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Una storia di Nihil

Questa storia è presente nel magazine Il Giardino

3. Caterina e la Chioma di Berenice

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30 minuti

Pubblicato il 16 gennaio 2020 in Storie d’amore

Tags: #Amicizia

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Caterina non avrebbe mai pensato di viverci quando vide New York la prima volta, le sembrava molto sopravvalutata, un’enorme operazione di marketing come solo gli statunitensi sanno fare. Ma nulla di più. Questi ricordi la facevano sorridere mentre sfogliava l’album delle fotografie analogiche che tanto le piaceva fare. Erano quattro anni che viveva in una piccola ma confortevole casetta indipendente su tre piani coi mattoni a vista, un bel portico rosso scarlatto al secondo piano al quale s’accedeva da una scala esterna. Aveva dipinto lei stessa le porte d’un bianco candido insieme alle finestre, un colore che le procurava serenità. Una foto, la prima che fece negli Stati Uniti, la mostrava sorridente con la Statua della Libertà alle spalle, anche se sapeva quanto allora fosse forzato quel sorriso e quanto la riempisse di gioia rivederla dopo tanto tempo. Si sentiva una ragazza felicemente stupida per ciò che accadde allora.

I capelli corti, le scarpe basse e rosse, una salopette di jeans senza i pantaloni che s’intonavano coi suoi occhi azzurro cielo, le labbra sottili e delicate con un piccolo naso illuminato da un piercing alla sua base, camminava in una strada assolata con il miraggio da calore ben visibile all'orizzonte. L’aria afosa rendeva i suoi vestiti umidi e le davano una sgradevole sensazione al contatto con la pelle.

Lo zio, che doveva venirla a prendere all'aeroporto, rimase imbottigliato nel traffico per colpa d’un incidente ed intanto lei camminava sotto il sole di mezzogiorno trascinandosi dietro una greve valigia che rimbalzava rumorosamente in ogni increspatura dell’asfalto. Stava male per il caldo e vomitò in un cestino stringendosi il ventre, voleva piangere e non poteva perché lo zio, perspicacie com'è, se ne sarebbe accorto subito. Strinse i denti e prese un fazzolettino di carta per ripulirsi. Dopo una decina di minuti di cammino, che sembrarono un’eternità, suo zio la chiamò al telefono chiedendole di recarsi poco distante da dove si trovava per essere recuperata.

L’arrivo a casa fu un toccasana grazie all'aria condizionata, che regalava un dolce freschetto non esagerato. Lo zio abitava in una bella villa nell’Upper East Side anche se adorava mantenere uno stile umile: niente suppellettili alle pareti o materiali di pregio, solo lo studio e la biblioteca privata erano esenti da questa regola. Grandi scaffali in legno chiaro, lavorato secondo una tecnica tradizionale e non industriale, lucidati solamente, ricolmi di libri in molte lingue diverse, i più importanti erano custoditi in appositi scaffali rinforzati con del vetro speciale per non farli rubare. La scrivania era un pezzo di gran pregio creato da un modello ottocentesco di cui andava molto fiero, dove erano visibili sia col tatto che alla vista le venature ed i nodi del legno. Lo zio diceva che la aiutava a rilassarsi, quand'era teso. La madre di Caterina diceva che non permetteva a nessuno di entrare in quella stanza, anche se Caterina ricordava di esserci entrata una volta da piccola. Nemmeno la domestica aveva mai visto quella stanza e ne era assai incuriosita.

Lo zio le disse, mentre entravano in casa, che il bagno era già pronto, se avesse desiderato rinfrescarsi. Lei accettò di buon grado dal momento che le stavano tornando i conati di vomito, scomoda conseguenza del lungo viaggio e del caldo patito. Vomitò nuovamente, tirò lo sciacquone e s’asciugò il viso, poi fece una veloce doccia per togliersi l’odore sgradevole di sudore che sentiva su di sé. Quando tornò in soggiorno lo zio le aveva fatto trovare pronto un’insalata leggera coi pomodorini, che le piacevano tanto fin da piccola, ed il Parmigiano Reggiano a scaglie unito ed una fetta di pane fatto in casa. Lo zio sapeva sempre cosa fare in ogni situazione.

«Ho pensato, dato che soffri sempre il caldo, di prepararti qualcosa di leggero. Spero ti piaccia» disse lo zio con sorriso benevolo ed affettuoso

«Grazie infinite zio, questo caldo è asfissiante» gli rispose lei asciugandosi il sudore che già imperlava la sua fronte

«Di nulla, Caterina» disse lo zio non staccando gli occhi da lei. Lo zio era appoggiato all’isola della cucina e sosteneva la testa col braccio sinistro, non era più giovane come i capelli bianchi dimostravano, li teneva corti per far notare di meno la sua età, naso dritto ed appuntito, volto largo e squadrato con occhi piccoli ed assai vispi, corporatura robusta ed piuttosto alto. Vestiva sempre con pantaloni classici scuri e camicia bianca, rigorosamente posta all'interno di essi e le maniche arrotolate all'altezza del gomito, anche i mocassini erano scuri. Tutti gli dicevano che la camicia portata a quel modo non gli stava troppo bene, ma lui era testardo e non ne voleva proprio sapere di cambiare.

«Caterina sembri un po’ cupa e sei pallida, sicura di star bene?» chiese lo zio con fare volpesco, mentre la guardava mangiare lentamente. Nessuno riusciva mai capire i pensieri di Caterina, ma lo zio ci riusciva subito a colpo d’occhio

«Nulla zio, è solo il caldo che mi ha procurato un capogiro, nulla di che davvero» cercò di tranquillizzarlo

«Umm…-mugugnò lo zio, poi rimase in silenzio per alcuni secondi ed infine riprese- oggi mi hanno avvisato di una conferenza molto importante a cui devo presenziare dal momento che sono il vice presidente del dipartimento, è una cosa improvvisa e non preventivata, ti chiedo scusa. In cambio ti faccio conoscere un posto speciale»

«Per me non c’è problema, ma che posto è?» chiese Caterina

«Vedrai…» disse lo zio sorridente.

In Flatlands Ave c’era il Victory Collegiate High School, una scuola superiore e dinnanzi ad essa locale di difficile definizione: sembrava un caffè letterario azzurro all'esterno e di due piani, era piuttosto grande ed era in corso di ristrutturazione sul retro, dove una grande gru e numerosi operai s’ammassavano nella polvere e nel sudore di quell'estate così insolitamente calda. Entrarono. Le pareti d’un azzurro chiaro ed un lungo bancone grigio chiaro con davanti una decina di sgabelli correva sul lato sinistro, la vista sul lato destro era parzialmente ostruita dalla presenza scaffali in legno, dipinto di bianco, gremiti di libri. Facendo scorrere lo sguardo si vedevano delle persone, tutte giovanissime o studenti di superiori od universitari, dediti od alla lettura od allo studio con a fianco delle belle tazze di porcellana da tè o tazzine di caffè, alcune ancora fumanti. Subito Caterina notò la completa assenza dei rumori dall’esterno, un’oasi di calma e tranquillità nel bel mezzo di una città che non dorme mai, come recita il detto. Sul fondo del corridoio s’apriva un’altra sala. Una ragazza, che non aveva più di diciotto anni li accolse sorridente e lo zio le chiese una certa persona, la ragazza scomparve per poco tra i tavoli gremiti di persone silenziose. Dopo poco tempo una donna di circa trent'anni alta, atletica e dai grandi capelli neri lucenti venne verso di loro a braccia aperte, la canotta nera metteva molto in risalto il seno abbondante, salutò lo zio abbracciandolo calorosamente:

«Carlo come stai? È da un po’ che non ti fai vedere vecchietto, questa è tua nipote?» chiese la donna

«Esatto, lei è Caterina. Caterina lei è Danae, una mia cara amica» lo zio fece le presentazioni

«Molto piacere signora Danae»

«Togli pure il signora, non sono poi così vecchia»

«Sì che lo sei» disse una voce femminile dall'altra parte di una libreria

«Zitta tu- disse Danae alla voce, poi a Caterina- scusa lei è la padrona del locale assieme a me, ma è un’arpia» disse mentre rideva

«Danae, mia nipote soffre molto il caldo ed il lungo viaggio dall'Italia, le faresti qualcosa che la ristori per piacere» chiese lo zio col suo solito fare da volpe

«No… zio… non serve» balbettò Caterina, ma ormai Danae l’aveva energicamente presa sotto braccio e fatta forzatamente accomodare al tavolo della padrona dicendo: «Lascia fare a me. Carlo so quel che ci vuole». Caterina si trovò seduta di fronte a questa ragazzina che aveva secondo lei non più della sua età, lunghi capelli biondi che cadevano in larghe volute sulle sue esili spalle, un corpo poco appariscente, indossava un vestitino vero con del pizzo bianco attorno al collo. La ragazza non la guardava, immersa com'era nei rendiconti finanziari del locale e Caterina era imbarazzata e sudava. D’un tratto la ragazza richiuse e scostò i documenti a lato del tavolo quadrato e, quasi contemporaneamente, Danae portò un bicchiere alto con un liquido trasparente e della menta, mentre per la padrona un tè caldo con un boccettino di miele:

«Grazie Danae» disse la ragazza girando la tazza di porcellana azzurra per prenderla

«De Nada- rispose Danae, poi rivolta a Caterina- Caterina offre la casa e se ti serve qualcos'altro non esitare a chiamarmi»

«Ti ringrazio» disse lei imbarazzata. Ora la vedeva meglio ed era quasi una bambola col un viso delicato, le labbra sottili ed il naso piccoli, ma ciò che colpiva di più erano gli occhi azzurro oceano che catturavano l’attenzione di tutte le persone di chi s’imbatteva in essi. Ora la ragazza la guardava impassibile mentre sorseggiava il tè fumante, poi posò la tazza ed appoggiò la testa sul braccio sinistro. Non parlava.

«Allora sei la padrona di questo posto, è proprio tranquillo qui, avete insonorizzato le pareti immagino» disse Caterina cercando di rompere la tensione accumulata, ma la padrona rideva:

«Già- disse infine- in due anni è cresciuto molto il mio bambino, hai visto che stiamo ampliando il retro, diverrà il locale più grande della zona ed è unico nel suo genere»

«Ma non siete un caffè letterario?» chiese Caterina incuriosita

«Non solo: abbiamo stanze studio per gruppi di persone su prenotazione, prepariamo anche pranzi e cene, oltre ai prodotti da colazione o da Ora del tè. L’ho desiderato così» disse la ragazza, ma non traspariva nulla dal suo volto sempre sereno, quasi serafico, solo gli occhi sembravano vispi come quelli dello zio e la scrutavano continuamente

«Ecco il perché di tanti studenti di scuole diverse ed alcuni vengono anche dall'altra parte della città»

«Come avrai letto dall'insegna questo locale è chiamato κηπος, ovvero giardino in greco antico come tu ben sai in quanto nipote di Carlo, ma è conosciuto anche col nome non ufficiale di oasis, ovvero oasi, per la pace e la tranquillità che abbiamo voluto creare in questo luogo» spiegava la padrona mentre sorseggiava gustandoselo ogni sorso del tè

«Abbiamo?» chiese Caterina

«Io e Danae, senza di lei nulla di tutto questo sarebbe stato possibile- disse la ragazza, ma interrotta dal rumore dello stomaco di Caterina chiamò una cameriera- immagino tu abbia fame. Dorothy porteresti una fetta di quella torta che abbiamo preparato quest’oggi, abbondante per favore con un tè fresco, ma non troppo» Dorothy era una bella ragazza coi capelli castani e con un corpo agile e snello, occhi chiari. Vestiva una bella divisa da cameriera con camicia bianca ed un grembiule nero. Dorothy annui con il capo e si diresse celere verso la cucina, tornando poco tempo dopo con due fette di torta e due tazze di tè, una calda e l’altra no

«Danae ha detto di prepararne due dal momento che non hai ancora pranzato, così ha detto» disse Dorothy interpretando quello sguardo interrogativo, lanciatole dalla padrona

«Danae- disse fra sé e sé- scusa quella donna è piuttosto invadente, comunque non preoccuparti offre la casa e sentiti libera di venire qui ogni volta che vorrai, sei la benvenuta» disse la padrona sorridendo. Parlarono così per molto tempo di cose prive d’importanza, Caterina si stupì che quei conati di vomito avuti fin dal mattino fossero spariti. Scoprì che la padrona aveva compiuto studi classici in Italia e si era trasferita qui per frequentare l’università, che tuttora frequentava, e scoprì con sua grande sorpresa che aveva già ventitré anni e non li dimostrava assolutamente. Sembrava passato solo un quarto d’ora quando suo zio venne a prenderla e tornarono a casa, non prima di aver promesso alla padrona di ritornare. Dopo aver consumato una cena frugale e leggera lo zio chiese a Caterina:

«Mi ha chiamato mia sorella e mi ha chiesto per quanto resterai dato che, a quanto pare non glielo hai detto»

«Tutti e tre i mesi fino a quando non ricomincerà la scuola, non posso?» chiese Caterina con fare da Bamby

«E sia- accettò lo zio sconfitto dallo sguardo della nipote- ma assicurati di chiamare tua madre e di spiegarle bene la situazione, lo sai che è molto apprensiva».

Passavano i giorni, ma non il caldo, Caterina visitava con scarso trasporto i simboli della città fotografandoli con la sua vecchia polaroid e qualche volta i conati tornavano facendola sentire molto male. Per questo andava al Giardino dal momento che lì i suoi soliti malanni sembravano affievolirsi. Là parlava con la proprietaria e Danae tanto da diventare amiche, la padrona aveva un’aura attorno a sé piuttosto misteriosa, ma comunque benevola e gentile, mentre Danae era forte ed allegra, nonché l’unica che riuscisse a smuovere lo sguardo altrimenti impassibile della proprietaria. Un giorno, in cui la proprietaria e Danae erano assenti per una riunione di quartiere, al Giardino non c’erano molte persone e quindi anche le cameriere si prendevano un poco di tempo libero dalle loro mansioni. Dorothy, quando vide Caterina fare una pausa dai suoi studi le si avvicinò per parlare, porgendole un succo di frutta:

«Desideri? Ho visto che ti sei presa una pausa»

«Grazie mille Dorothy, perché non mi tieni compagnia?» chiese Caterina chiudendo il libro di chimica

«Volentieri, lascia che lo dica alle altre- disse sparendo dietro la porta del bancone, poi tornò fuori sedendosi- allora come procede lo studio?»

«Ho quasi finito chimica, ora non mi resta che latino e greco, poi ho finito» si gonfiò il petto soddisfatta

«Allora per quello ti consiglio di chiedere aiuto alla titolare, è il suo campo di studio all'università» le consigliò Dorothy

«Seria? Non lo sapevo, in che università studia?» chiese Caterina curiosa

«L’istituto di cultura italiana degli Stati Uniti, credo abbia detto così»

«Capisco, in effetti il suo inglese sembrava piuttosto scadente. Tu dove studi e da quanto lavori qui?»

«Al College qui davanti e frequento l’ultimo anno e lavoro qui dalla sua apertura due anni fa» disse Dorothy indicando fuori dalla porta

«Quindi siamo coetanee, io studio in Italia in un liceo classico. Allora come è la proprietaria sul lavoro?» Caterina lo chiedeva perché, in tutte le volte che era venuta, non aveva mai visto la padrona svolgere le sue funzioni, ma o controllava dei documenti o studiava per l’università, ragion per cui era curiosa

«Per farti capire ti racconto questa storia, ormai risalente a due anni fa: allora Danae e la padrona sceglievano i membri dello staff uno per uno. Io ero già stata assunta ed all'improvviso entrò una ragazza con dei capelli neri molto lunghi, molto più di quelli di Danae e legati a coda di cavallo ed un viso duro, ma era molto bella sia nel volto sia nel corpo. Era sprezzante e scontrosa e sinceramente pensai che non l’avrebbero mai assunta, ma a sorpresa, dopo un discorso molto serrato, le proprietarie decisero di assumerla a tempo pieno e la aiutarono a trovarsi una casa dove vivere. Noi che eravamo già state assunte rimanemmo di sasso ed avevamo il timore che quella fosse una piantagrane e che non sarebbe durata un giorno e per un periodo fu proprio così, ma una volta conosciuta ho scoperto essere una bellissima persona. Così finimmo per essere amiche e lo siamo tuttora, è una gran testona ma anche molto gentile» raccontò Dorothy, mostrando la foto che si erano fatte assieme al luna park

«Ma dai- si stupì Caterina- ed ora è al lavoro lei?»

«No, oggi è di riposo, ma la prossima volta che vieni e lei c’è te la presento, sono sicura che ti piacerà»

Pioveva a dirotto, nonostante fosse metà luglio, per la prima volta Caterina assistette ai festeggiamenti del quattro luglio e ne rimase colpita per quanto fosse sentita la festività, s’infilò di corsa nel Giardino per ripararsi dalla pioggia, che l’aveva colta di sorpresa. Al suo interno Danae le offrì un panno per asciugarsi, che lei accettò volentieri e graditamente:

«Lei non c’è?» chiese riferendosi all'altra proprietaria, accorgendosi di non saperne il nome

«Ha appena chiamato dicendo che la pioggia l’ha colta di sorpresa e che studierà un poco nella biblioteca dell’università, mi spiace- le riferì Danae- Ma tu accomodati, intanto ti porto un caffè»

«Ed una fetta di quella torta ai lamponi, era squisita» chiese Caterina già pregustandone il sapore, Danae assentì col capo. Non appena la vide Dorothy, le si avvicinò:

«Kate, Kate-così Dorothy l’aveva soprannominata- lei è di turno oggi, ora la vado a chiamare. Sei fortunata perché stava per staccare e tornare a casa» Dorothy sembrava elettrizzata, ma Caterina non ne capiva il motivo. Tornò pochi secondi dopo e con lei c’era una ragazza di poco più grande di lei per età, ma di gran lunga per statura, dal momento che Caterina non era molto alta: i capelli erano effettivamente più lunghi di quelli di Danae, il corpo era molto snello, ma armonioso, il seno molto prospero e pronunciato, reso ancor più evidente dalla maglietta annodata proprio sotto di esso. Il volto aveva lineamenti delicati, ma incattiviti da un’espressione e da uno sguardo duri, gli occhi erano scuri ed il naso dritto e sottile come le labbra. Unico segno particolare erano i pantaloni con una gamba lunga fino alla caviglia e l’altra completamente assente, un paio di Convers usurate nere ed una giacchetta di pelle corta sulle spalle. Dorothy la fece accomodare e portò per entrambe un bel caffè caldo. La ragazza la guardava con quell'espressione truce e ciò intimidiva leggermente Caterina, ma dissimulò la cosa:

«Caterina lei è Violet, la mia miglio amica. Violet lei è Caterina o Kate per me, è una mia amica trattala ben ok? - disse Dorothy, Violet assentì col capo-Bene ora torno al lavoro, voi parlate con calma» e così se ne andò. Per qualche secondo ci fu silenzio, poi Violet a sorpresa ruppe per prima il ghiaccio:

«Dorothy mi ha parlato molto di te, sembra che tu le sua simpatica»

«Parliamo spesso quando vengo qui, ma mi chiedo come non ti abbia mai visto prima» le chiese Caterina un poco rincuorata

«I miei turni sono sempre o di mattina o di sera, è normale che non ci siamo mai visti. È anche un caso che sia qui a quest’ora: il mio collega è arrivato tardi oggi»

«Vengo qui a studiare, un po’ come tutti. Ma non hai scuola al mattino?» chiese Caterina stupita da tali orari, di certo inconsueti per una ragazza che frequenta ancora la scuola

«Non ho mai fatto le superiori, come si chiamano da voi, ho sempre lavorato da quando ho finito le medie» disse Violet bevendo il caffè

«Ma non è illegale»

«Le ho frequentate fino a far scadere l’obbligo a sedici anni, ovvero due anni fa» le chiarì la ragazza

«Sei incredibile, lavorare già alla nostra età da due anni non è da tutti» si complimentò Caterina

«Non mi pare, più che altro è stato necessario-disse Violet, ma vedendo il viso di chi non comprende della persona che aveva dinnanzi, continuò- ok, allora ti spiego, se vuoi ascoltarmi. Stupida Dorothy allora era questo che voleva»

«Per me va bene, ma che intendi?» chiese Caterina

«Io sono una solitaria e non mi piace stare con le persone, ma Dorothy sostiene che debba farmi qualche amico e quindi mi presenta sempre alle persone, non sa mai farsi i fatti suoi. Comunque ora ti spiego: io vengo da una famiglia molto povera, mia madre è morta di parto e mio padre si è risposato quando io avevo quattro anni. Fin qui una storia come tante. Il problema era che mio padre era un alcolizzato e mi picchiava di continuo, ovviamente la mia matrigna non alzava un dito per me, quando non mi picchiava a sua volta. È stato così per molto poi ho detto basta, due anni fa sono scappata e sono venuta qui coi soldi che avevo raccolto con i vari lavoretti che avevo svolto in precedenza e mi hanno assunta qui. Fine della storia» la voce di Violet era monotona e fredda, come se stesse raccontando la trama di un film o d’un libro, ma la cosa che rendeva Caterina ancora più triste è la grande frequenza di storie come la sua, tanto da farle dire “una storia come tante”

«Lo confermo sei incredibile, non è da tutti lasciare tutto e tutti. Sei davvero ammirevole» disse infine Caterina per risollevare l’atmosfera

«E se intendi frequentare questo posto ancora, dovrai abituarti a storie del genere, tutti quelli che lavorano qui hanno storie anche peggiori della mia» svelò la ragazza

«Davvero, quindi anche Dorothy? Chissà perché?» s’interrogò Caterina

«Ti consiglio di aspettare che sia Dorothy a raccontarti. E se t’interessa sapere per ché siamo tutti così, è presto detto: questo luogo è anche conosciuto come oasis perché questo è un posto di pace, un porto sicuro da tutto ciò che c’è là fuori, qui vengono persone con caratteri difficili, come me, persone sole o che non riescono ad integrarsi con gli altri o degli esclusi. È come incantato, entri qui e dimentichi i problemi, tanto i clienti quanto chi lavora, almeno per me e Dorothy è stato così» spiegò Violet

«Che storia! – s’esaltò Caterina, poi le sovvenne- Già, dimenticavo: Dorothy mi ha detto che la tua assunzione è stata particolare, ma non mi ha voluto raccontare i dettagli»

«Ma avete passato il tempo a parlare di me?! Ma, non fa nulla. Allora quel giorno la padrona e Danae avevano selezionato una decina di persone ed io ero l’ultima. Come hai capito non sono brava con le presentazioni ed allora ero arrabbiata col mondo, quindi tutte pensavano che mi sbattessero fuori immediatamente e Danae era dell’idea, me lo confessò lei stessa. Ma la padrona si avvicinò a me, tanto che mancavano una decina di centimetri tra noi: avevo davanti una ragazzina con un vestitino nero con le balze, i merletti bianchi ed i capelli biondi a boccoli ed occhi di ghiaccio, come le bambole di porcellana. Era in punta di piedi e fissava il mio sguardo con quegli occhi blu oceano, ero imbarazzata e probabilmente anche arrossita. Poi sorrise e mi disse che ero assunta e che avrei lavorato in cucina. Tutte le ragazze presenti ci rimasero di sasso ed io per prima, ma non finisce qui: mentre stavamo per andarcene, la bambola mi chiede di rimanere, mi costringe con quei suoi occhi a raccontarle la storia che ti ho appena detto e mi aiuta a trovare casa. In due settimane ero fuori da casa dei miei, avevo una casetta tutta mia ed ero assunta a tempo pieno, riesci a crederci? Io non ci riesco tuttora» concluse Violet osservando la tazzina vuota del caffè

«E dei tuoi genitori hai più saputo qualcosa?» chiese Caterina

«A quanto ne so non hanno mai denunciato la mia scomparsa e mi hanno cancellato l’iscrizione a scuola, per risparmiare immagino» ipotizzò la ragazza

«Basta con questi discorsi deprimenti Violet, che ne dite di giocare a carte, ho avuto il permesso da Danae» arrivò Dorothy sorridente e giocarono a carte per gran parte di quel piovoso pomeriggio, parlando di cose senza importanza e ridendo allegramente, anche se quelli di Violet erano più dei mugugnati. Caterina volle fare una foto con loro.

I giorni passavano e Caterina pensava spesso alla storia di Violet ed a quel locale dove, s’accorgeva, passava sempre più tempo sia con che senza lo zio Carlo, ma non tutti i giorni trascorrevano spensieratamente: i conati di vomito si faceva intensi alle volte ed era difficile nasconderli ad una persona perspicacie come lo zio, senza contare l’affaticamento che comportava e le difficoltà di digestione. Una mattina presto, dopo l’ennesimo vomito in bagno e l’aver ripulito tutto, capitò che le si annebbiasse la vista, fu solo un secondo, ma sufficiente per farla cadere a terra e sbattere la testa. Lo zio corse subito da lei e la portò in ospedale, nonostante gli dicesse che non fosse necessario. Riuscì con molta fatica ad essere sola quando il dottore portò i risultati, che lei già conosceva. Riuscì anche a tranquillizzare la madre sulle sue condizioni, prontamente avvisata dallo zio. Quella sera Caterina chiese di poter cenare al Giardino insieme allo zio, arrivarono verso le otto di sera, il sole stava ancora tramontando, Danae venne ad accoglierli e li portò al tavolo. Caterina, come richiesto dal medico, mangiò molto più del suo solito, ma ciò non tranquillizzava lo zio, che continuava ad osservarlo di soppiatto. All'improvviso Dorothy e Violet, dalla cucina, arrivarono per sincerarsi delle condizioni fisiche dell’amica, avevano saputo della visita all'ospedale di Caterina da una loro collega che per caso si trovava là proprio quando venne portata dallo zio. Lei le seguì per parlare più agevolmente in un angolo appartato del locale. Non appena se ne andò Danae e la padrona si sedettero al tavolo dello zio:

«Avete dato voi il permesso per allontanarsi immagino, grazie, dovevo proprio parlare con voi» disse lo zio visibilmente preoccupato

«Lo abbiamo saputo noi da loro, erano preoccupate da morire» gli spiegò Danae

«So da quando è venuta qui che ha qualcosa che non va e non vuole che sua madre la veda, ma non mi ha detto nulla, a voi?» chiese lo zio ricevendo però solo risposte negative e, a quanto sembrava nemmeno le ragazze sapevano qualcosa

«Potresti fare qualcosa tu? Io non credo di essere adatto stavolta» chiese lo zio sconsolato rivolto alla padrona

«Non ti preoccupare tutto finirà per il meglio, te l’assicuro» gli rispose la titolare con un live sorriso serafico ed impassibile sul volto come se fosse dipinto.

Dopo quel fatto l’atteggiamento delle altre persone nei confronti di Caterina mutò sensibilmente: lo zio chiedeva sempre in modo apprensivo come stesse e dovesi trovasse, la madre aveva preteso di esser chiamata ogni sera, Dorothy e Violet passavano sempre a controllarla, persino Danae la guardava da lontano fingendo di non interessarsi. Tutto ciò imbarazzava profondamente la ragazza che sia si sentiva in colpa per il fatto di far preoccupare tutti sia s’impensieriva per ciò che le stava succedendo, sentiva di non aver un posto dove stare tranquilla, senza sentire occhi su di sé. L’unica persona che non aveva modificato il suo comportamento, forse perché di per sé inestricabile, era la titolare che sempre allo stesso tavolo studiava o controllava i rendiconti finanziari del Giardino. Unica oasi di tranquillità, dal momento che nessuno si curava di lei quando sedeva con la proprietaria allo stesso tavolo, si trovò a stare sempre più spesso con lei, ma senza rivolgersi la parola in alcun modo ognuna nel suo mondo, quasi quel tavolo fosse un’altra dimensione, avulsa da tutto e tutti. Un giorno di metà agosto Caterina arrivò al suo solito orario, si sedette e, a causa di una certa debolezza data dai suoi consueti malanni. Sospirò. La padrona le disse senza sollevare gli occhi dai fogli che stava controllando:

«Un sospiro non s'addice ad una ragazza giovane come te»

«Non sei ancora vecchia, non credi?» le rispose Caterina sforzandosi di sorridere

«Io sono vecchia dentro, ma grazie lo stesso» le sorrise tranquilla la ragazza. Caterina pensava che lei, così misteriosa e taciturna, l’aveva sempre trattata normalmente, forse per metterla a suo agio, e voleva sapere se avesse un modo per alleviare la tensione, così le chiese:

«Scusa se ti disturbo, ma tu come allevi la tensione quando sei stressata» la proprietaria alzò lo sguardo e la fissò dritta nei suoi occhi per qualche secondo, poi scostò i capelli sull'orecchio sinistro mostrando un particolare orecchino a forma di chiave di violino, che percorreva l’orecchio per intero, dorato con delle venature azzurro oceano al suo interno che a Caterina sembrò bellissimo, ma non ebbe l’ardore di dirglielo

«Vediamo un modo… un modo… che ne dici di farlo assieme a me qui nella cucina, diciamo questo venerdì?» le propose la ragazza

«Posso davvero?» chiese Caterina colta di sorpresa

«Quel giorno il locale è chiuso per lavori sul quadro elettrico, ma occuperanno solo il mattino. Il pomeriggio avevamo intenzione di pulire, dirò a tutti di venire con un paio d’ore di ritardo, non è un problema» le confermò la titolare. Caterina attese il venerdì con ansia sia per scaricare la tensione sia per sapere cosa avrebbe fatto con una persona tanto particolare. Quando arrivò lei era già all'interno e stava leggendo un libro seduta al suo solito tavolo, serafica come sempre. Entrò e si chiuse la porta alle spalle. La proprietaria la portò in cucina per preparare biscotti, Caterina rimase in parte delusa da un’occupazione semplice come quella, ma accettò lo stesso. La padrona vestiva un semplice vestito nero senza maniche lungo fin sotto le ginocchia, che contrastava visibilmente con la pelle chiarissima ed i capelli biondi, poi prese la sua fluente chioma e l’avvolse con due lunghe bacchette all'insù, lasciando scoperta la nuca e si mise un grembiule bianco e prepararono i biscotti. Nell'attesa che i biscotti cuocessero in forno, lei preparò un tè caldo per sé stessa ed uno fresco per Caterina, poi le chiese:

«Allora va meglio?»

«Sì molto, anche se non m’aspettavo un passatempo semplice come questo, mi hai stupita» le rispose Caterina

«Le cose semplici aiutano a prendersi il proprio tempo e sono molto rilassanti, ma perché ti ha stupita una cosa tanto semplice?» chiese la padrona leggermente incuriosita

«Sai…» e le raccontò le storie che Dorothy e Violet avevano raccontato su di lei

«Allora è così che mi vedono, sai non sono una persona facile e quindi gli altri tendono a tenermi a distanza, anche se non è una cosa negativa a priori» meditava ad alta voce la ragazza

«Può essere. Se posso perché proprio i biscotti?» chiese Caterina

«Perché sono discretamente semplici da preparare e piacciono molto a Danae» spiegò la proprietaria

«Siete davvero grandi amiche, questo è ovvio, spero solo che tuo marito non sia una persona gelosa» scherzò Caterina, asciugandosi il sudore sulla fronte per il calore emanato dal forno

«Marito? - chiese lei guardando l’anello che portava sull'anulare sinistro- Ora capisco, sai è un piccolo equivoco perché io non ho un marito, o meglio, la persona alla quale regalerò questi biscotti è mio marito»

«Eh?! Cosa?! Danae è la sua compagna?!» si sbalordì Caterina

«Già in effetti tutti hanno la stessa tua espressione ogni volta che lo dico, anche tuo zio fece la medesima espressione quando lo scoprì» disse sorridente la proprietaria

«No… scusa… non volevo… è solo che è…» balbettava imbarazzata dalla sua stessa reazione

«Non ti preoccupare è normale e ci siamo abituate, ma sono una persona riservata e poco avvezza alle effusioni in pubblico, quindi in pochi lo sanno» ammise la padrona

«E come vi siete conosciute?» chiese incuriosita Caterina, così la proprietaria le raccontò della sua vita in Italia, della scuola, della pioggia, della gara d’atletica e dei cinque anni passati assieme:

«Quindi è stata una fuga d’amore» disse Caterina con gli occhi lucidi

«Così si può dire» sorrise nostalgicamente

«Proprio come aveva detto Violet questo posto è composto di tante storie e persone straordinarie»

«Può accogliere anche la tua se la desideri, credi che non mi sia accorta del peso che ti porti dentro. Non ti forzerò e dopo queste parole smetterò di parlarne, ma se o quando sarai pronta a parlarne la mia porta è sempre aperta. Ora che ci penso avevi una ricerca interdisciplinare da fare per la scuola, se non ricordo male, andremo a fare un campeggio io e Danae il prossimo fine settimana, perché tu e Carlo non vi unite a noi, ci fareste molto piacere» le propose infine la ragazza

«Un campeggio? Perché no? Chiederò a mio zio la conferma- concluse la ragazza- e grazie per non avermi messo pressione, te ne sono molto grata».

Piantarono le tende al confine d’un campeggio organizzato in periferia in una piana di una collina da cui si vedevano particolarmente bene le stelle, passarono una giornata tranquilla tra passeggiate ed una bella grigliata di carne abbondante. La sera tardi, dopo che tutti erano già addormentati nelle tende Caterina uscì e vide la padrona che osservava il cielo notturno. All'improvviso Caterina iniziò a piangere sommessamente, Lei le chiese:

«Perché piangi?»

«È solo che… che…» ma singhiozzava troppo per parlare

«Che sei incinta» concluse la ragazza

«Ma come…» si sbalordì Caterina ancora in lacrime

«Il vomito, lo svenimento, i pasti più abbondanti come i vestiti, il modo protettivo di coprirti il ventre, Carlo aveva capito che qualcosa non andava, ma solo una donna l’avrebbe capito. Com’è successo?» chiese lei tranquilla

«Uno stupido errore: il giorno del mio diciottesimo compleanno uscii con le amiche e bevvi per la prima volta un bicchiere di vino, uno solo, ma non sapevo d’esser astemia. Da allora non mi ricordo nulla, salvo le stelle che ho visto adesso. Due settimane dopo feci il test, perché mi sentivo male e risultò positivo per ben tre volte ed a riconferma il medico, quando andai in ospedale mi fece l’ecografia, ormai sono al quinto mese e la pancia comincia ad essere evidente. Ho contattato il padre, ma non ne ha voluto sapere, ero sola e non potevo dirlo a mia madre»

«Perché? Volevi abortire?» chiese lei

«No, questo mai. Io lo voglio tenere, questo lei non avrebbe accettato»

«Perché?»

«Mio padre aveva un’amante e contagiò mia madre con una malattia venerea, che la mandò in ospedale in quanto cagionevole di salute, poi mio padre fuggì con l’amante. Da allora mia madre soffre di androfobia, mi avrebbe detto d’abortire subito ed io non voglio»

«Quali stelle guardavi in quel momento? – chiese lei e Caterina gliele indicò- Quella è la Chioma di Berenice, la conosci? È la storia di Berenice, regina d’Egitto, che prega e dona i suoi capelli per il ritorno sicuro del marito dalla guerra, è una storia molto bella narrata da Catullo in uno dei suo componimenti più impegnativi.

Io penso che tu e tua madre siate come Berenice: vi preoccupate, ma non come mogli, ma come madri, per i vostri figli. Ciò che intendo dire in modo oscuro è che lei accetterà qualunque decisione tu prenda e sei abbastanza coraggiosa da tenere questo bambino ben conscia delle difficoltà che dovrai affrontare, quindi fatti sostenere da tuo zio, da tua madre, da me, Danae, Dorothy e Violet, noi tutti ti sosterremo. Io aspetterò di sapere con ansia se sarà maschio o femmina, voglio essere la prima saperlo sia chiaro» disse sorridente lei offrendole una mano per alzarsi.

La vacanza terminò. Tornò a casa e raccontò il tutto alla madre ed allo zio, che sul momento furono sconcertati più dalla fermezza di Caterina che dalla sua gravidanza. Andare a scuola col pancione suscitò molte dicerie sgradevoli, ma lei le affrontava a testa alta, la nascita avvenne sulla fine di dicembre ed era una bellissima bambina con gli occhietti vispi dello zio, che si commosse quando gli strinse il dito e rise per la prima volta.

Una vocina femminile di bambina la risvegliò dai ricordi, la piccola Berenice, così scelse di chiamare la bambina, le corse in contro inseguita dalla nonna, aveva dei bei capelli castano nocciola molto mossi ed il sorriso gioioso della mamma, così diceva lo zio venuto a mancare due anni prima. Caterina prese la bambina con sé e la portò la Giardino, per iniziare il suo turno di lavoro, mentre Violet, che staccava in quel momento badava alla piccola in una stanza del locale.


Fine


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