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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Non ho tempo di farmi corteggiare

Non ho tempo di farmi corteggiare

Ho quasi trent'anni e scelte adulte mi spaventano.

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60 minuti

Pubblicato il 27 settembre 2019 in Altro

Tags: #Amore #Lavoro #appuntamento #Rissa #sitodiincontri

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1.1

Per il mio fine settimana ho preso questa camera costosa. Ho stirato ordinatamente i capelli, oggi li porterò raccolti tutti dallo stesso lato. Un trucco leggero ma completo. Sulle labbra: burro cacao alla fragola, non mi piace lasciare residui. Ho indossato l'abito elegante, le decolté, un'essenza erboristica alle rose, bigiotteria sbrilluccicante, altri accessori semplici ed eleganti. Osservo tutti i dettagli e scatto qualche selfie per il portale di incontri. Controllo l'ora: ci siamo. Faccio con calma, programmo sempre qualche minuto di ritardo, conosco il nostro tavolo, se l'uomo seduto non mi dovesse soddisfare esteticamente, ho tempo di ideare un piano di fuga.

Dirigendomi al nostro posto lo vedo: è attraente, guarda il suo telefono, come la maggior parte della gente seduta nella sala; ha sul tavolino un bicchiere vuoto. Nelle foto non mostrava il volto, ma la sensazione, anche nello scrivere, era di uno dall'aspetto come lui: pelle scura, riccioli fitti neri, postura composta, distinto, elegante.

Mi avvicino con calma e sorridente, lo distraggo rivolgendogli la parola: «Ciao, sei Daryl?» Alza lo sguardo, iridi azzurre mi sorridono, la sua mano stringe energicamente la mia. Mani lisce, dalle dita affusolate, tipiche degli uomini che incontro col portale, così come la fattura sartoriale della camicia attillata a esaltare il fisico allenato: «Ciao Viola, piacere di conoscerti», si è alzato per salutarmi, non mi ha ancora tolto gli occhi di dosso, è normale, questi primi minuti li passeremo a studiare le nostre figure.

Distoglie lo sguardo per fare un cenno al cameriere, mentre io mi accomodo di fronte a lui. «Dunque Viola», inizia la conversazione riponendo il cellulare in una tasca della giacca adagiata sulla spalliera. Sono queste cose che mi piace osservare negli uomini degli incontri, particolari a cui non sono abituata. I miei amici hanno telefoni economici, che buttano e dimenticano nelle macchine altrui o sotto la sella degli scooter; telefoni dalle cover variopinte e dagli schermi scheggiati; oppure costosissimi smartphone sui quali passano tutto il tempo, anche quello in mia compagnia. Loro non lo ripongono, perché non se ne staccano mai. Una voce mi distrae dalle mie osservazioni: «A voi il menù. » Il cameriere ha raggiunto il nostro tavolo, sì ho proprio voglia di bere: «Io so già, un tè freddo al limone per favore» «Per me un altro martini bianco, con ghiaccio». Il cameriere si allontana, silenzioso. «Un tè freddo! Che scelta inaspettata, non bevi alcool?» «Bevo alcolici se la serata mi annoia. Non reggo l'alcool e non voglio ubriacarmi, voglio restare lucida, spero di potermi ricordare con piacere di questa serata.»

Ora il suo sguardo sembra volermi scavare nella test. Prestanza fisica a parte, è affascinante, sicuro di sè, si muove con disinvoltura, lo vorrei già baciare, mi trattengo.

Mi sorride curioso e inizia un autentico interrogatorio: «Non è la prima volta per te, giusto?»

«No, sono iscritta sul sito da circa due anni, ma ho avuto pochi appuntamenti, sono molto selettiva.»

Il cameriere posa le nostre bevande, ringraziamo e torniamo a noi. «Giusto, hai specificato: "curato, bella presenza, fisico atletico", non ti sembra un po' superficiale, se è solo sesso che t'importa? Hai avuto brutte esperienze?»

Bevo dalla cannuccia prima di rispondere: come sembrare meno superficiale? «Appunto perché è solo sesso m'importa, non mi devo innamorare di qualcuno con una forte personalità; devo trovarmi in sintonia e provare attrazione fisica velocemente. Io per prima mi impegno tanto per risultare piacevole.»

«Sei elegante, curata, semplicemente bella, se devo essere sincero mi aspettavo qualcosa di più volgare.» Mi sistemo sulla sedia, non so se esserne lusingata o se offendermi, scelgo di passarci sopra. Non sa di cosa parla, non sa quanto tempo impiego per risultare "naturalmente curata", quante donne della zona vip di Milano ho pedinato per copiarne i movimenti e lo stile; sebbene non voglia essere come quelle donne, io voglio essere me, ma essere loro mi serve per gli incontri. Non voglio incontrare uomini come i miei amici o i miei parenti, voglio incontrare sconosciuti che non appartengono al mio mondo, gente che non incontrerò mai nella mia vita reale, quindi cambio argomento. «Tu hai già avuto esperienze di questo tipo?» «No mai. Ho avuto qualche appuntamento al buio con amiche di amici, incontri occasionali con donne conosciute in discoteca. Tramite un portale di incontri: mai.» «Eri prevenuto? Pensavi avessi usato foto di un'altra donna?» Fa una smorfia che io interpreto come: "sì credevo proprio questo", sorrido: «Perché ti sei iscritto se non credevi nella cosa?» Lui ride, ha pure un bel sorriso, se non fugge, sarà una notte coi fiocchi.

Si sistema sulla sedia, poggiando la schiena e mi racconta: «Da qualche tempo, io e i miei amici abbiamo un patto: ogni matrimonio di coetanei a cui partecipiamo, i single del gruppo, devono accettare appuntamenti combinati oppure usare portali tipo quello dove ti ho trovata. Siamo convinti che più appuntamenti squallidi viviamo, più velocemente mettiamo la testa a posto. Siamo ancora tre neo trentenni e con nessuna storia seria.» Sorseggia il suo drink e si rivolge a me: «Invece qual è la tua storia? Perché il portale?» Sorrido e rispondo: «Non sono per i lunghi corteggiamenti. Sono una che si concede al primo appuntamento, se ne ho voglia, non capisco perché devo aspettare settimane. Questo però, porta diversi fraintendimenti. Meglio tenere le amicizie lontane dal piacere.»

Resta a guardarmi ancora col sorrisino malizioso sulla bocca, non riesco a interpretarlo. Si alza, raccoglie la giacca, mi porge la mano libera «Saliamo?» Accetto l'invito, siamo qui apposta e lo seguo. Fa per dirigersi alla reception, lo avviso che ho già una camera al secondo piano.

L'ascensore è assalito da una famiglia piena di valigie. Optiamo per le scale; lo prendiamo come un gioco, ci spintoniamo e attiriamo come bambini. Mentre lo supero per salire due scalini alla volta (impossibile coi miei tacchi), sollevo il bordo dell'abito, lo faccio volutamente con malizia, mi trattiene per la vita, ridiamo barcollando, anche se non siamo ubriachi. Raggiunto il piano, mi sistemo con la schiena alle porte tagliafuoco e mi lascio schiacciare dal suo corpo, osservando il suo volto, le labbra ad un soffio l'una dall'altra, sfioro coi polpastrelli il profilo del suo mento, le curve del collo. Poggia la fronte alla mia, passa le braccia dietro la mia schiena e mi spinge verso la maniglia antipanico che si apre, sorride. Ci ricomponiamo, faccio strada verso la camera.

Apro ed entro per prima. Abbandono le poche cose che ho in mano sulla poltroncina di lato, mi volto verso di lui che si è solo avvicinato. Gioco coi bottoni della sua camicia, lui cerca la lampo del mio abito. In breve tempo siamo nudi e studiamo curiosamente i nostri corpi con le mani. Bacio di lui il torace e salgo verso il collo. Mi piace comportarmi con gli estranei, come se ci conoscessimo già. Faccio quello che mi ispira il suo corpo e lo indirizzo dove voglio. Siamo adulti consenzienti e siamo qui per questo. Se prova a parlare lo interrompo con un bacio, di quelli esuberanti e con tanta lingua, per chiarire che: no! Non mi sto innamorando! Sto rendendo una notte tra sconosciuti meno squallida di quello che potrebbe diventare. Durante il bacio forzatamente intrusivo, guido le sue mani dove voglio che le posi. Per tutta questa prima "conoscenza", guido io.

Durante una pausa m'informo: «Quanto resti?» «Torno a New York domenica prossima» «Ti chiedo una cosa ma devi rispondere sinceramente» «Se posso» incrocia le braccia e alza un sopracciglio. «Sono libera solo nei week end, puoi essere interessato ad un nuovo appuntamento venerdì o sabato prossimi?» Sono seduta nuda sopra di lui, ma ho usato l'accortezza di non aver fatto questa domanda con malizia.

Mi osserva, muove il bacino, sul quale io sono adagiata, mi guarda senza rispondere; scioglie le braccia, mi avvolge la vita con una e con l'altra mano trattiene la mia coscia, capovolge la posizione, ora è lui sopra di me. Ora comanda lui, il braccio dietro la schiena mi tiene sollevata dal letto e quelo sulla gamba la guida dietro la sua schiena, mentre la bocca assapora il mio seno. Appena poche mosse, in un attimo è dentro di me. Mi muovo ad accoglierlo meglio, lo assecondo e per il resto del tempo, mi gira e mi rigira in ogni direzione. Quando finiamo, siamo entrambi divertiti e appagati.

Facciamo la doccia uno alla volta, ricordando di essere estranei. Avvolti negli accappatoi, ognuno a sistemare qualcosa nel suo angolino: «Domani venerdì e sabato. Il resto della settimana mi lasci solo?» Lo guardo abbandonando le braccia lungo i fianchi: « Io non posso, dopo una notte di te sono sfinita, non renderei al lavoro» cantileno, sono veramente dispiaciuta, altroché se vorrei passare tante notti con lui. Sorride compiaciuto. «Allora domani, mercoledì, venerdì e sabato» si avvicina, porgendomi un depliant sul quale ha scritto qualcosa, con la mano libera mi trascina a se, mi bacia la nuca, apro il depliant, è dell'albergo dove soggiorna, leggo "Daryl Mendoza, room 327", lo richiudo e lo lascio cadere sul tavolino dove ci sono le mie cose e sciolgo l'accappatoio. Mi volto verso di lui, pronto a ricominciare.

Dormiamo insieme, programmo altre notti, so di passare il test del riconoscimento.

***

Federica è seduta alla scrivania, guarda il tablet e vari fogli davanti a lei. Alza ogni tanto lo sguardo nella direzione di Giulia che invece è agitata e strapazza un cuscino a gambe incrociate sul terzo letto. Mi guarda mentre districo degli indumenti non miei dal mio letto, che ho lasciato incustodito per tutto il weekend ed è diventato il suo guardaroba: «Lo conosciamo? O... la conosciamo?» Chiede non potendo più trattenere la curiosità. «Non so di cosa parli. Non ho niente da raccontare, io sono una persona noiosa.»

La guardo e sorrido. Federica, sposta appena gli occhiali: «Sì sì.» Giulia è più interessata: «Sì, ma ... E le occhiaie?»

Giulia e Stefania sono le mie amiche e colleghe. No, sono le mie cape, io lavoro per loro. Siamo decoratrici, temporaneamente qui a Milano per realizzare fioroni e finte architetture in stile barocco, in un appartamento gigantesco di uno stabile moderno. Non discuto i gusti dei clienti.

Qualcuno le cerca, giù all'entrata.

Niente a che vedere con l'albergo che uso per gli incontri, nessuna hall lussuosa, il ristorante non sembra pronto per un banchetto nuziale, alla reception nessun uomo in divisa, i clienti sono come noi, zaini vissuti, jeans stropicciati, magliette variopinte o con il logo del gruppo musicale preferito.

Ad aspettare Federica e Giulia sono due studenti all'ultimo anno di decorazione all'accademia, che abbiamo frequentato tutte, ma che io sono l'unica a non aver terminato. Ho la brutta sensazione che questi due mi daranno del filo da torcere, iniziano lo stage da noi domani mattina.

Da qualche tempo questa laurea mancante inizia a essere un problema, per loro. Avrebbero voluto che entrassi in società, ma io non sapevo cosa avrei voluto fare in futuro, non mi sentivo pronta. Sono sicura che se avessi accettato, alla fine, la laurea non sarebbe stata poi così importante. Del resto fino a pochi anni fa, per fare questo lavoro, bastavano sei mesi di corso organizzato dalla regione.

***

Questa sera io e Giulia siamo al concerto di uno dei gruppi di Corrado. Federica resterà in albergo a parlare col marito e il figlio su skype e a programmare il prossimo lavoro. Lei è quella seria, ha avuto il figlio di cui dimentico sempre il nome, l'ultimo anno di accademia, ne ha sposato il padre e appena sei mesi dopo la nascita ha aperto la ditta contattando me e Giulia.

Giulia è ... Giulia! Quella che ama Dario dalla sua prima serenata per lei, quella che anche se è sempre lui a cercarla, lei deve bere per lasciarsi andare; quella che: se uno in gruppo con noi viene preso di mira, lei lo difende, anche se non lo conosce; quella che: quando Stefania ha proposto la società voleva partire sei mesi in giro per il sud America e lo ha detto solo a me; Giulia è quella che non è partita, per aiutare Federica ad aprire l'attività e non ha mai più smesso di lavorare con lei e per lei.

Perché sono socie, ma Stefania è la capa. Ne ha il temperamento ed è quello che è sempre voluto essere.

***

Il locale dove suona il nostro amico è affollato e scuro. Corrado si porta dietro la sua orda di fan assatanate che sperano in un invito dopo il concerto, la loro bassista era una di loro, credeva che fare parte del gruppo le desse una possibilità in più, ma così non è stato. Probabilmente è per questo che è sempre arrabbiata, meno male che fanno una specie di rock indie elettronica, il suo broncio si abbina allo stile generale. Cantiamo e saltiamo tutta la sera. Seduti al tavolo tutti insieme restiamo pochi minuti, il tempo di sapere che Corrado ha nuovi progetti musicali, poi due ragazze agitate vengono a prenderselo.

*****

La sveglia suona le 06:30 Federica è la prima ad alzarsi. Usciamo tutte e tre insieme, noi le nostre salopette vissute, i nostri caschetti, le maglie incrostate di vernice, le facce pulite e i capelli sciolti, per non dimenticare che siamo donne. Saluto le ragazze e dico loro che devo passare da una parte, non specifico, non sanno degli incontri e dei test del riconoscimento, spero di liberarmi in un'ora. Il depliant che mi ha lasciato Daryl ha anche la cartina con le fermate della metro. trovare il suo albergo è uno scherzo, lo sto guardando proprio ora, in uno dei palazzi alti e dai tanti vetri, chiacchierando venuto fuori che al lavoro ci va a piedi, quindi dovrei riuscire a vederlo senza fatica. Daryl è una specie di commercialista o avvocato, ha provato a spiegarmi cosa fa, ma non l'ho capito.

Penso alle sue paole, mentre cerco di dimenticare che rischio di arrivare al mio lavoro troppo tardi. Paziento ancora poco, eccolo! Studio la direzione, cammino verso di lui mischiandomi allo sciame di gente che esce dalla metro.

Test riuscito, i nostri sguardi si sono anche incrociati, ma non mi ha proprio calcolata. Perfetto. 

***

Al lavoro la corsa al mio ruolo inizia subito, gli stagisti tentano entrambi in ogni momento di estromettermi dai compiti che di solito sono i miei. Federica li lascia fare. La mia presenza diventa sempre meno fondamentale e poco a poco i compiti estranei alla decorazione sono aumentati. Oltre le mie solite mansioni, devo fare da galoppino per questi due, che non sanno organizzarsi. Lo faccio notare alle mie amiche quando siamo sole, ma le belle parole dei due futuri laureati e il rancore per quella vecchia storia, non le fanno essere obiettive.

Aumentare le sere con Daryl diventa un'esigenza. Anche lui sembra usare i nostri incontri per superare momenti di stress sul lavoro, comunque, a lui non chiedo niente, non voglio dover parlare di me a mia volta. 

Questo sabato sul lavoro è davvero pesante, anche l'ultimo compito decorativo che doveva essere mio è stato dirottato alla ragazza nuova, in pratica dovrei passare le prossime settimane a pulire pennelli, secchi e portare materiale dimenticato da una parte all'altra del cantiere. Avviso Stefania: non ci sarò da lunedì.

Cosciente che non sarà solo il rapporto di lavoro a creparsi.

***

«Le tue amiche cosa dicono di questo?» Daryl fa cenno a noi, arrotolati nudi in questa camera ancora più lussuosa di quella che avevo preso io. Mi volto per rispondere: «Loro non sanno niente, è il mio segreto. Tu ne hai parlato coi tuoi amici? Loro cosa dicono?» «Che non vale, lo scopo è avere appuntamenti disastrosi e pensare al matrimonio. A proposito: un amico è interessato ad incontrarti, per te va bene?» Lo guardo con curiosità: «Ma intendi con te?» Lui ride, accidenti quanto è bello quando ride. «No no, perché, lo faresti?» Arriccia il naso. Copro gli occhi con una mano: «No che non lo farei! Voglio fare sesso, non le acrobazie!» Porta un dito al mento e mima un'espressione interrogativa: «A no?!» Ridiamo e come al solito ricominciamo per poi addormentarci. Scendendo per la colazione torna sull'argomento: «Allora, vuoi incontrare il mio amico?» Lo osservo appena, non so cosa rispondere, non mi piacciono gli appuntamenti al buio, voglio dire, sul portale prima di incontrare qualcuno ci scriviamo per qualche tempo, anche se possono raccontare bugie, reggerle per tanto tempo sarebbe un'arte e le mail mi aiutano a scoprire i fasulli. «Non lo so, non sono abituata a incontri al buio. Lui sarebbe disposto a scriverci qualche mail prima?» «Chiedo. Anzi, ti passo la mail e gli scrivi direttamente tu.» Mi ha fregata, devo accettare: «Va bene.» Ci salutiamo con un casto abbraccio. Mi mancherà Daryl.

1.2

Sono in auto, prima di decidere dove andare chiamo mia sorella, ha mandato un sacco di messaggi, vuole sapere cosa è successo; le racconto più o meno, soprattutto tento di cambiare continuamente discorso. Tra le varie parole mi avvisa di un amico arredatore a cui servirebbe il mio intervento. Già che sono ferma e con la mail aperta, contatto l'amico di Daryl, non sarò a Milano, quindi mi vedo costretta a declinare l'invito, ancora non esisteva nessun invito, ma insomma. Gli scrivo qualcosa simile a: "Ciao sono Viola, l'amica di Daryl, mi dispiace, dovevo rimanere a Milano ancora due settimane ma sto partendo per Torino. Sarà per un'altra volta. Buona giornata." Un messaggio orrendo, io non risponderei e mi offenderei, comunque invio, guardo il cellulare giusto un secondo e parto. Guido con la musica alta e il telefono buttato dietro, non rispondo se sono al volante. Milano-Torino è un viaggio di appena un'ora e mezza, poco più, quindi non ho necessità di pause. Parcheggio temporaneamente, in un punto dove vedo bene le montagne, posso controllare le chiamate e la mail. Leonardo: "Ciao Viola, quanto resti a Torino? Possiamo incontrarci lì, se sei interessata. So che puoi solo nel week end e, anche se non è nel tuo stile, invece di scriverci via mail, potremmo vederci per parlare, senza impegni e decidere un appuntamento in quell'occasione. Buona giornata, Leonardo." Guardo il telefono, mi piace questa idea, ma se poi mi piace anche lui? Riuscirò a dargli un appuntamento in un altro giorno? Le mie dita hanno deciso prima di me: " sì sì, va benissimo, non è il mio stile, ma va bene. Ho un appuntamento di lavoro, entro questa sera ti saprò dire qualcosa, tu come sei messo con gli impegni?" Invio e continuo coi messaggi, Mattia mi aspetta, nonostante sia domenica, nonostante il poco preavviso. Un futuro studio pediatrico al piano terra di un palazzo del 1600, lo stanno ancora ristrutturando.  Poche ore dopo, mentre passeggio nel parco, costeggiando il Po, faccio il punto della situazione, sono stata ad ascoltare le idee di Mattia, l'arredatore amico di Virginia e siamo d'accordo che i lavori inizieranno non prima di un mese, stimo trenta, quaranta giorni di lavoro, tra progetti e realizzazione, contando che sarò sola. Prendo il telefono e leggo la mail di Leonardo: "La sera dopo le diciotto sono sempre libero, se vuoi possiamo vederci anche oggi." Questo Leonardo, del quale non ho ancora visto un solo particolare, già mi intriga. Comunque non voglio incontrarlo così velocemente, ho ancora addosso il ricordo di Daryl, ed è un bel ricordo. Preferisco aspettare: "Ciao Leonardo, mi dispiace un imprevisto al lavoro, dobbiamo rimandare al mese prossimo." Tanto che fretta ho? Provo a vedere se Corrado è già qui, lo chiamo, anzi no prima guardo sui social. Lui posta sempre ogni movimento, ecco le foto in macchina, sta tornando a Genova, concerto in un locale che già conosco. Qui non lo incontrerò, peccato. Osservo il parco, il colore poco invitante dell'acqua del Po, trovo una panchina mi rilasso qui.  Nel tardo pomeriggio sono a casa, un piccolo paese nel basso Piemonte. Non avviso nessuno del mio ritorno, non voglio sentire le paternali di Virginia. La mia piccola casetta colorata e accogliente ha un frigo vuoto ma un capiente freezer pieno, quindi ceno con una paella pronta in sei minuti. Mangio davanti allo schermo del pc, un programma di cui mi sono appassionata: The farmer wants a wife. In pratica dei muscolosi e fascinosi contadini e allevatori australiani si sono presentati e hanno scelto tre donne, tra le numerose che hanno scritto, per incontrarli e ora, devono decidere con chi tra loro passare il resto della vita. Sto prendendo in considerazione l'idea di iscrivermi pure io; vivrei molto volentieri in una cascina australiana. Vengo interrotta dal citofono, mia sorella è proprio qui sotto. «Ciao, che sorpresa! Come hai saputo del mio rientro?» Virginia entra in casa, mi porge un sacchetto di verdure fresche, un veloce bacio sulle guance: «La signora Bruno ti ha vista passare in macchina. Il figlio di Daniela l'amica di mamma ti ha sentita mentre veniva a sistemare qualcosa dalla tua vicina. E insomma... immagino non avrai nulla di sano da mangiare.» Il paese. Se avessi sgozzato qualcuno in piazza, nessuno avrebbe aperto bocca. Prendo il sacchetto: «Roba di orto, ci metterò un sacco a pulirla tutta dalla terra, poi lo sai che so cucinare solo il riso. E che cavolo! Possibile che non posso avere un po' di privacy?» «E dai, ti vogliono tutti bene.» «No vogliono tutti entrare nelle vostre grazie. O in quelle di papà! L'altro giorno mi ha fatto un bonifico, come mai? Qualcuno gli ha riferito di Milano? Gli serve una figlia che faccia da palo?» Virginia, abbandona la borsa su una sedia: « Ma che dici? Questa tua fissa dei furti!» E scuote la testa. Io sono convinta che papà sia una specie di Arsenio Lupin, almeno tenessi per me le mie idee! Virginia si siede sul divano: «Dai cambiamo discorso, sei stata da Mattia, mi ha chiamata.» «Cavoli, ma proprio tutto tutto tutto di me ti devono venire a riferire? Ora sii sincera, cosa sei passata a fare? Le verdure sono una scusa giusto?» Si libera il volto dai numerosi capelli, dirigendoli ai lati: «No però non iniziare a innervosirti, sono qui solo per parlare», mette in chiaro. Mi siedo a mia volta sul tappeto di fronte a lei, gambe incrociate: «Avanti parliamo». «Dovresti scusarti con Stefania, le hai abbandonate in pieno lavoro.» Mi alzo di scatto, giro nervosamente su me stessa: «Cosa?» dico a voce un po' troppo acuta, ma senza urlare. «Sono loro che dovrebbero scusarsi con me, mi hanno messa alle strette, hanno preso quei due ... ero diventata il loro tuttofare» cerco di spiegare. «Avevamo detto che non ti saresti innervosita. Senti, lo sai bene com'è la questione lavorativa adesso. Ti hanno proposto molte volte di finire questa benedetta accademia. Fallo, fermati, finiscila, non ti serve lavorare.» Respiro, mi compongo, non voglio litigare, parlo con calma: «Non capisci! Per fare la decoratrice non serve la laurea! Siete fissati!» «Vogliamo che tu abbia un titolo di studio valido ovunque» Assumo un'espressione curiosa: «Vogliamo chi? Tu e Stefania? » Socchiude gli occhi, fa un respiro: «Vogliamo, io tua madre tuo padre. Forse anche Stefania, ma che differenza fa? Ti fermi un anno, due, finisci e torni a fare quello fai ora.》 Ho la testa rivolta verso di lei, gli occhi la fronte il labbro superiore, arricciati. Io non la capisco! «Ma siete delle pazze, è tutta una questione di pratica, talento, esperienza sul campo ... La laurea è una vostra fissazione.» «Allora entra in società. Oppure aprine una tua, io ti procurerei un sacco di clienti, fai una scelta adulta una volta tanto! Hai quasi trent'anni!» Mi dirigo a testa bassa e passo lungo verso di lei, le passo il suo sacchetto di verdure cariche di terra e la caccio da casa, senza alzare la voce, che le scenate non mi piacciono, parlo, forse con freddezza: «lo sapevo che eri qui per farmi la paternale, io non sono te va bene? Io faccio altre scelte, faccio un'altra vita, ho delle priorità diverse da te da mamma da tutti gli altri! Vattene.» Mi guarda rassegnata, prende il sacchetto, fa per alzarsi: «Noi lo facciamo per te, vediamo che perdi il tuo tempo e non concludi niente.» «Ma neanche vi chiedo niente.» Questa volta alzando lo sguardo e la testa, acutizzo la voce, che riporto subito a toni neutri, porto le mani alla testa esasperata, poi mi volto verso di lei: «Vai via per favore! Non voglio litigare.» Parlo con calma. Abbasso ulteriormente la voce, le sto di traverso, vorrei darle le spalle ma le dico: «Non voglio continuare a litigare. Vai via, ci sentiamo nei prossimi giorni.» Con una mano le indico la porta. Mi guarda, scuote la testa, prende il sacchetto, Virginia se ne va e io torno al divano, allo schermo del pc, ma neanche più questo programma leggero e carico di romanticismo riesce a farmi calmare. Come sottofondo le immagini di una bella ragazzona mora che piange a fontana per il mancato appuntamento. Apro le mail sul telefono e scrivo a Leonardo che non mi ha ancora risposto: "Ciao, se sei ancora interessato io potrei raggiungerti a Milano domani sera." Poso il cellulare, la ragazza si sta ancora lamentando del suo amato che dedica troppe attenzioni all'altra pretendente, non finisce la frase che ricevo la risposta di Leonardo, "Domani ho una cena di lavoro. Martedì? Hai preferenza sul tipo di locale?" "Martedì perfetto. Nessuna preferenza, scegli in base alle tue sensazioni. Unico vincolo, vorrei ci incontrassimo sul presto, tipo le 19:30" "Nei prossimi giorni ti scrivo nome e indirizzo del locale. Buona serata Viola." "Grazie, anche a te." Ora devo solo decidere dove passare le prossime due notti. Qui no di certo. Sistemo i piatti, le poche cose lavate e preparo lo zaino per qualche giorno, carico la macchina, osservo il colli e: manca qualcosa. Torno in casa, dovrei scegliere gli abiti per martedì, apro il contenitore trasparente con i set da appuntamento, rovisto, lo chiudo e lo porto giù intero. Nuovamente al volante, cambio chiavetta, mix The Quemists.


1.3

Genova.

Arrivo al pub dove suona Corrado, mancano giusto due brani al termine.
Saluto il barista e la cameriera, che ricordo essere gli stessi delle volte scorse, qui si esibisce abitualmente una volta al mese, oggi con Diana, la bassista, la quale emana incazzatura già da ora, saranno queste ragazze che saltellano mandando occhiate esplicite a Corrado il quale non perde occasione per elargire loro sorrisi e gesti di interesse.

Se non fossi tanto alterata riderei.

A fine performance scende dal palco e si dirige verso le sue fan, non mi vede, so che altrimenti lascerebbe loro per passare il tempo con me, non voglio rovinare anche la sua serata. Mi dirigo verso il bar, dove trovo Diana.
Diana è una ragazza esteticamente bellissima, alta formosa il giusto, un viso femminile perfetto in ogni sua parte, zigomi alti, occhi allungati e bocca dalla definizione precisa. Porta i capelli corti e dai ciuffi colorati.
Bella anche quando ha la faccia contorta dalla rabbia, meno male, visto che è sempre arrabbiata!
Non siamo mai state troppo amiche, quindi non so perché mi sto avvicinando a lei, ma come spesso accade, l'altra me sta prendendo il sopravvento e: «Ciao Diana, non te la prendere per Corrado, conosco un modo per sfogarti, divertirti e sentirti tanto stupida da dimenticare, vieni con me?»

Si volta, mi guarda dall'alto in basso: «Ti sembro interessata?»

«No aspetta, detto così, sembra un'altra cosa...», lei si volta scocciata, invece di andarmene, insisto con la brutta figura.

«Non che dobbiamo fare una cosa io e te, cioè, insieme, ma non quello che devi aver creduto e non con me, sì ci sarei anche io, ma ...»
Abbandono le braccia lungo il corpo, esasperata da me stessa: «...ah! Come faccio a mettermi in queste situazioni?»

Abbasso la voce: «Ti va di andare a vedere picchiare della gente? »

Ecco, ora ho la sua attenzione, mentre continua a guardarmi famelica.
Le spiego in due parole:
«Troviamo un locale e dal niente, facciamo scoppiare una rissa. Lo facevamo al liceo, era divertente. Se siamo veloci, ne usciamo senza un graffio».

Bevo dalla sua bottiglia, mentre continua a guardarmi in cagnesco e io sostengono il suo sguardo, prende la birra dalle mie mani e beve pure lei, direi che abbiamo un patto.

Troviamo un locale orrendo con quattro o cinque uomini sparsi qua e là, che si rianimano appena entra Diana. Ci sistemiamo al bancone del bar e ordiniamo. Approfitterei per fare conversazione, ma l'espressione di Diana mi fa cambiare idea.

Faccio per andare a prendere una boccata d'aria. Tre nuovi clienti entrano, urtandomi, dal riflesso del vetro vedo che uno fa un cenno agli altri dirigendosi accanto a Diana, gli amici verso il biliardo.

Non rientro, mi gusto la scena: Diana sa fare le moine! Le è anche sparita l'espressione arrabbiata. Vorrà restare sul serio sola con quel tipo? L' ho invitata per darmi la possibilità di distrarmi, non mi interessa se il tipo le piace.
Quindi rientro e faccio una finta sfuriata degna dell'oscar:
«...ma brutta puttana! Adesso fai la smorfiosa con gli uomini?»
Diana, rimane a bocca aperta, spalanca gli occhi, resta con la bottiglia a mezz'aria.
In effetti non le ho spiegato come sarebbero andate le cose, abituata com'è a essere arrabbiata, probabilmente pensa che la mia sfuriata sia vera, incredula chiede: «Ma che vuoi? Tu non...»

«Vai subito fuori!» Ovviamente non la lascio finire, altrimenti addio rissa, così, mentre la strattono da un braccio, tiro un piccolo calcio allo sgabello del tipo, che tentava di abbordarla, facendolo cadere; faccio anche in modo che la sua caduta possa sembrare la causa del rovesciamento di calici su un tavolino, che sempre io ho mosso. Da li il delirio!

Come da programma, dopo pochi minuti, ci ritroviamo al centro di una rissa, che comprende: il povero spasimante di Diana (che poverino, voleva solo passare la serata con una bella ragazza), i due entrati con lui, il barista, un piccolo indiano, una donna più grossa e cattiva di tutti gli uomini presenti e un bel ragazzone dall'aria selvaggia che sembra voler difendere il nostro onore.
Di solito non finisce così, al primo pugno noi saremmo dovute scappare e osservare da fuori, invece Diana da sopra un tavolo, lancia sedie e tira calci, io nella mischia, sono brava a divincolarmi, un paio di manate mi hanno colpita, fortunatamente, niente di significativo.
Neanche ricordo se il bell'uomo che si batte con noi era già nel pub al nostro arrivo o se arrivato dopo. Lo vedo prendere Diana per la vita, dirigersi al parcheggio e buttarla sui sedili posteriori di un suv scuro.

Questo mi spaventa. Non è mia amica, ora, probabilmente, mi vuole anche uccidere, ma in questo casino l'ho portata io, non la lascerò alla mercé di un gigante sconosciuto col SUV nero. Ho visto troppi telefilm per non sapere come potrebbe finire.

Mi libero di questi due uomini, con le mosse di difesa personale imparate scappando dai fratelli e i loro amici. Corro verso il SUV, mi aggrappo alla portiera davanti dell'auto nera che si sta girando; l'autista mi incita a muovermi, senza arrestare la manovra, una volta aperta, introduco il primo braccio e l'uomo mi trascina all'interno.
Lo sconosciuto parte a tutta velocità mentre quelli dietro continuano a pestarsi. Non sembra si siano accorti che manca gente.
Guardo Diana e lei me, scoppiamo a ridere..( Lo sconosciuto può essere un poliziotto, un serial killer, ma noi abbiamo avuto la nostra serata adrenalinica.

«Cosa ridete? Siete due imbecilli.»

La voce autoritaria dello sconosciuto rimbomba nell'abitacolo! Io e Diana realizziamo di essere nella sua macchina.

«Che merda! Potevi lasciarci li, chi ti ha chiesto niente? Non siamo un problema tuo!» Sbotta Diana mentre dal sedile di dietro gli dà diversi pugni sulle spalle e sulla testa.》

«Ci aiuti? Che intenzioni hai?» Cerco di tenere a bada Diana, distrarre l'autista, non è conveniente.
«Eravate in mezzo a una rissa creata da voi. No! Rettifico, da te » mi punta il dito, staccandosi un momento dal volante, continua: « E il problema sarei io? » Scuote la testa .

«Sono Giacomo». Mi guarda, severo, mentre insieme tentiamo di far star ferma Diana.

«Ok e con questo? Sei un cazzo di serial killer. Facci scendere.»

«Diana, basta! »
La strattono e la lancio sullo schienale con più violenza di quello che avrei voluto. Sembra funzionare. Mi guarda spaventata.

«Giacomo, non ci farà del male. (Guardo verso di lui) ora andiamo a bere una cosa tutti insieme e ne parliamo» dico.
Diana, si sistema sul sedile: «Conosco un posto».
Da le indicazioni a Giacomo che si dirige lì.
«Cazzo di psicopatici» tira su il cappuccio della felpa, incrocia le braccia, mette il broncio e guarda fuori dal finestrino.

Un piccolo locale buio con un basso palco pieno di strumenti musicali. Proprio un posto da Diana, che infatti viene accolta amichevolmente:

«Ciao Diana, quanti siete?»
«Ciao Diana, com'è andato il concerto?» Siamo sistemati a un tavolo vicino al muro, davanti il basso palco e iniziamo a bere e chiacchierare.
Lei inizia: 《Perché ci hai portate via? Mi stavo divertendo!》
«No, vi stavate facendo male! Come vi è venuto in mente?»
«Cosa? Ci siamo ritrovate in mezzo ...» Mente Diana, io sorrido compiaciuta.
«No! Ero li. Ho visto tutto!»
Mi informo:
«Quindi Giacomo, quando non salvi principesse in difficoltà, cosa fai?»
Noi chiacchieriamo, Diana beve, sì chiacchiera con noi anche lei, finché l'alcool non prende il sopravvento:

«Fanculo le fan! (Si alza con non poca difficoltà e va verso il palco) Fanculo le fan di Corrado ».
Si è seduta sul gradino del palchetto e ride in maniera isterica appoggiandosi a terra. Due estranei suonano basso e chitarra. Quando smette di ridere, la vedo dirigersi verso la batteria.

«Suoni qualche strumento Giacomo?» Faccio cenno verso il palco,
«un po' il sax».

«Dai andiamo» mi alzo e lo invito a salire.
Non ci sono strumenti a fiato, ne suoniamo (male) altri.
Ridiamo, cantiamo.
Giacomo guida verso casa di Diana.

Apro gli occhi, non riconosco questa casa e neppure questo corpo addosso.
Diana buttata su un tappeto, le sue gambe attorcigliate a quelle di Giacomo, nudo, addormentato su di me.
Abbiamo passato la notte al pub, parlando di musica, suonando e data la bocca impastata e la testa che scoppia, direi anche a bere.

Cerco gli abiti di Giacomo, frugo nelle tasche dei pantaloni, trovo diversi scontrini, di alcuni riconosco il logo, luoghi che frequenta mio padre quando viene in Italia.

Passo alla giacca, nella tasca interna un portafogli di cuoio, carte di credito, altri scontrini, varie chiavi con codice, potrebbe essere un ladro di auto?

Curioso: altri collegamenti con papà, il carrozziere, il meccanico, ma tu guarda... anche questo altro meccanico qui è amico di papà. Il macellaio amico di papà, va beh! Li ripongo, cade un foglietto con scritto qualcosa, questo numero io l'ho già visto, vorrei comporlo per vedere se lo ho in memoria, sento dei rumori, lascio perdere.

Cerco la mia maglia, non la trovo. Provo a ricordare. Mh! Dunque! In ascensore Giacomo teneva in piedi entrambe, eravamo ancora tutti vestiti.

Diana mi ha dato le chiavi. Giacomo è sulla porta, mi trattiene dalla vita.

«Ragazze, siete a casa al sicuro, io vado».

Volto e alzo la testa, per guardarlo in faccia. Forse a causa della serata appena trascorsa, trovo Giacomo attraente.

Alto, massiccio, barba incolta, capelli castani, mossi arruffati, i ciuffi sulla fronte raggiungono il naso e quelli sulla nuca entrano nel colletto e questa gigante e forte mano che mi sostiene dalla vita.

Non vuole veramente andare via, lo dicono gli occhi, che seguono l'ancheggiare di Diana, le mani ancorate ai miei fianchi, la facilità con cui si fa trascinare dentro casa dal bavero della giacca, lasciandosi baciare.

«Hey, piano...»

Invece di spostarmi, ricambia il bacio mentre camminiamo verso la cucina, ha ancora la camicia, la sto sbottonando, siamo all'altezza... Sì... La libreria.

Tolto qualche bottone slacciato, siamo ancora tutti vestiti.

Diana ci raggiunge, la prendo per un braccio, la bacio, non so perché: è bella!
Le lunghe braccia di Giacomo mi superano e le sfila l'abito, io la sua camicia.
Qualcuno sfila anche la mia maglia... Eravamo... Eccola!

La raccolgo, trovo il telefono, controllo la posta, lo lascio vicino alla borsa, bevo e torno nel grumo di carne, mi accolgono entrambi, dopo qualche piacevole palpeggiamento ci riaddormentiamo.

Ho bisogno di lavarmi. Noto con piacere che Diana ha la vasca, la riempio, sento dei mugugni, Giacomo: «Hey,torna qui» Mi avvicino: « Oppure vieni in vasca con me »
Mi allontano, lo sento divincolarsi e seguirmi.

Giacomo da prova di fantasia e destrezza, pure in uno spazio ristretto come la vasca. Sì, è spesso, ma non da sala pesi, ha le braccia muscolose, diverse dai damerini palestrati del sito d'incontri.

Quando dopo ci laviamo e basta, chiacchiero: «Oggi che progetti hai?»

«Lavoro.»

«Che lavoro fai?»

«Sono un autista. Porto il mio titolare, in giro.»

«Non ho mai conosciuto un autista. Tutti questi muscoli? Non puoi averli sviluppati guidando ...»

«Sono molto sportivo. Tu che fai?»

Direi che non ne vuole parlare.

«Io non ho un vero lavoro. Due giorni fa lavoravo come decoratrice, domani: chissà. »

«Ti piace così? Non vuoi una casa, una famiglia? La stabilità? »

«Non lo so! Non credo di essere pronta. Non so se sarò mai pronta! Vedi, io non credo di sapere cosa voglio. Tu? Hai. Hai avuto. Vuoi, una famiglia?»

Invece di rispondere, mentre dirigo il getto del doccino su quella schiena possente, lo sento girarsi, passo l'acqua sulla sua testa, mentre lui distende le gambe e mi trascina sopra di se, baciandomi, con un braccio mi trattiene a sé, posa l'altra su un seno, la bocca lascia la mia per dirigersi verso lo sterno, si ferma poco sotto. Mi inarco e mi muovo su di lui. Dovremo lavarci nuovamente.

Squilla un telefono, Diana impreca prima di rispondere malamente a qualcuno che non conosce.

«Violante c'è un tipo che cerca Giacomo» urla mentre entra in bagno, nuda e col telefono ancora in chiamata attiva nella mano. Giacomo scatta fuori dalla vasca, risponde a quello che deve essere il suo capo, cerco di ascoltare, Diana decide di darsi una lavata anche lei, la accolgo volentieri.

Resto ancora stupita dalla differenza al tatto con la pelle delicata di Diana, cerco di copiare le mosse usate da Giacomo su di me, lei non mi ferma.

«Sì capo, ho preso nota, farò tutto prima di venire da lei». Parla al telefono, mentre guarda noi. Ferme, sedute nella vasca vuota, rivolte nella sua direzione, priva di acqua.
Lei gambe distese, io in ginocchio, le mie mani su di lei. Quando Giacomo termina la chiamata, voltiamo le teste dalla sua parte e scopriamo che ha osservato noi, per tutta la telefonata.

«Giacomo! Tutto bene? »

«Non devi andare già via vero?»

Senza spostare lo sguardo, posa il telefono, si avvicina e con le mani sul bordo della vasca, un mezzo sorriso malizioso :

«Non devo andare via», non pronuncia altre parole, eppure la frase non sembra finita, si morde lentamente un angolo del labbro inferiore.

Osserva le spalle di una, mentre passa, leggero il dorso delle dita sulle gambe dell'altra,
Sfiora con le labbra, la nuca, massaggia un polpaccio.

«Bene, allora ...» Diana, spezza l'incantesimo con la sua crudezza, lui, con più fermezza mette un pollice nella sua bocca, il resto della mano lo stringe sul volto minuto, finché lei succhia il pollice.

Dopo questa parentesi, continua a osservare, annusare, sfiorare, noto gli occhi chiusi, cerco quelli di Diana, ridiamo, piano, io e lei; lui sembra diverso, sembra stia degustando.
Si stacca, posa nuovamente entrambe le mani sul bordo della vasca e guarda dall'alto.

Si allontana, lo vediamo aprire ante e tornare con una spugna rosa, morbida,

《ragazze, riempite la vasca per favore?》 Non aspetta una risposta, ne verbale neppure fisica, del resto noi siamo rimaste mute a bocca aperta io cerco di capire dove vuole andare a parare, Diana sembra pronta a saltargli alla gola, immagino la freni la stazza.

Tasta il fondo della vasca alla ricerca del meccanismo per tapparla, lo trova dove è seduta Diana, nel tragitto, sfiora la sua nudità, non si sofferma, lei ha un fremito, lui accentua il sorrisino; ritorna con quella mano al bordo della vasca e stacca l'altra per manovrare il miscelatore, questa volta all'altezza del mio seno, ha un sacco di spazio, decide comunque di sfiorare le rotondità, con gli occhi puntati nei miei.

Versa il bagno schiuma sulla spugna, lo guardiamo stranite, il bagno schiuma, va sciolto in vasca e si aspetta che la schiuma faccia le bolle; niente, lui versa il prodotto anche sull'altra spugna, sfilandola dalle mani di Diana, con una luce furbetta sul volto, inizia a impartire ordini:

«Guardala», accompagna un viso nella direzione che desidera lui,
«Tu, passa la spugna qui», con la spugna rosa, scende dal collo sullo sterno, sotto il seno, la sua grande mano, con questo movimento, gli permette di passare il pollice sul capezzolo, e torna su, strizza la spugna e indica «Fallo tu, da entrambi i lati».
Lo dice dolcemente, ma con tono autoritario.
Mentre controlla che vengano eseguite le mosse correttamente, chiude il miscelatore.

«Ho! Senti, questa roba da cinquanta sfumature di merda io non la faccio, non è che poi tiri fuori le corde?»

Odio Diana!

La guardo delusa, non voglio che tutto questo finisca.

Giacomo le afferra i capelli dalla nuca e la bacia con voracità, mentre la alza e con l'altra mano le entra tra le gambe, con violenza, lascia la bocca passa al seno, mordendogli carne e capezzoli, lei emette solo gemiti, deve tenersi alla parete, tenta comunque di raggiungere il collo di Giacomo, lui si stacca dal capezzolo arrossato «Metti giù le mani, non è ancora ora», una voce bassa, roca come non lo era ancora stato.

Una mano dietro la nuca di Diana l'altra dentro di lei, che vorrebbe ribattere, ma é impegnata a gemere, la guarda fissa, non lascia i suoi occhi mentre dice «Scusa Violante, ora torno da te», il ritmo delle dita dentro Diana aumenta, come aumenta il numero di quelle che introduce, i gemiti sempre più frequenti e forti, tanto che lei deve allargare le cosce per trovare una posizione con cui muoversi verso quella mano. Chiude gli occhi, emette un grido stridulo, lui non ha smesso di guardarla, ne ha mollato la presa sulla nuca, con ancora le dita dentro di lei, la guida per farla tornare seduta in vasca, può liberare le mani, continua a guardarla,«Se fai quello che dico, le corde non serviranno» dice gentilmente, si guarda intorno «Dove tieni gli asciugamani?»
«Mobile alto»
«Vado. Voi intanto, sciacquatevi bene, non ho ancora finito»
Va verso il mobile, si ferma dopo il primo passo, come a essersi scordato una cosa.
Viene verso di me, parla rivolto a Diana «Falle questo intanto che cerco», le fa vedere come usare pollice e indice su un capezzolo, resta un momento a vedere se esegue correttamente, «Va bene? E' brava?» Emetto versi che rispondono per me, soddisfatto si alza: «Torno subito» e va al mobile alto.

Torna con due asciugamani, che usa solo lui su entrambe mentre per l'altra in attesa ha un compito specifico, «Inginocchiati, brava, più vicina« la testa all'altezza del pube

«Falle quello che vorrai farti fare da me».
Ripete la stessa scena finché siamo asciutte.

Siamo in piedi davanti a lui. È davvero gigante.
Ed è un uomo, non un damerino, non un ragazzo.
Non si può dire sia grasso, però non ha neanche i muscoli asciutti e definiti.
Ora che lo osservo, credo superi i trent'anni.
Cicatrici più o meno ampie, non ha il fisico, ne i segni sulla pelle di uno che fa solo l'autista.

Sembriamo due bamboline di pezza nelle sue mani, come due bambine ci agguanta ciascuna con un braccio, ridiamo, proprio come due bambine, mentre si dirige in camera di Diana. Butta sul letto ciascuna di noi e butta giù dal letto tutto quello che trova.
Come se fosse abituato a dover sbarazzare letti troppo pieni di cose.

Fa sdraiare una e mettere l'altra sopra alla rovescia, da poter ricevere e donare piacere dalle nostre labbra, mentre lui prima ci osserva, poi accarezza ogni parte con delicatezza, di tanto in tanto affonda le dita in una o nell'altra.
Lui invece non si fa toccare, eppure è visibile da tempo la sua eccitazione.

Distende le gambe con la schiena alla testiera, accarezza le spalle di una la gamba dell'altra, «Venite qui», seguiamo lui e le sue indicazioni, ognuna da un lato, ci avvolge si sta bene in questo abbraccio attaccate a quel possente torace, non so perché, lo baciamo, baciamo la sua faccia, la sua testa, le grandi mani e tutte le parti che riusciamo a raggiungere senza doverci staccare, «Chi vuole iniziare?»
Mi offro volontaria, dati i preliminari, non so se prendere l'iniziativa o aspettare una sua mossa, nel frattempo lui mi guida su di lui, niente iniziativa, immaginavo!
Il desiderio è tanto, quindi risulto esuberante, Diana ride, lui le sussurra qualcosa, lei risponde, non ascolto, le sue mani mi aiutano a tornare sul ritmo giusto, mi prendo quello che ho desiderato da ore, provo piacere, neanche capisco se sono venuta ancora una volta, voglio solo continuare, geme, resiste, non viene, avverto uno spasmo, mi sposta dolcemente, lui e Diana si guardano, la rivolta e la penetra da dietro, lei apprezza ansimando, urlando venendo, lui non ancora, io ho perso il conto.

Si impossessa di noi ancora molte volte, quando sente di non poter più resistere in una posizione, la cambia e con essa cambia ragazza.
Non perde l'abitudine di stuzzicare quella libera, scopriamo che ha in mente diverse posizioni per poter accontentare tutti e tre, «Finché non urlate non smetto», ho paura che ne sia davvero capace.

Finalmente urliamo, finalmente viene.

Ci abbandoniamo tra le sue braccia, bacia le nostre teste, accarezza la nostra pelle, avvolge i nostri corpi in un unico abbraccio.

Diana rompe nuovamente la magia!
« No! Cazzo, avevo le prove!»
Salta giù dal letto, sparisce in bagno con un fagotto di roba recuperata da terra,
«Dai, se ti muovi, ti porto io! Tu, Violante, dove devi andare?»
«Recupero la macchina, fuori da quel locale» mi rendo improvvisamente conto che non so dove andare, ero li per Corrado, ma è successo... questo.
Prendiamo le nostre cose usciamo, scendiamo alle nostre destinazioni.

Il locale dove abbiamo creato la rissa era poco fuori Genova e devo proprio portare l'auto in una zona più comoda, non conosco la città mi servirebbe un bel parcheggio dove lasciarla e spostarmi coi mezzi come faccio a Torino e Milano, non me ne andrò finché non avrò raccontato le ultime ore a Corrado.

Trovo un posto per la macchina, google dice che qui vicino c'è un fantastico parco da visitare, vado, ho delle chiamate ignorate, Corrado, lo richiamo subito, anzi no, mando un messaggio: " Ciao, vado a leggere per un paio d'ore, se più tardi ci sei e mi puoi ospitare ho da raccontarti una roba pazzesca!" Aggiungo una emoticon, quella con le guance arrossate e la lingua di fuori. Non so cosa voglia dire, ma sembra appropriata.

Risponde subito: " Diana mi ha anticipato qualcosa, sei mia ospite quanto vuoi, questa sera cucino io."

Gli mando una emoticon che fa la pernacchia e aggiungo "Ok, non ricordo dove abiti, mi mandi l'indirizzo?"

Sento il suono del messaggio, ma ora voglio solo rilassarmi e leggere in santa pace, magari fare due foto.

1.4

Sono rimasta da Corrado fino a poco fa, sa degli incontri, sento che anche lui nasconde qualcosa, prima o poi mi racconterà. Intanto ha consigliato il mio outfit per la serata, abito di maglina, senza lampo o bottoni, facile da sfilare, se questo Leonardo si rivelasse irresistibile, autoreggenti trasparenti, stivali di pelle, tacco alto e aderenti da evidenziare le caviglie sottili. Siccome sarà un aperitivo aggiungo una piccola tracolla con un bottone di pietre dure, mi copro con una mantella. Sono tutti capi di Virginia, quindi griffati, ma di qualche stagione fa. Scelgo bigiotteria artigianale e, fondamentale: il trucco, la cosa che permette di non venire riconosciuta, incredibile come poche macchie di colore possano modificare un viso, come i capelli perfettamente stirati, accuratamente acconciati, trasformano la personalità.  Non conosco questo posto, il lussuoso bar di un albergo. Non posso controllare per tempo se mi piace o no, ma la via di fuga me l'ha suggerita lui dicendo che sarà solo una chiacchierata di presentazione. Cerco comunque di scoprire chi è prima di entrare. I tavoli da due sono vuoti o occupati da coppie o da donne sole. In uno, la sedia leggermente spostata è vuota, una giacca antracite appesa allo schienale e un mazzo di chiavi sul tavolo, attendo un attimo, poi chiedo, mi fanno accomodare proprio lì. Non mi piace aspettare se non ho niente da leggere, mi sistemo e guardo la lista delle bevande, penso a Daryl, mi auguro sia affascinante come lui. Penso anche a come nella vita di tutti i giorni un Daryl non avrebbe posto. Mi chiedo quale sia il mio problema, posso fare sesso con ricchi sconosciuti e non riesco ad avvicinarmi ai miei amici coi quali condivido idee, gusti e stile di vita. Poi liquido questi pensieri convincendomi che è il travestimento a darmi il coraggio. Che poi, travestimento vuol dire: ordinata e appena truccata. So che ognuno ha il proprio equilibrio, il mio è questo, non vedo perché fare tante storie. Distrattamente (o almeno mi auguro di dare questa impressione), osservo gli uomini in piedi in questa sala. Mi concentro su quelli al telefono, sembrano tutti così rigidi, curati, alcuni anche belli. «Buona sera Viola, scusa il ritardo, una telefonata improvvisa». Una forte mano si posa sulla mia spalla destra, mentre un uomo di cui ancora non ho visto il volto, sfiora la mia guancia sinistra con le labbra, come fosse un vecchio amico. Appoggia il telefono sul tavolo e prima di sedersi fa un cenno al cameriere. Una mano sulla spalla, una voce e un gesto disinvolto. Non l'ho ancora visto in volto e già sono pentita di non avere un appuntamento vero. Ritrovo la voce e saluto «Ciao, ehm , piacere» Sono una debole e ora è di fronte a me, è stato un attimo, ho abbassato lo sguardo, non reggo il suo sguardo. Mi guarda sorpreso, si aspettava una donna adulta che abitualmente incontra uomini distinti, curati, di bell'aspetto. Questo cerco sul sito, questo era anche Daryl. Mentre parla col cameriere che ha portato una bottiglia e due bicchieri, penso che non potrò andarmene da qui senza aver passato le mani su quel torace, che si intravede sotto il lembo sbottonato della morbida camicia nera o senza aver provato a baciare quel collo, perfettamente rasato e sorprendentemente muscoloso. Spero che concentrarmi sull'aspetto fisico, minimizzi tutto il resto che in realtà quest'uomo emana. «Tutto bene?» Devo avere un'espressione idiota, forse sono rimasta a bocca aperta, spero di no. Ma non potrei giurarlo. «Ho preso una bottiglia di prosecco, spero non ti dispiaccia. Mi hanno detto che non bevi alcolici, ma con questo aperitivo» indica i piattini elegantemente riempiti di bocconcini invitanti « Non correrai il pericolo di ubriacarti» mi guarda e aggiunge « Ma se preferisci altro ...» lo interrompo «No no, va benissimo, agguanto poco elegantemente il flute e lo dirigo alla bocca, fortunatamente mi fermo e faccio un cenno tipo brindisi, ma parla lui: «A noi», sorrido e ripeto «A noi». «Dunque Viola, cosa mi racconti di te?» Mi verso un altro bicchiere e lo scolo: «Di me non racconto niente. Ma nulla ti impedisce di raccontarmi di te». Mi interessa sul serio sapere tutto di lui, specialmente dove e come dorme. Le braccia sul tavolo, appena accavallate, sorride e parla: «Sì, mi piace raccontare di me. Mi chiamo Leonardo e vivo qui a Milano, ma stai tranquilla non ti porterò a casa, mi è stato detto essere allergica alla vita reale delle persone. Ho un gruppo di amici con cui facciamo giochi sciocchi. Quando mi voglio rilassare nuoto. Ma la mia passione principale è il lavoro, che occupa anche la maggior parte del mio tempo.» Sorseggia e torna a parlare: «Ti ho invogliata ad aprirti?» Socchiudo gli occhi e faccio un gesto tipo scacciare uno sciame di mosche da davanti la faccia, dovrei dirgli: "Ciao Sono Violante, l'unico lavoro che mi pace è decorare muri, ma non voglio renderlo stabile perché,troppo sbattimento. Le mie passioni sono: cercare di fare sesso con uomini che non vedrò mai più e nello specifico in questo momento con te." Balbetto, poi faccio una smorfia, bevo e dico: «Quale sarebbe questo lavoro?» « Sono un imprenditore, investo denaro per la ricerca di nuove tecnologie per l'arte» «A che bello! Ma in che senso? Per fare arte, tipo tavolette grafiche o per lo studio dell'arte, tipo nuovi metodi per datare le opere?» Mi osserva sorpreso, probabilmente perché finalmente ho detto qualcosa senza sbavare, balbettare... «Sei interessata, bene! Diciamo che, dipende dalle proposte, se la ricerca è interessante e dopo aver valutato diversi parametri, posso accettare di supportare entrambe le strade. Ora ad esempio stiamo per mandare sul mercato un prodotto per la realizzazione di arte. Scusa non posso essere più preciso». Dicendo quest'ultima cosa, mi prende la mano e si avvicina. Se avanza di ancora un centimetro lo bacio! Spero si fermi, anzi che si ritragga. Continua: «Abbiamo in corso di lavorazione anche un macchinario per il mantenimento delle opere antiche. Ti piace l'arte?» Mantenendo il contegno e sperando di non arrossire come una scolaretta: «Non me ne intendo molto, mi piace in maniera superficiale, ho visto Schiele la settimana scorsa...» dico restando vaga. Non è il primo bell'uomo che incontro, però è in assoluto il primo con tutto questo carisma. Anche lui come Daryl guarda dritto negli occhi, ma lo fa diversamente. Daryl era intrigante e malizioso, Leonardo è penetrante. Il suo sguardo non è curioso, è predatore, pare aspetti immobile il momento per colpire, allo stesso tempo è caldo, invitante, ho voglia di farmi catturare. «Scusa un momento» mi stringe il dorso della mano e si alza per parlare con un cameriere, torna da me. «Ti va se saliamo in camera?» Eccome, non vedevo l'ora, per fortuna non rispondo così ma: 《Sì , certo》, indossa la giacca e mentre io sembro non sapere come ci si alza da una sedia, lui scioglie la mia mantella e porgendomi la mano, si posiziona dietro di me e me la sistema sulle spalle, abbracciandomi appena nell'incrociarla. Come sono pentita di non aver scelto qualcosa di più elegante. «Ho fatto servire altro da bere direttamente su, analcolico per te, ti dispiace?» Lo seguo senza dire niente, ora lo noto! E' molto più alto di Daryl, spalle più larghe. Ma non è l'aspetto fisico il suo punto forte. Lui sa da quale lato stare, quale parte del braccio sfiorare come, per caso posare la mano e con quale giusta pressione sulla vita, per invitarmi ad entrare nell'ascensore, sa come parlarmi davanti ad estranei facendomi sentire la sola presente. Sa come tastare il tessuto dell'abito, curiosare nella scollatura senza sembrare un maniaco. Prendermi le misure. Sento il suo profumo, spero che la mia solita composizione erboristica e sensibile alla lotta degli animalisti, non risulti troppo dozzinale. Entrano due donne, altissime e magrissime, siamo nella zona modaiola di Milano, quindi possono appartenere a quel mondo, mi sento inappropriata, ma lui parla e guarda solo me, sussurra: «Non ti chiami Viola, non vuoi parlare di te ... » lascia la frase sospesa, parlo io: «Do il nome falso, preferisco non aggiungere altre false notizie». «Potresti dire la verità» lo guardo e no, nonostante il suo fascino, non potrei dire la verità: « No, non posso dire la verità«. Alza appena un angolo delle labbra: «Ti sei trovata bene con Daryl?» Inclino la testa: « Non credo ti risponderò. Non state facendo una di quelle gare tra uomini? Già conosco la questione incontri per approdare al matrimonio.» Sorride. Che sorriso! Sono proprio amici questi due. «Forse. Non ti piacerebbe essere il nostro giochino?» Raggiungiamo il sesto piano, incrocia le nostre dita e mi porta fuori dove rispondo «Non lo so». Certo che lo so: no, non sono interessata a giochini tra due uomini. Ma che mi prende? Entriamo in camera, mentre io mi incanto a osservare i soffitti decorati e i dettagli turchese, lui apre la porta al cameriere che ha portato un analcolico multicolor per me, un non so cosa trasparente per lui. Prendo il mio bicchiere e mi dirigo alla porta finestra. Non trovo che Milano sia una bella città, eppure da questa stanza si vede la piazza del duomo, che a quest'ora è illuminata e freneticamente popolata, si avvicina e mi fa scivolare la mantella dalle spalle, appoggiandola su una delle poltroncine. Con una mano accarezza un braccio che fa appoggiare al vetro, 《Sorprendente vero?》 Faccio un cenno con la testa. Mi libera la mano dal bicchiere. La sua bocca sfiora i miei capelli. Non parliamo, guardiamo il viavai di persone, le luci. I respiri sono pesanti, mentre le sue mani sollevano poco a poco il bordo del vestito, fino a raggiungere la pelle nuda delle mie cosce. Lo lascio fare, non voglio interrompere la magia, tranne appoggiare la schiena a lui e cercare un contatto con la testa, la mia fronte, le sue labbra, non mi bacia, sento il respiro. Sento le mani che salgono sui fianchi, cerco di voltarmi, lui con decisione, mi mantiene in posizione. lo dice dolcemente, sottovoce. Vorrei davvero un bacio ora, uno piccolo, sulla fronte, invece niente. Torna sotto il vestito, raggiunge i fianchi, sfila la biancheria, tocca delicatamente tra le cosce, credo solo per controllare a che punto sono. Sembra soddisfatto, torna sui fianchi, piano. Non sono comodissima, ma non dico una parola, respiro pesantemente. Con un braccio mi trattiene per la vita, con l'altra mano, scosta la manica dell'abito dalla spalla, così facendo, scopre parte del balconcino in pizzo, passa un dito sul bordo, poi all'interno. Fa la stessa cosa con l'altra manica dell'abito. Liberato il balconcino questa volta ci passa la mano dentro, scoprendo il seno, che mantiene nel palmo massaggiando appena. Appoggia la fronte sulla mia testa, mordicchia leggermente la nuca, sento che addenta il collo dell'abito, facendolo cadere sulla schiena. Io ho le braccia bloccate dal tessuto in tensione. Lascia il seno, sgancia il balconcino e lo getta da qualche parte. Ora anche l'altro braccio mi avvolge la vita è mi stringe a se, mordendomi tra le scapole, delicatamente. Lui è ancora vestito. Senza biancheria, senza parole, col seno scoperto, mi volta verso se. Schiena alla porta finestra, mi osserva, sfiorando le curve, sistema le mie maniche sulle spalle, mi ricopre e passa un dito sulla scollatura, per sistemare il tessuto. In tutto questo io non ho detto una parola, né preso la minima iniziativa. Non mi riconosco. Avvicinale sue labbra alle mie e io spero tanto in un bacio, invece, mi parla, «Sei stata brava, ora scendiamo a cena.» Ignorando il fatto che non era prevista una cena, annuisco flebilmente. Cerco la mia biancheria, ma lui, me la leva dolcemente di mano, poggiandola sulla poltroncina dalla quale toglie la mantella per rimettermela sulle spalle dice: « Questa sera ho un programma per noi due, stai tranquilla, non ti toccherò ulteriormente, a meno che non me lo chiederai tu.» Apro la bocca, ma non parlo mi prende il polso e unisce i nostri palmi, incrocio nuovamente le dita alle sue e lui le sfiora con la bocca ipnotizzandomi coi suoi occhi nocciola, sottili. In un attimo di lucidità osservo la mia scollatura e ricordo la facilità con la quale questo tessuto di sposta, guardo in giù e poi lui con aria interrogativa, ma non parlo. Fa leva sull'avambraccio «Andiamo».  Durante la cena non riesco ad essere me stessa, tutta questa situazione non mi piace: l'attrazione per Leonardo e questo gioco dove sono completamente scoperta. Sono divisa tra l'attrazione e la voglia di fuggire. Mi spiace non sia Daryl, ricordo la serenità delle serate passare con lui. «Sembri pensierosa.» «Si. Non sono a mio agio.» Scelgo di essere sincera. Posa il bicchiere e mi stringe la mano che ho abbandonata sul tavolo: «Non si nota niente, lo so solo io.» «Non è solo questo.» Si passa il tovagliolo agli angoli della bocca e con aria serena mi chiede : «Vuoi che ti porti a casa?» Questa domanda mi destabilizza. Voglio passare la notte con lui, ma vorrei non volerlo. Vorrei avere addosso tutti i miei indumenti eppure mi piace sapere che lui sa che sotto non ho niente, anche adesso scelgo di essere sincera: «Non lo so. Mi destabilizzi, sono curiosa sul dopo e allo stesso tempo non mi piace sentirmi insicura.» Punta nuovamente il suo sguardo su di me, come se mi vedesse per la prima volta. «Sei sincera, mi piace» Mi prende le mani nelle sue, si avvicina, sussurra: «Non voglio farti niente di male. Mi piace giocare, ma non ti farò del male. Non si nota niente, il tuo abito.. sul serio, stai benissimo. Lo so solo io.» Apprezzo lo sforzo. «Va bene.» Provo a sorridere ma non sono sicura di esserci riuscita. Mi piace sentire il calore delle sue mani e la loro delicata forza il fatto che le mie scompaiono nelle sue, mi mordo il labbro e alzo lo sguardo: «Questa sera sono alla tua mercé, seguirò ogni tuo volere. Saprai se ho apprezzato o no, solo quando, e se, mi inviterai nuovamente e io accetterò, oppure no.» Lo guardo fisso, lui fa lo stesso. «D'accordo» Dopo cena abbiamo due posti prenotati per uno spettacolo teatrale, mi piace il teatro, la mia prima scelta accademica sarebbe stata scenografia, ma sarei dovuta andare a vivere a Torino o venire qui a Milano e io volevo restare a casa con la mamma, che passava un brutto periodo. Riconosco tra gli altri nel pubblico un paio di committenti per i lavori di decorazione, non li temo, sono certa: non verrò riconosciuta. Leonardo saluta diversa gente alla quale mi presenta come un'amica, sento l'interesse di questi uomini guardandomi, Leonardo nota il disagio e mi sta vicino, non mi lascia mai, anche se parla con altri, se qualcuno si rivolge a me con troppo interesse, mi trattiene a se. Per tutta la durata dell'opera e per il tempo passato a scambiare commenti, non ci concediamo effusioni amorose di nessun genere.  In camera dividiamo delle intimità che non ho mai dovuto dividere con altri uomini, visto che non ho mai convissuto, tipo lavarsi i denti. Il bagno di questa camera ha sia la vasca che la doccia, due lavabi ed è grande come tutta casa mia. Decido per la doccia, che comunque è gigante e possiede anche le barre per i disabili, mentre canticchio e mi insapono, lo sento entrare, vorrei tanto che venisse qui con me e scoprire come si muove quest'uomo che mi ha governata per tutta la sera, ma dati i precedenti, non credo succederà, mi rassegno ad avere solo un lungo antipasto. Finisco la mia doccia, chiudo l'acqua e una grande mano decisa la riapre per poi posarsi sulla mia guancia e farmi voltare verso di lui, in tutto il suo splendore, entra e nonostante sia un box doccia grosso il doppio di quelli normali, con lui presente sembra di essere in una nicchia, siamo nudi appiccicati l'uno addosso all'altra, posa una mano sulle piastrelle dietro di me e l'altra accarezza la mia guancia, torna con gli occhi dentro i miei «Posso baciarti?» Fortunatamente rispondo con un flebile «Sì» invece di buttarmi su di lui come avrei voluto fare dalle diciannove e trenta. Un bacio vero, non da incontro sexy tra sconosciuti, un bacio autentico, di uno che voleva baciarmi, che ha aspettato tutta la sera per poterlo fare, mi aggrappo al suo collo, mi lascio trattenere dalla parete fredda, lo lascio aderire completamente alla mia pelle, incrocio le gambe dietro la sua schiena, mi muovo per il desiderio, lui non sembra voler andare oltre, sposto una mano per controllare cosa non va, si scosta dalla mia bocca: «Lo vuoi?» Annuisco, leva la mia mano la rimette sopra il suo collo. Mi farà morire dal desiderio, le bocche tornano a unirsi per pochi secondi «Me lo devi chiedere», inclino la testa e socchiudo gli occhi, non ho capito bene, non è piuttosto chiaro? Lui ripete: «Se lo vuoi, lo devi chiedere», questa volta sono io a ricongiungere le labbra alle sue, prendo tempo per capire come chiedere qualcosa di questo tipo senza essere volgare: «Per favore prendimi» lo chiedo così, le lingue sono diventate più insidiose, stacco nuovamente le mani dal suo collo per tornare sotto e constatarne la virilità guidandolo dentro di me, vorrei che lui continuasse a tenere la sua mano libera sulla mia pelle. Mi piace sentirlo entrare è spesso e duro. Mantiene un ritmo regolare, provocando il mio piacere nella doccia, nonostante la posizione scomoda, perché lui possa concludere invece, devo inginocchiarmi e usare la bocca, sa di me, mi guida tenendo entrambe le mani tra i capelli e gestendo inclinazione della mia testa e il ritmo. Quando torna in stanza, mi trova ancora nuda, sdraiata sul letto mentre leggo un racconto sul telefono, volto la testa gli sorrido, sfila l'asciugamano, abbandono il telefono, « Domani sei libera?» «Devo contattare della gente, trovare un posto dove comprare un cambio e sono libera.» «Un cambio?» «Certo, doveva essere un incontro conoscitivo, tutto quello che ho è in quella micro borsetta.» La indico. Ho tutta la mia roba in macchina, ma ovviamente non mi presento in questo albergo cinque stelle con uno zaino da alpinismo e un contenitore trasparente con coperchio. «Bene, ho degli appuntamenti in mattinata, ma dall'ora di pranzo in poi sono libero, mi tieni compagnia?» «Posso tenermi la biancheria?» Ride, «Fino a cena, poi ti cambi e partecipiamo alla serata danzante qui in albergo, senza biancheria, solo per me», non posso proprio dirgli di no. Così inizio a pensare a quale abito sia adatto da indossare senza biancheria, ma forse Leonardo è telepatico «L'abito per me deve essere del tessuto di quello di oggi, non barare» mi volta di lato, mi abbraccia e ci addormentiamo così.  Come promesso ho recuperato un abito in maglina anche per questa sera. Per le danze, hanno chiamato un'orchestra, i balli sono valzer e altri del genere di cui non conosco il nome. Una volta in sala, mi invita a ballare. Mi sta sempre vicino, mi mette in mostra, per poi chiarire che sono con lui. Non sono abituata agli occhi di uomini addosso, non mi piace. Io sono quella che sta bene nell'ombra. So come piacere, mi piace farmi desiderare, ho iniziato a incontrare uomini per questo, ma voglio che succeda solo in una situazione protetta, come nel travestimento. Questa sera, più di ieri a teatro mi sento protetta da lui. Accetto gli occhi impertinenti degli sconosciuti, perché mi sento parte di lui. Balliamo, chiacchieriamo con altre coppie e ridiamo molto, finché mi sussurra: «Andiamo.» Passiamo una notte dolce e calorosa, nessun fuoco d'artificio, nessuna acrobazia, nessun urlo, nessun gioco. Appagante, completa, sensuale. Ci addormentiamo vicini. Se durante la notte, nel dormiveglia, mi scopre distante, si avvicina e mi stringe. Mi sveglio prima dell'alba, osservo quest'uomo che è stato il mio uomo per due sere consecutive. Devo andare e non voglio farmi accompagnare, gli lascio un messaggio: "Buongiorno, sono stata benissimo grazie mille per tutto. Devo andare, ho un volo per Berlino tra meno di due ore e ho la macchina lontana da qui. Baci, Viola." L'aria fredda mi riporta alla realtà a quella che sono veramente, una che non ha un uomo come Leonardo al suo fianco, perché se Leonardo conoscesse Violante, fuggirebbe e farebbe bene.


2.1

Sono a casa. In maniera definitiva. Niente prospettive lavorative in altre città. Nessun fratello da andare a trovare.

Ho ignorato le mail di Daryl e Leonardo.

Daryl perché amico di Leonardo, Leonardo perché ... non lo voglio ammettere, se non lo scrivo, non è vero, quindi: silenzio stampa.

Mi sono rifiutata di fare il test di riconoscimento con Leonardo.

Per la prima volta in due anni di incontri, sebbene scarsi, non volevo essere ignorata nella mia versione reale. Me lo sentivo che avrebbe funzionato, funziona sempre. Non mi riconoscono mai.

Anche se incrocio i loro occhi, nessuno vuole accettare di avere passato una notte con questa Violante. Sono sempre io, né brutta né bella, ma non sono lei, Viola, quella che seduce dicendo proprio quello che vogliono sentirsi dire, che li desidera senza essere volgare, perché è solo sesso e deve essere divertente per entrambi, quella che non distoglie lo sguardo. Fino a Leonardo almeno.

Il primo giorno di cantiere Mattia mi portò i temi per le stanze, le tonalità dei colori e diversi libri e siti sui quali si era documentato. La fase di ideazione e preparazione dei bozzetti, che di solito è la più lunga, la terminai in meno di una settimana, affittai un trabattello e iniziato le pareti un martedì di novembre.

Non lo scorderò mai. Quello stesso giorno, in pausa pranzo, leggevo la cronaca su "la stampa" e mangiavo un toast, avvolta nella mia felpa da lavoro, il copricollo nero di pile, capelli spettinati raccolti approssimativamente sulla nuca, diverse macchioline multicolor sulla faccia, nessun pensiero nebuloso.

Chiusi il giornale e andai alla cassa, quando un profumo familiare raggiunse le mie narici.
La sua schiena sfiorò la mia, eravamo solo stoffe adiacenti, eppure sentivo Lui.

Con la coda dell'occhio vidi giusto una mano, la sua mano.

Leonardo.

Sentivo la presenza, il mio cuore accelerò. Deglutii. Non mi voltai, chiusi gli occhi e lo immaginai rivolto a quella figura, quella voce che parlava di nuovi supporti digitali.

Pagai e presi il resto senza alzare lo sguardo, senza voltarmi, non salutai e infilai giacca e casco prima di raggiungere la porta.

Non entrai più in quel bar. Non lo avevo visto, non avevo la certezza, non volli rischiare.

Nonostante le mie accortezze una mattina, raggiungendo il cantiere, lo incrociai e me ne accorsi troppo tardi intenta a leggere le locandine con gli eventi in città, una mostra, uno spettacolo teatrale, un concerto, e via dicendo.

Qualcuno scontrò il mio fianco e il tubo coi bozzetti della nuova stanza, chiese scusa, senza realmente guardare contro cosa avesse urtato.

Io sapevo essere lui, appena mi fu addosso, prima ancora di voltarmi a controllare che niente si fosse ingarbugliato. Ne ebbi la certezza quando parlò, per una frazione di secondo, 《 Scusi, tutto bene?》, il tempo di annuire con la testa e aveva già attraversato il controviale, sempre al telefono, sempre assorto in pensieri che ignoro. Questa volta il mio sguardo lo seguì e qualcosa dentro si spezzò.

Ha fatto male! Certo non lo scontro. Non mi vide, non avvertì la mia presenza. Non eravamo sulla stessa lunghezza d'onda.
Era stato il mio appuntamento speciale, ma io non ero stata il suo.

Fa male anche pensarci. Sentii il vuoto.
Freddo.
Lo sento ancora adesso.

Lo incontrai altre volte. Scoprii che proprio l'isolato dietro vi erano i laboratori o gli uffici, non so, dove era diretto.

Oramai il test era superato.
Tornai in quel bar per prendere il caffè e farmi male, dividendo con lui parte di bancone.
A volte sedevo nella saletta interna e lo osservavo, ridere, discutere, concentrarsi.
Dal mio angolo potevo condividere il suo mondo, come si comportava abitualmente, il tipo di caffè, quale zucchero, quale acqua, su quale pagina del quotidiano si soffermava maggiormente.
Una mattina dall'alto del mio trabattello, lo vidi passare, in compagnia di Daryl.

Meno male che ero nel mio mondo di pennelli e colori. Svolgere il mio lavoro preferito, smorzava il dolore.

Un dolore che non avevo mai provato.

Ora sono qui. Nel mio paese, nella mia casa, vicina alla mia famiglia. A poco più di un'ora dalle capitali del nord Italia.

Faccio i conti con le mie scelte. Se ci tenevo tanto a rivedere Leonardo avrei dovuto rispondere alle mail e farmi conoscere per quella che sono e rischiare.

Poteva andare bene.

Come poteva andare bene aprire un'attività, terminare gli studi.

Le cose definitive mi spaventano.
Le scelte adulte mi spaventano.

Piuttosto che riconsiderare la proposta di Federica ho accettato un lavoro da cameriera in una tavola calda.

Continuo ad essere iscritta al portale, ma non ho più accettato nessun invito.

Ho però incoraggiato Mattia, che ha dimostrato poco dopo la fine dei lavori, dell'interesse nei miei confronti.





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