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Una storia di Texel

Feste di paese

Qui la festa è poco più di un miraggio estivo

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3 minuti

Pubblicato il 05 giugno 2021 in Viaggi

Tags: #paese #estate #campagna

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Nella notte senza stelle, un bagliore di luce bianca e fredda illuminava una distesa di granoturco che sembrava non avere fine. Era agosto e come ogni anno in questo angolo di pianura fatto di profonda e soffocante agricoltura, era giunto il tempo delle feste di paese.

Da qualche settimana, infatti, i manifesti verdi brillante attaccati ovunque annunciavano a caratteri cubitali “grigliatissime” e “balli a palchetto”, con l’immancabile orchestra di liscio dai nomi più improbabili e le solite locandine con i volti sorridenti di dieci anni prima.


Ogni anno, lo stesso rigoroso copione; ogni anno le sue ritualità e le sue attrazioni.
Come il Banco di beneficenza, un classico senza tempo, che ti offre i soliti bigliettini arrotolati e infilati negli anellini di plastica colorata che ogni anno ti chiedi dove li comprino; paghi, srotoli e mentre lo fai guardi il televisore 56 pollici che campeggia in cima ai regali sperando di portartelo a casa; regolarmente, però, ti porti a casa il bagnoschiuma o un soprammobile di ceramica che non saprai dove mettere.
Io non ho mai conosciuto nessuno che abbia vinto il primo premio. E nemmeno il secondo o il terzo.

Io sono pieno di scatole piene di soprammobili.

Da queste parti, poi, c’è sempre l’autoscontro, con le scintille che ‘friggono’ sulla rete elettrificata che alimenta le vetture gommate. Ogni tanto va in tilt.

Blackout e tutto si spegne. Silenzio.

Rimane il suono lontano dell’orchestra e avverti immediatamente quella strana sensazione di trovarti su una macchina da bambino ad ascoltare la musica dei tuoi nonni… Ma dura poco. Torna la luce, impazza la festa e dimentichi tutto.


E’ tempo di festa. S’illumina il ballo. Compaiono i suonatori, sempre gli stessi che girano da un paese all'altro: il cantante che indossa il gilè nero sulla camicia color aragosta e le coriste dai capelli mogano un po’ cotonati. Il tastierista calvo sulle retrovie.

Poco più in là i giovani ‘volano’ sulle catene; altri, nascosti nel buio, fumano e cercano di raggiungere le auto per “andare a bere qualcosa” nel paese più vicino.

Altri attorniano il tirapugni; i ragazzi inarcano il gomito e il collo e colpiscono con un grugnito: l’asta gira ed emette il verdetto… Pacche sulle spalle, forti, da duri, da gente “che si mette in gioco”.

Quelli come me si siedono ai tavolini metallici del bar e si raccontano sempre le stesse storie: ricordano di quanta più gente ci fosse l’anno prima e di come fosse più bella la festa.

In realtà la gente è sempre la stessa ed anche la festa non cambia mai, come i discorsi.

Quando la festa inizia a languire, ti rendi conto che hai già visto tutto, hai già salutato tutti, hai avuto gli aggiornamenti annuali delle vite di tutti i tuoi vecchi conoscenti e hai stretto un mucchio di mani.

Gli stand spengono le luci, abbassano le saracinesche, e poi vengono spinti via come dei carretti da mercato. Le catene si fermano. Lentamente tutto sfuma e tu ti ritrovi seduto su qualche panchina a guardare un paese che in un istante si è completamente svuotato.

Si spengono anche i potenti riflettori.

Oltre le case, il granoturco non si vede più, ormai è buio. Ma tu sai che c’è. Che è tutto come prima. Domani la festa riprenderà di nuovo e andrà avanti così ancora per qualche giorno, poi, come in una foto di Luigi Ghirri, rimarranno poche luci in un luogo consueto ma spettrale.

Quando anche l’estate è lontana, la nebbia imperversa e la festa è ormai diventata l’attesa dell’anno successivo, qui, dove c’era la musica, c’è solo agricoltura.

Qui la festa è poco più di un miraggio estivo. Un bagliore accecante che proviene dalla campagna.

L’ancora di salvataggio nell'immenso buio.


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