Eppure ogni volta che tentava di tornare indietro, il corridoio si accorciava di mezzo metro, come inghiottito da una bocca invisibile a cento denti. D’un tratto si accorse di quanto era stata difficile la vita lì fuori, di come ogni giorno ci fossero state sfide che aveva ignorato, timori inconsulti, paure così grandi da risultare insormontabili. G si era seduta ai piedi di una porta con il batti porta a forma di ossa. Ne aveva avuto paura, ma si era fatta coraggio col fatto che fosse la più vicina e la più nascosta. Da un piccolo spiffero riconobbe Giulia seduta a tavola con le gambe intrecciate le une sulle altre. Guardava il piatto che aveva dinanzi a sé come si osserva una dose di veleno. Sembrava un ottimo stufato di carne, dal basso si elevava una nube appetitosa fatta di spezie, vitello e verdure. Era uno dei piatti preferiti di Giulia e anche della piccola G. La piccola, infatti, aveva iniziato a leccarsi i baffi guardando un piatto così pieno davanti ad un appetito così svogliato. Provò ad allungare la mano, ma lo spiffero si richiuse, come a volere mozzarle il braccio. Quando si fece indietro, Giulia aveva iniziato a mangiare, mostrando un grande gusto, masticando a pieni bocconi, quello che poco prima guardava impaurita. Il brodo finiva nei bordi del piatto, con una tale irruenza, simile ad un mare in tempesta, ma si arrestava contro i denti della sua commensale. Aveva terminato tutto, gli altri intorno al tavolo erano impegnati a guardare la tv, tanto da non accorgersi del fatto che Giulia avesse raccolto le sue ansie dal piatto e se ne fosse andata in camera. Nello specchio il suo riflesso le appariva distorto. Giulia aveva preso a soppesare le sue grosse gambe, tracciare con un dito la cartina di smagliature lungo le cosce. Aveva poi iniziato a far di conto di quante calorie avesse buttato nello stomaco, aveva sputato allo specchio, centrando in pieno la sua immagine, gridando al vetro di quanto fosse stata poco forte, anche quella volta, lasciatasi convincere dal buon profumo dello stufato e dalle richieste altrui. Aveva tentato di mettersi due dita in gola, ma non ci era riuscita, non era brava nemmeno a vomitare. Aveva preso a darsi una serie di pugni sullo stomaco, colpi che l’avevano costretta a prendere il largo verso il letto. Aveva la pancia in fiamme, il brodo stava tirando calci alla parete grassa per trovare una via d’uscita. Giulia, piangeva, nascosta sotto le lenzuola, malediceva il giorno in cui qualcuno l’aveva messa al mondo così, imperfetta ed incapace. Si era addormentata in una pozza di lacrime, ai bordi di un cuscino mozzo che troppe volte aveva preso a morsi. La piccola G aveva iniziato a provare un senso opprimente di fame, così, un po’ dispiaciuta per quella visione, si era messa in cammino verso un’altra porta. G. poco più avanti aveva trovato uno zerbino dal cuore spezzato. Era sporco di melma e sangue. Non decise di prendervi posto, ma di appoggiarsi allo stipite intarsiato di diamanti, senza accorgersi che erano tutti scheggiati nella parte posteriore. Quello era il luogo dove Giulia si era nascosta più spesso, ma anche quello che più le aveva arrecato danni. Sul davanti la porta ne aveva una più piccola, simile ad una basculante. È lì che la piccola G aveva fatto passare la sua testa, per protervi guardare al suo interno. Giulia era seduta ai piedi di un letto sconosciuto, lì davanti, un ragazzo dai capelli arruffati le agitava le mani contro. Parlava di come si sarebbero nascosti ad oltranza e di come le avrebbe rovinato la vita se solo avesse osato parlarne con qualcuno. Giulia era profondamente innamorata di quel ragazzo, pur sapendo, che in ogni caso, lui stava con un’altra. Lì sul comodino una foto di famiglia, il ragazzo infatti abbracciava un’altra, accanto a loro un gattino, a contornare un’aria familiare che di per sé sarebbe bastata a chiunque. Avevano le facce sorridenti, quelle persone in foto, di chi non si mentirebbe mai, eppure, la loro vita era fatta di menzogne. Il ragazzo dai capelli arruffati aveva tirato Giulia a sé, facendola passare dal livello pavimento a quello arioso del letto. Le aveva portato una mano al sedere, la stringeva a sé come a poterla convincere di qualcosa che non esiste. Eppure Giulia attraverso quegli occhi che amava, aveva iniziato a credere nelle cose impossibili. Quando i due iniziarono a baciarsi, un vortice simile ad una tempesta fece cadere G. ai piedi della porta cuore. Quando riuscì a rialzarsi, il ragazzo stava prendendo a sberle Giulia, le gridava che era solo una sostituta, un segreto che nessuno avrebbe mai potuto scoprire, e che avrebbe fatto di lei ciò che più gli aggradava. Piccola com’era G. aveva tentato di scavalcare la porta basculante, pregna di rabbia per un ragazzo che sembrava più bambino di lei. La porta resisteva ad ogni suo colpo, tanto da scaraventarla giù, di nuovo, quando riuscì ad alzarsi Giulia era ormai in piedi ad uno specchio. Lo stesso che aveva guardato per colpirsi con la sua stessa saliva. Si chiedeva cosa avesse che non fosse sufficiente all’uomo che amava, con una forbice appuntita aveva iniziato prima a tagliarsi metà dei suoi capelli, e poi a graffiarsi le braccia. Il sangue le scorreva lento da ogni punto che aveva colpito. Le braccia di G. iniziarono a pulsare come quelle di Giulia, quasi come un effetto transfert, dove il male del presente si riflette anche nel passato. Aveva le costole sporgenti questa volta, e aveva dimenticato com’è che si ama, perché tutti avevano smesso di amarla. Continuava a sorridere e parlare, diceva bugie persino a sé stessa. Quando il mondo si girava da un lato, lei iniziava a piangere a dirotto, come a lasciarsi trasportare alla deriva, in un mondo dove il ragazzo dai capelli arruffati avrebbe scelto lei e solo lei, per una vita insieme.

Con le braccia pulsanti di dolore G. decise di camminare ancora, si era distesa sulle scalinate di una porta a soffietto. L’avevano destata dal suo malessere delle urla strazianti. Un buco giusto al centro le permetteva di vedere il suo contenuto. Due persone stavano litigando furiosamente. Uno teneva per il collo l’altra. La donna tentava di tirare calci alla cieca, nessuno dei suoi colpi arrivò nella giusta posizione, tranne l’ultimo, che colpì l’uomo negli stinchi. L’uomo addolorato, lasciò cadere la donna sul tappeto, adesso era anche lei a tenersi le testa, che durante la caduta aveva battuto sul pavimento. Giulia, ormai ragazzina, era ferma sull’uscio della cucina. Il suo respiro grosso assomigliava a quello di sua madre. Mentre riprendeva fiato, la donna, si era girata un attimo verso di lei. Le aveva detto che era tutto ok, che sarebbe passato tutto entro stasera. Mentre pronunciava quelle parole, l’uomo aveva iniziato a gridare da capo urla ed imprecazioni, aveva tirato su la donna e l’aveva sbattuta contro le piastrelle della cucina. Giulia, con una rincorsa aveva provato a destare l’uomo dai suoi intenti cattivi, con una carica simile ad un toro inferocito la sua testa aveva colpito il suo stomaco. L’uomo ancora più arrabbiato le aveva dato due schiaffi e se n’era andato via. Fu in quel momento che l’idea di amare le aveva fatto paura, perché se i suoi genitori non erano in grado di amarsi e di amarla, forse nessuno nel mondo ne sarebbe stato capace. Dall’altro lato della stanza, sua madre si teneva il ghiaccio sulla guancia tumefatta, le aveva sorriso come a raccontarle di una serenità inesistente. Giulia si era messa a letto su un lato, dando le spalle all’armadio, come faceva sempre. Aveva smesso di fare la guardia, in certi momenti desiderava la morte come si desidera la pace. Si lasciava andare, tutte le volte, in sogni che non avrebbe mai raggiunto, e in incubi dove l’unica soluzione era saltare giù di sotto per abbracciare la morte.

Quando G. raggiunse la fine del corridoio, aveva saltato almeno altre sette porte, senza guardarne il contenuto. Le gambe le iniziarono a tremare, il fiato le si spezzava in gola. Guardando quella ragazzina a letto, si era accorta di una cosa essenziale: Giulia non era nient’altro che lei, solo più grande. Pensò si trattasse del futuro che le aspettava, ed ebbe paura, per poi accorgersi che alcuni ricordi li aveva solo messi via, ma erano cose già successe. Frugandosi nelle tasche in cerca di qualcosa da mangiare, trovò una benda di stoffa, della giusta dimensione della sua piccola testa. Era stata cieca, tutto quel tempo, perché Giulia glielo aveva permesso, fino a quel funesto giorno di terremoti e piogge. Si era risparmiata il dolore, la sottomissione, le umiliazioni, vivendole in egual misura da cieca.

Aveva visto ad occhi nudi il suo corpo smagrirsi senza che nessuno se ne accorgesse, la negazione di essere amata da chi amava rinunciando alla luce del sole, al sangue delle braccia, ai capelli smembrati, persino la violenza nelle stanze di casa. Toccando con la schiena l’ultimo muro, la casa come per magia, si ritrasse su sé stessa, riprendendo forma e dimensioni. La dispensa divenne fitta di zucchero filato, il sole prese il posto delle nuvole, persino l’armadio- fortezza riapparve nell’ultima stanza del corridoio.

Quando G. lo raggiunse, le sue ante scricchiolarono come dopo cent’anni di fermo. Mise un piede e poi un altro, fino a richiuderlo con violenza. I lupi della foresta avevano iniziato a graffiare la porta di casa con la solita irruenza animale. G. aveva smesso di avere paura, perché le cose che aveva dentro erano infinitamente più spaventose rispetto a quelle che c’erano fuori. Quando aprì la porta di casa, i lupi, la guardarono negli occhi per un giro di secondi, per poi scappare via.

Chiuse gli occhi G. per un attimo soltanto che le parve infinito. Si ripeté nella testa, una frase, come un mantra sconosciuto. -Ci sono io con me, ci sono io Giulia- e poi si mise a letto, come una brava bambina dopo una gita sfiancante.

Dall’altra parte delle cose, una Giulia più adulta giaceva ancora ai piedi del pavimento, paralizzata nel dolore più acuto. Ascoltando quelle parole echeggiare nella sua testa, riconobbe l’esigenza di vivere. Non le servivano più bende né armadi magici. Le cose che aveva vissuto erano state tremende, e non si potevano cancellare neanche con un colpo di spugna. Le parole della piccola G. le avevano fatto capire che non poteva più proteggere qualcuno che quelle cose non le aveva viste ma che se le sentiva tutte addosso, in un modo che non si riusciva a spiegare.

Il dolore diviso per due, le sembrò di maggiore respiro. Si alzò di peso sulle sue gambe, mantecando la paura con il coraggio. La foschia della sua vita divenne meno ambrata, il dolore le fluiva da dentro a fuori e da fuori a dentro, senza trovarvi ostacoli, così come faceva la gioia.

Si ritrovò a mangiare caramelle seduta sul suo piccolo tavolo della cucina. Zucchero filato e sciroppo di glucosio. Guardandosi allo specchio il volto della piccola G sembrava mescolarsi con quello di adesso.

Ad occhi aperti, il male faceva meno spavento.




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