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Una storia di Nightafter019

Marco

Le mollette dell' amore

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25 minuti

Pubblicato il 29 marzo 2021 in Erotici

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Marco



Negli anni del collegio giravo con un diciannovenne, un ragazzo di Milano: fu il mio primo grande amore.
Non aveva un viso dai tratti perfettini, anzi, possedeva lineamenti irregolari, labbra grandi, un naso importante e anche leggermente aquilino, occhi color caramello con una luce torbida nel fondo.
Un viso interessante, come si dice di certi brutti che piacciono: era affascinante, lo era in tutto, ti riempiva la mente, una personalità che lasciava il segno.
A differenza delle mie amiche che preferivano il genere "fighetto sanbabilino", ero attratta dai tipi meno “patinati”, ma più veri. Magari con un pizzico di follia in testa, un filo borderline.
Si chiamava Marco, frequentava l'Accademia di Belle Arti a Brera, sognava di diventare scultore, non ho mai saputo se ci sia poi riuscito.
L'avevo conosciuto visitando una galleria d'arte dalle parti piazza Cavour, a una mostra di pittori "naive": era il primo pomeriggio a quell'ora la galleria era deserta, vi era solo un elemento del personale all'entrata, l'ideale per poter ammirare le opere in tranquillità. Non potei fare a meno di notarlo: se ne stava su un divano al centro di una delle sale al fondo del locale. Fumava e con un blocco da disegno sulle ginocchia, era intento a disegnare su un foglio.
Feci il giro della sala soffermandomi sulle opere più interessanti, lui, concentrato sul suo lavoro, non parve accorgersi di me.
Passando alle sue spalle, vidi cosa stava disegnando con una matita sanguigna: restai sorpresa per la singolarità del soggetto, il disegno raffigurava un sesso femminile. Aveva talento: con un segno elegante e deciso, aveva realizzato un dettaglio di grandi labbra frastagliate e dischiuse, di un realismo anatomico sorprendente.
Lavorava senza sollevare il capo dal foglio, indifferente a tutto ciò che aveva intorno, me compresa, che ero rimasta a osservare affascinata da tanta bravura.
Quando decise di aver terminato, si voltò e i nostri occhi si incrociarono, mi chiese a brucio: - Allora, ti piace?
Colta alla sprovvista, mi confusi come fossi stata sorpresa a spiare, divenni rossa e balbettai: - Sì, scusami, guardavo. E' davvero bello, sei molto bravo.
Annuì con un cenno del capo: - Grazie. E' un ritratto. - aggiunse.
Pensai a una battuta di spirito. - Non vedo la modella, però. - obiettai, sorridendo.
- Ovvio, è fatto a memoria. - rispose serafico.
- Allora hai buona memoria. Oppure la modella si fa ricordare. - Mi venne da ridere e rise anche lui.
- In questo hai ragione, ritraggo solo a soggetti interessanti.
- Capisco, quindi se una ti interessa, invece del solito viso, gli ritrai i genitali. Bella storia.
- Sì. Cerco di ritrarre quello che è più interessante e personale.
- Ambè, che sia personale, non c'è dubbio.
- Non credi che ogni sesso femminile possieda una personalità, una caratteristica particolare che lo rende unico.
- Interessante teoria. Quindi ogni vagina è una storia a sé che tu racconti col disegno.
- Diciamo che fisso sulla carta l’ impressione visiva e spirituale dell’intimità di una donna.
- Certo, sei un testimone oculare della psicologia di una topa. Giusto?
- Tu ci scherzi, ma hai detto una verità assoluta.
Non capivo bene se si burlasse di me o se fosse realmente bacato di cervello.
- Scherzi o dici sul serio? - chiesi.

Aveva chiuso il blocco da disegno e ritirato la matita in un astuccio riponendo il tutto nella sacca che aveva con sé: si accingeva ad andarsene. Alzò gli occhi fissandomi: - Mai stato più serio di così. Rispose.
Mi venne una risatina sarcastica.
- Non ci credi? Allora ti faccio il ritratto, così ti convinci
Sfoderò un sorriso di denti candidi, nel formulare quella frase sospesa tra un invito e sfida.
La raccolsi e rilanciai: - Credi che mi tirerei indietro?
- Accetta! Così lo scopriamo. - aveva una luce divertita nello sguardo.
- Cos’ è, la tua tecnica per levare le mutandine alle sconosciute?
Scosse il capo. - Lo sapevo, vuoi fare la tosta, ma hai paura e ti vergogni. In ogni caso se il problema sta nel conoscerci: io sono Marco Minardi, faccio lo scultore: o meglio, lo farò presto.
- Piacere - risposi. - Ambra De Angeli, studentessa in vacanza. Non mi vergogno affatto e se non ci credi me le levo e te le metto in mano. Facevo la decisa per darmi un tono più maturo.
- No, qui non è tranquillo, è un lavoro che richiede tempo, mica è una foto.
- Ok! Dove allora?
- Da me. Ho lo studio dove abito, vuoi venirci?
- Fa strada! - dissi.
Lasciammo il locale, fuori aveva la moto e nel bauletto un casco di riserva: me lo fece indossare e ci lanciammo nel traffico del mezzo pomeriggio.

La nostra storia era fatta di lunghe separazioni, perché durante l'anno scolastico, io tornavo dal collegio solo una volta al mese, fatta eccezione per le vacanze di natale, pasquali e la chiusura estiva.
Non volli rivelargli subito quanti anni avevo, sembravo più grande della mia età, quindi ne dichiarai diciotto: ne avevo due in meno, ma temevo che sapendolo si sarebbe tirato indietro perché ero minorenne.
Benché fosse più vecchio di me di soli tre anni, aveva già una mente decisamente adulta che trovavo irresistibile. Si era creata un'intesa forte: era fantasioso e pieno d' iniziativa e io per una naturale vocazione mi lasciavo coinvolgere con entusiasmo nelle sue fantasie.

Ci tenevamo in contatto sentendoci quasi ogni le sera, lo chiamavo al telefono del loft in cui viveva: a quel tempo non esistevano ancora i telefoni cellulari, per cui dovevo usare un telefono a gettoni posto nel corridoio del piano terreno al collegio. Ogni sera era una guerra da sostenere con le altre compagne per accaparrarsi l'apparecchio, c'era sempre una fila sterminata di ragazze con pile di gettoni telefonici in mano, ad attendere il loro turno.
Il momento per stare insieme tutto il giorno, avveniva durante le vacanze estive, quando terminava la scuola e passavo un intero mese a Milano, prima di partire per le vacanze in Versilia.

Impiegavamo il tempo andando in giro con la sua moto, possedeva una vecchia Guzzi d'epoca, la sera andavamo per locali di tendenza, durante il giorno per gallerie d'arte e cinema, sempre rollandoci canne assurde e scopando come ricci nel suo loft.

Con la storia del ritratto, mi ritrovai nel suo pied-à-terre, in zona Fiera Campionaria, restai sedotta dal modo in cui era allestito.
Si trattava di un unico grande spazio, appunto tipo loft americano, posto all'ultimo piano di un edificio degli anni trenta. C'era un grande lucernario sul soffitto, dal quale si osservavano le nuvole e gli aerei diretti a Malpensa durante il giorno, poi stelle e luna la notte.
Alle pareti aveva quadri e pezzi d'arte sparsi in giro nell'ambiente, su un grande pannello teneva bozzetti con progetti di futuri lavori: possedeva uno stile che ricordava le cose di Giacometti.
All’ interno del loft un piacevole aroma di sandalo permeava l’ambiente,
in un angolo, attrezzato alle pareti con stampe indiane e un grosso mandala col simbolo “Om", su un trepiede, teneva un grosso incensiere in rame con ceselli raffiguranti divinità indù, piccoli coni d' incenso bruciati per metà erano sparsi tra la cenere sul piatto.
L’ alloggio era diviso tra una zona adibita a soggiorno-studio e in un'area notte.
La prima era attrezzata di quanto occorreva per il suo lavoro, erano presenti diversi materiali: dalla creta al legno, a cose realizzate con lamine di rame acidato.

La zona notte si apriva oltre un ampio tramezzo: arredata con un grande letto quadrato realizzato su misura.
Quando chiesi cosa se ne facesse di un letto tanto grande, rispose che amava ospitare: il letto era uno spazio di socializzazione, non solo di riposo. Averne uno con quelle dimensioni metteva al riparo dal problema che qualcuno “socializzando” cascasse del letto. Solo più tardi mi fu chiaro quali fossero le attività “conviviali” da tenere su quel letto.
Oltre al letto, attirò la mia attenzione un grande cesto pieno di mollette da stendere in plastica colorata. Chiesi se facesse da sé il bucato: rise e rispose di no, mandava tutto in tintoria.
Mi offrì una Piña colada ghiacciata che preparò mostrando una insospettata competenza di barman. Ero poco abituata agli alcolici e al secondo bicchiere già sentivo la testa viaggiare leggera.
Mentre sorseggiavamo la bevanda, approntò un chilum con dello shit aromatico: alla terza boccata di fumo iniziai ad avere planate vorticose.
Il fumo e quello che avevamo bevuto mi rendevano ciarliera e allegra.
Chiese se conoscessi Courbet? Le mie nozioni di Storia dell'Arte non erano molto vaste, ricordavo però che si trattasse di un pittore francese di fine ottocento. Confermò che era giusto, poi chiese se conoscessi la ragione per cui era divenuto famoso.
La ignoravo, allora mi parlò della tela, ora esposta al Musée d'Orsay, intitolata "L'Origine del mondo". Mi spiegò che il quadro raffigurava, in maniera realistica, il primo piano di una vagina e l’artista, al momento della prima esposizione, suscitò con quell’opera un vero vespaio scandalistico.
Marco riteneva che il sesso di una donna, rappresentato artisticamente, divenisse un atto di provocazione rivoluzionaria. Lui, diceva di sentirsi un prosecutore della poetica curbettiana.
Lo disse con un'aria seria e compita: scoppiammo a ridere insieme come matti. Poi chiese se ero pronta per il ritratto.
- Sì! Devo togliermi solo le mutandine o anche il resto?
- Togli la gonna che stai più comoda.
Lo feci, mi adagiai mollemente sul divano, con addosso solo il reggiseno e la camicetta di mussola candida. Il velluto carminio del sofà era soffice a contatto della pelle nuda.

Possedeva una nutrita collezione di album a 33 giri e un impianto HIFI professionale, spaziava nel meglio del rock e della progressive music dell’ultimo decennio, non mancava del buon jazz. Prima d'iniziare il ritratto aveva messo su un vinile di Chet Baker che adoravo: la sua tromba carezzava il refrain di "Almost blue" e la mia mente. a occhi chiusi, volava alta, oltre il grande lucernario sopra le nostre teste.
Armato di "sanguigna", davanti a un cavalletto, sulla cui plancia aveva fissato un foglio con puntine da disegno, sedette su uno sgabello in fronte a me.
- Divarica le gambe.
Aveva bisogno di una visione più dettagliata: lo feci.
Iniziò a tracciare rapide linee sul foglio con aria assorta, la visione del mio sesso pareva essergli indifferente: l'interesse al modello restava puramente artistico, un ginecologo, nella sua routinaria professione, avrebbe mostrato maggior considerazione per il soggetto esaminato.
- Toccati un po'. - aggiunse.
- Perché mi devo toccare? - non mi attendevo una richiesta tanto estemporanea.
- Per sgualcirla. Non deve sembrare di cera. Non faccio il ritratto di una figa morta.
Non sapevo se ridere o seccarmi per la singolarità della richiesta, non dissi nulla, in fondo era un gioco, lo avevo accettato, tanto valeva giocarlo.
Iniziai a carezzarmi: feci scorrere due dita, dal basso verso l'alto aprendo il solco tra labbra, sfiorai il clitoride che si inturgidì.
Stranamente non mi sentivo a disagio nel compere un gesto tanto intimo davanti ai suoi occhi, quanto bevuto e fumato mi aveva evidentemente abbassato i freni inibitori, mi sentivo rilassata e calda, come se avessi una confidenza di anni con quel ragazzo.
Però mi indispettiva quell'aria di olimpica noncuranza.
Non che mi fossi fatta qualche film su di lui, ma tanto distacco urtava la mia autostima. Mi corse in mente l'idea che fosse gay, questo avrebbe spiegato molto.
Chiedeva che mi toccassi? Allora lo avrei accontentato, testando fino a che punto potesse giungere il suo autocontrollo davanti a un sesso femminile.
Massaggia le valve con un lento movimento circolare, la carne si schiudeva morbida alla pressione dei polpastrelli, poi portai le dita alla bocca e le insalivai facendoci scorrere la punta della lingua.
Ero certa che il mio viso suggerisse l'immagine stessa della lussuria.
- Continua. Lavorala bene. - disse, proseguendo nel tracciare segni sul foglio.
Avevo il pube curato, un cespuglietto grazioso sul monte di venere e completamente glabro all’ intorno, un inguine liscio come quello di una ragazzina.
- Hai una bella fighetta. - disse, lanciando uno sguardo distratto. - Ha del carattere.
- Grazie. Devo continuare a carezzarmi, o basta così?
- Continua, che vai bene. - rispose, senza alzare gli occhi.
- Ma non è meglio che stia immobile? Non ti disturba che le dita la smuovano?
- No, non disturba. Tranquilla, va avanti.
Continuai. Iniziavo a bagnarmi, mi stavo masturbando davanti a uno che conoscevo da due ore: se me lo avessero raccontato, non c'avrei creduto.
- Mi sto bagnando... - mi lamentai con un gemito.
Le dita seguivano il fluire della musica, entravano e uscivano dalla mia intimità, scivolavano nel succo.
Sollevò la testa per un attimo: - Sì. Lo vedo. - disse, senza smettere di disegnare.
Mi stava usando come un manichino anatomico. Vero che non avevo progetti su di lui, ma cazzo, un minimo di attenzione, non ero poi del tutto da buttare. Che diamine!
Quell’ atteggiamento neutro era più umiliante di un’ attenzione non gradita, più offensivo di una mano sul culo a tradimento.
Avevo il viso in fiamme, le dita divenivano frenetiche, il sesso sbavava d’eccitazione, sul cuscino del divano si allargava una macchia scura.
Lui se ne infischiava, mentre io decollavo in un crescendo di umori densi.
Decisi che non ci stavo. Non poteva finire in quel modo, non mi lasciavo ignorare de quello stronzo che sapeva disegnare bene le fighe.
Avrei alzato l'asticella della seduzione!

- Posso infilarmi le dita nel culetto mentre mi dilato la topina? - chiesi, con un filo di voce.
- Fai pure, mi piace avere modelle con iniziativa. -
"Che bastardo!". Era imperturbabile, compatto e sordo come un muro di granito.
Bagnai di saliva le dita dell'altra mano, la portai dietro nel solco tra le natiche e lubrificai l'anello dello sfintere con la bava. Ero morbida ed elastica, lentamente feci scivolare dentro prima uno, poi due dita.
Mi sentivo accaldata, aumentava la traspirazione, tutto il corpo era languido, mi stavo sciogliendo come gelatina.
- Se continuo finirò col venire. - mi lamentai. - Ne hai ancora per molto col ritratto? -
- No, ma trattieniti, rallenta la carezza. - La faceva facile lui.
Con uno sforzo di volontà, rallentai, ma non era cosa semplice.
- E' difficile. - sospirai - Sto per venire, guarda come sono bagnata. -
Gli mostrai le dita madide di secrezioni.
- Sì, lo vedo, ma rilassati, non sai pensare ad altro? -
Era irritante oltre ogni sopportazione: fuorché quel cavolo di disegno, sembrava non vedere altro, come non esistessi. Quale altro uomo avrebbe potuto ignorarmi messa così?
Era gay senza dubbio. Un artista finocchio, ecco! Peccato, una grossa delusione.
- Sei sempre così freddo e controllato con le donne? -
Sollevò ancora una volta lo sguardo: luce spazientita negli occhi.
Si alzò dallo sgabello, posò la matita, poi fissandomi avanzò verso me.
- Sei una pessima modella: irrequieta e petulante, mi deconcentri e non mi lasci lavorare. -
- Si, ma tu non puoi scagliare la pietra e nascondere la mano.
Cosa pretendeva, se mi aveva chiesto di toccarmi?
La verità è che ogni scusa è buona e non vedevi l'ora di toccarti davanti a me. Sei una piccola sporcacciona, ammettilo!
- Ma come ti permetti? Per chi mi hai presa? Chi credi di essere? -
- Credo solo di essere uno che disegna benino e che ti ha fatto togliere le mutandine. Può bastare?
- Che stronzo! Sai che ti dico? Che me le rimetto e ti saluto. - ero furente.
- Non ho mai costretto nessuna a restare, con o senza mutandine. Non mi serve la scusa di un ritratto per sfilarle a una donna. Se vuoi rimetterle sono lì. -
Dio! Oltre che finocchio era anche insolente: un villano supponente.
- Certo che voglio rimetterle. Sarai anche un grande artista, ciò non toglie che sei un cafone a cui non piacciono le donne.
- Ahahah! - scoppiò in una fragorosa risata.
Maledetto! Quando rideva con quei denti perfetti gli si illuminava il volto con una smorfia così attraente, una faccia da schiaffi irresistibile.
- Hai temperamento, ragazzina. Ok! Se vuoi fallo. Ma non credo che tu abbia voglia di rindossare quelle mutandine. -
- Ah, sì? E cosa te lo fa credere?
- Il tuo amore per l'arte. Semplice!.
Mi stava canzonando, e mi aveva chiamato “ragazzina”, lo avrei preso a sberle.
Poi si inginocchiò davanti a me, mi posò una mano su ciascun ginocchio, un fluido torbido negli occhi miele scuro: qualcosa di bollente mi si accese giù nell’ inguine.
- Così non va, bisognerà porre rimedio a questa smania che non controlli e disturba il mio lavoro.
Eravamo così vicini, c'era una corrente calda nei nostri sguardi: avevo il cuore che creava contrattempi alla musica di Chet Baker.
- In questi casi non c'è che una cosa da fare. - sentenziò serafico.
Il momento era perfetto: ora mi avrebbe baciata, protesi in avanti il viso a labbra dischiuse, pronta a riceverlo.
Ma non lo fece. Mi prese la mano con cui mi ero carezzata, la portò alle labbra e introdusse le dita nella bocca: le succhiò soavemente, aveva una bocca morbida e bollente.
- Che buon sapore hai... Peccato doverti punire. - disse sussurrando.
- Punirmi? Perché mai, cosa ho fatto di male? -
- Sei disubbidiente e sporcacciona. Senti come sei fradicia qui in mezzo, mi hai inzuppato la mano. -
Le dita che aveva condotto alla bocca ora esploravano la tenerezza del mio sesso:mi sfuggì un gemito.
Mi stavo sciogliendo, dovevo anche liberare la vescica, era da ore che non la facevo: lo stimolo si era fatto urgente.
Senza fretta, iniziò a sbottonarmi la camicetta.
Sul davanti dei jeans che indossava era comparso un rilievo evidente. Forse non era gay come avevo pensato.
- Mi spiace ma sono costretto a farlo, devi imparare a contenere le tue pulsioni ragazzina. -
"Fanculo!" pensai, "ragazzina" lo dici a tua sorella.”
Mi stavo irritando: - Senti, “Courbet”, chiudiamola qui. Ora mi rivesto e me ne vado.
Nella nebbia mentale di fumo e rum, il tono della mia voce non doveva risultare convincente. Non sembrò aver inteso nulla delle mie parole.
Senza replicare liberò le mie tette dal reggiseno, strinse con forza i capezzoli tra i polpastrelli: una scossa dolorosa riverberò fino alla radice del seno.
- Allora, davvero vuoi andare via? - chiese, con un sorriso beffardo, tirandomi a sé.
I capezzoli dolevano, le bocche contatto di labbra e i fiati uniti nel respiro: impossibile sottrarsi a quel bacio ipnotico.
Aveva labbra morbide e carnose: lingue e saliva si mescolavano frenetiche, avide, a tratti violente.
La tenaglia delle dita, nella foga di quella fusione di bocche, allentava la morsa; mi catturò la lingua aspirandola tra le sue labbra, gliele morsi con dolcezza.
Le tempie pulsavano assordanti, i respiri pesanti, il cuore nel petto disegnava capriole.
Ai modi decisi opponeva delicatezze inattese, questo mi confondeva: precipitavo in un ottovolante di sensazioni contrapposte.
Liberò d'improvviso i capezzoli:il sangue rifluiva nei capillari con una pioggia di punture di spillo.
Iniziò succhiarli, solleticarli con la lingua: bave copiose e dolcezza.
Piccoli morsi sulle punte zuppe di liquido, era abile e subdolo, conosceva il modo per essere convincente, sapeva come muoversi no v'era dubbio.
Ero liquida tra le cosce, avevo punte turgide come amarene mature, le colpì, uno dopo l'altro con una sberla rapida dall'alto in basso, i globi sobbalzarono plastici: gemetti col fiato spezzato.
Il bisogno di liberare la vescica si acutizzò d'improvviso.
- Mi scappa, devo fare pipì, o me la faccio addosso. - dissi in un soffio.
- Vieni. - disse. Mi prese per un braccio tirandomi in direzione della zona notte.
L'ambiente era in penombra, il colore nero dominava mettendo soggezione come un luogo per riti sacri: una stanza di culto e preghiera.
Lo seguivo svuotata di volontà, come una sonnambula segue il suo sogno surreale, attraversammo lo spazio fino a una porta sul fondo, l'aprì e mi fece cenno d'entrare.
Era la stanza da bagno della mansarda:molto ampia, di un gusto moderno, minimale ed elegante, sicuramente creato da un architetto d'interni, uno stile alla Philippe Starck.
Ardesia plumbea vestiva le pareti, su un lato lungo della stanza erano ospitati una costosa vasca con idromassaggio e un box doccia nel quale avrebbero trovato, agevolmente, posto quattro persone.
La parete di fronte era occupata dai sanitari e un lavabo di design a doppio catino, mensole in acciaio inox satinato li dividevano ed erano destinate ad accappatoi e asciugamani ordinatamente impilati.
Piccole alogene discrete, incastonate alla parete e al soffitto, illuminavano l'ambiente.
L'aria profumava di caramella al ribes, lo stesso aroma che si trovava visitando la bottega di Fiorucci in piazza San Babila.
I genitori di lui, non avevano lesinato i fondi, per dare un'abitazione dotata di confort al loro rampollo.
- Puoi farla qui – disse indicando la lucida tazza di ceramica nera, mentre si appoggiava alla parete della doccia e si accendeva una sigaretta.

- Cosa ti fa credere che abbia voglia di farla davanti a te? - risposi piccata, benché non vedessi l'ora di svuotarmi di quell'urgenza liquida.
Rise: - Perché quando ti ho toccata, a momenti, me la facevi in mano.
- Non posso farla se ci sei anche tu.
- Ok. Fai la pudica? Nessun problema, puoi tenertela. aspirò una lunga boccata di fumo. Pareva seriamente intenzionato a non schiodarsi.
Ero furente, mentre disegnava anelli di fumo stringendo le labbra a cerchio; aveva una luce divertita negli occhi.
Il pavimento di marmo era freddo ed ero scalza: quel contatto rese incontenibile lo stimolo.
- Va bene, Stronzo! Vuoi vedermi pisciare? Ok. Ti accontento. - sbottai al culmine della frustrazione, sedetti sul water con un gesto rabbioso.
Iniziai a farla con dolorosi schizzi a singhiozzo per averla trattenuta troppo a lungo. Il fruscio del liquido che precipitava nel sanitario era l'unico rumore nel silenzio che avvolgeva la scena.
- Apri le cosce mentre la fai. Mi piacciono gli zampilli delle sorgenti. -
- Vaffanculo! Fottiti! - poi, non con un gesto di sottomissione, ma di sfida: dischiusi le cosce, lasciai che osservasse la mia vagina gocciolante che espelleva gli ultimi fiotti della minzione.
Gli avrei pisciato volentieri sulla faccia di bronzo che aveva.
Osservò la scena senza perdere quell'aria annoiata.
Quando fui al termine, portai la mano alle salviette igieniche nel dispenser al mio fianco, per asciugarmi.
Aspetta. - disse – Faccio io. - gettò quel che restava della sigaretta nel vicino bidè, si inginocchiò tra le mie cosce.
Mi prese le gambe e se le accavallò alle spalle, poi affondò la bocca nel sesso.
La sua lingua era un velluto caldo e mobile, mi frugò la carne frolla con lenta voracità: il suono umido della sua bocca che risucchiava i lembi delle grandi labbra, produceva un gorgoglio impudico e lascivo.
Stimolata da quella carezza profonda, altre gocce di urina stillarono dal mio intimo: lui le raccolse con la lingua, goloso come un orsacchiotto inebriato di miele dolcissimo.
Era bravo per Dio! Fino troppo, per un uomo tanto giovane
Era fluido ed esperto, conosceva i tempi e i ritmi adatti: sapeva essere lento, morbido e avvolgente, o aumentare assiduità, dando nerbo a quella pennellata intima.
Nonostante il precedente malumore non mi riuscì, di resistere a quel turbinio di carne viva che, zuppa delle mie secrezioni, mi slabbrava le grandi labbra con la lingua instancabile.
Gli avvinsi il capo con le mani e dischiusi al massimo le cosce, mi abbandonai a quell'abisso di piacere che mi risucchiava verso il fondo.

Tornammo nella camera da letto, mi prese in braccio e mi posò sul grande lettone: mi inserì un cuscino sotto le natiche.

Senza staccare gli occhi dal mio corpo si liberò degli abiti: rivelò una nudità armoniosa, un corpo asciutto e solido, l'orgoglio impudico del sesso eretto.

La parete in fronte al letto era rivestita di specchi, ogni nostra azione ne veniva riflessa.

- Mi hai chiesto se ci facevo il bucato. - indicò la cesta delle mollette sulla cassapanca.

Ne raccolse una quantità e le posò al nostro fianco sul letto, avevano un aspetto familiare e rassicurante, allegramente colorate.

- Ora ti spiegherò la loro funzione. - Il suo sorriso era torbido, montò sul letto, sedette al mio fianco e prese delle mollette.

Ne prese una e l'applicò sul capezzolo destro, fui percorsa da un brivido, la seconda sull'altro, non potei trattenere un piccolo grido: era dolore, ma un dolore caldo che si espandeva a tutto il seno. Mi ordinò di non toccare le due pinze, mordevo le labbra per resistere alla tentazione di staccarle.

Poi mi divaricò le cosce, il cuscino sotto le reni teneva in alto il bacino rispetto alle spalle, ero tutta aperta: iniziò a carezzarmi, facendo scorrere le dita lungo il solco delle grandi labbra, frugandomi, inzuppandole nel mio umore denso.

Si chinò, prese a percorrermi le mucose con labbra umide, la punta della lingua guizzava sul clitoride sensibile schiaffeggiandolo. Immergeva la ventosa della bocca in quella malgama di carne madida di secrezioni e saliva.

L'odore cado di sesso aleggiava sul letto come una nebbiolina umida e penetrante.

Non sentivo più il dolore ai seni, seguivo la sua carezza orale assecondandola con movimenti sinuosi del bacino, per un tempo di cui persi la nozione, galleggiavo in un lago di liquidi e piacere crescente.

Si arrestò, raccolse un'altra molletta: prese con due dita un lembo scivoloso delle grandi labbra e ve la fissò.

Urlai, lui ignorò lo strillo e replicò l'identica cosa con l'altro lembo della mia vagina.

Il dolore era cocente, ma solo nei primi dieci secondi: ne applicò cinque per ogni labbro, il mio sesso era diventato un impudico fiore dai petali multicolori: la carne lucente di secrezioni era la sua corolla vivida e palpitante.

Tornò ad affondare la bocca nel mio sesso, lo penetrava a fondo, la lingua era un serpente morbido e teso che scavava la mia voglia, sollecitando contrazioni pulsanti.

Era un tormento sensuale e snervante che mi procurava una vertigine rossa nella mente.

Mi dondolavo in un altalena di dolore e piacere, quelle dolci violenze mi privavano di volontà: lo specchio, sulla parete in fronte, mostrava l'indecenza del gioco perverso attuato sul mio corpo, il viso acceso di rossore, era l’immagine stessa della lussuria.

- Mi stai facendo soffrire. - dissi con una flebile invocazione.

- Vuoi che smetta piccola sporcacciona? - la sua voce era calda e drogata di voglia.

Il suo sesso eretto, oscillava a ogni suo movimento, quella tensione di carne e vene in rilievo ricordava l'estro turgido di un animale, lo strinsi nella mano iniziando a far scorrere la pelle in una carezza.

- E' questo che desideri o vuoi che smetta? - chiese con una punta di divertito sadismo.

Parlando tirava lentamente le mollette applicate ai capezzoli, inserì quattro dita nel mio sesso, le fece ruotare in quell'impasto cremoso di ciprigno, un rumore liquido accompagnò il gesto.

- Noo! Non fermarti ti prego!...Fammi godere...

Allora si posizionò a cavalcioni della mia faccia, col viso affondato nella mia fica e il suo sesso a premere sul mio volto.

- Leccami il culo e le palle, fammi sentire la lingua da porca. Fammi sentire come mi ingoi il cazzo.

Aveva davvero un gran bel arnese qual giovane maiale: grosso e duro, solcato da rilievi di vene azzurre, gonfie di sangue.

Mi sentivo eccitata, una sporcacciona alla quale si potevano chiedere cose proibite, per renderla più porca e disponibile: volevo godere nella maniera più sfrenata.

Così gli presi in bocca i testicoli succhiandoli golosa, poi gli sprofondai la lingua nell'ano: leccai tutto con frenesia animale, la mia saliva irrorava i riccioli del suo pube, l'odore della sua intimità mi mandava in estasi.

Il suo lavoro di bocca era instancabile: a ogni affondo di lingua nella mia carne, stuzzicava con le dita le mollette sulle grandi labbra, le smuoveva con lentezza, provavo una tensione dolorosa che sollecitava pulsazioni involontarie al sesso: sentivo il mio succo inzuppare le lenzuola del letto.

Avevo il suo cazzo in bocca, muovevo lentamente il capo per farlo scivolare al fondo della gola: il glande toccava la mia epiglottide, bave vischiose colavano sul collo, bagnandomi i capelli.

- Fottimi ora ti prego! - implorai.


Allora lo fece: tenendomi le ginocchia piegate contro i seni, mi penetrò con forza, la fica gonfia e scivolosa lo ingoiò fino a che, le nostre sinfisi pubiche aderirono strette l’una con l’altra.

Dava colpi forti e ripetuti, mi sentivo sfondare da quell'assalto: le mollette alle labbra della vagina saltavano una a una sotto quell'impeto violento. Prese a colpirmi i seni a piene mani, guaivo mentre le mollette sui capezzoli turgidi si staccavano, saltando all’intorno.

Ero travolta da quella sensazione dolorosa e stordente, mentre un piacere devastante esplodeva nel mio ventre: lo agguantai per le reni piantandogli le unghie nei lombi, affinché sprofondasse all' estremo nelle mie mucose bollenti.

- Vengoo!! Riempimi, dammi il tuo succo! - Urlai esasperata.

Lui accelerò la frequenza dei colpi sentendomi prossima all’ orgasmo, solo quando mi sentì rantolare, perduta in una voragine di delirio, esplose dentro me con un getto interminabile.

Restammo accasciati, ancora uniti dai sessi, su quel letto fradicio dei nostri liquidi, ansimanti e sfiniti come dopo il passaggio di un uragano.

- Ti amo già... - gli sussurrai valicandogli il lobo in un orecchio.

Anche io troietta, disubbidiente e meravigliosa. - Ci baciammo con un trasporto indistricabile.

- Mi finirai il ritratto? - chiesi con un sospiro – E mi punirai ancora?

- Sì. Solo se sarai indisciplinata e porcellina.

- Come oggi?

- Di più ragazzina...Di più. Vedrai ti piacerà.


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