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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine La sposa in grigio perla

La tragica fine di Enrico Marini

La sposa in grigio perla

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6 minuti

Pubblicato il 21 febbraio 2021 in Altro

Tags: #lasposaingrigioperlaromanzo

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Enrico aveva trascorso due ore nel piccolo ma accogliente appartamento di Silvia. Il tempo passato con lei lo rilassava poiché con la sua giovane amante poteva lasciarsi andare, mostrare il suo lato perverso senza sentirsi per questo un uomo depravato. Silvia, fin dal primo momento, aveva capito che Enrico era un uomo dalla sessualità ambigua. I loro sguardi, incrociandosi, avevano rivelato senza pudore desideri e attese. Sapevano entrambi che non si trattava di un incontro di anime. Le loro personalità si erano intrecciate tra le maglie di un amore fatto di sesso puro, esasperato, che soddisfaceva entrambi. Amore era solo una parola astratta mai pronunciata, mai scritta. L’amore inteso come sentimento per loro non esisteva, esisteva solo il piacere fisico.

Lei e solo lei riusciva a soddisfare le voglie di quell’uomo e una piacevole, sottile sensazione di potere faceva volare la sua illimitata ambizione. Dopo la clamorosa sparizione di quella notte a Bergamo, Enrico per giorni si era eclissato. Lei, nonostante le mille domande e le scenate fatte per capire il motivo di quel comportamento assurdo, non era mai riuscita ad avere una risposta soddisfacente, plausibile. Nella sua mente si era formulata tutte le ipotesi possibili dalle più banali alle più assurde, ma in nessun modo aveva trovato un senso, una risposta all’atteggiamento di Enrico, che non si era sentito in dovere di dare nessuna spiegazione, né giustificazione. Da quel giorno non si erano più rivolti la parola, nemmeno sul luogo di lavoro ma, in puro stile Enrico Marini, dopo due settimane di silenzio e trenta rose rosse inviate per il compleanno di Silvia, i due amanti si erano nuovamente ritrovati in una rinnovata apoteosi erotica.

Io voglio questo uomo pensava mentre si sollevava dal corpo molliccio di Enrico. Ora gli poteva chiedere qualsiasi cosa, ed era disposta a tutto pur di ottenerla. Silvia era sempre più convinta che Enrico avrebbe lasciato Paola. Non voleva mettergli fretta ma intendeva conoscere le sue reali intenzioni.

A Enrico, che fosse il giorno dell’Immacolata e che quella giornata tradizionalmente venisse dedicata all’allestimento dell’albero di Natale, poco importava. Non amava particolarmente il periodo natalizio, in generale non amava nessuna festività. Il ricordo di suo padre che per mantenere la famiglia lavorava anche nei giorni di festa lo aveva portato ad assumere un atteggiamento di distacco nei confronti di ricorrenze e quant’altro.

Enrico ricordava il giorno di Natale come una giornata qualsiasi da trascorrere tra le mura domestiche senza alberi né fronzoli; l’unico simbolo natalizio consisteva in una piccola capanna con le statuine di Maria e Giuseppe che era posta, la sera della Vigilia, sul davanzale della finestra della loro casa immersa tra i campi incanutiti da notti di gelo.

La corsa a piedi nudi la mattina di Natale non si poteva dimenticare. Non c’erano regali da scartare ma si sentiva ugualmente felice per quella sorpresa che lo portava a pensare che veramente un bambino, arrivato da chissà dove, era nato per portare gioia e serenità.

Allora prendeva quel paffuto bambinello di terracotta e lo teneva tra le mani per riscaldarlo. Tommaso lo rincorreva prendendolo in giro, Emma se la rideva mentre Luigi borbottava. Tommaso che voleva portare via Gesù Bambino al fratello. Uno sgambetto. Il rumore della piccola testolina che rotolava per terra. I pugni serrati di Enrico.


Trascorrere con Silvia la giornata dedicata alla Madonna mentre sua moglie, a pochi giorni dal parto, in perfetta solitudine, si trovava alle prese con gli addobbi natalizi, non gli procurava nessun senso di colpa. Paola viveva in una gabbia dorata, aveva tutto quello che ogni donna desiderava, economicamente non le faceva mancare nulla, un po’ di svago, oltre a gratificarlo, lo aiutava a superare lo stress accumulato. Il tempo trascorso con Silvia lo considerava un diritto, una ricompensa. Un qualche cosa che gli spettava.

Ma l’ingegner Marini, all’occorrenza, sapeva trasformarsi in un uomo premuroso. Per farsi perdonare l’ennesima assenza aveva programmato di portare Paola al cinema. Dopo avere pranzato con la sua amante, contava di fare ritorno a casa nel primo pomeriggio. Sapeva che Paola adorava guardare un film mangiucchiando popcorn, seduta sulle comode poltrone riusciva a rilassarsi come in nessun altro posto.

Enrico era sicuro che la sua proposta avrebbe fatto felice la sua bella mogliettina, questo almeno era il suo intento, visto che tra loro ultimamente la tensione stava portando il rapporto in una crisi sempre più profonda e insanabile. E per concludere la serata nel migliore dei modi, avrebbe preso la mano di Paola e, come due innamorati, camminando sotto gli antichi portici del centro di Treviso, l’avrebbe condotta in quel romantico ristorante a due passi da piazza dei Signori.

La berlina scura si era immessa sulla statale Alemagna per raggiungere il ristorante in collina. Isolato quanto bastava, l’ingegnere ci andava spesso. E mai da solo. Assorto nell’organizzare il pomeriggio, non aveva quasi sentito la voce petulante di Silvia.

- Enrico, avrei una cosa da chiederti… Enrico! Mi stai ascoltando?

- Scusami… stavo pensando a… no no, niente, dimmi… ti serve qualche cosa? Hai bisogno di soldi?

- Ma no! Lo stipendio che mi dai è… insomma sei molto generoso, mi paghi anche l’affitto dell’appartamento, non è denaro che ti voglio chiedere…

- Allora? Se non sono i soldi che cosa mi vuoi chiedere?

- Ecco... non è facile, non so come dirtelo.

- Inizio a perdere la pazienza, lo sai che non mi piacciono le persone indecise. Allora! Cosa mi devi chiedere?

- Enrico, lasceresti tua moglie per me?

Quella strana, assurda, richiesta era arrivata mentre l’auto, a velocità sostenuta, stava imboccando una curva.

Si era girato verso di lei guardandola come si fa con una cosa ripugnante. Gli occhi spalancati e la bocca allargata in una fragorosa risata. Forse non aveva capito bene, sicuramente la sua amica era in vena di battute. Avevano passato un paio d’ore a giocare con il sesso, stavano per andare a pranzo insieme, il piacere la stava rendendo audace. Un po’ troppo per i suoi gusti.

- Scusa, ma credo di non avere capito bene. Io cosa? Io dovrei lasciare mia moglie per una come te? Ah ah ah, stai scherzando, vero?

- Veramente no, anzi, per la prima volta mi sento dire qualche cosa di serio e voglio da te una risposta.

Nella notte le temperature erano scese in picchiata. L’asfalto reso scivoloso dal nevischio, che scendeva da un cielo di piombo, non permetteva una perfetta aderenza. La nebbia si era improvvisamente dissolta mostrando un cielo minaccioso, carico di candide promesse.

La vita non perdona nessuna distrazione. La frenata disperata non era servita a nulla. L’impatto contro il tir fu deflagrante.

Sul volto di Enrico, sfigurato dalle ferite, la morte aveva lasciato, come un inutile sfregio, quella bocca spalancata nell’ultima grassa risata. Al suo fianco il corpo di Silvia aveva mantenuto la postura elegante di una giovane donna. A guardarlo, così perfetto e immobile, si poteva pensare a un temporaneo riposo, se non fosse stato per un pezzo di lamiera che aveva sfondato il parabrezza e staccato di netto la testa.

Le loro vite si erano infilate sotto a quel grosso camion. Il drappo nero si era abbassato. Nessun applauso. Accompagnata come una macabra sinfonia dal rumore delle lamiere, la morte aveva fatto il suo ingresso sul palcoscenico. Nemmeno il tempo di rendersene bene conto, il destino aveva preteso una resa senza appello.

Il giorno dopo l’ingegner Enrico Marini avrebbe raggiunto il suo atteso traguardo. Cinquanta candeline che non si sarebbero mai accese. E quel desiderio, fantasia partorita dalla sua mente lussuriosa, sarebbe rimasto per sempre conficcato nella sua testa.



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