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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Aspettando Halloween - Il T-rrrrr-e-n-o delle Sette

(..chi l’ha perso non lo riprende più).

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12 minuti

Pubblicato il 24 ottobre 2019 in Humor

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Treno della notte di Halloween
Treno della notte di Halloween


Aspettando Halloween.


L'orologio della stazione segna le sette in punto, mentre, in piedi, sul marciapiede della nostra linea aspettiamo che passi il nostro treno, di cui sappiamo tutto: l’orario di partenza, il numero del vagone, dello scomparto, del sedile che abbiamo prenotato, finanche il nome del controllore, di solito lo stesso sulla medesima tratta a quell’ora del giorno o della sera, il colore rosso del berretto del capostazione, il fischio prolungato prima della partenza, l’avvio del motore, il suo sferragliare sulle rotaie. Per non dire dei punti di riferimento che ci siamo fissati lungo il percorso: il passaggio a livello, la grande quercia, lo stormo degli uccelli che s’allontana, il vecchio ponte della ferrovia, il grande cartello pubblicitario che attrae lo sguardo dei curiosi, i tetti rossi delle case coi soliti comignoli fumanti, il campanile in lontananza e finalmente, l’arrivo alla stazione, la nostra fermata, uguale a quella da cui siamo partiti, che è la meta del nostro viaggio a ritroso.

Eppure, quante volte ci siamo chiesti dove stiamo andando? Dove va tutta l’altra gente che con noi affolla il marciapiede della stazione, relativo a quel binario, che con noi aspetta quel treno, sempre alla medesima ora, alle sette del mattino d’ogni giorno, d’ogni settimana, d’ogni mese, per lunghissimi estenuanti anni. E come sono cambiati i nostri interlocutori di sempre, la donna che abbiamo visto giovane e bella, il ragazzo aitante dagli occhi fulminanti, e la ragazza che sbavava per lui, il vecchio curvo eppure sorridente scomparso nel nulla, e quante volte ci siamo chiesti chi fosse e dove andava, senza mai chiederglielo, perché? E dire che ne avrebbe avute di cose da raccontare della sua vita, di questa vita che noi tutti condividiamo senza sapere per quale ragione siamo lì, o per quale altro motivo adesso siamo qui, nella stessa città, nella stessa regione, qui e non in un’altra città, in un’altra regione, che immaginiamo più bella, più accogliente, più.

Senza neppure sapere perché è stato inventato il treno? Qualcuno risponde per coprire le distanze, un altro per risparmiare tempo, un altro ancora per arrivare prima. La signora dal cappellino curioso dice che l’hanno inventato per lei, perché altrimenti non avrebbe, mai e poi mai, potuto andare a trovare i suoi nipotini. C’è di che sbizzarrirsi nel valutare le risposte, tante e variegate sono alla luce della nostra domanda iniziale, eppure tutte altrettanto valide. Come del resto la nostra, di quanti condividono con me la possibilità d’inseguire quell’immaginario che appartiene al mondo dei sogni, e che intravedono nel treno il mezzo che li separa dalla tanto cercata felicità, quella delle fantasie infantili, delle banali illusioni di gioventù, delle idiosincrasie venali. Come quella di poter essere altri, di poter diventare altri, o delle finalità vetuste di poter raggiungere altri luoghi, altri paesi, prima dell’addio, che non necessariamente è una partenza, bensì un ambito punto d’arrivo, magari quei luoghi dell’eterno benessere reclamizzati sui poster, dai nomi esaltanti, che immaginiamo essere unici, straordinari, dai quali non tornare mai più.

Se è pur vero che il treno torna sempre alla stazione di partenza, eccoci qua a porci le stesse domande di sempre. Quante volte abbiamo desiderato o sognato di partire per un luogo lontanissimo e meraviglioso, ma quando qualcuno ci ha chiesto: per dove? Non siamo stati in grado di rispondere. Perché? Ma perché nella realtà il luogo dei nostri sogni è come l’isola che non c’è, semplicemente non esiste. Certo, sappiamo che é fatto così e così, che c’è questo e c’è quello, che è lì che ci aspetta da sempre, almeno da quando lo abbiamo pensato la prima volta. Anche se è vero che non tutti siamo in grado di sognare nel giusto, cioè dare al sogno la necessaria dimensione a trasformarlo in realtà. È, come dire, questione di allenamento, di costanza, di perseveranza. Così finisce che un sognatore nato, chi lo è per antonomasia lo sa, riesce a credere che un sogno può anche avverarsi, ma che ha bisogno di una certa dose di buona volontà. Come dire, di quella spinta verso l’alto che gli permette di raggiungere il desiderato, il molto ambito, l’impossibile che è nella nostra più segreta aspirazione.

È così che un semplice bonario scherzo della mente si trasforma in un prezioso avvenimento che stravolge la realtà fittizia del presente, che pure stiamo vivendo nella realtà. Ed ecco che la stessa pensilina, lo stesso binario, lo sferragliare dei treni che passano, gli utili annunci delle Ferrovie, il vociare della gente che arriva e che parte, sempre uguale in tutte le stazioni, con le stesse piccole manie, che abusa degli stessi saluti, delle stesse frasi di accoglienza e di abbandono, diventano nostre, entrano a far parte del nostro quotidiano. Finanche lo stesso vapore che esce della caffetteria e il buon odore d’arabica che ci allieta e ci fa sentire, chissà poi perché, d’essere giunti a destinazione, ci da la sensazione d’essere parte di noi, di quel fantastico che è in ognuno di noi, che è poi la vita che viviamo. Quella di ogni giorno, che passiamo in mezzo all’altra gente che vediamo da sempre, e che pure non conosciamo.

Che sia davvero così? Forse, risponde qualcuno riferendosi agli extra comunitari, perché non sono come noi! Come sono? Diversi! Diversi in che cosa? Nel colore della pelle, nell’odore, nel modo di essere, di vivere, di pensare! Non rispettano le convenzioni sociali, le leggi dello stato che li ospita, le usanze tradizionali, sono le risposte più accreditate, espresse da esseri umani che riscontriamo negativamente più acculturati. E dire che credevamo di aver superato certi contrasti, accettato certe diversità, certe differenziazioni critiche, denigratorie, che il nostro “treno dei sogni” avrebbe potuto accogliere tutti, indistintamente, per portarci in un luogo migliore, oltre i confini della realtà, di quella realtà che non ci piace, che parla di odio razziale, di xenofobia, di guerra, di sterminio, di cui non avremmo e non vorremmo mai aver sentito parlare.

Allora, mentre il treno accosta al marciapiede della stazione, ci chiediamo se restare, o in quale altra stazione, se non quella dei nostri sogni, vorremmo scendere? Così, anziché seguire la scia della gente che arriva, ci ritroviamo incanalati tra quella in procinto di partire, mentre la radio in sottofondo, trasmette un brano di Paolo Conte, che sembra scritto per l’occasione, e che dice:


Via, via, vieni via di qui, niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri, neanche questo tempo grigio (.), non perderti per niente al mondo (.), fuori piove un mondo freddo, pieno di musiche e di uomini che (non) ti son piaciuti...”.


Non siamo ancora arrivati che già ripartiamo per una destinazione che neppure sappiamo, semplicemente per sentirci liberi di andare, di valicare confini, di oltrepassare i limiti voluti dalle convenzioni, un po’ come quei viaggiatori, che pur stretti nella morsa del tempo, continuano a sentirsi cittadini del mondo.

Intanto sui marciapiedi della stazione, in mezzo al vociare della gente in attesa, ci sporgiamo di qua e di là, per vedere l'arrivo del prossimo treno annunciato: “Treno diretto in arrivo sul primo binario, non effettua fermata, i signori passeggeri sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla”. Segue il fischio di fare attenzione del capostazione. Passa il treno, in grande velocità, sentiamo l’odore del ferro arrotato, uno strano sentore di polvere impregna l’aria, ci avvolge dalla testa ai piedi, offusca le spesse lenti degli occhiali di un possibile nostro compagno di viaggio, straordinariamente cosparso di farina o forse di neve che gli scende sulla testa e sulle spalle, che come noi attende il suo treno, e che solo casualmente potrebbe essere anche il nostro. Noi che, come lui, restiamo immobili, senza dare segni d’impazienza, quasi fossimo viaggiatori sulla coda del tempo, solo perché, per noi, il tempo che passa, non ha più alcuna importanza, ormai.

Segue un altro annuncio:


Treno direttissimo in arrivo sul secondo binario, non effettua fermata, pertanto si pregano i signori passeggeri di allontanarsi dal suddetto binario”.


Al fischio d’avviso del capostazione tutti si voltano verso il treno che passa ad altissima velocità, tale da non riuscire a vedere l’interruzione che pure c’è tra un vagone e l’altro, neppure i contorni dei volti fissi ai finestrini, quasi sia vuoto, o pieno di fantasmi. E mentre in molti trattengono gli abiti che svolazzano, i cappelli che volano via, visibilmente spazientiti per quella che potremmo definire una sciocchezza del caso, noi restiamo immobili, scettici della fretta che improvvisamente si è impadronita di loro e che adesso li fa muovere avanti e indietro sui propri passi.

Il nostro strano compagno di viaggio è sempre lì, che osserva la folla che si accalca sul marciapiede, colta da un’impazienza che la scuote fino nell’intimo, che gli trasmette le proprie ansietà, coinvolgendolo nella propria attesa, e che contiene cento, o forse mille e più attese. Strano come la gente si agiti per un nonnulla, quasi abbia fretta di voler arrivare, dove poi, nessuno lo sa – dice, non necessariamente rivolto a qualcuno in particolare. Lei non sembra avere fretta – gli chiedo. Affatto – risponde, togliendosi gli occhiali per ripulirli dalla polvere accumulata. I suoi occhi sono d’acciaio, incolori, sul viso reca i segni dell’età, di chi da sempre aspetta un treno che lo porti lontano, senza sapere dove. Sono qui da quando hanno inventato i treni e le stazioni, che osservo la gente che arriva e che parte, che confermo la puntualità d’ogni convoglio, l’assiduità d’ogni passeggero, io sono il Tempo, che al contrario di quel che si dice, non passa e non si ferma mai.

Per questo non conosce la fretta? – gli chiedo. Non immagina neppure quanta gente ogni giorno aspetta inutilmente sul binario sbagliato, il primo treno che passa da prendere in tutta fretta, senza sapere che è l’ultimo, semmai, sul quale transiterà – risponde, mentre osserva il binario d’acciaio che s’allunga e si restringe in lontananza, perdendosi nell’oscurità di una galleria buia, senza speranza. Andiamo, non c’è ragione di prendersela poi tanto col tempo, se per primi siamo usciti tardi da casa, se non abbiamo fatto quelle cose che potevamo fare, se siamo arrivati in ritardo all’incontro, quando se poco ci tenevano a noi e noi a loro, quando avremmo potuto aspettarci l’un l’altro sereni, col sorriso sulle labbra, nell’accogliente stazione dei desideri che avevamo approntato per l’occasione – aggiunge. Quando … Pur restando irremovibile al suo posto, apprende sorpreso l’annuncio:


È in arrivo sul terzo binario il treno per Vattelappesca, non effettua fermate intermedie, attendere che il convoglio sia fermo in stazione prima di salire, i signori viaggiatori sono pregati di presentare la documentazione necessaria prima di prendere posto in carrozza”.


Mi scusi lei dove è diretto? – mi chiede l’eccentrico compagno di viaggio. Ancora non so, non ho deciso, in alcun caso a Vattelappesca, sono molto curioso di sapere come va a finire. Che cosa? Mah, questa società, questo nostro correre sbagliato. Allora è appena arrivato a destinazione – m’ingiunge. Lei lo dice. No, resti pure qua, sono loro, gli altri, quelli che non si chiedono niente, che non si domandano perché, che hanno sempre fretta di andare, di voler partire per arrivare dove non sanno, e non sapranno mai, che il tempo non conosce età. Per la stessa ragione che un treno sa che da una parte arriva e che dall’altra va, per ritornare poi alla stessa stazione da dove è partito, così come a ogni volgere dell’anno, il tempo, riporta le antiche note, le nuove scale, le assonanze di moda, pur sempre trascritte sullo stesso pentagramma. Nel frattempo il treno, dopo l’immancabile fischio del capostazione, riparte per la sua amena destinazione.

Quand’ecco i viaggiatori s’accalcano numerosi sul ciglio del marciapiede per il sopraggiungere del treno che ansiosi stavano aspettando e che all’improvviso si colora dei colori dell’arcobaleno, danno segni di euforia, e tendono le mani al controllore prendendolo letteralmente d’assalto, mostrandogli la documentazione che li contraddistingue l’uno dall’altro. Lei no, lei neppure, non avete i documenti in ordine. Lei, faccia vedere, mi dispiace ma è no. Lei? No, non può salire. Perché? Mi spiace, ma è no, manca del requisito essenziale. Quale sarebbe, mi scusi? Primo, non è un sognatore, secondo non cede di buon grado all’illusione, terzo, manca di sana fantasia. Le basta? Comunque, ecco qui un vademecum contenente le istruzioni del caso, ci sono tutte le informazioni che la riguardano. Il treno riparte alle sette in punto, chi di voi crede di averne i requisiti può presentarsi quindici minuti prima della partenza. È tutto quello che c’è da sapere.

L'orologio segna ancora le sette in punto, quando un nuovo annuncio declama:


Treno per Chissàdove, è in partenza sul secondo binario, non effettua fermate alternative, i signori passeggeri sono pregati di affrettarsi per il proprio riconoscimento!”.


I passeggeri in attesa già si accalcano spingendosi l’un l'altro, per salire, rovesciano attraverso i finestrini le proprie borse, le valige, i giornali, le cappelliere, anche una gabbia col canarino, un cane al seguito che ovviamente abbaia, un gatto guardingo ravvolto nel cestino. Seguono abbracci, baci, lasciti, pianti, grida, saluti, sospiri, fazzoletti bianchi che sventolano quando ancora il treno è fermo al binario. Allorché il controllore, staccati i colori dell’arcobaleno dall’intero convoglio, come fosse un foulard che si toglie dal collo, li abbandona incurante ognuno al proprio destino.

Improvvisamente m’accorgo d’essere rimasto da solo. Il mio presunto compagno di viaggio, ch’era immobile sul marciapiede, se n’è andato via lasciandomi il posto ch’era stato il suo. Domani sarò ancora qui ad aspettare che passi ancora il treno coi colori dell’arcobaleno, mi dico silenzioso, preso da malinconia. E diversamente dagli altri, tutti quegli altri che affannati si apprestavano ad affrontare il viaggio, non saprò ancora dove andare, immerso nello spazio e nel tempo di una lunga attesa che forse sarà stata vana.


Copertina del libro.
Copertina del libro.

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