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Una storia di lisa1949

Panico

morire dentro

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9 minuti

Pubblicato il 10 novembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Panico #paura #respiro #amore #comprensione

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Nulla è più deleterio di un malessere incontrollabile, effetto delle nostre insoddisfazioni, della solitudine interiore.

Un cupo ripiegarsi dell’animo, che si annulla sino a soccombere, sprofondando nel baratro del terrore.

Soltanto l’amore vero, sarà in grado di sconfiggerlo e ridargli la vita.



La sigla di Sentieri echeggiava puntuale in tivù: una compagnia ormai insostituibile:

“This is the time to remember…”

Alan o Reeva alternavano le apparizioni insieme a Roger, Amanda e altri personaggi. Vivevano intrecci amorosi, drammi e tradimenti, ma era in questa casa che qualcosa stava per succedere e non aveva nulla a che vedere con la soap opera.

Linda, siamo all’inizio degli anni novanta, viveva dentro una gabbia dorata colma di giornate di solitudine, spezzate soltanto dagli eventi di Sentieri, che ormai erano diventati la sua ragione di essere.

Il marito fuori per lavoro, rientrava un paio di volte al mese e non sempre di buon umore.

Inquieto e affaticato s’irritava facilmente, in particolare con la figlia adolescente, Giada.

Una ragazzina ribelle alle regole severe del padre, motivo per cui Linda aveva accettato di lasciare il lavoro.

Frequentare il centro città era per lei una sorta di relax: l’atmosfera che si respira a Torino è stupenda, magica.

La faceva sentire stretta in un abbraccio, protetta mentre ammirava le varie opere architettoniche o godeva la collina riflettersi nelle acque del Po, che scorreva placido.

Chiuso il negozio, si concedeva una pausa alla cremeria di via Gramsci, in compagnia di una collega: due parole e qualche battuta erano sufficienti.

Si sentiva parte del mondo, lo “viveva” positivamente con estrema gioia.

«Ti ostini con il lavoro, quando potresti stare a casa a seguire Giada.» le fece osservare un giorno il marito, accendendo in lei i primi sensi di colpa.

«È il mio mondo Massimo, respiro e mi gratifica.» gli aveva risposto.

Il tempo intercorso da quel momento, fu colmato dall’insistenza del coniuge che ormai aveva preso posizione; alla fine, Linda aveva ceduto e si era licenziata.

Ora però si sentiva reclusa e cominciava ad avvertire un senso di disagio.

Innamorata del marito, sacrificava i suoi interessi annullandosi per compiacerlo.

Il legame tra loro era forte, la passione ritemprava entrambi, le notti erano colme di intima complicità.

Tuttavia, con il passare del tempo, questo non le bastava più a compensare la solitudine, diventata ogni giorno più pesante e opprimente.

«Mamma, stasera andrei a dormire da Sara. Papà sarà d’accordo?»

Una semplice domanda di adolescente, desiderosa di condividere i suoi pensieri con l’amica del cuore.

Quindici anni sono un’età difficile, si vogliono scoprire nuove realtà.

«Tesoro, lo sai come la pensa tuo padre. Non te la prendere se non te lo permetterà.» disse visibilmente dispiaciuta, leggendo la delusione sul volto della figlia.

Massimo, senza mezze misure confermò il suo dissenso.

«Sei cattivo papà, non capisci. Allora vado a dormire dalla nonna, di lei ti fidi no?» gli urlò con rabbia alzandosi da tavola.

Il rumore della porta sbattuta violentemente raccontava tutto il suo rancore, insieme al pianto disperato che rimbombava sino alla cucina, strappando il cuore a Linda.

Fece per alzarsi e andarla a consolare, ma il marito la fermò.

«È anche colpa tua se reagisce così: me la metti contro.» un rimprovero a toni alti.

Testardo non accettava l’idea che la complicità e il dialogo, sarebbero stati i migliori elementi per un rapporto sereno.

«Io non te la metto contro, lo stai facendo tu stesso, non lo capisci?» alterata, con l’ansia che le stringeva la gola, era riuscita, una volta tanto, a dire con decisione ciò che pensava.

Atmosfera pesante, silenzio e tensione. Davanti alla tivù Linda piangeva lacrime amare. Le scendevano mute sulle gote, intanto fremiti sempre più forti cominciavano a investirla.

Tremava, la salivazione si stava azzerando, non riusciva a concentrarsi e lo stomaco avvertiva spasmi dolorosi; le sembrava di essere sul punto di esplodere come un palloncino gonfiato all’eccesso.

Massimo la osservava con la coda dell’occhio, ma restava in silenzio, chiuso nel suo egoistico maschilismo: mai fare la prima mossa.

Incapace di comprendere e di uscire da quella sensazione, Linda tentava di imporsi la calma, mentre Massimo si era appisolato sul divano.

“Cosa mi sta succedendo?” si chiedeva, cercando di uscire da quella sorta di apnea e rallentare il tremito che la annientava.

Un piccolo sforzo e, a notte inoltrata, svegliò il marito: era ora andare a letto.

Ovviamente non fece cenno al suo stato, e si lasciò sprofondare tra le coltri, tremando come una foglia.

Buio totale, la notte le pareva una sorta di rifugio, ascoltava il silenzio, tentando di trovare una spiegazione al suo stato.

Fortunatamente, poco dopo, il sonno prese il sopravvento.

Il risveglio fu sorprendentemente sereno; niente che la riportasse allo stato della sera precedente. Nessun sintomo.

«Sei più tranquilla? Tutto si sistema, ti preoccupi per niente…» Massimo, di buonumore espresse sicuro il suo concetto.

Un abbraccio e il trolley già pronto vicino alla porta: doveva andare.

Al lavoro, secondo lui, andava dedicata la priorità assoluta: mai perdere tempo per lunghi discorsi.

«Mi telefoni quando arrivi?» gli chiese suggellando la frase con un bacio.

«Lo faccio sempre, lo sai!» e chiuse l’uscio dietro di sé.

Giada, dimenticata la buriana del giorno prima, si era già recata a scuola.

Le faccende di casa, una telefonata e ancora Sentieri, la pausa di rito dopo il leggero pasto che Linda consumava quando era da sola.

Il telegiornale narrava della Bosnia: guerra croato-musulmana, sangue e orribili realtà, distruzione totale: angosciante.

Linda, sarebbe dovuta andare dalla madre, ma non se la sentiva: non era in vena di chiacchiere.

Prima di uscire una doccia rigenerante.

Il suo umore era cupo, negativo. Percepiva salire dentro di sé un’angoscia dolorosa, causata dalle immagini di quei paesi devastati, “Perché la mente umana è così crudele?” si domandava.

Un momento critico: in piedi nella doccia, lasciava che l’acqua calda le scorresse addosso, cercando un po’ di benessere.

Dopo un attimo le scese davanti una sorta di sipario cupo e l’angoscia d’un tratto divenne terrore, paura di esistere, follia.

Le immagini più tetre, pensieri apocalittici le passarono vorticosamente nella mente come nella pellicola di un film.

Visioni sovrapposte, flash e rumori; tremava, era in pieno panico e non riusciva a muovere un muscolo.

Il boiler stava esaurendo l’acqua calda e questo la scosse un attimo: “devo vivere per vedere morire le persone che amo: che senso ha?”Un dolore devastante e sordo nel petto.

“Quale sarà il futuro di mia figlia, di tutti i ragazzi che stanno crescendo? Non avranno che prospettive di morte.”

Uno sforzo e, aggrappandosi alle pareti del bagno, uscì rifugiandosi nell’accappatoio.

Per fortuna la stagione era calda perché rimase lì, mezza bagnata e senza connettere, chissà per quanto tempo.

Si sentiva morire; quel terrore la spaventava più di ogni altro dolore fisico.

Non poteva deglutire, la bocca arida, incollata al palato: doveva fare qualcosa.

Riuscì ad alzarsi e, con estrema fatica, a sorseggiare dell’acqua: pareva uno zombie.

Si asciugò sommariamente e, indossato qualcosa e si mise a letto.

Aveva un gran desiderio di piangere. La paura è un tormento atroce, se non riesci a superarla, ti senti solo: che avrebbe detto Giada? Si sarebbe preoccupata di sicuro.

Un’oretta nel letto, sforzandosi di lenire quella sofferenza, di rimandarla da dove era venuta.

Riuscì a prendere in mano la situazione nonostante i tremori e, con un gesto sicuramente incosciente, decise di andare dal medico.

“Guiderò piano piano, è vicino” si disse: non vedeva alternative.

Poche centinaia di metri che le sembrarono chilometri.

Fortunatamente non c’erano ancora pazienti e il dottore l’accolse subito.

Le parole del medico le rimbombavano nelle orecchie, come se qualcuno battesse forte su una grancassa: i tremori proseguivano ostinati.

Le raccomandazioni fatte le scivolavano via. Comprese solo di dover assumere delle pastiglie e poi richiamarlo se non fosse passato il disagio.

In qualche modo ritornò a casa, alternando il letto al bagno, si stava disidratando espellendo liquidi a litri.

Assunse una pillola e si rimise a letto distrutta: non ne poteva più.

Sentì entrare Giada, poco dopo e cercò di correggere l’espressione sofferente.

«Cos’hai mamma, perché sei a letto?» le domandò toccandole la fronte.

«Niente tesoro, non ti preoccupare, mi avrà fatto male qualcosa.» la rassicurò.

«Chiamo il dottore?Hai una faccia strana.» le chiese preoccupata.

«Tranquilla, lasciami riposare, mi passerà presto, vedrai.» le sfiorò la mano dolcemente.

Tra tutti i mali, l’attacco di panico è incredibilmente il più deleterio.

Mette con le spalle al muro, si vuole solo smettere di provare quel terrore devastante che cancella le capacità cognitive. È persino difficile

descriverla tale condizione.

Giada chiamò suo padre: nonostante la giovane età aveva percepito fosse qualcosa di serio.

Lo comprese anche lui, attraverso il telefono, dal tono di voce della figlia e, in quel preciso momento, si rese conto di non avere più a che fare con una bimba da proteggere, che sapeva ragionare da adulta.

«Stai vicino alla mamma, Giada, io arrivo il più presto possibile.» e chiuse la telefonata investito da una marea di sensi di colpa.

Erano quasi le dieci di sera quando Massimo entrò nella stanza.

«Che ti succede tesoro, vuoi farmi spaventare?» disse angosciato da quello sguardo vuoto, avvolto nello sgomento.

«Massimo, lo sai ti voglio un gran bene, abbracciami ti prego!» E, finalmente, nelle braccia del marito, sgorgarono lacrime liberatorie che lenirono lievemente i suoi tormenti.

«Perdonami, non voglio farvi preoccupare, non so che cosa diavolo ho: sto troppo male!» analogo alla pazzia, il malessere non le dava tregua.

Le si sdraiò vicino, chiedendo alla figlia di lasciarli soli.

«Dopo ti raggiungo Giada, scusa, voglio capire.» le spiegò con gli occhi lucidi.

Fu un concerto di domande, alcune con risposte evasive, altre precipitate nel silenzio, che alleviarono in modo provvisorio, gli effetti del panico.

«Domani andiamo dal professore, non si discute!» le ordinò abbracciandola ancora.

Fu un percorso lungo, iniezioni, pastiglie e terapie “affettive”, attenzioni concrete.

I pregiudizi, quelli sì, inizialmente le crearono qualche difficoltà: è più facile giudicare uno stato d’animo, associandolo alla demenza. Non esistono spiegazioni sufficienti, se non si ha un animo sensibile.

Massimo, per amore, comprese che avrebbe dovuto imparare a mettere da parte l’orgoglio, ogni tanto, e stare più vicino alla sua Linda.

Fu un lungo periodo di battaglie, ma Linda seppe affrontarlo con fermezza.

Il panico è un male subdolo, ma se si è affettuosamente sostenuti dall’amore dei familiari e armati di tanta buona volontà, lo si può sconfiggere.





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