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Una storia di Roberto98

Questa storia è presente nel magazine I frutti del bosco

I vampiri - Pt. 2 di 2

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44 minuti

Pubblicato il 29 luglio 2019 in Horror

Tags: #nazismo #vampiri #horror

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IV


Prima parte

La libertà”


Scrivere è un atto di sfida, è il gesto di prendere in mano la penna e riempire un foglio che altrimenti sarebbe rimasto bianco. Cosa scriveremo con questa potentissima arma? Come potrebbero mai vivere, gli Adolf Hitler del mondo, se tutti gli uomini iniziassero a riempire i fogli bianchi di parole, a scambiarseli, a correggerseli a vicenda; sarebbe finita, per tutti quei Führer: la voce dell'umanità comincerebbe ad innalzarsi e per loro non ci sarebbe più scampo. Sì, è certo, per ora l'Eterno Adolf non ha nulla da temere: chi è che scrive più, e chi va mai a leggere, poi, quell'infinità di tesori che debordano dalle biblioteche? Praticamente nessuno. Ed è per questo che, normalmente, l'Eterno Adolf permette a me, come a voi, di scrivere liberamente e di parlare; l'importante è che rimanga fra noi: possiamo parlare perfino della rivoluzione! Nessuno verrà a farci del male. L'importante, lo ribadisco, è che le nostre parole non inizino ad intaccare davvero il potere. Fino a quel punto, fino a quando la linea retta della nostra libertà salirà lentamente, senza danneggiare l'Eterno Adolf, potremo davvero dire quello che ci pare. Egli ne è perfino felice, perché così vivremo sereni, pagando i nostri tributi all'ordine, ed egli non dovrà affaticarsi a controllarci: due piccioni con una fava, questa democrazia! Credo che il Führer si sia ingegnato, ecco perché ce la ha donata. Già, ora che in pochi scrivono e leggono (scrivono e leggono cosa, poi? Dico, avete visto cosa hanno iniziato a lanciare nelle edicole, da quando è finita la guerra? Carta da camino, non da leggere!) Dicevo, ora che siamo in così pochi a pensare in concerto, è davvero difficile arrivare a quel punto di non ritorno, quel punto di minaccia per Adolf; ben pochi geni vi riescono all'interno di un'intera epoca: ecco perché tutti credono di essere liberi: perché qualcuno vuole che ci sia, questa libertà, proprio per portare le pecore al pascolo nel modo più ingegnoso. Sì, che scrivano pure le genti: tanto le loro parole non valgono nulla, non cambiano minimamente la strada che il potere ha già scelto per noi. Che si parli, dunque, e che ci si immagini liberi, come cavalieri diretti alla battaglia. Cosa c'è di più comodo per Adolf?

Dunque, parlavo di un famoso “atto di sfida”. Da ciò sono passato a parlarvi di quella fantomatica “linea retta della libertà”; ora, vi prego, figuratevela bene, perché è importante: è una linea che sale, lenta lenta, dal punto più basso, alzandosi poi dritta, fiera, millimetro per millimetro. La libertà sale, le parole dette aumentano in quantità e soprattutto in qualità, l'uomo – la nazione tutta, perfino – inizia a capire, inizia a porsi domande, e guarda un po', ora che la linea è salita cospicuamente inizia a chiedere delle risposte. L'Eterno Adolf inizia a spaventarsi, non può più sfuggire alle domande del popolo. Ecco, la linea è ora salita irrimediabilmente: la libertà non è più gradita, al nostro Führer, non può più utilizzarla per intrappolarci; l'uomo chiede troppo, si agita, il paese è diventato una polveriera. Ed ecco che da noi, qui in Italia, torna il '22 e la Marcia su Roma; la ricordo come fosse ieri. Ecco, ecco! In Germania il Reichstag si incendia di nuovo, come per magia, e il Führer torna a gettare fuoco sulle masse, disperato, per riacciuffarle e riportarle in gabbia: basta con la politica della carota, adesso è il momento del bastone! Torniamo ora alla nostra retta: guardate come precipita in basso, come adesso torni a sfiorare il suolo! Nessuno la vuole più, la libertà, perché qualcuno vuole sia così.

Ora che il mio simpatico concetto è stato, mi auguro, espresso con sufficienti particolari, debbo dire una cosa; un'ombra inizia ad allungarsi fra la luce della candela ed il foglio su cui sto imprimendo i miei pensieri. La stilografica si piega, i ricordi si fanno pesanti, e, soprattutto.... Io conosco qualcosa che può far impazzire quella nostra famosa retta, può alzarla in un solo istante, dal punto più basso a quello più alto. La mia sfida è qualcosa di molto pericoloso, per il nostro Eterno A. No, certo... Se qualcuno leggerà i passaggi a seguire, il paese non si trasformerà in una polveriera, ma... Se queste parole iniziassero a circolare, e poi sempre di più, giungessero a far porre al popolo delle domande... Beh, sarebbe molto pericoloso per L'Eterno A. Sì: non ancora il paese, ma questo foglio sta per tramutarsi in una polveriera! E io ho paura, perché so che quando concluderò questa mia cronaca e la riporrò nel cassetto, io mi accingerò ad andare nel letto e non sarò più al sicuro; spenta la candela sarò in pericolo: qualcuno impazzirà pur di far sparire me, i miei scritti e la mia testimonianza. “Ma come, Mauro: hai l'occhio di Adolf appeso sul soffitto?” “Qualunque sconvolgente verità tu stia per riversare sul foglio, come potrebbe qualcuno venirne a conoscenza?” Vi starete chiedendo tutto questo. Beh... La risposta non può essere riassunta in uno o due periodi di una frase, e già questo dovrebbe suggerirvi qualcosa. Non stiamo più parlando, qui, di quelle cose che incontriamo al mattino, uscendo di casa... o di quelle parole che sentiamo nei mercati, nei café, alla radio... no; se non avete ancora aperto la vostra mente, vi prego di farlo, perché altrimenti questo mio atto di sfida non vi sembrerà altro che una grande commedia. Sarà difficile credermi, ma vi prego di ascoltarmi con attenzione, di studiare e ristudiare queste parole; fatelo, perché sarà impossibile trovarvi delle incongruenze. Quello che sto per raccontarvi è reale.



Seconda parte

Camicia nera”



Avete mai sentito parlare dei Vampiri? Io ne sentii narrare fin da piccolo, ascoltando una di quelle fantomatiche leggende che i nonni raccontano intorno al fuoco, per far rabbrividire i bambini. Durante il Ventennio, mi imbattei anche in una copia del libro di Bram Stoker, il famoso Dracula. E' da poco che ne ho recuperata una nuova copia, per rinfrescarmi la memoria. Recentemente è uscito anche un film americano, tratto dal medesimo romanzo, ma non ho avuto l'occasione di andarlo a guardare; Paola, mia moglie, non ne voleva sapere, e poi, Roberto, il mio figlioletto... Capite, come potevo trascinarlo con me a vedere una simile pellicola da incubo. Beh, io non solo ne sentii parlare da giovanissimo, ma quando fui più grande vissi sulla mia pelle uno strano avvenimento, il primo dei tre sciagurati episodi che hanno cambiato la mia vita. E' proprio di questo primo accadimento che ora mi accingo a parlarvi.

Indossavo la camicia nera. Ero anch'io un giovane fascista come Simone; e non me l'aveva messa indosso il regime, no: era il 1921, Mussolini ancora andava per le strade a spacciare il proprio veleno alle masse, e quella camicia ero andato io a cercarmela. Questo aggrava la mia situazione: sono stato perfino peggio del mio caro amico. All'epoca avevo già la testa piena di frasi e di romanzi, ma evidentemente non li avevo capiti; non avevo seguito me stesso, no, avevo seguito la loro particolare libertà... E poi le parole del Mascellone, i suoi comizi, quell'ideologia così viscerale... A così tanti di noi ha cambiato gli occhi. Perfino le cose che sapevamo, davanti alle sue parole si sgretolavano e ne diventavano un'altra, quella che proprio lui riteneva più necessaria.

Eravamo nei pressi di Pisa, in campagna, e uno dei soliti latifondisti ci aveva chiamati per fare ciò in cui eravamo i più bravi: abbassare la cresta a qualche aspirante ribelle. I contadini facevano gran baccano fin dall'alba; non ne volevano sapere di lavorare. Il fatto insolito era che non si erano ribellati all'ordine costituito, non gridavano come al solito alla rivoluzione; quella mattina proprio non si capiva cosa avessero da begare. Così, il capofila ci fece un fischio, e in quattro camicie nere andammo lì nei paraggi, con i nostri manganelli, a vedere cosa stesse accadendo, per capire se insomma servisse o meno un'altra bella lezione infarcita di legnate. Furio, il capitano della nostra squadra, scese dalla carretta e andò a parlare con il latifondista e i suoi lacchè. Mi accesi una sigaretta assieme ai camerati, e dal campo ci mettemmo a guardare i gesti di quei signorotti che parlavano. Quando vidi Furio calarsi il berretto e darsi una grattata alla testa calva, capii che c'era in gioco qualcosa di grosso. Dopo aver aggiunto non so che e aver stretto la mano ai ricconi, garantendo che la questione sarebbe stata risolta, si voltò e iniziò a camminarci incontro, con un'espressione stordita. Anche Lor signori erano rimasti lì, in mezzo allo sterrato, e guardavano con faccia perplessa persino noi, impotenti giovanotti.

“E' sparito il bimbo d'una contadina.” Bofonchiò Furio, guardandoci stordito.

“E che dobbiamo farci?” Disse uno di noi tre.

“Quelli non si mettono a lavorare, sono tutti chiusi nel casolare e ciarlano di assurdità. Dicono che ci sono i mostri, cose del genere.” Continuò il capitano, anch'egli con la faccia di chi non ci capiva nulla.

“E dobbiamo menargli perché sono impazziti? Guarda che quelli mica si riprendono!” Continuammo noi giovani camerati. “Che poi, menare dei poveracci che hanno perso un bambino; c'è cosa e cosa per cui menare, non è che sia proprio il caso.” Disse un altro.

“Non lo so ragazzi, neanche il padrone sa che pesci prendere, però mica ci paga per stare qui e non fare un cazzo. Su dai, spengete quella sigaretta e andiamo a dare un'occhiata.” Ci disse con la solita diligenza da buon padre di famiglia.

Io non ne avevo mai avuto uno, di padre, e lui, i camerati, ma lui più di tutti, erano la mia nuova famiglia. Non ho vergogna a ricordarmene; non posso vergognarmi di un ingenuo bambino, vuoto, pieno di paure, che si affidò scioccamente a chi in quel vuoto si era insinuando, costruendo un uomo nuovo.

Dopo aver porto gli omaggi a Lor signori, ci dirigemmo verso il casolare dove si erano rintanati i contadini. Quando entrammo, li vedemmo tutti quanti ammucchiati, intenti a parlare fra di loro in piccoli gruppi. Si voltarono verso di noi, sembravano usciti da un quadro di Edvard Munch: avevano gli occhi spalancati, come posseduti, ma mentre ci fissavano continuavano a mormorare, e nel giro di pochi istanti tornarono a voltarsi, come se non fossimo neanche entrati.

“Su, allora, che è tutto questo casino? Il padrone è incazzato.” Abbaiò Mauro, anche in quel momento con quel suo tipico tono da buon padre, da persona che tiene al benessere del figlio.

Continuavano a bisbigliare, coi volti cupi. Una donna, fra la ventina di contadini, si riversava le lacrime sul vestito, mentre alcuni la sfioravano, carezzandola come per consolarla.

“E' lei quella che ha perso il bambino?” Chiese Furio alla stanza.

“Sì è lei... Gliel'hanno preso...” Disse uno di loro, guardandomi.

Furio mostrò un lume di buon gusto e si tolse il berretto. Si guardò intorno, mandò un sospiro. Vedendo che nessuno gli prestava attenzione, si rivolse all'omuncolo che si erano degnato di risponderci.

“Ma chi è che glielo ha portato via?” Chiese laconico.

“Gliel'hanno portato via, quelli... Lo sai, lo sai...” Farfugliò l'uomo, per poi tornare a percuotere il cappellaccio che teneva stropicciato fra le mani.

“Lo so, lo so... E se lo sapevo stavo qua?” Disse, e si piegò con le spalle sull'uomo, esasperato. La testa calva iniziava a sudargli.

Il contadino si dannava col cappello, in silenzio, mentre tutti sussurravano, ogni tanto fendeva l'aria un qualche gemito di paura. Tutti avevano una strana discrezione, come reticenza, direi oggi ripensando a quegli istanti.

“E vabbé, ho capito... Lo so, va bene? So tutto, così siete contenti. Ma dov'è il padre di questo bambino?” Riprese Furio.

“Vallo a sapere, comunque non sta più con la moglie da anni.” Risposte il bracciante, schioccando la lingua come un fulmine, poi di nuovo si ammutolì.

Adesso aveva alzato lo sguardo oltre la soglia, a scrutare verso i campi assolati, tirati su a grano, ormai floscio. Furio rimase a dannarsi la nuca sudata.

“Ho capito... La donna è da sola...” Disse dopo che il contadino gli aveva già risposto da diversi secondi, come a cercare un primo indizio per iniziare a trovare il bandolo della matassa.

“Ma insomma, almeno tu, la vuoi smettere di fare il mago? Che cosa è successo insomma, che è questa storia dei mostri?” Furio rimase in attesa, guardando il contadino ancora chino sulla sua faccia. “Dì, vuoi che iniziamo ad usare le maniere forti?”

“Le avete già usate abbastanza, ultimamente. Per quanto mi riguarda, non mi fanno più niente.” Sentenziò il bracciante, ancora con gli occhi persi oltre la porta.

“Cazzo... Ecco Maurì, abbiamo trovato il filosofo.” Mi disse Furio, mettendosi a girare per la stanza, totalmente disorientato.

“Qualcuno che voglia dire qualcosa di sensato?” Tuonò ad un tratto nella stanza.

“Me lo hanno portato via! Me lo hanno portato vi-a!” Scoppiò la madre del bambino, col volto paonazzo, guardandoci disperata.

Furio andò a inginocchiarsi davanti a lei, e le prese i polsi.

“Dimmi, dimmi chi ti ha portato via tuo figlio! Ti vogliamo aiutare, lo vuoi capire o no?” La pregò, scuotendola.

“I.... I va-mpiri!” “I vampiri!” Gridò a squarciagola, e si gettò fra le mani di Furio, mentre gli altri continuavano a carezzarla.

Noi giovani ci guardammo, non riuscendo a trattenere il sorriso.

“I vampiri? Quelli che succhiano il sangue? Ma quelle cose non esistono, Donna mia, stanno solo sui libri!” Continuò a pressarla Furio, in evidente crisi, non sapendo se percuoterla o carezzarla.

“Se lo sono portato via... Se lo sono portato via-a...” Continuava la donna, nella sua litania.

Ci avvicinammo a Furio, chino per terra con fra le mani la donna, e tutti iniziarono a far silenzio, guardandoci, non sapendo più che cosa dire o fare.

“Ma la pensate tutti come lei? Insomma, credete a questa cosa dei vampiri?” Chiesi ai lavoratori, cercando di aiutare il capitano.

“Sì, i vampiri...” “Sì, sono stati loro...” Queste le cose che mi sibilarono i contadini, coi loro occhi spiritati. Ebbi un'idea:

“E dove lo hanno portato?”

Il contadino di prima, che ancora fissava i campi, alzò il braccio nella stessa direzione.

“Là fuori, in qualche casa. Ripartiranno stanotte...” Disse chiaramente, come un annunciatore della volontà divina.

“Ma lui non torna! No, non torna-a!” Si agitò ancora la donna, col volto chino sul pavimento e coi capelli neri, folti e lunghi, riversi tutt'intorno come una tovaglia.

Diedi un bussetto al petto dei ragazzi e presi l'iniziativa.

“Furio, noi andiamo a cercarlo.”

Il capitano, che ora pensava soltanto a stringere a sé la contadina disperata, si voltò a guardarmi, e mi fece uno di quei cenni affermativi che all'epoca mi davano tanta gioia.

Io e i miei due camerati ci allontanammo in diverse direzioni lungo i campi sterminati, baciati dal sole. Dopo alcuni minuti di camminata, completamente solo, fiancheggiando il grano imbrunito, mi fermai sotto un melo solitario e staccai un frutto La mia camicia nera era tutta gonfia di calore. Mi guardavo intorno e godevo del panorama: cos'altro potevo fare, con tutte le cose assurde che avevo appena sentito? Tornavo con la memoria ai racconti dei nostri nonni e provavo a figurarmelo, un vampiro, Immaginavo questa figura scura: era come un grande corvo, una creatura che si alzava in volo affiorando dai campi, stagliandosi buia contro il sole, con ali da pipistrello così smisurate da immaginarmele stringere a sé tutto il grano.

Finito il mio spuntino, mi rimisi in cammino, sempre più sudato. A un certo punto, sotto i raggi del sole iniziò a farsi sempre più grande un puntino: continuando a marciare lo riconobbi: era un vecchio fienile abbandonato.

La costruzione in pietra sembrava ancora stabile, seppur da un lato della facciata si notasse l'incrinatura di parte del tetto, collassato all'interno. Superai la grande volta dell'ingresso e mi ritrovai sotto la navata del fienile. Lo sterco ammucchiato in un angolo, ormai secco, non emanava altro che un sottilissimo odore. Il fieno, una sottile patina polverosa sotto i miei piedi, andava aumentando alla mia destra, sempre di più, fino al raggiungere la parte di tetto che era crollata. In quel punto, il fieno e le travi di legno erano un tutt'uno; ai miei occhi di giovane aveva un che di divertente, e immaginai di tuffarmi in quell'angolo abbandonato, abbracciando una bella ragazza. Ciò che mi colpì fu uno stretto solco, che dall'ingresso andava via via facendosi strada nel fieno, come piegandolo per alcuni pollici, fino a raggiungere il punto più alto del cumulo. Seguii questa sorta di percorso, fino a quando il fieno fu troppo alto per proseguire. Sentii come uno schiocco, fra le travi di legno, e mi chinai per guardarvi al di sotto, in un punto particolare dove col tempo doveva essersi inscavata una sorta di sottile grotta, molto profonda. Scrutai affinando gli occhi, e vidi alcuni nidi d'ape; continuai ad acuminare lo sguardo, fino a quando, in profondità dentro l'incanalatura, vidi per la prima un Vampiro. Una “vampiressa”, forse, ma sarebbe buffo a dirsi; infatti, quell'orrenda creatura stringeva fra le sue braccia alate, smisuratamente lunghe, un bambino. Le due mani non erano palmate, ma un covo di artigli, ben assestati dentro il legno. Se ne stava lì appesa, con quelle due ali grandi come mantelli, e col suo sottile corpo grigio mi guardava. Sì, è la cosa a cui penso sempre: era lì immobile, con la bocca insanguinata, il bambino sventrato fra le zampe anteriori, e mi guardava; gli occhi neri, con al centro, profondissimo, un piccolo spiraglio rosso, ancor più vivido del sangue. Anche questa creatura gridava, di notte, per farsi strada nel cielo come tutti gli altri pipistrelli? E' una strana domanda che continuo a pormi, senza risposta. Con quella sua testa ossuta, dai lunghi capelli lucidi e impiastricciati, il vampiro iniziò a dondolarsi lentamente sulle ali conficcate nel legno, come quegli animali che stanno puntando la preda. Io caddi all'indietro, sulla mia schiena, attutito dal sottile strato di fieno. La creatura lasciò cadere il cadavere del bambino, il quale fece un paio di capitomboli sul fieno indurito: vidi che non aveva più nulla d'umano, era stato ridotto a un misero grumo di sangue; ora che la luce poteva riflettersi con più forza sul volto della creatura, ne vidi la bocca semiaperta, quella sì simile a una bocca umana, ma con due lunghi e larghi canini taglienti, lucidi, vicino agli altri denti ammarciti dal tempo. Le due pupille rosse si strinsero ulteriormente, forse per rigetto della luce o forse per penetrarmi meglio. Mi rigirai sulla schiena e iniziai a correre lontano dal fienile; corsi a fianco del grano, guardando il sole con tutto l'attaccamento alla vita che non avevo mai avuto fino a quel momento. Mi bruciai gli occhi. Per la paura, iniziai a saltellare fra il grano, chinandomi, cercando invado di nascondermi, e poi ritornando allo scoperto, fra i fossi e l'acqua, inciampando e poi rialzandomi, inciampando e poi rialzandomi ancora. Mi voltai, e non ho mai saputo se fosse semplice immaginazione, ma una cerchia di quei giganteschi corvi solcò davvero il grano, alzandosi nel cielo, il quale improvvisamente si era fatto grigio, quando poi caddi, e mi risvegliai solo molte ore dopo.

“Cosa ti è successo, Maurì?” Mi schiaffeggiava Furio, con quelle sue mani da padre.

Nel volgere di pochi istanti mi ripresi. Ero graffiato, il sangue risaltava sulla mia pelle pallida.

“Ma dove eri finito?” Mi dissero gli altri.

Ero adagiato sul lato posteriore del carretto, ormai lontano dal latifondo. La faccenda doveva essersi conclusa. Io rimuginai, e sul momento ricordai solo il terrore, ma non l'oggetto di quella paura; mi trattenni e non piansi, per mostrarmi forte ai miei compari, e dissi soltanto di aver preso un brutto colpo di sole, senza ricordare il resto.

“L'hanno trovato... Qualcuno lo ha massacrato. Era in mezzo ai campi.” Disse rabbuiandosi Furio.

In mezzo ai campi... Io ricordavo qualcosa, ma non era fra i campi. Ma non potevo farcela, non ne avevo la forza, il mio censore interno aveva già archiviato tutto nell'inconscio.

“Sei fortunato ad essere qui... Guarda come sei coperto di graffi. Non so c'è successo, ma per me l'hai scampata per un pelo.” Continuò il mio padrino.

“Se lo troviamo lo scanniamo quel bastardo, lo scanniamo tutti insieme.” Disse uno dei miei amici.

“Sì, quello lì un giorno o l'altro ci capita fra le mani, Maurì! Lo becchiamo prima o poi quel criminale!” Gridò Furio con la voce rotta, e mi strinse al suo grande corpo sudato.

Cercammo, non trovammo mai nulla. Poi capii.... Non c'era proprio nulla da cercare.




V



La camicia nera me la strapparono e la gettarono nel mucchio, poi le diedero fuoco. Quando gli Juden non andarono più bene al fascismo, anch'io fui da scartare. Perfino quella camicia che avevo indossato fino ad allora, impregnandola con il mio sudore, era da cancellare. “Bruciamo le camicie degli ebrei”, dicevano, e noi, col petto nudo, stavamo stretti l'uno all'altro e guardavamo quel falò, mentre i nostri “camerati”, quelli che fino al giorno prima consideravamo padri o fratelli, ci insultavano. Non avevo neanche vent'anni, e del triste regime ne avremmo sentito parlare ancora per molti anni; sono felice che mi abbiano cacciato. Sono felice di essermi svegliato. Sì, ho sofferto e ancora provo dolore, ma la gioia esiste, almeno in queste piccole cose; cara libertà, con il tuo mantello di spine...

Torniamo a Dusnau. Ero nella capanna, insieme agli altri. Mi avevano dato un nuovo straccio con cui vestirmi; “scusaci tanto, ti abbiamo spogliato perché credevamo che anche tu saresti morto,” sembravano dirmi le guardie, mentre mi davano il nuovo vestiario, “ma guarda come siamo buoni, in fondo: non ti abbiamo ucciso e ora ti doniamo anche il tuo primo cambio dopo un anno di permanenza nel campo: quanto siamo grandi noi nazisti!” Carogne. Con il freddo ancora scolpito nelle ossa, continuavo a tossire sommessamente per non svegliare nessuno; i miei compagni erano stati tutto il giorno a lavorare, mentre io, diviso fra l'infermeria, la morte di Valerio e l'incontro con il Führer, non avevo alzato neanche un chilogrammo di materiale, e per via del contorto sciame psicologico di Dusnau mi sentivo perfino in colpa.

Fuori soffiava un vento sottile, anzi, dovrei proprio dire che fischiava; a labbra socchiuse, come se spingesse lontano una nave di carta. Simone dormiva su una branda più in là: come sembrava goderselo, quel pezzetto di legno, senza nessuno affianco che lo disturbasse. Il mio compagno di letto, un certo “K”, dilaniato dagli incubi, mi picchiò con la caviglia sul petto, come a sottolineare ironicamente il mio pensiero. Tutti dormivano, sfiniti, e intanto quel rumore fischiava, sempre più sottile... Oh, come la ricordo, quella maledetta sottigliezza; iniziavo a chiudere gli occhi, poi li riaprivo, e nella penombra tornavo a guardare Simone. Le palpebre calavano, poi tornavano ad alzarsi, sempre più frequentemente; la tosse spezzava di tanto in tanto il respiro che si faceva impercettibile. Ero quasi addormentato, un briciolo più caldo di prima; riaprii l'occhio e lui si chiuse ancora, poi tornò a vedere: il Vampiro era lì, con la sua ala ossuta avvolta intorno al corpicino di Simone. Gli succhiava il sangue dal collo e con quella pupilla rossa mi guardava, sì, mi guardava.

“Mi prendo il sangue del tuo amico, cosa potrai mai fare?” Sembrava dirmi.

Il suo cranio pallido si calava sul collo, poi tornava ad alzarsi, lasciando scivolare sul legno alcune gocce del liquido rosso. Si abbassava, poi si rialzava, e le pupille erano ormai così minuscole... un ago rovente dentro le tenebre. Io riuscii soltanto a issarmi leggermente sopra la branda; la gamba di K. mi scivolò, secchissima e come di pietra, all'altezza della pancia. Notando il mio movimento, la creatura strinse Simone ancor più forte dentro la morsa della propria gigantesca ala. Si fece strada con tutti i denti dentro il collo. La testa del mio amico, a sua volta, rovinò ancor più in dietro, sembrò abbandonare la vita e fondersi in un tutt'uno col legno. Il cuore mi galoppava in gola; più i miei occhi si spalancavano dimenticandosi del sonno, più quei malefici aghi rossi si stringevano: ma come facevano a perforarmi così, come fossero lame lunghissime, protratte fino al mio stesso collo? E poi, potevo urlare? Sì, non ero paralizzato: potevo urlare, certo, svegliando tutti e magari facendo accorrere le guardie; e già me li immaginavo i nazisti, povero me, guardarmi mentre mi rendevo conto che era stata solo un'allucinazione; vedevo gli aguzzini piombarmi addosso per darmele di santa ragione, per massacrarmi, nel silenzio gelido di tutti gli altri. Sì, potevo urlare, ma non ne ebbi il coraggio.

“Mi prendo il sangue del tuo amico davanti ai tuoi occhi.”

E così fece.

“Sei il mio piccolo verme.”

K. ebbe uno spasmo, sussultai. Stava ancora sognando. Quando tornai ad alzare gli occhi vidi il Vampiro allontanarsi, trascinando le lunghe ali fino alla soglia, preparandosi ad uscire alla Luna e spiccare il volo. Simone guardava il soffitto con due pozze nel collo, abissali, d'un rosso scuro che danzava con le tenebre.

“Dovrei forse pregare, ma non ricordo più nulla. Magari almeno esprimere un pensiero, un ricordo... Ma se a malapena conosco il mese in cui vivo, come posso mai pregare, se questa testa scoppia dal dolore.”

“Gli amici mi sono morti come mosche.”

Ripresi a tossire. Le palpebre tornarono a farsi pesanti. Nel volgere di alcuni minuti, mi costrinsi a credere il falso, decisi che tutto fu soltanto un lungo incubo; immaginai che il giorno cominciasse solo in quel momento. Finalmente mi unii a K. ed iniziai a dormire.




VI



E' difficile sopravvivere ai propri sensi. Quando un simile incubo ci percuote, è facile impazzire; tutto ciò che siamo si disgrega. L'omicidio sistematico di esseri umani innocenti è il primo colpo di baionetta diretto al petto. Simone, poi, lui ancora prima di me ne aveva subita un'altra, quella di accorgersi di aver creduto in un mare di falsità; almeno da questo io fui salvo, perché smisi di credervi quando quelle idee non mi avevano ancora corroso. Ma per quanto riguarda i Vampiri, invece? Come può un uomo sopravvivere anche a questa pugnalata, dopo che il corpo è stato già massacrato dalla realtà? A Dusnau feci i conti non soltanto col nazismo, ma anche con l'ombra dell'essere umano, con ciò che non si troverà mai sui libri di scienza, ma soltanto nei romanzi di fantasia.

Quando all'alba portarono fuori dalla capanna il corpo dissanguato di Simone, furono in pochi quelli ad avvicinarmisi, per darmi una pacca di nascosto, mostrarmi la loro vicinanza; tutti sapevano di noi, tutti avevano visto la nostra amicizia. Ma nonostante tutti i miei sforzi, non ho trovato nessuno che avesse visto quella cosa; nessuno aveva assistito. Nessuno? “Come diavolo è possibile,” continuavo a dirmi. Doveva pur esserci qualcun altro sveglio, quella notte; non so, a causa di un incubo, a causa del freddo, a causa della paura del giorno che galoppava per venirci a prendere... e forse per ucciderci. Quella cosa era riuscita ad addormentarli tutti? E come si collegava tutto questo al Führer e al suo “Diese” ? Non riuscivo proprio a capirlo. Cosa avevo di speciale? Non sapevo neanche suonare uno strumento; per che cosa mi tenevano? Per quanto ossuto, ero fra i più deboli all'interno del campo. Ero un fantasma, un burocrate del morire, eppure qualcosa gridava “alt!” e continuavano a fermare l'ingranaggio, a lasciarmi in vita.

Azionarono il forno crematorio e Simone fu disperso nel vento. Il passo fu breve, e le camere a gas iniziarono a funzionare nel Gennaio, all'avanzare dei sovietici. La canna fumaria cominciò a offuscare il cielo, a darci il suo profumo di carne bruciata. Non più uomini, non più prigionieri, non più perfino animali; li stipavano in quelle camere, li gasavano, e poi davano fuoco ai loro cadaveri sporchi di escrementi. Li ammazzavano e non serviva a niente; com'erano miopi, loro e quelle becere battute sugli “Juden che sarebbero usciti dal camino”; fossero stati dei veri geni del male ce li avrebbero almeno dati da mangiare: “Su, Juden, mangia il tuo fratello”, avrebbero detto degli autentici scagnozzi del diavolo; macché, erano solo “burocrati del morire” - come me, ma dall'altra parte del fucile, - assassini sotto libro paga. Quanto al mio aguzzino personale, quello dell'infermeria e della prigione, venne a visitare il mio caposquadra. Fui esonerato dal lavoro. Bazzicò per un po' fuori dalla capanna, e quando vide la mia testa rasata mi strizzò l'occhio; “Questa è una grande notte.” Ancora lo ricordavo. A cosa si riferiva, in particolare? Al mattatoio organizzato dentro la prigione, per rendere omaggio al Führer, o al mattatoio intimo, riservato a pochi, che quella notte avrebbe poi sporcato la nostra capanna, portandosi via Simone?

Non trovai nuovi amici a Dusnau. Vidi entrare sempre più gente, e quei fiumi si trasformavano in cadaveri o in spaventapasseri. Quando li portavano nelle doccie, io, seduto in disparte a guardarli, avrei voluto alzarmi e andare con loro, cavarmi fuori dal mio corpo. Mi sentivo il filo spinato dappertutto, intorno al cuore, ai polmoni, al cervello; non parlavo più con nessuno; non solo mi sentivo in colpa, ma non sentivo più l'essere umano; cos'aveva di speciale, questo essere? Spaventapasseri, oggetti, cadaveri; carne... tutto sarebbe stato macellato. Come già con il collo nella ghigliottina, stavo lì e aspettavo, guardando il grigio fiume di uomini, mentre di tanto in tanto l'occhio dell'aguzzino tornava a strizzarsi, così brillante sopra quello sfondo desolato, e mi chiedevo: “Lui lo sente l'essere umano, o non è uno di noi? forse è anche lui un Vampiro; e per questo è felice.”

Quando i bombardamenti si avvicinarono al campo, si smise di contare gli ingressi, ma si continuò a contare solo i morti. Tutti smisero di lavorare e di essere liberi in quello strano modo che conosciamo. Le tre capanne iniziarono a svuotarsi per l'ultima volta. Rimasti in pochi, ci stiparono in un'unica struttura, e tutti tranne me vennero costretti dai nazisti a demolire il campo, i forni crematori, le camere a gas; poi vennero portati lontano, tutti uccisi con un colpo alla nuca, in un qualche bosco di cui il mio aguzzino mi aveva raccontato fumando il suo sigaro. E' una vergogna dirlo, ma di loro non ricordo neanche un volto; erano mesi che non vedevo più uomini, ma solo un ammasso di pelle e ossa.

Dopo le demolizioni, ero rimasto l'ultimo prigioniero. Le guardie mi tenevano legato a una sedia, in mezzo ai resti di ciò che per due anni era stato la mia casa. Al calar della sera, sulle macerie del campo arrivò una grande automobile d'ordinanza. Dalla vettura scese anche H. Aprì il baule dell'auto e tirò fuori una bacinella di ferro. Dove una volta si ergevano i bagni, dal terreno pioveva sottosopra dell'acqua, esplodendo da una qualche tubatura bucata; un gruppo di giovani nazisti portò lì la bacinella e la riempirono fino a metà. Gli altri mi fecero alzare dalla sedia e mi buttarono dentro quella rudimentale vasca, poi indossarono i guanti e mi fecero un bagno. Intanto, tutt'intorno nel cielo, si susseguivano le luci degli aeroplani, raffiche di spari, e lontano, oltre le colline, brillavano le esplosioni. L'acqua era ghiacciata. Quando fui ripulito a sufficienza dal il sudiciume che mi si era accumulato sul corpo, un giovane mi ribaltò con tutta la vasca, come fossi un cumulo di paglia. Dall'automobile si avvicinarono due ufficiali; uno mi buttò indosso un panno profumato, con cui mi asciugai, e l'altro porse dei vestiti stirati a una delle donne che mi aveva lavato. La signora, una vera “fraulein” bionda, forte, con i capelli raccolti, senza tentennamenti di alcun genere mi alzò sulla sedia – un cumulo di paglia, sì, ero così piccolo e leggero... - e indossando ancora i guanti iniziò a vestirmi. Mi faceva ombra una montagna di sguardi severi. Finita l'operazione, calzate delle scarpe troppo strette ma lucide, l'aguzzino mi portò sull'automobile e i suoi giovani assistenti mi legarono al sedile posteriore. Iniziò un lungo viaggio notturno; vidi le colline e la pianura tedesca. Le lucciole erano in amore, e rischiaravano ogni campo, mentre io, povera creatura dimenticata dal cielo, ero legato in macchina a un palmo da un mostro; e le lucciole, libere, brillavano ancora più forte nella notte. Dopo i campi delle lucciole, arrivammo nei pressi di alcune città, rischiarati dalle bombe. Berlino stava gridando, ridotta a pezzi.

Attraversammo le fiamme, al sicuro, come dentro una casa di pietra. Finalmente uscimmo da quei roghi, andandocene nel buio, per poi avvicinarci al bagliore stanco di alcuni vecchi fari; mano a mano si faceva più grande quella che sembrava una base militare: la struttura oltre la recinzione si innalzava a mo' di piramide, sfiorando il cielo in fiamme. Una giovane guardia fece segno alla macchina di fermarsi. Oltre il ragazzo vidi una grande struttura recintata. Lì intorno nessuno sembrava essersi accorto del disastro; degli uomini marciavano al passo dell'oca, e si davano il cambio alle postazioni di guardia. La sconfitta non sembrava toccarli, come se non fossero Berlino, ma a Mosca o a Washington, e che quello soccombente non fosse il Grande Reich Tedesco, ma le plutocrazie occidentali o il giudeo-bolscevismo. H. allungò un documento alla guardia. Il giovane alzò la mano alla fronte, mostrando riverenza, poi si allontanò e diede ordine di aprire i cancelli della recinzione. L'aguzzino si voltò e mi fece il suo occhiolino. Il suo volto rugoso mi parlava:

“Hai lasciato l'Arbeit Macht Frei, Juden, ma il nostro viaggetto è stato solo una vacanza. Una gita silenziosa fra monti, campagne, villaggi infuocati; abbiamo deciso di riassumerti, italienisch: sei di nuovo al sicuro dietro il nostro filo spinato, non sei contento? Non ti lasceremo andar via.” Sembrava dirmi con il suo sguardo beffardo, e oggi, a distanza di anni, credo che potesse pensarlo davvero. Mi avevano in pugno; quanto ad oggi... Questo dopo.

Come ai tempi dell'infermeria e della nostra “grande notte”, H. lasciò che lo precedessi, mentre mi dava ordini sulle strade da imboccare all'interno della piramide. A dire il vero, dopo aver superato i numerosissimi controlli, dentro la struttura vi erano inizialmente pochissime strade fra cui scegliere; lo stretto quanto vertiginoso corridoio in cui camminavamo ci accoglieva all'interno di un unico grande braccio. Questo corridoio, dispiegandosi in profondità, si rivelò poi inframmezzato regolarmente da piccole strade, altrettanto geometriche, come inscavate nella pietra levigata. Andavano a perdersi nel buio e mai nessuno ne fuoriusciva. La via principale proseguiva, come senza fine, illuminata da lampadari via via sempre più sfarzosi ad ogni passo; l'aria si faceva sempre più rarefatta; le pareti erano grigie, il pavimento grigio, il soffitto grigio, ma di un particolare colore denso, come un fluido tenuto sotto lo zero, pieno di sostanze e pronto a pioverci addosso. Mi immaginavo all'interno di una grande casa delle bambole, ingegnerizzata da una mente ordinata, radicale, ombrosa... straordinariamente folle. Sentivo lo zampino di Hitler, sì, ne sentivo l'odore e immaginavo di scrutarne gli occhi, lì, in fondo al corridoio, come pronto a divorarmi. Immaginavo il suo gigantesco sguardo celeste, stagliato in profondità all'apparente fine del percorso; intorno alle sue pupille una luce bianca come fari, proiettata sopra di me a farmi strada. Iniziammo a camminare su un tappeto rosso; alcune guardie ci vennero incontro, fecero un inchino ad H. e poi proseguirono.

“Tlock. Tlock. Tlock.” Gli stivali di una guardia, alle spalle, sempre più lontani.

“Tlock. Tlock. Tlock.” Gli stivali dell'altra; ora erano scesi dal tappeto, e l'eco, per quanto più lontano, iniziò a risuonare più forte dietro le nostre spalle.

“Tlack.. Tlack. Tlack.” Immaginatelo più morbido degli stivali. “Tlack. Tlack. Tlack.” Pensate anche al tappeto rosso, soffice. “Tlack. Tlack. Tlack.” Ecco il suono dei mocassini di H.

“Claff. Claff. Claff.” Non c'è bisogno di commenti; le mie scarpe strette.

Alla nostra destra un corridoio buio, alla nostra sinistra la stessa cosa. Tornai a guardare dinanzi a me, e vidi che le linee oblique del corridoio iniziarono ad avere fine: cominciò ad avvicinarsi una parete, con al centro una piccola porta. A fianco del portone stazionava una guardia, la quale guardava fieramente davanti a sé, ghermita dalla divisa. Faticavo a respirare, dovevamo essere scesi, come su uno scivolo di cui non potevo figurarmi la profondità, inesorabile, anch'esso frutto dell'ingegno di una mente speciale.

H. si fermò davanti alla guardia e fece il saluto romano.

“Heil!” Gridò il mio aguzzino.

La guardia si irrigidì. “Heil Hitler!” esclamò, ed io ero ero soltanto dietro la nuca di H., ma sentii qualcosa, mi sembrò che quel nome non gli fosse più gradito.

Entrammo nella stanza insieme alla guardia, lasciando il corridoio deserto. Ci trovammo in un piccolo covo rotondeggiante, scolpito in pietra ancora più scura, illuminato da qualcosa di intermittente e misterioso, come un camino. Dal centro del rifugio si sprigionavano queste fiamme, ma della fonte di quel bagliore non vi era alcuna traccia; tutt'intorno a questa emanazione di luce erano disposti in cerchio cinque troni di legno intagliato, strabordanti, pieni di rimandi al passato e alle più diverse culture; feci appello ai miei ricordi, e sullo schienale d'una delle poltrone vidi intagliato il corpo di Ishtar, l'antica dea babilonese, la madre dell'amore e della guerra; un altro trono, il più scuro, portava sullo schienale un'incisione del Sole Nero, che, diramandosi, si portava vertiginosamente fino all'estremità più alta del trono, tagliente come le punte di un antico cancello.

Il focolare era giallognolo, si rifletteva sul legno e sulle impalcature di pietra, ma la stanza era gelida, l'aria assente. Era come esplorare le profondità del mare; sentivo il peso di quella grande costruzione incombere sul mio corpo, e sempre più mi tormentavo immaginando la grandezza di quel grande labirinto che ci circondava. H. e la guardia mi portarono presso una sedia in acciaio, vicino al perimetro della stanza, e si premunirono di chiudermi le manette di quel piccolo trono, (il trono del prigioniero,) intorno ai polsi e alle caviglie. Ero lì, vestito e profumato, ma immobile, attendendo la volontà degli altri.

La guardia uscì e H. andò a sedersi sopra ad uno dei cinque troni, dandomi le spalle. Si calò il berretto e lo appoggio sul pavimento; vedevo la luce giallognola penetrare le ciocche dei suoi capelli grigi, e poi la sue spalle iniziarono ad incrinarsi; sembrò come mangiarsi, piegandosi su se stesso; la sua divisa nera sembrò come fondersi al suo corpo, prendendo lentamente la consistenza di una nuova pelle. Quella che prima era la sua divisa si fece una superficie ruvida, ancora più scura, e al di sotto si fece strada l'ombra di alcune ossa. Le sue spalle si fecero spigolose; una massa debordava da sotto quella nuova pelle. Vidi delle ombre, poi, allungarsi verso di me. Guardai agli altri troni e trasalii sul ferro a cui ero incatenato. Mi accorsi che delle ali ossute, quelle dei vampiri che avevo già incontrato lungo la mia esistenza, erano intrecciate intorno al legno lussuoso di quelle poltrone; poco a poco, iniziai a vedere le pupille rosse scintillare in mezzo a quel groviglio di organi; oltre alle grandi ali, avvolte intorno ai troni, vidi prendere forma dei crani, delle casse toraciche, anch'esse nere, ma dalle ossa così grandi e bianche, bianchissime, che sembravano sul punto di spezzarne la pelle. In breve tempo quell'amalgama di organi si disposte ordinatamente, e vidi davanti a me cinque Vampiri, seduti sopra i loro troni. Continuarono a plasmarsi più sottilmente, animati dal focolare senza fiamme, fino quasi ad assomigliare a degli uomini. Uno di loro era proprio il Führer, Adolf Hitler.

Il ricordo ha bucato la mia mente, ed è come se avessi ancora quei cinque davanti ai miei occhi. E' vero, il Führer non aveva in testa i capelli che possiamo vedere nei libri di storia, ma anzi il suo cranio era un'unica patina di quell'orribile pelle squamosa; tuttavia, le occhiaie erano ben evidenti sopra quel volto, ancor più scure di tutto il resto, e poi le gote scavate, la bocca triste, il naso a punta; tutto ruvido, ma in tutto e per tutto simili a quelli dell'Hitler che avevo sempre imparato a conoscere. Anche in corrispondenza dei baffi mi era possibile vedere una qualche sporgenza, come una ciste carnosa, la quale metteva in ombra i sottili denti che di tanto in tanto sporgevano dalle labbra. Delle ali da vampiro non rimanevano che pochi brandelli appesi agli arti, lunghissimi, i quali terminavano in dita acuminate, molto più grandi di quelle di una qualsiasi persona che abbiate mai conosciuto. E poi com'erano sottili... è impossibile credere che fossero così incredibilmente lunghe, quanto sottili come le dita di un bambino. Hitler iniziò a ticchettare una mano contro l'altra, polpastrello contro polpastrello. Come posso dimenticare? E' come una coppia di fotogrammi di un film, che continuano a ripetersi nella mia mente. Avvicinava e distanziava le dita, e intanto si guardava intorno; poi, dopo alcuni secondi, arrivava sempre il mio turno: mi guardava, con quelle piccole pupille sanguigne, e continuava a ondulare convulsamente i polpastrelli.

Adolf Hitler, Hermann Goering, Joseph Goebbels, Eric Himmler e poi H., di cui non sono mai riuscito a trovare il volto sui libri di storia. Erano tutti lì, con la loro vera faccia. Io, loro e nessun altro, lungo quel frammento di storia dell'umanità.

La luce si abbassò a rasoterra, proiettando le ombre dei cinque sulle pareti della stanza. Quel bagliore sembrò metterli in contatto e tutti insieme iniziarono a parlarsi; non udii parole, sia chiaro, ma un profluire di gorgoglii gutturali, trasportati dalla luce, che li inondava. Qualche metro li distanziava l'uno dall'altro, ma sembravano bisbigliare ciascuno nella mente dell'altro. Per un po' continuarono a scrutarsi; si sentirono alcune esplosioni, con ogni probabilità le bombe degli aerei americani e sovietici, intanto proseguivano a gorgogliare e a scrutarsi; poi smisero perfino di studiarsi, e fissando il bagliore continuarono a sussurrare usando quella loro lingua arcana.

Si sentii una raffica di esplosioni e i cinque smisero di parlare. Tornò il silenzio sopra il gelo. Le mie pupille erano così strette che avrei giurato fossero sul punto di chiudersi per sempre; Loro, divampando alla luce, guardavano in profondità, con le loro fessure negli occhi. Hitler tornò a lanciarmi alcuni sguardi, “il nostro topo,” doveva pensare, “cosa starà provando? Dev'essere difficile, per lui, trovarsi a sprofondare dal terrore all'ignoto; incredibili, gli esseri umani: quanto sono attaccati alla loro piccola vita;” perché lui era un vampiro e io solo un cumulo di ossa bagnate? Chi è l'architetto che ha scelto di costruire tutto questo? Odiavo il Führer, ma lui era sul suo trono, io legato alla mia sedia, e nulla sarebbe cambiato; lui con il suo Bene, io a pagarne il conto, soffrendo tutto quel Male.

La porta del bunker si aprì. Due guardie fecero entrare nella stanza cinque uomini completamente nudi. Soltanto uno di loro era particolarmente malconcio e claudicante, gli altri si reggevano agevolmente sulle proprie gambe, uno di loro perfino in sovrappeso. Uno dietro l'altro, fissandosi i piedi, i cinque uomini avanzarono verso la luce. Il più dimesso guardò a uno dei vampiri; notai che negli occhi non aveva le pupille, eppure riusciva a vedere, era evidente; scrutando la creatura quasi cadde a terra spinto dal terrore. Il prigioniero senza pupille tornò a guardarsi le gambe ammaccate, e poi, giunto insieme agli altri al centro del bagliore luminoso, si fermò. Non era solo lui ad avere gli occhi vuoti, ma anche gli altri quattro.

I cinque vampiri si alzarono, con le braccia così lunghe da piegarsi sul pavimento; i lembi che penzolavano al di sotto iniziarono a dibattersi come serpenti, ricongiungendosi alla struttura ossea, e nella frazione di un secondo tornarono ali. I cinque potenti strinsero a sé i cinque schiavi e li avvolsero con il proprio corpo. Quei poveri disgraziati scomparirono fra le ali di Hitler e dei suoi lacchè, e gli arti ossuti dei vampiri si strinsero sempre più forte; come prima per le casse toraciche, vidi le ossa che formavano l'intelaiatura delle ali spingere violentemente contro la pelle, stirandola e rendendola più chiara. I vampiri si portarono lentamente a terra, trascinandosi dietro le vittime, strette saldamente fra gli arti. Sul pavimento iniziarono iniziarono a cucirsi sul corpo dei prigionieri, come una membrana, come un fluido ribollente; quelle orrende creature sembravano fare l'amore, muovendo il bacino sul corpo delle vittime, spostando i propri crani intorno al collo dei malcapitati; come a dare, ossessi, baci osceni, senza mai riprendere fiato, ma anzi sempre in movimento. La nevrotica danza, in breve tempo, si trasformò in sussulto di tessuti, dove divenne impossibile distinguere un corpo dall'altro. La pelle nera dei vampiri affluì in quella bianca dei prigionieri. “Osmosi” avrebbe detto un certo chimico, finito a Dusnau come me. Poco dopo, delle oscene creature non rimase traccia; sul pavimento giacevano soltanto i cinque uomini nudi, immobili, come morti. La luce si era affievolita, grigia, come ammaestrata da un Dio sospeso sopra la stanza. Adesso all'interno del covo si sentiva soltanto il mio ansimare; poi... poi al mio respiro si aggiunse quello dei cinque cadaveri. Dio! Erano tornati indietro. Aprirono gli occhi, guardarono al soffitto, nella penombra che condividevamo e che io elemosinavo con avidità, pur di non rimanere solo nel buio; vidi un bagliore sotto le loro ciglia, vidi che non erano più ciechi: avevano le pupille rosse dei vampiri. Quegli aghi rossi, poi, presero ad allargarsi e a darsi un nuovo colore.

Cercai di issarmi più che potevo al di sotto del ferro che mi teneva legato, e riuscii a vedere oltre il naso di uno dei corpi, quello che poco prima era stato assalito dal Führer. Vidi il suo iride azzurro, il taglio gelido; mosse le palle degli occhi, guardandosi intorno, come per assicurarsi di non essere su un altro mondo. Guardò anche me, la prova schiacciante di essere nel posto giusto. Quelli erano proprio gli occhi di Hitler, ma dentro un nuovo corpo.

Mentre il bagliore sovrannaturale andava ad affievolirsi ulteriormente, i cinque si alzarono da terra. Tutti nudi, dal più esile al grassoccio, gli stessi occhi di prima ma incastonati dentro un altro volto: Hitler, Goering, Goebbels, Himmler e H. avevano cambiato pelle, preparandosi ad una nuova vita. Qualcuno aprii la porta della stanza.

Entrarono le guardie di prima, portando in braccio un cadavere per ciascuno. Arrivati in mezzo alla stanza, fra i cinque potenti, gettarono i corpi a terra. Erano il corpo di Adolf Hitler e della sua amante, Eva Braun. Avevano la bava alla bocca; “si sono uccisi avvelenandosi col cianuro,” è questo che avete letto sui libri di storia? Beh, è vero: quei due lì per terra si erano davvero avvelenati. Quanto al resto... Beh, quanto al resto, è stata solo un'omissione. Tutti sbagliano, no?

I cinque si misero a guardare i due corpi. L'uomo nudo che, poco prima, avevo visto essere un vampiro con le sembianze di Hitler, si chinò a guardare il cadavere di colui che aveva i suoi stessi occhi. Gli sfiorò le gote, carezzò i suoi capelli unti; sembrava apprezzare. Annuì e bisbigliò qualcosa; qualcosa come “Gut,” immagino, perché era davvero soddisfatto, nessuno avrebbe potuto mai dire se quel cadavere fosse davvero Hitler o un impostore.

Uscite le due guardie, i primi quattro “grandi” uscirono, senza degnarmi di uno sguardo, muovendo silenziosamente i passi, uno dietro l'altro. H. rimase vicino alla luce, e attraverso gli ultimi bagliori mi guardò, coi suoi occhi scuri, e riuscì a trasmettermi una frase; mi graffiò la mente, sentii dolore:

“Ricordati.” Ecco quali furono le ultime parole di H., o, per lo meno, le ultime che pensavo avrei udito per tutta la mia vita.

Girò il busto e si diresse verso l'uscita. Qualcuno sigillò la porta della stanza, e rimasi da solo, avvolto nelle tenebre.

Posso dirvi di aver pianto e di aver dovuto fare certe cose, legato a quella sedia, molto disgustose. Nel giro di poche ore, ero circondato dall'olezzo di feci e di urina. Nel buio mi dibattei, senza riuscire a fare nient'altro. Lo stomaco iniziò a dolere, morivo di fame, poi credo di aver iniziato ad avere alcuni sonni leggeri, interrotti sempre più frequentemente da nuove esplosioni. Arrivò un momento in cui il buio era come la tela di un quadro, e le esplosioni come una sinfonia di tamburi ed ottoni, senza più una pausa. I rumori si fecero acuti, sentii la pietra sgretolarsi sopra la mia testa. Passò poco, e riuscii ad udire degli spari sempre più vicini; la terra iniziò a tremare, sotto il rullo compressore di cannoni e carri armati. Il labirinto stava cadendo a pezzi; il mio inconscio sentiva che qualcuno ci si era introdotto e stava cercando di portarlo alla luce. Il soffitto ebbe un sussulto, e temetti di morire schiacciato da tutta la struttura, poi qualcuno aprì la porta e fui accecato dalla luce che emanava dal corridoio. La tela tenebrosa tornò a tingersi di colore; prima colori sfocati, non delineati, poi, mano a mano che il dolore agli occhi andava diminuendo, il nuovo quadro iniziò a prendere forma. Sbattei le palpebre, e vidi davanti a me dei militari. Non erano vestiti di nero, ma di marrone. Erano i sovietici; sì, capii che i sovietici erano finalmente arrivati a Berlino, e che la guerra era giunta alla fine. Mi sembrava un sogno. Il gruppo di russi si guardò intorno, uno di loro andò a curiosare presso i troni; guardò ai due cadaveri e gli mancò il fiato; gridò qualcosa in russo, e gli altri accorsero davanti ai corpi. Portarono la mano alla bocca, poi iniziarono a gioire:

“Hitler!” “Braun!” gridavano, felici; uno di loro, esultante, uscì correndo dalla stanza, evidentemente per portare l'informazione all'esterno.

Uno di loro, invece, era rimasto in disparte, e non sembrava tradire alcuna emozione. Dopo aver dato una pacca sulle spalle dei suoi compagni, mi venne incontro sorridendo. Portava il fucile a tracolla, era coperto di graffi e di sporcizia. La sua divisa era leggermente diversa dalle altre, con alcune medaglie appuntate sul petto. Doveva essere un pezzo grosso dell'Armata Rossa e... e.... Come posso dirlo? I suoi occhi erano quelli di H. Avevano lo stesso colore, ma ancor di più lo stesso taglio e la stessa freddezza.

“Ti svoboden,” mi disse; controllando con il vocabolario, dovrei correggermi: non “Ti,” ma “Ty,” il russo è così complicato.

Io lo guardai incredulo, con gli occhi spalancati, immerso nel sudiciume. Lui sorrise ancora più forte.

“Du bist frei.” disse, parlando in tedesco.

Arbeit Machet Frei; come ricordavo quella dannata frase! Sì, riuscii a capire cosa voleva dirmi... Voleva dirmi che adesso ero libero.

H. guardò ai suoi sottoposti e gli ordinò di venirmi a slegare. Con il calcio dei fucili riuscirono a rompere le manette che mi tenevano incollato alla sedia. Il bunker divenne un vespaio, percorso da decine di militari e di loro collaboratori; entrò un uomo con una macchina fotografica e la direzionò verso i cadaveri di Hitler e della Braun. “Flash.” Entrò un altro, e gli porse un'altra macchina; l'uomo si inginocchiò ancora di più vicino ai corpi, e scattò un'altra fotografia, probabilmente per essere sicuro di ottenere una buona immagine. Quando il fotografo ebbe finito, porse l'apparecchio al suo collaboratore, poi sputò sulla faccia del Führer.

Schiacciato fra i corpi dei militari in festa, rimasi lì a guardare l'intera scena, poi un gruppo di loro mi prese in consegna; mi portarono in superficie, dove fui lavato e riportato in vita. Mi diedero dei nuovi vestiti, modesti ma comodi. Non si sa perché, ma nessuno mi fece domande. Nessuno venne a chiedermi cosa facessi lì, nel bunker insieme ad Hitler e a sua moglie, e perché fossi sopravvissuto, io, misero Jude. Mi portarono in un campo, insieme ad altre persone sopravvissute all'olocausto. Ciò che poi successe nei giorni successivi non è di interesse per la nostra cronaca; i sovietici si incontrarono con gli americani, ed io, insieme a molti altri, varcai la frontiera, tornando in Italia. Avevo perso tutti i miei amici, e non avevo nessuno che mi aspettasse.

Ora che sono passati diversi anni, ho trovato il coraggio di parlarvene. Sono da solo, e non ho forze né potere, e temo che tutto questo non servirà a cambiare nessuno dei libri che si utilizzano a scuola. E' un tentativo disperato, forse senza speranze, eppure dovevo farlo. Per molti anni non sono stato un uomo, ma piuttosto ridotto a uno scarafaggio. Adesso che ho scritto tutto questo ho paura, ma sono tornato ad essere uno dei vostri. Sono tornato ad essere me stesso, un uomo, io, Mauro Bresci, nato a Pisa il 22 Luglio 1914.

“Ricordati,” mi disse H.

Ho sempre paura che qualcuno venga a cercarmi.

Ricordarmi di cosa, in fondo? Qual'è il motivo per cui quei mostri mi hanno salvato? Cosa ci sarà di tanto speciale dentro di me, o nel mio sangue? Mi viene da tremare, quando cerco di darmi una risposta.

Temo che vengano da me; temo che un giorno i miei figli non tornino a casa, o che mia moglie sparisca senza più tornare. Ho paura di sentire bussare alla porta. Ho paura, perché loro sono ancora là fuori, indossando chissà quale uniforme e parlando di chissà quali idee mirabolanti.


FINE



A Simone e Valerio, i miei amici che non dimenticherò mai.

A Paola, la donna che mi ha donato di nuovo la vita, una volta uscito dalla follia di Dusnau.

A te, mio piccolo Roberto, affinché tutto questo orrore non venga mai a toccarti.


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