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Una storia di GiovanniLeonardi

Blemma

l'imprevedibile fascino della follia

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6 minuti

Pubblicato il 15 dicembre 2018 in Thriller/Noir

Tags: #follia #america #caos #umanit

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Lo riconosco. Mi sistemo meglio gli occhiali per mettere a fuoco quello che da lontano mi sembra solo una strana coincidenza. Attraverso la strada e, sopravvissuto per pura fortuna al caos delle macchine, guadagno il marciapiedi di fronte e mi fermo a bocca aperta davanti al manifesto… e lo vedo, lì, quello sguardo, trionfante e superbo che domina la coltre di cemento e catrame che oggi le persone chiamano marciapiede. John Wayne Gacy. A molti di voi questo nome ricorderà qualcosa, forse si riaprirà un lontano scomparto di memoria li nel vostro cervello, un anfratto freddo e grigio dove conservate le storie più inquietanti che ogni giorno i media vomitano addosso a menti sempre più intorpidite e disperse in un mare di coma perenne, senza sogni ne ambizioni. John Wayne Gacy, soprannominato il killer clown, negli anni 70 fece più di 30 vittime, ovviamente tutti bambini e solo qualche donna. Il 14 luglio 1976 quest’uomo irruppe con violenza nell'affidabile routine che era la mia vita e la frantumò. Non ho più una vita, non come viene intesa oggi per lo meno. Un giorno mio figlio sparì, quando lo arrestarono confessò e nell'elenco di nomi che quell'animale vomitò c’era anche quello di Gabriel, mio figlio. Non trovarono mai ne corpo ne prove ma dissero che fu lui, che fu un mostro e come mostro fu condannato. Io non ci ho mai creduto, alla condanna intendo. Lo scrissero su tutti i giornali della sentenza di morte, ovunque si parlava di un uomo giustiziato da altri uomini perché aveva ucciso altri uomini. La cosa doveva consolarmi? Il sistema penale è forse la traduzione autorizzata di una “vendetta lenta e dolorosa”? comunque sia non è questo il punto. Il punto è che io non ci ho mai creduto, alla condanna intendo. E si che ero li presente, mentre la corrente elettrica attraversava il suo flaccido e ributtante corpo. Gli occhi. Mi colpirono particolarmente perché erano profondi, scuri, senza rimpianti, fieri di ciò che avevano visto, quasi lo invidiavo sapete? Era un fiero essere vivente che di fronte alla morte non indietreggiava, semplicemente la accettava come atto naturale, senza paura, senza rimpianti, senza chiedermi scusa. L’ho sognato per anni quello sguardo, ho iniziato persino a farlo mio, sapete da quel momento in poi la mia vita, cosi come voi la intendete si sgretolò sempre più lentamente. All'inizio la società sopporta il tuo essere da un'altra parte, il tuo comportamento strano e alienato, insomma hanno ammazzato tuo figlio è una scusa che regge ovunque sia a lavoro che a casa. Poi però succede, loro pretendono che tutto debba essere dimenticato, fatto tuo come esperienza e “vai avanti”. Ma avanti dove? Quando apri gli occhi ti rendi conto che avanti non esiste, è un fottuto labirinto e noi siamo i criceti persi che in balia della disperazione si strappano via gli arti per nutrirsi. I suoi occhi erano diventati i miei e questo mi disgustava. Ogni giorno lo specchio mi dava conferma del mio disgusto. Guardavo me e vedevo lui, occhi neri, profondi, spenti, imbruttiti dall'alcol e da un sonno disturbato e stridulo. Iniziò a balenare nella mia mente un idea, folle e malata, germinata da un seme nutrito dalle più basse occasioni che una città può fornire ad un disperato uomo marcio. Le droghe più improbabili, l’apatia più dilagante, la costante evidenza che è il mondo sta marcendo perché noi vogliamo che marcisca, tutto questo ha nutrito la mia idea, folle, malata, esatta come la fisica nucleare. La sua follia, quella di John Wayne Gacy, era passata a me, tramite lo sguardo. È ovvio, è chiaro, non potrebbe essere altrimenti. Mentre lui moriva il suo istinto di sopravvivenza ha creato il miracolo. Le sue idee, nella mia mente. Odiavo me stesso per quello che ero diventato. Odiavo la violenza che fermentava in me. Amavo l’idea che mi avrebbe dato potermi sfogare. Però doveva essere una cosa studiata mi capite? Non potevo rovinare tutto, doveva avere un senso. Rovinereste mai un orgasmo, intendo volontariamente. Doveva essere mirato. Potevo vendicarmi. Sarebbe stato perfetto. Già sento i commenti; “ era inevitabile dopo tutto quello che ha passato” eh ma se fosse successo a me avrei fatto di peggio”, non è vero. I più parlano ma poi lentamente uccidono il loro essere e ne indossano un altro, uno socialmente accettabile che ispira fiducia, perché il mondo ha bisogno di persone che ispirino affidabilità, non è necessario che lo siano ma almeno devono saper fingere. Io invece volevo esplodere. Ma contro chi? Hanno ucciso loro il cattivo, e io che faccio? Con chi appagarsi? Questi erano i pensieri che rincorrevano la mia mente ogni or, ogni giorno, ogni anno in questi ultimi 7 anni. Ogni secondo ho una fitta al cervello, una scheggia di vetro che attraversa quel che rimane del mio vecchio me, lo ferisce, lo stupra, ogni secondo. Ogni secondo in questi sette anni. Volete sapere quanti secondo ci sono in sette anni? Sono 220924800. Non mi credete? Controllate. Io lo so, ho contato le schegge. Un giorno, due settimane fa per l’esattezza, l’illuminazione! Era ovvio, era palese. Mi tormentava per un motivo. Il suo sguardo era la chiave di volta della mia pace. Dovevo cercare quello sguardo nel mondo e trovarlo. Trovarlo e spegnere quegli occhi. Si si era sensato. Capite no? Io ho ereditato queste voci nella mia testa ma venivano da quelle pupille. Se qualcun altro ha lo stesso sguardo avrà sicuramente le stesse voci, forse peggiori, capite sarò un eroe. Farò del male a quell'uomo o donna o bambino e sarò un eroe, e le mie voci andranno via. Per sempre. Niente più schegge. La ricerca fu disperata. Letteralmente disperata. Giravo e vagavo, viaggiavo e migravo, osservano e mi dilaniavo perché nessuno era quello adatto. Nessuno. Da nessuna parte se non negli specchi che riflettevano un’immagine residua di me trovavo quello sguardo. La cosa stava diventando quasi maniacale, qualcuno la definirebbe psicosi. Ormai era letteralmente sull'orlo della disperazione, mi sentivo un po’ come Michael Douglas in Falling Down, avete presente? Un uomo che da di matto perché la sua vita gli si sgretola sotto i piedi. Io mi sentivo cosi, solo più credibile e senza una acconciatura da fighetto. E poi oggi, lo riconosco. Vedo quel manifesto sulla strada e lo riconosco. Quegli occhi sono li e mi fissano e io li riconosco. Capite la magia di tutto ciò? Non appena arrivi davvero sul ciglio del baratro, quando inizi a convincerti che magari sei tu la causa dei tuoi problemi, che sei tu che dovresti fare un favore al mondo e ammazzarti nel modo più garbato possibile, in quel preciso istante lo vedi. Il frutto del tuo lavoro, la tua visione, la tua alba. Era li. E mi guardava. Per chiarirci il manifesto era una pubblicità, di un concerto. Era l’otto dicembre 1980. Quel gruppo avrebbe suonato a New york e io ero a New york. E sarei andato li. E avrei fatto tacere le voci. Avrei spento quello sguardo. Avrei salvato milioni di persone. Sarei stato l’eroe che uccide il cattivo. Ora cari lettori che state leggendo la mia storia, credo che abbiate già capito chi effettivamente io sia. Per chi non è appassionato di musica, o abbia passato gli anni 80 sulla luna, credo che si indispensabile fare le dovute presentazioni. Mi chiamo Mark David Chapman, sono nato il 10 maggio 1955 a Fort Worth nel Texas. ho ucciso con una pistola John Lennon al termine di un concerto. Nessuno ha mai capito le mie azioni, ne saputo la mia storia, un folle, un maniaco, un senza dio. Eppure quando mi arrestarono dissi una semplice frase “Una piccola parte di me deve essere il diavolo”, se non mi credete cercate pure, dissi esattamente questa frase. Ovviamente nessuno comprese nulla. Nessuno. Nessuno eccetto voi.

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