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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Giorgio Bonacini … dall’esilio sensibile della parola.

“I Segni e la Polvere” - 52 poesie distrattamente felici”

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6 minuti

Pubblicato il 08 giugno 2020 in Recensioni

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"I segni e la polvere"
"I segni e la polvere"


“I Segni e la Polvere” - 52 poesie distrattamente felici.


Ombra che togli / ai ricordi / se rubi dal fuoco / i confini / tra il giorno e la sera / io vengo a deporti…”.

“..che tutti nell’acqua / cerchiamo / e nessuno che sente / nessuno che guarda / nessuno che gira / o sa di vedere”.

Memoria / di tutta una voce / è una fiamma che abusa / del caldo e ne dà / la visione abissale / quel poco / di luce delusa / l’avvio di una forma / animale / che sembra l’istinto / di un’onda / indisposta o reclusa”.

Giorgio Bonacini
Giorgio Bonacini

Convenire con l’autore di trovarci di fronte a una espressività linguistica diversa da quella ‘minimalista’ attualizzata nelle sue più recenti raccolte, rivela una possibile aderenza a una ‘concezione di senso’ precedentemente interiorizzata che rimanda al pieno dominio d’una musicalità d’insieme che fa da motivo conduttore al suo essere ‘memoria’ di un qualcosa ch’è stato, che egli, come del resto tutti noi, ci portiamo dentro quale crogiuolo dove attingere alla nostra costante rinascita …


Un uomo / e una donna / ora passano / indenni ma veri / e poiché la finestra / è socchiusa / e il giardino / composto / potremmo osservare / i guerrieri / che indossano l’erba / gli spettri di ieri”.

Tu pensi che l’erba / sia il genio dell’alba / il suo livido / muscolo / i nervi più tesi / e contesi da tutti / in un sonno minuscolo / in un piccolo ordito…”.

Crepuscolo / e voci fidate / una griglia di suoni / al tramonto / una rete annodata / a una forma che blocca / che imbriglia / anche l’alta marea / quando sembra / che possa annegare / un’idea senza fine / una voce distratta”.


Come riscoprire in noi stessi ciò che rimanda, in senso evolutivo, all’origine del pensiero e della parola, al suono onomatopeico delle note musicali, ai simboli della scrittura e dell’ispirazione poetica; così come ai miti degli albori e degli archetipi dell’arte. In un tutt’uno esaltante di emozioni che ci gratifica e ci turba insieme, lasciandoci talvolta inermi davanti alla macchinazione perfetta del creato, che la fugacità del tempo affida alle soglie esperienziali del pensiero, prima di abbandonarle ai margini della dimenticanza …


È tutta stravolta / e non ride / non piange la pietra / che un tempo era d’aria / la pietra dei riti / infernali / la pietra malaria / che fonde negli occhi / ogni sua lapidaria / contesa di sassi / ribelli alla roccia / alla terra spaccata”.

Sarebbero tempi / di sintesi e olfatto / se solo potesse / quel sasso / parlare per me / che mi sgolo e non so / quale nuvola / o vento addentare / non so quale forza / ci sia nel suo volo / che passa infallibile / e vedo sgomento”.


È questa una dimensione nascosta che Giorgio Bonacini mette in risalto nella sua raccolta ‘compositiva di senso’, in cui elabora una sorta di scrittura creativa conforme alla memoria del tempo, della quale lascia sfuggire i contorni, le figurazioni archetipe, i simboli fonetici delle note, ma non l’estro armonico che verosimilmente ha suggerito la composizione melodica d’insieme, cogliendone i ‘significati liberi e improvvisi’, le ‘pause annebbiate’, ‘i morbidi vizi’, gli ‘spazi crepuscolari’ suggeriti ‘oltre ogni limite’


Si mastica l’acqua / per giorni e per notti …”

Non tutti i ricami / si dicono nodi / di fili e di fumo / ci sono fulgori / che l’aria inesausta / concede …”

È vero solo il passo / che si ferma / ai limiti dell’erba / […] non le mani controvoglia / il ritmo chiuso / in dissolvenza / muto […] dentro i lividi innocenti / di chi vive / scrive e osserva”.


Compositivamente parlando sia di musica che di scrittura in cui non vengono rispettate le convenzioni poetico-letterarie, ma che pure raggiungono il pieno dominio dello spazio immaginale, si è qui proiettati in un ‘non-luogo’ ostinatamente esibito, originale proprio per la mancanza di luogo, onde il sé viene alla mente in quanto costruzione cosciente di un territorio di confine, in cui l’esilio sensibile della parola, equivalente a ‘pensare al non vedere‘ derridiano, recupera lo ‘spazio dell’indecidibile’ rimasto vacante, che l’autore ha fatto suo (che è ormai anche nostro) …


Impossibile un’aurora tanto mite / che da sola ci ricordi / di un esilio / così umile e smarrito / da confondere / nel nulla / il niente perso / nel rumore della pioggia / con il tempo / che rimane a domicilio / e poco ancora”.

“..l’avvio in cui s’accende / un auspicio / di luna terricola / attenta / invidiosa per sé / come in noi l’artifio”.

“Qui si può dire di tutto / se basta un rifugio / un asilo / un’età sottovoce / a far strazio di noi / senza indugio …”.

In me / quasi riverso / puoi vedere il detenuto / non confesso / eppure reo / di tutto e niente …”.


Come accade in alcune liriche,per così dire sovrapposnibili, le cui dinamiche in qualche caso, risentono di un sopravvenuto stravolgimento dell’equilibrio originario, di cui, comunque non si ravvisa la portata. Quasi si stia osservando qualcosa che non è dato vedere, come metafora di ciò che potrebbe essere un volto umano proiettato verso l’ignoto, il cui ‘guardare’, riflesso di ciò ch’è stato, trova luogo all’interno del cerchio occulto d’una primaria esistenza, presente nella memoria dai ‘segni’ lasciati nella ‘polvere’ del tempo …


Poiché non è / simile a noi / […] l’inganno innocente / […] al furto del vento…”.

Umida allora / di liquide siepi / non è la distanza / né il muoversi / troppo che assorbe / nel ritmo […] nel canto alla terra…”.

Essere nell’aria / o sottoterra / nel dolore che le sillabe / si danno a sgretolare / è improponibile / se il cuore / preso meno da un sussulto / [...] lascia questa nebbia / al suo vapore”.

Lo vedi sospeso / a un ramo d’inverno / lo sguardo indifeso / stecchito / ridotto nel freddo / a un io senza traccia / né peso / un divario / disteso nel vuoto /

che attrae povertà / e lo sottrae / dalle cose ma illeso”.


Siamo qui di fronte a un arcano o forse a una sciarada intenzionale creata dall’autore, non meno sorprendente di quella che costantemente ci riserva nelle sue avvedute ‘riflessioni critiche’ a postfazione del corpo poetico dei numerosi scrittori che ogni anno si affacciano sulla scena letteraria della rivista “Anterem”, della quale è redattore, e non solo. Un enunciato, stando al sottotiltolo che appare in questa raccolta, che si dichiara ‘distrattamente felice’, allorché sfogliando le 52 poesie, riconosciamo tra le doppie sestine che le compongono, l’ubicazione edotta, consapevole di un ‘non-luogo’ solo apparentemente dimenticato ...


..dove cercare gli stimoli nascosti d’una felicità appagante.


Copertina del libro.
Copertina del libro.

L’autore.

Giorgio Bonacini è nato a Correggio (RE) dove attualmente vive, ha pubblicato testi poetici e critici su varie riviste, tra cui: “Poesia”, “Il Segnale”, “Capoverso”, “L’immaginazione”, “Tracce – Cahiers d’Art”. è inoltre presente in alcune antologie e in numerosi libri di poesia pubblicati negli anni, tra i più significativi vanno qui ricordati: “Quattro metafore ingenue” – Manni Edit. 2005; “Sequenze di vento” – Le voci della Luna 2011; “Teneri acerbi” - Anterem 2014. Vincitore del Premio “Arcipelago itaca” con “I segni e la polvere - 52 poesie distrattamente felici” – Arcipelago Itaca Edit. 2020.



È inoltre possibile accedere alle recensioni delle suddette opere sfogliando (gratuitamente) i seguenti link sul sito Intertwine.com:


http://bit.ly/2J2gvuo Giorgio Bonacini – “Teneri Acerbi"

http://bit.ly/2UtPy85 Giorgio Bonacini - "Quattro metafore ingenue"

http://bit.ly/2VViXsh Giorgio Bonacini - "Sequenze di vento" in "Lettura V/S Scrittura"


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