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Una storia di FrancescoFrancica

Questa storia è presente nel magazine Musica & Parole

Il corredo nuziale

la seta nera tra le lenzuola

184 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 24 giugno 2019 in Recensioni

Tags: #storia #triphop #musica

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C'è stato un periodo all'inizio degli anni novanta in cui stavamo credendo di poter cambiare le regole del gioco. Era il momento in cui la globalizzazione poteva anche essere considerata qualcosa di buono, quasi non avevamo paura di contaminarci, mescolarci e per un attimo abbiamo creduto che la razza intesa come l'attaccamento fondamentalista alla propria cultura fosse un concetto ormai obsoleto, superato. Per un momento abbiamo creduto che potevamo anche progredire da singoli e fondare qualcosa di più grande, più colorato, più vivo... poi ci si è messa l'economia, i mercati, lo sfruttamento e la possibilità della perdita del controllo ha avuto la meglio finché l'11 settembre ha mollato un colpo di spugna cancellando tutte le possibilità di contaminazione e siamo corsi a rintanarci come talpe nelle nostre tane ben protette ognuno dalle proprie radici: il diverso, l'altro è tragicamente tornato a farci paura.

I giovani degli anni novanta erano stufi di vedere gente ciondolante come zombie alla stazione in preda ai fumi dell'eroina, erano stanchi di vivere sotto l'egemonia del pericolo dell'HIV, stavano cominciando a aprire gli occhi, forti di connessioni globali e reti che permettevano di dare un occhio al cielo di Bangalore comodamente seduti sul proprio divano a Busto Arsizio e tutto ciò apriva nuove connessioni, nuove opportunità, per un attimo avevano creduto in un nuovo mondo.

In che acque navighiamo oggi lo sappiamo benissimo e tutta quella voglia di intrecciarsi è evaporata nelle polveri delle torri gemelle ma una piccola traccia di quell'entusiastico interesse nei confronti del diverso nella cronologia delle correnti musicali è rimasta. Nascosta negli arabeschi della World Music di Jon Hassell, Brian Eno o Peter Gabriel, nei mille colori dell'Acid Jazz di Jamoroquai, The Brand New Heavies o dei Galliano o ancora nell'onirico viaggio del Trip Hop dei Massive Attack, Morcheeba o dei Portishead, appunto.


A Bristol nel sud est dell'isola britannica, dalla fine degli anni ottanta, tra cartoncini di pregiata fattura e le partenze dalle linee marittime verso il sogno americano, un gruppo di musicisti (Beth Gibbons, Geoff Barrow, Adrian Utley, Adrian Tricky Thaws, Robert 3D Del Naja, Grantley Daddy G Marshall) ciondolavano tra l'hip hop il jazz, il rock e tutto ciò che si poteva far uscire a ritmo da un qualsiasi strumento musicale che si potesse mescolare ad un sintetizzatore campionato inventandosi un nuovo genere chiamato Trip hop.

Questa cosa rimase per qualche anno una roba di nicchia per chi beveva birra nei pub di Bristol, poi piano crebbe incontrando i favori dei londinesi cambiando il nome da Bristol Sound a Trip Hop per via di quella somiglianza un po' rallentata agli schemi Hip Hop e per quella linea incupita e malinconica, a tratti noir, generata dalle sonorità elettroniche che tanto facevano l'occhiolino alla psichedelia, al jazz, al soul al funk e che ti facevano viaggiare con la mente in un travolgente ed onirico trip.

In tanti a questo punto si chiesero cosa esattamente fosse questo Trip Hop che dilagava, quale fossero le caratteristiche, qual era il manifesto che ne poteva spiegare i contenuti, qual era la "bandiera" del genere.

A sciogliere i dubbi ci pensarono i Portishead nel 1994 pubblicando il loro primo album "Dummy". Il singolo Glory Box (il corredo nuziale) farà da apripista nonostante l'opposizione della band che reputava il pezzo troppo commerciale per essere rappresentativo della loro creazione artistica, ma gli editori ebbero l'occhio lungo sapendo che il mondo aveva bisogno di capire l'alchimia che stava dietro il genere e dopo Glory Box nessuno avrà più dubbi nell'identificare un pezzo Trip Hop. Dummy porta a casa il Mercury Music Prize nel 1995 e i Portishead si consacrarono a fondatori del genere.


Il pezzo è nascosto in fondo all'album e riprende nella struttura Ike’s Rap II, un sensualissimo soul del 1971 di Isaac Hayes (il quale fu inoltre fonte di ispirazione anche per Tricky e più recentemente per Alessia Cara).

Il giro di basso si avvicina lentamente, sembra arrivare da altrove, sostenuto da violini che danno aria e ali all'ouverture mentre è forte il senso di lo-fi palesato dagli scoppietti della polvere su vinile e dal lamento di Beth Gibbons che sembra arrivare da una riverberata radiolina gracchiante. L'atmosfera si carica di romantica e struggente emozione all'ingresso del ritornello in cui la distorsione della chitarra elettrica sottolinea la drammaticità del pezzo, i toni blue e noir sono sostenuti dalle spazzole del batterista che sembra suonare in preda ad un estasi slow jazz.

Il senso di tanto dolore è custodito nel testo che rivela l'amara delusione di una donna in procinto di mollare nella sconfitta una relazione a senso unico che ha perso di significato. Denuncia la stanchezza del continuo impugnare l'arco e la freccia dell'amore e chiede disperatamente una ragione per continuare ad amare, una ragione per continuare a essere una donna per un uomo demotivato che non sa più vedere.

Give me a reason

To love you

Give me a reason to be

A woman

I just want to be a woman

Il lamento cresce sostenuto dalla chitarra distorta e dal sintetizzatore fino a culminare in un grido straziante e distorto che svanendo lascia spazio all'ansimare della drum machine chiudendo infine ad libitum sparendo lontano da dove arrivava, nel continuo lamento di stanchezza e alla continua ed inutile ricerca di una ragione.


E' bello perdersi tra le strade tracciate dalle sonorità del Trip Hop, strade dai panorami a volte cupi e intimi ma sicuramente tra i più variegati e contaminati e soprattutto tra i più emozionali ed evocativi del panorama musicale di un tempo in ci credevamo di poter crescere nell'incontro e nell'accoglienza del diverso.


Portishead

Glory Box - Dummy.

Go! Discs London 22 agosto 1994


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