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Una storia di lisa1949

Questa storia è presente nel magazine Intrecci e follie dell'anima

Le note del tempo andato

il #tempo è musica

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6 minuti

Pubblicato il 17 novembre 2018 in Altro

Tags: #emozioni #musuca #ricordi #Tempo

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La musica ha avuto sempre uno speciale ascendente su di me. Oggi, riascoltare questa colonna sonora trasformarsi in assolo per pianoforte, mi ha sorpreso.

Il tempo scorre a ritroso, ai vecchi ricordi di bambina. Spazi condivisi con i miei cari rivivendo sensazioni intime e profonde.

La musica è da sempre la mia amica fidata, quella capace di trasmettere percezioni che non riconoscevo intorno a me; la compagna che infinite volte ha colmato la mia solitudine e, alle prime note, ho respirato ancora sublimi sensazioni.


Esisteva nel mio mondo infantile, un Paese che immaginavo speciale. I film che vedevo si trasformavano in realtà palpabile, amavo specialmente i western, quei territori immensi erano un miraggio per me. Una terra dai colori singolari, una cultura aperta, votata all’innovazione: la continua lotta tra il bene e i male.

Le tribù dei pellerossa, per cui simpatizzavo, venivano considerate violente perché si ribellavano in difesa del loro territorio, dal quale venivano brutalmente cacciate.

Anche le storie dei pionieri che affrontavano faticosi spostamenti alla ricerca dell’acqua, portando civiltà e benessere alle popolazioni. «Come si può vivere senza l’acqua a portata di mano?» mi chiedevo.

Più tardi altri generi cinematografici smossero la mia sensibilità. Sandra Dee, ad esempio, in “Scandalo al sole” raggiunse fama internazionale, conquistando anche me. Storia d’amore tenera e commovente di una coppia deliziosa, ai miei occhi di sognatrice inguaribile.

Fantasticavo, sognando di trasferirmi negli Stati Uniti, che per me rappresentavano l’Eldorado.

«Non illuderti, L’America dei film non è come nella realtà» Tentava di spiegarmi il nonno quando, carica di entusiasmo, gli raccontavo i miei progetti.

«Da bambino sono emigrato in Venezuela., per ritornare in Italia pochi anni dopo: qui è meglio.»

Tappezzai la stanza e il diario di immagini riferite alle varie pellicole viste insieme a mamma.

Il primo film western cui dedicai particolare interesse fu “Un dollaro d’onore”. Con l’immancabile John Wayne, il simpatico Dean Martin e Ricky Nelson (Colorado), aiutante sceriffo del quale m’invaghii scioccamente. Gli effetti dell’adolescenza sono complicati e io soffrivo vere e proprie pene d’amore per quel ragazzo dagli occhi chiari, capace di conquistare le teenager cantando accompagnandosi con la chitarra.

Acquistai subito i suoi 45giri, li ascoltavo a ripetizione sul giradischi, causando regolari crisi nervose a mia madre.

Quanto mi piaceva l’America o meglio: gli Stati Uniti. Sull’atlante tracciavo ipotetiche linee immaginando un viaggio da affrontare di lì a poco, toccando i vari stati e le città più conosciute.

Dopo New York, senza dubbio Menphis, città natale di Elvis Presley, idolo a cui dedicavo giornate intere. La sua voce pareva passeggiarmi dentro suscitando forte emozioni.

Hollywood una meta obbligata, come il Texas, il deserto e le Montagne Rocciose. Il Grand Canyon in Colorado. Studiavo geografia in questo modo insieme all’inglese, traducendo i testi dei dischi che ascoltavo. Dizionario alla mano, trascorrevo ore a trascrivere sui fogli il senso delle canzoni.

La spensieratezza degli anni pian piano svaniva, prendendo consapevolezza della realtà.

I western diventavano più crudi e veri, lasciando a intendere che il paradiso immaginario, la Terra a cui avrei voluto approdare come Cristoforo Colombo, non sarebbe stata poi così ospitale e generosa.

La guerra del Vietnam aveva mietuto migliaia di vittime e non accennava a spegnersi. Interessi sporchi, produzione di armi e bombe anti uomo, ragazzi spediti allo sbaraglio e caduti per una causa sbagliata. Giovani tornati con dentro agli occhi immagini devastanti, costretti agli stupefacenti per sopravvivere a tanta sofferenza e scempio.

L’assassinio di Kennedy, i filmati televisivi impressi nella memoria (ho pianto notti intere per quella tragedia), stavano modificando il mio punto di vista sulla nazione, mia oasi immaginaria di bambina, che governava, non proprio in modo ideale, le sorti del Mondo.

A scuola si studiava storia e venne ricordata Hiroshima, una catastrofe smisurata che non riuscivo e né riuscirò mai a comprendere: quanta delusione! Possono arbitrariamente gli uomini decidere una sorte tanto devastante? Da tempo le mie riflessioni si basavano su questi concetti: se la meta è la fine eterna, perché siamo incapaci di coesistere pacificamente?

«L’uomo è conquistatore, deve rafforzare i suoi poteri» spiegava ancora il nonno, nella saggezza di un uomo che aveva affrontato due guerre e ne conosceva molto bene gli effetti deleteri.

«Deve dimostrare di essere più forte e di non temere il nemico.» Pareva quasi volersi scusare.

E pensare che lui e la nonna, avevano segretamente ospitato in solaio un partigiano ricercato, salvandogli la vita, a rischio della propria. Nonna gli portava di nascosto qualcosa da mangiare.

Un esempio a svelare quanto siano differenti gli animi soprattutto nelle persone più semplici, ma ricche di spirito, sempre pronte ad aiutare il prossimo.

Forse, schierarsi dalla parte dei buoni è una scelta comoda, tuttavia, mai avrei potuto capire una mente umana capace di partorire tante atrocità.

Optai per generi diversi. Il Laureato, e Casinò Royale, gli esordi di 007 James Bond, l’agente segreto più famoso dei cinque continenti.

Comunque, la consapevolezza mi consigliava di spostare i miei interessi cinematografici e musicali, sui produttori italiani a cui non avevo mai prestato grandi attenzioni prima di allora.

A distogliermi dalla “USA obsessiòn” pensarono Mina e Lucio Battisti. Apprezzai diversi film francesi, Pasolini e Antonioni, lasciando maturare una visione esistenziale di diverso spessore.

Versai lacrime amare con “Incompreso”: era l’era dei film strappalacrime. In effetti insegnavano a valutare la personale sensibilità, niente di più.

Trovai divertente “La ragazza con la pistola” interpretato da una strepitosa Monica Vitti, lo rividi più di una volta: spassoso, ma intelligente.

Incappai una sera, insieme a mio fratello e alcuni amici, in “C’era una volta il west”. Il genere lo avevo abbandonato da tempo, dimenticando la grandezza di Sergio Leone, ma recuperai in seguito la mia lacuna vedendoli tutti. Le immagini erano diventate più curate e le storie trascinanti.

Ciò che mi colpì e che mi è rimasto scolpito dentro tuttora, è il tema musicale, la colonna sonora. Quelle note, una a una, sembravano raccontare i cambiamenti epocali percepiti da me come dall’autore. Con una vena stranamente nostalgica, Ennio Morricone ha raccolto la storia del West rappresentandola sullo spartito. Credo sia tra le colonne più belle che abbia mai ascoltato.

Una sorta di addio ai tempi andati, alla locomotiva a vapore, agli stivali impolverati con gli speroni

pronti a pungolare lo stallone e al cappello di John Wayne

Ecco, questi sono gli uomini che ammiro, capaci di entrare nella storia, nel suo vero significato, trasmettendo emozioni e stimolando sensazioni positive, trascrivendole con pura passione.

Una sorta di patto con se stesso rendendoci migliore il tempo dello svago e resteranno vivi in noi.

Ancora oggi nel sentirla, chiudo gli occhi respirando le fantasie di allora, scordando per brevi istanti la sconfortante realtà.








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