scrivi

Una storia di Neal

Anselmo e la foglia

221 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 20 aprile 2019 in Fiabe

Tags: #magia #amore #mamma #avventura #bambini

0

Questa è la storia di Anselmo e di come imparò a trasformarsi in ogni cosa. E di come volò. E di come fece spaventare la sua mamma. E di come, alla fine, scoprì di piacersi così com'era.

Ma è meglio andare con ordine.

Anselmo era un bambino vivace, che giocava sempre da solo. Aveva molta fantasia: nel cortile sorgevano castelli e combattevano eserciti! Certo, solamente per gioco, è chiaro.

Un giorno Anselmo vide qualcosa muoversi in un mucchietto di foglie secche e … improvvisamente una delle foglie si trasformò in un uccellino grigio, guardò il bambino dritto negli occhi e volo via a tutta velocità!

Anselmo rimase a bocca aperta, si mise a cercare tra le foglie come un matto, sollevando tutto con le mani e facendo gran scompiglio nel cortile.

«Anselmo, cosa fai?» gridò sua mamma «papà si arrabbierà se metti in disordine!»

Il bambino era rosso in volto e agitato. «Ma io l’ho visto, mamma! Una foglia si è trasformata in uccellino ed è volata via!»

«Piccolo mio, non è possibile! Forse l’uccellino era solo ben nascosto!»

Anselmo non insistette. Gli adulti cercano sempre una spiegazione stupida e non c’è verso di farli ragionare!

Lui aveva un piano, però. Andò in casa e ne uscì con una gabbia per uccelli, la mise in terra, cercò una bella foglia e la fece passare dallo sportellino, che infine richiuse. Se ne stette lì seduto a lungo, a guardare la foglia. «Trasformati» diceva. «Su, coraggio!» ma la foglia restava immobile.

«Non è così che funziona, sai?» disse qualcuno alle sue spalle. Anselmo ruzzolò a terra per lo spavento. Dietro di lui, seduto su un muretto, stava un essere alto due spanne, vestito di verde e con un cappello a punta. Aveva piccoli occhietti neri, un naso aguzzo ed un sorriso furbo.

«E tu chi sei?» chiese Anselmo.

«Sono uno gnomo» rispose l’esserino.

“Questa poi!” pensò Anselmo. “Chissà che dirà adesso la mamma!”

«Fatica sprecata» disse lo gnomo «non mi vedrebbe. Solo tu puoi.»

«Mi leggi nel pensiero?»

«Naturalmente, mi hai preso per un nano da giardino? Noi gnomi abbiamo tante abilità!»

«Ma non esistono gli gnomi!» protestò Anselmo.

«E le foglie che diventano uccelli?»

Anselmo sbuffò. «Va bene, hai ragione, ma cosa sei venuto a fare?»

Quello alzò le spalle. «Non volevo perdermi la foglia che stava per virare!»

«Virare? Che significa?»

«Non lo sai? Ah… gli umani! Diciamo che quando una cosa si stanca di essere così com'è, può accadere che viri e diventi qualcos'altro. Semplice, no?»

«Vuoi dire che quella foglia era stufa di essere una foglia ed è diventata un uccello?»

Lo gnomo annuì. «Più o meno. Ma non significa che la foglia nella gabbietta non stia bene così com’è. Una virata avviene di rado!»

Anselmo si fece pensieroso. Poi un’idea gli illuminò il viso.

«Posso virare anch’io, secondo te?»

«Sì, non ti sta bene quello che sei?»

Non era una risposta facile, il bambino ci pensò su. A scuola Dario e Andrea lo prendevano sempre in giro, la maestra lo rimproverava perché si distraeva e non era un granché in nessuno sport. Mamma e papà gli volevano bene, ma non facevano che sgridarlo per i suoi giochi di fantasia. E poi… nessuno giocava mai con lui!

«Voglio cambiare!» rispose, determinato.

«Allora, fallo.»

«E come?»

«Devi concentrarti su quanto non ti piace essere chi sei. Chiudi gli occhi e pensalo forte: se sei veramente convinto, virerai

Anselmo chiuse gli occhi e strinse i pugni. Si concentrò ed iniziò a sudare per lo sforzo, tanto da sentire le piume farsi umide.

Piume?

Aprì gli occhi e il muretto era ora una muraglia. Da lassù lo gnomo lo guardava soddisfatto. Anselmo provò a muovere le mani e si ritrovò a dispiegare un paio di ali. Era diventato un uccellino!

«Cip!» disse Anselmo.

«Ottimo!» rispose lo gnomo «ci sei riuscito al primo colpo! Ti auguro buon divertimento!»

Lo gnomo fece una piroetta e si tuffò a testa in giù, scomparendo in una buca nel terreno.

«Cip! Cip!» commentò Anselmo, sbalordito.

Il bimbo-uccello non stava più nelle piume: fece un balzo e spiccò il volo.

Volare era una faccenda seria ma non ci volle molto perché vi prendesse confidenza: in men che non si dica svolazzava felice intorno alla casa.

Si allontanò dal cortile – com’era piccolo adesso! - e passò sopra i campi e le strade del paese, sforzandosi di raggiungere i punti più alti.

Sfinito, dopo un lungo volo, si posò su uno steccato. Aveva il cuoricino a mille e sentiva una fame tremenda. Volare era faticoso! Però era anche eccitatissimo, da tutta la vita sognava di farlo!

Stava giusto pensando a cercarsi qualche vermetto quando un movimento tra l’erba lo fece trasalire. Balzò via appena in tempo per evitare gli artigli di un gatto! Che paura! Anselmo volò via, sul ramo di un vecchio ciliegio.

Subito, un tuono scosse l’aria! Anselmo fuggì in tempo per vedere un uccello più grosso crollare a terra. Sulla collina un cacciatore abbassò il fucile e annuì, soddisfatto.

L’uccellino era terrorizzato e la fame lo stava facendo ammattire. Questa storia della virata non si era rivelata un gran successo, dopotutto, e la vita dell’uccellino non era proprio facile! Dove poteva andare? Si diresse verso casa, volando con fatica e guardandosi in giro alla ricerca di pericoli.

Atterrò su un davanzale, alzò la testolina e vide una donna che piangeva, alla finestra.

«Oh, uccellino, come farò?» diceva la donna «il mio Anselmo è sparito e non lo si trova da nessuna parte!»

«Cip!» rispose Anselmo, rattristato. Ma sua mamma non poteva capirlo.

Irritato, saltò via dal davanzale e si rannicchiò nel cortile, badando che non ci fossero altri gatti.

Era triste e stanco, e si sentiva in colpa per la sofferenza della sua mamma. Certo, volare gli piaceva ma quel mondo era pieno di minacce e, in fondo, non gli apparteneva. Gli mancavano le carezze della mamma, i giochi con papà, sentiva nostalgia perfino della scuola e dei compagni!

Le palpebre gli si chiusero per la stanchezza.

Quando riaprì gli occhi si ritrovò ad essere l’Anselmo-bambino!

«Prodigio!» gridò «ho virato di nuovo, sono ancora me!»

Corse dalla mamma, che lo abbracciò forte.

«Dove eri finito?»

«Mi ero perso, poi ho ritrovato la strada. Scusami mamma, ti giuro che non me ne andrò più!»


E, in un certo senso, Anselmo non se ne andò mai più.

Ci sono prodigi che ci possono rendere diversi da come siamo ma Anselmo, nell'abbraccio della sua mamma, iniziava a capire che l’unica trasformazione che conta è diventare capaci di amare quello che si è, e quello che si ha.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×