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Una storia di AndyArton

Non piangere.

Ti vedo

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6 minuti

Pubblicato il 05 febbraio 2021 in Fantascienza

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Asami ha 32 anni e una posizione di rispetto ad una delle sedi della NeuraCorp a Tokyo. Scrive sofisticati software per interfacce neurali che collegano il cervello a protesi artificiali, di largo impiego tra i veterani del conflitto del 2089. Eppure non può non sentirsi una sciocca per via delle lacrime che non riesce a scacciare. La sua hovercar sfreccia poco al di sopra della folla nel caotico quartiere di Shinjuku, ma all’interno dell’abitacolo c’è un silenzio tale che i suoi singhiozzi risuonano assordanti.

Per un attimo, guardando fuori, si sente irraggiungibile. Non vede l’ora di essere a casa da Kuniaki. Non ha mai avuto una vera relazione prima di lui. Non è mai stata brava in questo ambito, come invece lo è nel lavoro e lo è stata nello studio. Più volte i suoi insegnanti l’avevano definita brillante. Però, lei non se ne è mai fatta un vanto, era solo il suo dovere e così lo portava a termine senza dire una parola. Asami era stata una bambina ubbidiente fin dall’inizio, non piangeva quasi mai, come se riuscisse a capire quanto suo padre, Noboru, avesse bisogno di silenzio. Dopo il ritorno dalla guerra lui aveva sviluppato una piaga chiamata neuro-attenuazione, così in alcuni momenti perdeva il controllo dei propri muscoli. Semplicemente all’improvviso crollava a terra come un sacco di patate e quando Asami alzava gli occhi vedeva il viso di suo padre deformarsi in una smorfia di dolore. Rimaneva paralizzato per giorni, incapace di mangiare, o bere da solo, allora sua moglie, Akane, si prendeva cura di lui. Per questo Asami non lo disturbava mai, gli gravitava intorno come una luna, sempre lontana, ma con il volto rivolto verso di lui.

Suo padre era un pianeta di cristallo, dentro di lui quel male terribile apriva crepe nel tentativo di spezzarlo. La sua condizione però, era bollata come “crisi nervosa”. Il sussidio statale era quasi nullo, prevedeva una terapia psicologica che Noboru non aveva intenzione di fare e un assegno quasi del tutto inesistente. Non era sufficiente per mantenere la famiglia, così contendeva con robot automatizzati i lavori più disparati, cosa che lo aveva spinto fino ai limiti di una frustrazione produttiva, considerata il vero male del nuovo secolo. Asami però, per i suoi genitori era una benedizione, capiva e così non dava mai loro una preoccupazione, era silenziosa, operosa e ubbidiente, qualità che la riempivano di orgoglio quando sua madre le confidava agli amici. Quando studiava, Akane sorrideva, le accarezzava una guancia e le diceva quanto era brava. A volte invece, capitava che sua madre rimanesse seduta a fissare il vuoto, sembrava sul punto d’infrangersi in lacrime, ma alla fine resisteva sempre. Le cose però, non sarebbero andate così per sempre.

Asami studiava con uno scopo, avrebbe salvato suo padre. Voleva creare un impianto cerebrale programmato da lei stessa che avrebbe regolarizzato i suoi impulsi nervosi ai muscoli. Ci lavorava da anni. Ma Naboru non aveva fatto altro che peggiorare, la sua vita si era ridotta a pochi giorni di autonomia. Il resto del tempo rimaneva prigioniero del suo corpo, disteso in un letto, immobile. La vita rimaneva aggrappata ai suoi occhi, ma alla fine anche quella poco alla volta era scivolata via. Nell’abitacolo della sua hovercar lo rivede ancora così e non riesce quasi a respirare. “Tuo padre si è tolto la vita”. Mentre glielo diceva sua madre aveva di nuovo quello sguardo, sembrava assente, al suo posto c’era solo il dolore. “Si vergognava. Non riusciva più a vivere così”.

Adesso che è sola Asami piange e si chiede perché mai si senta incredibilmente offesa. Se solo avesse resistito ancora un altro po’ forse… ma non serve a niente. Si sente impotente, vuole ancora combattere ma non c’è più una battaglia da vincere. Chiude gli occhi e prende un respiro profondo. Dietro le palpebre rivede suo padre chino sulla scrivania, lo sbircia oltre la porta socchiusa dello studio. Noboru allora si gira e le va incontro per prenderla tra le braccia. Ma è solo una vecchia fantasia. Non avrà più l’opportunità di abbracciarla. Sente di aver deluso lui e se stessa e in qualche modo le due cose si confondono. Apre la porta di casa con il desiderio scottante di vedere Kuniaki. L’appartamento è grande. Ha voluto pareti e arredamento bianco, un colore che non facesse male, adesso però, le sembra di trovarsi in una landa ghiacciata. Bruscamente quella casa diventa un mosaico di spazi vuoti in cui sparire. Il riflesso della sua infanzia si specchia in quel vuoto come un fantasma, ancora una volta si sente sola anche se non è sola.

Kuniaki si occupa di ingegneria robotica, ha in casa un laboratorio dove passa gran parte del suo tempo. Costruisce prototipi microscopici e per questo ha bisogno della massima attenzione, ma Asami non fa mai troppo rumore, sembra che scivoli nell’aria come un’ombra. Si muove subito in quella direzione con passi esitanti, sulla soglia del laboratorio sbircia oltre la porta socchiusa Kuniaki chino sul suo nuovo progetto. Avanza tremando, ha una paura terribile che la scacci, quasi ci ripensa. Sarebbe molto più facile non disturbarlo, sedersi sul divano, fingere di guardare la televisione e così seppellire il suo dolore come farà con suo padre. Potrebbe dimenticarsene, lasciar perdere, continuare a vivere la sua vita come ha sempre fatto, solo un po’ più dura. Però, sentendo il vuoto aprirsi sotto i suoi piedi, pronto ad inghiottirla, scopre di non voler essere sola, chiusa in se stessa come sua madre e quei suoi occhi spaventosi.

Vuole aiuto.

Vuole amore.

In quel momento la prende un sentimento spaventoso che esplode incontrollabile in chissà quale angolo segreto della sua mente e poi risale al cuore, agli occhi, alle mani e a tutto, come una malattia. Si sente paralizzata e per un istante pensa che suo padre doveva sentirsi così, in un mondo che ruota intorno ai robot solo un uomo, invisibile, inesistente. Si rende conto per la prima volta che il silenzio la imprigiona, è come un velo di seta trasparente, tutto lo potrebbe squarciare, ma lei non ha mai nemmeno provato e ora la voce non arriva. Il cuore batte all’impazzata, parti di lei si sgretolano e scivolano via. Vuole tenerle insieme, ma non ci riesce, teme che alla fine si consumerà in un letto. Si aggrappa ad una preghiera che possa restituirle i suoi confini.

Guardami.

S’immagina come suo padre. Prigioniera in un corpo e nella sofferenza non riconosce più la differenza. No. No, non diventerà come lui. Non si arrenderà in silenzio. “Kun” mormora e quasi stenta a credere di sentire la propria voce. “Ti prego aiutami”. È come combattere contro la nebbia. Affondare nelle sabbie mobili. Vorrebbero tenerla zitta e immobile, intrappolata sola nel suo dolore, com’era suo padre. Com’era anche sua madre. Lei però, si aggrappa alla vita. “Kuniaki!” quasi grida. L’uomo si volta, sorpreso, sta per arrabbiarsi, ma vedendola in lacrime ammutolisce.

“Guardami”, lui la studia confuso.

“Ti sto guardando” risponde.

Asami scuote la testa, prende il suo viso tra le mani, “guardami davvero, ogni giorno”.

Kuniaki annuisce, negli occhi ora ha un velo di tenerezza. “Non sono un fantasma” non appena lo dice lui la stringe tra le braccia.

“Certo che non lo sei”.

E d’improvviso Asami non è più vento.


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