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Una storia di Nightafter019

L'obbedienza Pt.1

La sottomissione

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15 minuti

Pubblicato il 02 agosto 2019 in Erotici

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L'obbedienza Pt.1


Aurora


La pioggia martellava monotona e incessante la grande vetrata del soggiorno, la luce era debole, quasi invernale in quel tardo pomeriggio.
l'autunno, giunto in anticipo, si presentava decisamente inclemente.
- Non puoi farmi questo - disse Aurora e nel dirlo si morse le labbra imbronciate, come una bambina sul punto di piangere.
- Perché no? Sei roba mia e ne dispongo. - Lui rispose, senza alzare gli occhi dalle carte che leggeva, indifferente quanto la pioggia battente sui vetri.
- Non puoi farmi questo. Non voglio.- replicò lei, con la voce che le moriva in gola.
L'uomo sollevò lo sguardo, ora le prestava attenzione: posò i fogli sul cristallo della scrivania e gli occhi divennero acuti come lame.
In quei dodici mesi si era stabilito tra loro un rapporto simbiotico: lui era Dio e lei una sua cosa.
Appariva molto contrariato che mostrasse ritrosia ad assecondarlo, la fissava con fessure di ghiaccio, segno di una gelida irritazione.
Era previsto nel loro accordo: lei era sua e lui aveva potere assoluto sul suo corpo e la sua mente.
Giorgio era il suo "dominus" da un anno: si levò in piedi in fronte a lei, sovrastandola in altezza, a meno di un metro,
- Apri la camicia - l'ordine fu secco, come una scudisciata.
Lei eseguì: sbottonò la blusa con gesti rapidi e portò le mani a sorreggere i seni denudati.
C'era il segno candido del costume, lasciato dall'ultimo sole dell'estate, sulla spiaggia deserta di Juan-les-Pins.
Lui sfilò la cintura dai passanti del pantalone, aveva i gesti sicuri e lenti dell'abitudine.
Il cuoio rosso era una lingua di fiamma che scivolava fra le sue dita, la risvoltò nel pugno lasciandone sporgere una striscia di due spanne.
Lo sentì respirare a fondo per caricare l'energia nel braccio, lei trattenne il fiato nell'attesa del colpo.
Lo schiocco aspro della sferza e il sobbalzo repentino della carne, annunciarono l'inizio del castigo.
Colpì prima uno poi l'altro seno: cercò negli occhi di lei la resa docile, la sottomissione a quanto gli era dovuto per diritto, ma il castigo non spegneva l'accusa amara di quello sguardo.
Insofferente per quella mancanza di rispetto, gli assestò cinque cinghiate per parte, crescendo d'intensità nella forza dei colpi.
Aurora strinse i denti, non emise un solo gemito: era abituata a essere punita.
Talvolta era lei a richiederlo: faceva parte della sua natura, del loro loro rapporto, dell'obbedienza.
Non aveva più una casa, viveva nel grande attico di lui, aveva ventitre anni, la danza classica, abbandonata ormai da cinque anni, le aveva donata la grazia delle movenze e un corpo armonioso.
Lui aveva il doppio dei suoi anni, era brizzolato e tonico, gli occhi chiari sul viso abbronzato divenivano zaffiri luminosi in un cielo notturno.
Giorgio si occupava di investimenti in valute estere, gestiva pacchetti azionari di importanti clienti e altri affari di cui lei non capiva molto.
Soddisfava ogni bisogno di lei: era generoso e assai agiato, le offriva una vita da principessa: abiti, scarpe e borse firmate non erano mai mancate, aveva un conto aperto nelle migliori boutiques, cene raffinate e vacanze esclusive erano una consuetudine.
Il suo dominus la viziava, era la guida della sua stessa esistenza: da lui prendeva tutto e a lui tutto era dovuto.
Dopo le scudisciate, Aurora, con un gesto lento e pudico, aveva fatto scivolare le mutandine lungo le gambe, come lui le aveva insegnato e gliele aveva porse.
L'alone scuro sul triangolo dell'indumento mostrava l'umidità presente nel tessuto.
- Ti sei bagnata. - osservò, come se la cosa fosse insolita, ma la domanda era parte del loro gioco rituale.
- Sì, quando mi punisci mi succede. Lo sai. -
- Sei una piccola viziosa. - disse, mentre le portava alle narici per aspirarne il profumo.
Lei annui col capo, aveva gli occhi lucidi, piccole lacrime le rigavano le guance.
Come richiedeva quel rito, si pose carponi sul grande divano col coccige più in alto rispetto al capo che affondò nei cuscini: lasciò che le natiche dischiuse mostrassero il sesso.
Lui affondò senza garbo le dita nella fessura morbida e calda, iniziò a muoverle, dilatandola.
Si fece spazio nella seta umida della sua intimità con un movimento ripetuto e penetrante.
Quella carezza ruvida aveva un sapore di possesso che le generava un languore di desiderio: a occhi chiusi e mordeva il cuscino, ansiosa del sesso dell'uomo che presto avrebbe sostituito quelle dita conturbanti.
Giorgio divaricò le dita unite a coppia e riempendo, al contempo, i due orifizi ravvicinati le penetrò anche l'ano.
- Ti piacerebbe se ora ti leccassi, vero? -
- Sì, dammi la lingua ti prego. -
L'odore del sesso nell'ambiente era divenuto stordente e i loro respiri più rapidi.
- Solo se farai la brava bimba, obbedendo a quanto ti ho chiesto. -
- No ti prego, chiedimi tutto, ma questo no. -
- Perché ti opponi? Cosa c'è di diverso in questa richiesta? Sei stata posseduta da altri uomini in mia presenza, per il mio e il tuo piacere. Come è già accaduto nei giochi che abbiamo fatto in passato? - La voce mostrava un crescendo di irritazione.
- Perché erano giochi e giocavamo insieme. Ora non è più un gioco e tu non sarai lì con me. -
Non replicò, ma la sua mano trasmetteva la collera che serbava in quel silenzio.
Teneva ancora in pugno la cintura: mentre la stimolava prese a colpirle le natiche con staffilate stizzite: il bruciore si mescolava alla sollecitazione carnale della doppia penetrazione.
I colpi e gli affondi si alternavano, piccoli gemiti seguivano gli schiocchi sonori sulla pelle, gli parve d'essere in preda alla febbre le tempie gli pulsavano, mentre una sensazione calda di languore le scioglieva liquidi nel basso ventre.
Venne d'improvviso con un singhiozzo rabbioso e la voglia di piangere che premeva in gola.



Il baratto




La pioggia era cessata, nel buio della sua stanza la luce di una luna velata di nubi si specchiava sui vetri appannati della finestra.

Non le piaceva serrare le imposte, preferiva dormire vedendo dal letto il cielo notturno.

Amava nella bella stagione quel manto oscuro e profondo, trapuntato delle luci del firmamento: ogni punto brillante, così dettagliato e fermo le creava conforto.

Solo il disco lunare avanzava lento: quando era insonne, si divertiva a chiudere gli occhi per un tempo lungo, poi a riaprirli e scoprire se aveva indovinato in che punto del cielo il satellite si fosse spostato.

Era un gioco che faceva fin da bambina per prendere sonno, lei non voleva una lucetta sul comodino come molti suoi coetanei, ma che lasciassero sollevata la tapparella della cameretta per vedere le stelle.

Lui dormiva nella sua stanza da solo, non avevano mai diviso il letto nella casa.

Il trascorrere la notte insieme accadeva unicamente quando viaggiavano, nel resto del tempo non la voleva nel suo letto: lei non era una moglie o una fidanzata, era la sua Sub, solo una schiava di piacere e questo faceva parte dell'accordo.

Era in collera con lei quella sera e l'aveva trattata freddamente, neppure un saluto di buonanotte.

L'essersi lagnata per quanto aveva deciso era una colpa grave, ancor di più l'aver raggiunto l'orgasmo senza il suo permesso, durate il castigo che le stava infliggendo.

Si sentiva in colpa per la debolezza di quell'abbandono, ma non poteva farci nulla: lo stimolo combinato delle dita nel sesso e nell'ano era incontenibile.

Le scudisciate che nel finale le avevano provocato quell'orgasmo violento e senza controllo, erano frutto del bruciore acceso unito al piacere intenso che si erano fusi in una mescola esplosiva.

- Sei una piccola troietta incontinente. - aveva detto con un rimprovero cupo, poi senza aggiungere altro, aveva estratto il sesso dai calzoni e lei aveva sentito il glande turgido forzarle l'orifizio del buchetto posteriore.

Il suo pene, di un diametro e una lunghezza non comuni, faceva pensare alle antiche raffigurazioni del culto di Priapo.

Le aveva affondato la testa tra i cuscini con la mano e quel bastone nodoso nello sfintere: era abituta a essere posseduta così, ma quella penetrazione rude e profonda le aveva fatto mancare il fiato.

L'aveva scopata con foga animale, dilatandole l'ano con colpi rapidi, ripetuti e violenti: per non urlare mordeva il cuscino, piccoli gemiti soffocati seguivano la furia degli affondi.

Era una violenza voluttuosa e snervante al contempo: l'ano slabbrato nell'assalto produceva un rumore umido e sconcio, questo sembrava indurlo a impiegare maggior veemenza.

Per lubrificare la penetrazione le aveva fatto colare filamenti di saliva densa sul bordo dell'orifizio : l'aria, spinta da quello stantuffo di carne nel budello sfuggiva, a ogni bordata, facendo gorgogliare il liquido in cui era immerso.

Era potente e instancabile, continuò a lungo, il dolore si tramutò in calore che divenne onda anestetica di piacere diffuso, iniziò ad ansimare e a bagnarsi molto: il ciprigno colava caldo sulle pareti interne delle cosce.

Goccioline di orina si affacciarono come lacrime alla sommità dell'uretra mischiandosi agli altri fluidi, le accadeva sempre quando veniva sodomizzata con quell'energia.

Aurora si staccò lentamente dalla realtà, iniziò a seguire dentro sé il filo rosso e caldo che la guidava verso il traguardo del piacere, già si abbandonava alla discesa morbida e avvolgente che conduceva al nuovo orgasmo.

- Puttanella, lo sento che ti piace essere presa così. Mi stai inondando lo scroto di succhi. Guai a te se vieni nuovamente senza il mio permesso. -

La sua voce era autoritaria e minacciosa, si riscosse con un brivido come per una doccia fredda improvvisa.

Cercò di arrestare lo stimolo che invadeva i suoi sensi: di risalire da quella voragine che la chiamava al fondo di un pozzo oscuro di delizia.

Annaspando tentò di resistere, di erigere un muro mentale verso ciò che stava subendo.

Fu una lotta estenuante, ma riuscì a contenere lo sdilinquimento, allontanandosi con la volontà da quanto provava il corpo.

Restò in attesa che lui giungesse al suo piacere, che si svuotasse in lei: mentre il budello veniva riempito di sperma caldo, ne avrebbe approfittato per toccarsi furtivamente e godere in silenzio il proprio orgasmo

- Ti prego, vieni. Riempimi il culetto, sborrami dentro. -

Ma lui si era arrestato: aveva sfilato il sesso dal suo intestino, le aveva stretto i capelli con la mano e le aveva ruotato il viso verso il membro madido di secrezioni e residui intimi provenienti del retto di lei.

L' odore di sesso era pungente: - Lecca e puliscilo per bene. - glielo chiedeva sempre quando finiva di prendela in quel modo.

Lei obbedì: con rapidi colpi di lingua percorse e leccò tutto il membro, infine lo accolse in bocca interamente, lo ingoiò oltre l'epiglottide, si arrestò a contatto dei testicoli con le labbra.

Era abituata a vincere lo stimolo del rigetto, c'era voluta una lunga pratica con un sesso di quelle proporzioni, senza l'ausilio delle mani prese a muovere ritmicamente il capo, quella variazione di modalità nel sesso attuato non la fece desistere dall'intento di godere il proprio piacere.

Pensò che quando le avrebbe eiaculato in bocca, strizzando con le dita il clitoride gonfio, sarebbe venuta con lui.

Piccoli tremiti del pene nella sua bocca preannunciavano la prossimità della fine: attendeva che il sapore acidulo degli spruzzi le invadesse il palato, già pensava alla sensazione liquida del seme che scivolava in fondo alla gola. Ma lui non venne.

Forse aveva intuito qualcosa, o semplicemente aveva deciso così: non donarle lo sperma, come punizione per la sua sfrontatezza.

L'aveva congedata con due sberle sulle natiche, si era poi ritirato nella sua camera senza degnala di uno sguardo, lasciandola sola e frustrata.

Ora nel letto cercava inutilmente il sonno, i pensieri galleggiavano su un mare di incetezza, era inquieta come l'aria oltre il vetro della finestra, come le fronde degli alberi agitate dal vento della notte.

Tutto era iniziato quando lui aveva perso al gioco e l'aveva barattata, per pagere il suo debito, durante una partita di baccarat.

Lei quella sera era seduta in disparte, a sorseggiare un raffinato cocktail con altre donne che accompagnavano altri uomini facoltosi e seguivano, annoiate come lei, le interminabili partite di carte.

Il luogo era una elegante sala segreta del club di cui lui era socio, adibita a bisca clandestina e riservata a un selezionato numero di membri assai danarosi, .

In quella sala si giocava senza limiti di puntata, a quel tavolo sedevano solo importanti uomini d'affari, banchieri, industriali, facendieri d'alto bordo, uniti dalla passione del gioco e da conti bancari a dodici cifre.

Al centro della sala, intorno alla mezza luna del tavolo da gioco, Giorgio e altri ospiti si impegnavano in lunghe sessioni di baccarat: le cifre puntate, già dall'inizio delle parite, risultavano vertiginose.

La serata era nata sotto un segno infausto, la fortuna si ostinava a ignorare il suo dominus.

Una mano dopo l'altra, le carte scorrevano sul tavolo invariabilmente ostili: lui continuò a a scommettere scegliendo di puntare al raddoppio della posta nell' intento di rifarsi, ma la sequenza negativa non mutò di segno.

Dopo alcune ore la situazione risultò rovinosa, si ritrovò in perdita di una sostanza esorbitante,

Chiese una pausa e si alzò dal tavolo per bere qualcosa di corroborante, fumare una Gitanes e radunare le idee sul da farsi.

Aveva giocato tutto il contante che aveva con sè e il debito accumulato al tavolo era davvero impressionante: una follia in grado di rovinalo.

Inutile ricorrere a un assegno, i fondi attualmente sul conto non sarebbero bastati a coprirlo, il grosso del suo capitale corrente lo aveva impegnato in complesse operazioni d'investimento immobiliare e titoli azionari o obbligazioni vincolate.

Procurarsi il denaro occorrente a pronta cassa, non sarebbe stata cosa né semplice nè rapida.

Sarebbe stato estremamente imbarazzante dichiarare la sua difficoltà del momento a quel genere di compagni di gioco.

Non risultare solvibile nell'immediato e dover chiedere una dilazione nei tempi di pagamento lo avrebbero fatto apparire sotto una luce fortemente negativa.

Nulla di peggio per uno che lavorava, movimentando denari che clienti fiduciosi gli avevano affidato, che mostrare una frattura sulla facciata smagliante della propria professionalità.

A quel punto guardando verso di lei, il suo Dominus fu colto da una idea tanto risolutiva quanto folle.

Pensò che la bellezza di lei, potesse divenire moneta contante a quel tavolo da gioco.

Conoscendo la psicologia mercantile di quegli uomini, sapeva che non avrebbero battuto

ciglio alla formulazione di quella insolita proposta: aveva deciso di giocarsi lei nella speranza di rifarsi, il suo corpo in cambio di altre fiches da giocare.

In silenzio, col cuore che palpitava nel petto con la frenesia di un piccolo uccello stretto in una gabbia esigua, lo aveva sentito stipulare quel patto di credito scellerato con gli altri tre giocatori del tavolo coi quali era in debito.

Lei sarebbe stata la sua puntata, il pegno alla mercè dei tre sconosciuti, lui l'avrebbe lasciata alle loro voglie per tre giorni e tre notti.

Era una schiava di piacere, avrebbero potuto usarla senza alcun limite per soddisfare i loro desideri. L'unico divieto di danneggiarne il corpo: la merce andava resa così come era stata data.

Gli uomini si erano voltati insieme verso lei: gli sguardi erano corsi sul corpo sinuoso, sulle lunghe gambe scoperte dal corto tailleur, sul seno florido che affacciava la sua prominenza al terzo bottone aperto della camicetta candida,

Avevano vagliato la proposta, valutato le fattezze delicate del viso incorniciato dal caschetto bruno di capelli setosi e lucenti, le labbra carnose e deliziosamente imbronciate, il valore della sua giovinezza: la trovarono splendida e appetibile.

Decisero che l'investimento fosse vantaggioso e insieme sottoscrissero il patto con un cenno della testa.

A lui vennero date nuove fiches per continuare a puntare.

Sotto le basse lampade che illuminavano il tappeto verde, le carte, estratte da un sabot di radica scura scorrevano rapide verso i giocatori, distribuite attraverso la lunga paletta dell'efficiente croupier.

Aurora osservando il volto di lui divenire più buio ad ogni nuovo giro di tavolo, vedeva compiersi suo destino angosciante in quella serie ininterrotta di carte sfortunate.

Perse ogni illusione di rivincita nel giro di un'ora, abbandonarono il luogo di quella disastrosa serata.

Aurora, rientrati a casa, era pallida e scossa; nonostante i presupposti della loro relazione questa cosa l'aveva, per la prima volta, fatta sentire poco più che un oggetto.

L'umiliazione di essere ceduta ad altri le bruciava dentro corrosiva come vetriolo.

Non ne fecero parola, lui si era chiuso in un mutismo granitico, taceva, non dava segno d'essere spiaciuto per quanto disposto, né di alcun ripensamento.

Anche il giorno appresso la sua indifferenza restò un muro invalicabile, all'imbrunire profondamente tormentata fu lei ad affrontare l'argomento.

- Non puoi farmi questo – aveva detto quasi invocante.

- Sei roba mia e ne dispongo come credo. - era stata la secca risposta.



Le lenzuola ora parevano carta vetrata, il materasso un giaciglio di rovi pungenti, non trovava pace, continuava a rigirarsi lottando con i cuscini divenuti ostili.

Si sentiva stanca e vuota, come un oggetto abbandonato ai rifiuti, o un cane senza più padrone, non le riusciva di piangere ormai.

Gli occhi e la bocca le erano divenuti secchi, come per una febbre improvvisa.

Era nuda fra le lenzuola. Portò una mano sfiorarsi fra le cosce: era ancora umida e insofferente laggiù.

Bagnò di saliva due dita e lentamente le infilò nell'ano, slabbrandolo con lentezza, l'altra mano cercò nel sesso per risvegliare il piacere.

Strinse il clitoride tra le dita e lo sentì inturgidire come un minuscolo pene, iniziò a stimolarsi con foga, cercando quanto le era stato negato ore prima.

Accelerò la carezza, trovando il ritmo per darsi conforto.

La finestra era limpida, il vetro aveva perso la caligine umida che lo velava, nel cielo nero tre quarti di luna, sgombra da nubi, scintillava nel velluto stellato della notte.

Osservò il lato convesso del satellite: "gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante" pensò, come faceva da piccola.

Tra poco avrebbe goduto.



(Continua)






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