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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Pillole del giorno prima

Sindrome dell'arto fantasma

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3 minuti

Pubblicato il 14 novembre 2018 in Altro

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Non te lo chiederei se non fosse importante, non ne ho avuto il tempo perciò lo faccio ora.
Forse non ne ho avuto nemmeno il coraggio, ero troppo impegnata a tenere insieme i pezzi di una vita che si stava sgretolando sotto le miei mani.


Mia madre se ne è andata di casa, questo lo avrai visto. Sono passati più o meno sette anni, ed è tornata alla fine, ma io non le ho organizzato una festa di benvenuto, non le ho accarezzato i capelli dicendole bentornata a casa.
Ho preso atto del suo ritorno nella mia stessa città, respiriamo lo stesso smog, viviamo lo stesso traffico, ma i nostri passi non si incrociano mai.


Mia sorella è stata molto male qualche tempo fa, avrai notato anche questo.
La sua mente è una colorata bolla di sapone che sorvola le nostre teste, ma appena viene urtata da qualcosa esplode in schegge di panico e dolore.
Dicono che le sue emozioni siano troppo ingombranti per restare chiuse nella scatola della moderazione, dicono che abbia pensieri incendiari e una rabbia raggelante.
Ho sempre e solo visto mia sorella come una mia estensione, come l'amore più puro che potessi provare, ma nemmeno il mio amore l'ha salvata dall'onda di tristezza che l'ha travolta.
Non è più lei. Non sono più io.

Non ne avevamo di problemi quando io e te pensavamo solo a rubare le frittelle di mele a mia nonna, quando tu ne arraffavi una decina ed io a malapena due.
Profumavamo di cannella e di speranze.
Dicevamo che a venticinque anni avremmo avuto una casa e che tu avresti fatto il medico, a quell'età non immaginavo che per avere un tetto sulla testa avrei dovuto trovare prima un lavoro, poi una banca, rassegnarmi a pagare per un numero di anni pressoché infinito un mutuo, e forse alla fine della mia vita poter dire di avere una casa tutta mia.
Quanti sacrifici per un piccolo angolo di tranquillità, quanta fatica per raggiungere lo steccato bianco tanto agognato.
Ci sto provando, sto provando a tener fede a quei sogni che abbiamo nascosto nelle nuvole quando eravamo solo bambini, sto cercando di non deludere le mie e le tue aspettative, perché so che ne hai.
Sono sempre stata di poche pretese, così ti arrogavi il diritto di averne per me.
Mi vedevi a capo di un'azienda, o meglio ancora a mettere in pratica la mia passione nell'arte. Ed invece ho un lavoro normale, in contesto normale, con uno stipendio normale, in una vita che di normale ha solo l'apparenza.


Fa schifo questa esistenza dammi retta.
È una centrifuga continua che ti strizza fino all'ultima goccia di speranza, prosciuga le aspettative e ti getta fuori più cinico e più incazzato che mai.
Ed è anche colpa tua.
Te ne sei andato a vent'anni, quando le parole mantengono ancora un retrogusto zuccherino, e i primi amori scadono come lo yogurt dimenticato in frigo, quando le discussioni più accese sono quelle per le feste a cui non siamo stati invitati, quando le luci da discoteca e l’umore brillo del sabato sera sembrano elementi determinanti della nostra esistenza.

Era più semplice, anche se meno profondo.

E’ che alla profondità corrispondono delle ferite che diventano croniche e nonostante tu sia lì con bende e disinfettante alla fine perdi comunque dei pezzi.

E' chiamata sindrome dell'arto fantasma la sensazione di persistenza di un arto anche dopo la sua rimozione. E' un trabocchetto del cervello che, privato di qualcosa di così naturale, non riesce a riorganizzare le informazioni e va in una totale confusione.

Talvolta succede anche con la perdita delle persone.


Da quando ti ho perso è come se un pezzo del mio cervello si sia atrofizzato compromettendo anche il cuore. Il tuo ha smesso di battere per sempre, il mio lo fa con meno convinzione.

Sei il mio arto mancante.

Un dolore invisibile.


Non te lo chiederei se non fosse importante:

aiutami a sopravvivere senza una parte di me.


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