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Una storia di LucaTamburrino

In viaggio con le rondini verso l'Africa

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8 minuti

Pubblicato il 28 marzo 2021 in Avventura

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Mi chiamo Olindo e la storia che sto per raccontarvi, accaduta quando ero un bambino di otto anni, ha dell’incredibile, ma vi assicuro che l’ho vissuta veramente ed è stata l’esperienza più bella della mia vita. Non so come accadde, ma il fatto è che un bel giorno mi ritrovai trasformato in una rondine, per opera di uno spirito dispettoso che mi aveva gettato addosso un suo incantesimo. Avevo distrutto un nido che una coppia di rondinelle aveva costruito sotto la grondaia di casa mia e lui per punirmi mi trasformò in rondine. Avevano impiegato ben tre settimane per costruirlo, lavorando sodo tutti i giorni, avanti e indietro, portando nel becco fili di paglia e fango. Quando lo finirono, fui preso da uno strano sentimento fatto di dispetto, curiosità e insano divertimento, impugnai un lungo bastone di legno e lo feci cadere giù. Le due rondini tornarono proprio in quel momento e quando videro la loro casa abbattuta, cominciarono a garrire e a cinguettare, erano visibilmente arrabbiate. All’improvviso sentii una forza invisibile che mi attanagliava le braccia e mi teneva prigioniero, come se fossi avvolto da una spirale magica. Poi, all’improvviso, quella stessa forza cominciò a sollevarmi verso l’alto e cominciai ad avere molta paura. «Cosa mi sta accadendo?», pensai incredulo. Per un attimo credetti di sognare, mi diedi qualche pizzicotto sulla faccia e mi accorsi di sentire dolore, a quel punto, preso dallo spavento, gridai forte: «aiuto, voglio scendere!»

In quel preciso istante, la spirale magica che mi aveva tenuto prigioniero fino a quel momento, si dissolse e caddi giù, verso il suolo. Stavo per spiaccicarmi a terra, quando all’improvviso accadde qualcosa di inaspettato: le mie braccia divennero ali piumate e cominciai a volare, proprio come un uccello. Le rondini a cui avevo distrutto il nido, mi inseguirono in volo e avevano tutta l’intenzione di punirmi per quello che avevo fatto.

«Lasciatemi stare vi prego, non volevo farvi del male!», esclamai, dopo che mi ero posato sull’antenna di una casa, poco distante dalla mia.

«Sei cattivo», disse la signora rondine, «e te la meriti proprio una bella lezione!»

«Lasciatemi stare vi prego, ditemi come posso rimediare al male che vi ho fatto e farò tutto quello che mi chiederete!»

«Bene!», disse il signor rondine, «vogliamo credere nel tuo pentimento, ma se vuoi che ti perdoniamo dovrai aiutarci a ricostruire il nido che hai distrutto.»

«Ricostruirlo? Ma io non so farlo… io non sono una rondine come voi, sono un umano e voglio solo tornare a casa dai miei genitori», risposi.

«Purtroppo per te, ragazzo, sei diventato una rondine, esattamente come noi due, ed è stato lo spirito protettore degli uccelli migranti a trasformarti.»

Mi guardai le ali, le piume del corpo e le zampe e mi resi conto che il signor rondine aveva ragione, ero proprio diventato una rondine.

«Non voglio essere una rondine, voglio tornare ad essere un bambino!», esclamai, cominciando a piangere e a berciare.

«Non piangere», disse il signor rondine con tono affettuoso, «Io sono Alfred e lei è mia moglie Irina. Tu come ti chiami?», domandò.

«Mi chiamo Olindo!», risposi dopo qualche secondo, singhiozzando.

«Olindo, aiutaci a ricostruire il nido e pregheremo per te lo spirito protettore degli uccelli migranti, affinché ti faccia tornare ad essere di nuovo un bambino umano!»

Accettai di aiutarli e per due settimane volai con loro, avanti e indietro, portando nel becco fili d’erba e fango per completare il prima possibile l’opera e tornare ad essere di nuovo un bambino.

Vedevo tutti i giorni mia madre e mio padre disperarsi, perché non sapevano che fine avessi fatto, e io non potevo far nulla per consolarli. «Mamma, papà, sono Olindo! Aiutatemi, sono diventato una rondine!», gridai un giorno mentre volavo basso sulle loro teste per farmi sentire, ma il mio grido d’aiuto era per loro solo un incomprensibile garrito di una rondine. Passarono due settimane e il nido era finalmente ultimato. Fummo tutti molto felici e dopo esserci abbracciati – il loro modo di abbracciarsi, è protendere in avanti le ali, gli uni verso gli altri – pregammo insieme lo spirito, ma non accadde un bel nulla, e alla quarta settimana io ero ancora una rondine, ed ero costretto a mangiare insetti per sopravvivere. Nel frattempo si dischiusero le uova che Irina aveva deposto nel nido, e da quelle uova nacquero tre bei rondinini, due maschi e una femmina che Alfred e Irina chiamarono: Joseph, Benjamin e Elsie. I rondinini crescono in fretta, e in pochi giorni erano già capaci di volare e cacciare insetti. Diventammo molto amici, e Alfred mi trattava come se fossi stato anch’io uno dei suoi figli. Passai tutta l’estate in loro compagnia, finché arrivò settembre e si prepararono per migrare verso l’Africa, ma io decisi di non andare con loro. Volevo restare a casa, con i miei genitori. Anche se non potevo parlare con loro, mi rincuorava averli vicino. Il giorno prima della partenza, Alfred cercò di convincermi a partire con loro, «ragazzo mio, se non verrai con noi morirai», disse, «sei una rondine e il freddo dell’inverno ti ucciderà, capisci?», aggiunse col tono affettuoso di un padre.

Arrivò il giorno della partenza e ci riunimmo per l’ultima volta, tutti insieme, sul fil di ferro teso sul balcone di casa mia, quello che mia madre usava per stendere i panni.

«Olindo, ti prego vieni con noi. Se resti morirai e quando torneremo a primavera non ci sarai più», disse Elsie con tono convincente. Ero indeciso, non riuscivo a risolvermi sul da farsi, ma quando spiccarono il volo per partire, mi feci coraggio e volai via con loro. Facemmo un lungo viaggio, dalla Campania alla Sicilia, insieme ad altre rondini e alcuni altri uccelli migranti. Arrivati in riva al mare, ci riposammo per un giorno intero, perché il giorno dopo avremmo dovuto attraversare il mare ed è una traversata piuttosto faticosa. Partimmo di mattina presto e, dopo aver volato a lungo senza riposarci un attimo, arrivammo sulle coste della Tunisia, dove ci riposammo ancora per un giorno intero, perché il giorno dopo avremmo dovuto attraversare il deserto, un percorso ben più arduo della traversata del mare. La migrazione fu lunga e faticosa, ma dopo tanto volare, finalmente arrivammo in Botswana, sul delta del fiume Okavango. In quel posto dove il fiume moriva per dissetare il deserto, si riunivano molti animali, c’era da bere per tutti ed era un posto bellissimo. Le albe erano fresche e luminose e i tramonti accendevano di rosso le oasi sul delta del fiume. Anche il cielo notturno era uno spettacolo, le stelle si contavano a milioni e sembrava quasi di poterle toccare. Fu proprio contemplando quei meravigliosi tramonti e quei cieli stellati che Elsie ed io ci innamorammo, e quando a primavera ritornammo in Italia, il nido di Alfred e Irina che era ancora al suo posto sotto la grondaia, divenne nostro. In quel nido ci amammo e nacquero i nostri figli. Riuscii appena a vederli uscire dai loro gusci i miei tre implumi rondinini, e a sentirli pigolare con i becchi all’insù. In quel preciso istante, caddi dal nido e nonostante battessi forte le ali non riuscivo più a volare, ma fui sostenuto da una forza invisibile che mi accompagnò delicatamente verso terra. A quel punto accadde la magia: tornai ad essere di nuovo un bambino umano. Durante quella metamorfosi che durò pochi secondi, riuscii a sentire per l’ultima volta la voce della mia dolce Elsie che gridava il mio nome, dopodiché sentivo solo una rondine cinguettare, mentre volava sopra la mia testa. Dopo oltre un anno da quell’ avventura, in compagnia delle rondini, riuscii finalmente ad abbracciare mia madre e mio padre, che furono molto felici di rivedermi vivo, ma non riuscivano a credere alla mia storia. A settembre vidi mia moglie Elsie ripartire verso l’ Africa, con i nostri tre figli, e provai un profondo senso di nostalgia. È strana la vita: ero stato nostalgico del ritorno a casa, dai miei genitori, e ora che li avevo riabbracciati ero nostalgico dei giorni passati in Africa, con Elsie e la sua famiglia; e adesso con loro c’erano anche i miei figli. Aspettai con ansia l’ arrivo della primavera, per vederli tornare, ma non tornarono, né mia moglie né i miei figli. Per molti giorni rimasi a guardare se nel nido ci fosse qualcuno, ma era sempre vuoto. Un bel giorno vidi arrivare una rondinella che venne a posarsi sulla mia spalla, e aveva una lunga penna nel becco, sembrava la penna di un’ ala di rondine. La presi, e subito dopo la rondinella cominciò a cinguettarmi qualcosa all’orecchio. All’inizio sentivo solo un cinguettio, ma dopo un po’ cominciai a capire quello che mi diceva: «Papà sono tua figlia Irina, purtroppo la mamma non ce l’ha fatta a superare il deserto, e i miei due fratelli sono migrati altrove con le loro mogli. Quella che hai in mano è la piuma di un’ala della mamma, conservala in ricordo del suo grande amore per te. Addio papà!», e volò via.


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