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Una storia di OrnellaStocco

A presto, forse.

Il bambino venuto dal freddo

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9 minuti

Pubblicato il 21 febbraio 2021 in Didattica

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Pubblico qui, in questo luogo di scrittura, l'incipit del mio nuovo libro dal titolo provvisorio IL BAMBINO VENUTO DAL FREDDO, in alternativa STORIA DEL BAMBINO VENUTO DAL FREDDO, a voi quale piace di più? Una storia che narra la mia esperienza come adottante in un progetto di affido familiare. Per la sua prima visione su Internet ho scelto voi, colleghi di penna. Appassionati di parole dettate da fantasia, nostalgia, a volte noia e frustrazione. La scrittura è terapeutica e ci porta in un'altra dimensione, dove potere incontrare la parte migliore o peggiore di noi.

Con queste prime pagine, del mio nuovo lavoro, riprendo il mio cammino. Grazie per la vostra vicinanza, per avermi letto in questo breve periodo in cui mi sono fermata, solo per un po'.

Buon proseguimento. Buona vita!

Il bambino venuto dal freddo



Settembre 2012

Pieve Di Soligo



Ho fatto bene a portare l’ombrello. Alzai lo sguardo verso un cielo gremito di nuvole grigie, minacciose. Mi diressi verso l’ingresso della palazzina a tre piani. Il colore dell’intonaco presentava varie screpolature a indicare che gli anni erano trascorsi sbiadendo il colore originale, probabilmente un giallo intenso. L’aspetto era quello di un piccolo ospedale situato al centro di un grosso paesotto di provincia. Un appuntamento importante mi attendeva in quella mattina adombrata da nuvole minacciose sopra la testa. Una porta a vetri, fin troppo tecnologica per la vecchiezza dello stabile, si aprì di scatto. Varcai la soglia dirigendomi decisa verso le scale. Non ero mai stata in quel posto ma sapevo dove ero attesa. Mancavano quindici minuti alle nove. Era quello l’orario indicato nella e-mail ricevuta al mio indirizzo di posta elettronica la settimana prima. Secondo piano, prima porta a destra. Chiusa. Come tutte le porte che affacciavano in quel lungo corridoio. L’ambiente trasmetteva la sterile atmosfera di un ricovero ospedaliero. Il linoleum consunto e le porte, di un antico color crema, confermava, senza ombra di dubbio, l’origine di quel luogo.

Un foglio A4 spiccava sulla parete lavabile verde acqua.

SI PREGA DI NON SOSTARE NEL CORRIDOIO.

Allungai lo sguardo per individuare un’area dove spostarmi. Incrociai una grande finstra nel finire del corridoio. Una luce in fondo al tunnel. Il rumore di una porta che si apriva interruppe la ricerca di uno sbocco dove collocarmi nell’attesa.

- Signora Stocco? - Sì, sono io – Prego, mi segua...

Pochi passi ed eccomi all’interno di una piccola stanza. Scrivania. Quattro sedie. Attaccapanni in acciaio. Calendario di Padre Pio ala parete. Tre donne.

Rimasi in piedi di fronte alla scrivania, sproporzionata rispetto alle dimensioni della stanza, tanto che la signora di cui, al momento, conoscevo solo il suo volto e la sua corporatura robusta, dovette appiattirsi tra il muro e il lato della scrivania per prendere posto sulla sedia.

- Bene, possiamo iniziare... sono Adele De Nardi, assistente sociale e lei, - volgendo il capo alla sua destra- è la dottoressa Silvia Donadel, psicologa presso il nostro Centro Affido. Ci scambiammo un saluto stringendoci le mani. Ancora in piedi attendevo un cenno per sedermi.

- Prego, signora Stocco, si accomodi…

Con voce pacata, con un forte accento veneto, la dottoressa De Nardi mi fece cenno con la mano. Presi posto. Scostai con la mano i capelli dietro le orecchie. Faccio sempre così quando mi sento osservata. E osservata lo ero davvero.

L’assistente sociale non si perdeva ogni movimento, ogni mio gesto. Lo sguardo ceruleo, penetrante, oltrepassava le spesse lenti degli occhiali poggiati sul naso minuto. Sentivo quegli occhi dentro di me quasi a sondare ogni anfratto della mia mente, cercando di captare impercettibili sfumature intellettive. Ma non solo. La dottoressa De Nardi, austera nella sua posizione, stava seduta di fianco alla psicologa intenta a seguire la conversazione appena iniziata. La scrivania divideva le nostre persone. Le nostre vite. Della mia conoscevo ogni piccolo particolare, della loro sapevo solo che facevano parte della equipe di persone che si occupava di minori in difficoltà.

Affido familiare. Fino a un paio di settimane prima ignoravo l’esistenza di questa istituzione. Le prime informazioni a riguardo le trovai in biblioteca. Aveva attratto la mia attenzione un volantino che invitava le famiglie ma anche persone sole, ad occuparsi a tempo pieno o parziale di bambini o adolescenti presso la propria abitazione. Lessi attentamente quanto c’era scritto e inviai, dopo qualche giorno, una mail all’indirizzo di posta elettronica riportato sul fondo dello stesso.

- Signora Stocco, abbiamo preso in considerazione la sua richiesta per un affido familiare pomeridiano, ecco il motivo di questo primo incontro presso il nostro centro. Vorremmo scambiare due chiacchiere con lei, diciamo, per conoscerci meglio...

Mentre la dottoressa De Nardi parlava, la psicologa, estraeva da una borsa professionale una cartellina gialla. La poggiò sulla scrivania, vi mise sopra i gomiti, le mani incrociate sotto il mento. Adesso avevo anche il suo sguardo su di me. Mi sentii, per un attimo, a disagio sotto quei quattro occhi indagatori.

L’agitazione iniziò, in modo subdolo, a mettersi in moto. Da dove parto? Raccontare tutta la mia vita, che già di strada fino a quel momento ne aveva fatta, mi sembrava del tutto fuori luogo. Avrei quantomeno fatto perdere troppo tempo ad ascoltare cosa? Anni dedicati alla famiglia che non sono riuscita a tenere unita? Da quale punto preciso del mio percorso dovevo partire e raccontarmi? Avrei dovuto essere concisa ma allo stesso tempo elargire con serenità (quella che mi stava mancando) almeno gli ultimi dieci anni della mia vita. Questo era il mio compito in quel momento. Dieci anni compressi in pochi minuti. Impresa non facile ma dovevo farcela. Mi serviva un impiego. Mi serviva dare un senso alle mie giornate vuote. “Giornate vuote”, questo non avrebbe dato alle mie interlocutrici una bella visuale sulla mia persona.

Vedendomi in leggero imbarazzo intervenne la dottoressa Donadel.

- Signora Stocco, nella mail che ci ha inviato abbiamo letto che è nata a Treviso e che da alcuni anni si è trasferita a Cison, giusto?

Dietro i vetri della grande finestra, le nuvole si stavano lentamente ritirando lasciando intravedere un cielo azzurro di metà settembre.

I miei occhi chiari incrociarono quelli di una calda tonalità marrone della psicologa.

- Esatto, mi sono trasferita circa cinque anni fa…

Era esattamente il 2009 quando la vita aveva dato libero sfogo alla sua volontà. In quell’anno molte cose erano accadute: ad aprile mia madre aveva lasciato me, mio fratello, che la raggiunse solo tre anni dopo, e questa terra. Nel mese di settembre, sempre di quello stesso anno, mio figlio minore, dopo essersi diplomato, trovò lavoro a Londra. Diciannove anni e tanta voglia di scoprire il mondo. Mi sembrò di averlo perso per sempre. Una specie di lutto per una madre quando parte un figlio.

“Non vado in guerra” disse quel giorno Marco mentre mi salutava. Io in lacrime, lui con il sorriso di chi sta per intraprendere il primo viaggio della vita. Il mese successivo anche il maggiore dei miei figli, decise di andare a convivere con la sua ragazza. Ero rimasta sola. L’appartamento troppo grande e un affitto non più sostenibile diedero il colpo di grazia a quell’idea di cambiare la mia vita che aveva lasciato poche cose dentro a qualche scatolone. Questo il racconto che uscì dalle mie labbra quella mattina di settembre mentre cercavo un appiglio, un interesse da darmi per non soccombere di fronte al cambiamento che aveva stravolto le mie abitudini.

- Signora Stocco, ha mai sentito parlare di affido familiare?

Nello sguardo dell’assistente sociale c’era curiosità di capire se ero la persona adatta ad assumersi l’impegno di accudire temporaneamente un minore. Mentre la dottoresa De Nardi attendeva una mia risposta, la psicologa estraeva da una borsa professionale una cartellina gialla. L’appoggiò sulla scrivania. Sul leggero cartoncino giallo spiccava un nome scritto con un grosso pennarello nero. Serghei.

- Ho letto il volantino, se non sbaglio ci sono due tipologie di affido. Quello residenziale e quello diurno.

- Esatto, lei se non erro ha dato la sua disponibilità per i pomeriggi… giusto? Sarebbe disposta, eventualmente, anche ad accogliere il minore a pranzo?

Per me era una situazione del tutto nuova. La mente vagava nell’incertezza cercando un approdo a cui aggrapparsi. Sì, ero pronta a questa nuova esperienza ma al contempo ne ero spaventata. Avevo tirato su due figli praticamente da sola, dopo il divorzio e delle responsabilità che ciò aveva comportato ne ero rimasta schiacciata. Dolorosamente, giorno dopo giorno, ho dovuto con tenacia di cui non conoscevo l’abbondanza, farmi forza per loro. Per non soccombere, di fronte alle mille difficoltà, mi sono rimboccata le maniche fino alle ascelle. Ho fatto i lavori più umili e mi sono messa a scrivere. Quando ne avevo tempo ma soprattutto quando riuscivo a reggermi in piedi. Non me la sentivo di tornare indietro. Ma quei pochi grammi di anima mi inviava segnali positivi. Non abbassare la testa. Avevo superato muri sui quali mi ero appoggiata nei momenti peggiori. Potevo, dovevo farcela.

- Signora Stocco, se la sente di ospitare un ragazzino di… - quanti anni ha Serghei? - La psicologa aprì la cartellina, scartabellò alcuni fogli – è nato nel ‘98 … ha compiuto quattordici anni lo scorso luglio - … di quattordici anni per quattro pomeriggi la settimana?

Sentii i loro sguardi interrogatori su di me. Sentivo anche una certa inquietudine aleggiare tra lo stomaco e l’intestino. Mi scappava di andare in bagno.

- Chiedo scusa ma dovrei andare in bagno.

Le due donne si guardarono. Mi alzai dalla sedia di scatto. Il lungo corridoio con il linoleum verde e tante porte color crema mi sembrò un tunnel. In fondo, oltre la finestra, il cielo si era aperto lasciando all’azzurro tutto lo spazio possibile. Un raggio di sole attraversò prepotentemente il vetro della grande vetrata.


Serghei

Arrivò all’ora di pranzo accompagnato da una bella giornata di ottobre, fin troppo calda per essere autunno già da un mese. Tanto ci era voluto per regolarizzare la pratica e dare il via al “progetto di affido”. Con la cura che non riservavo ai miei pranzi solitari, avevo apparecchiato la tavola con un’allegra tovaglia a quadretti bianchi e rossi. Per pranzo una pastasciutta con il ragù. Non sono mai stata una brava cuoca ma il ragù alla Bolognese mi riesce sempre piuttosto bene. Non conoscevo i suoi gusti, non conoscevo il suo volto. Sapevo solo che si chiamava Serghei, che aveva quattordici anni e che era già fuggito due volte dalle precedenti famiglie affidatarie...





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