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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

Aspettando Halloween - Redivivo

(..ma non proprio certo).

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9 minuti

Pubblicato il 29 ottobre 2019 in Humor

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Late Night, (..mind a parte).


Io di notte vado a spasso coi ricordi, scendo le scale di una villa in stile liberty nel sud degli Stati Uniti, ma quando il mio sguardo incontra il verde del prato le risalgo e ricomincio d’accapo a scenderle per poi risalirle ancora, e questo per un certo numero di volte.

Quante volte?

Ve lo saprei dire se le avessi contate. In verità non l’ho fatto.

Perché?

Non lo so, non ho modo di contare le cose che faccio per abitudine, e questo vale per i gesti o i movimenti consuetudinari, così come ad esempio di tutte le volte che mi capita di sbattere le palpebre. In realtà non me ne accorgo neppure, così non tengo in considerazione il fatto ch'io lo faccia. Difatti lo faccio e basta.

Qualcuno mi dice che non è così, che la nostra mente tiene in conto tutto ciò che facciamo seppure in modo abitudinario e che perciò dovrei ricordare quante volte salgo e discendo quelle maledette scale.

È importante? – mi chiedo.

In un certo senso sì, perché nei frangenti di tempo della propria vita, sono accadute una infinità di cose che potrebbero interpretarsi in modo diverso se solo ci si ricordasse il perché si è saliti e discese le scale di quella villa liberty nel sud degli Stati Uniti, e soprattutto il numero delle volte che l'ha fatto.

Per esempio?

Il suo vicino di casa Mr. Hogan non si sarebbe preso la pallottola in fronte che lo ha ucciso, perché non si sarebbe affacciato sulla porta di casa attratto dal mio continuo andirivieni.

Così come alla povera signora Harlington di New York non sarebbe sfuggito di mano il guinzaglio del suo boxer e per rincorrerlo non sarebbe finita sotto l’auto che proprio in quel momento sopraggiungeva ad alta velocità.

Dove a New York?

Certo che sì, come del resto a Sao Paulo non sarebbe capitato che durante la sfilata per il Carnevale un carro sarebbe caracollato in mezzo alla via addosso alla folla riunita …

O a Calcutta il rogo per l’inumazione del santone Honjbaba non sarebbe stato trascinato via dalla corrente e involato verso l’al di là, come tutti hanno potuto vedere.

Basta così, la prego, ha detto a Sao Paulo in Brasile, e perché no a Rio de Janeiro, è lì che si tiene il Carnevale. Le rammento che il Carnevale si tiene in tutto il mondo e che un fatto del genere è possibile che accada sia a Sidney come a Milano.

A Milano per la sfilata del Carnevale? … mai sentito. Magari sarà capitato durante un Gay Pride o durante i festeggiamenti per la Notte di Halloween, va a sapere?

Accipicchia, è avvenuto tutto questo nel mentre io salivo e scendevo le scale della villa liberty nel sud degli Stati Uniti?

Anche molto di più, per esempio …

No, basta la prego, mi sembra di aver procurato abbastanza catastrofi in giro per il mondo.

Solo perché lei non vuole rendersene conto.

Davvero non ricordo quando ciò possa essere avvenuto, non essendo io mai stato nel sud degli Stati Uniti, ospite in una villa in stile liberty e, nemmeno se cerano o no scale da scendere e da salire, come posso essere causa di tali disastri?

Quale disappunto …

Se solo ripenso di essere la causa principale della morte di Mr. Hogan e della povera Mrs. Harlington mi viene da piangere, anche se..

Anche se?

Beh, una pallottola a quell’uomo lì, gliela avrei cacciata in fronte con le mie stesse mani, per avermi venduto un paio di scarpe che mi fanno un male cane.

Per quanto accaduto alla signora di New York le sta bene, così impara a impicciarsi dei fatti propri e badare un po’ più al suo cane.

Ma che dice?

Dico, e comunque, mentre son lì che scendo e salgo le scale per un infinità di volte, un qualche dubbio a riguardo mi viene alla mente, quello di non sapere se i miei ricordi sono autentici, nel senso che sono veramente accaduti, oppure falsi, nel senso di costruiti, elaborati cioè dalla mia memoria mnemonica sulla base di eventi spazio-temnporali di cui sono consapevole o solo inconsapevole?

E se si trattasse, (e questo sarebbe il vero dram ma), di un film che mi sono fatto tout-court?

O soltanto una scusa patetica, (leggi alibi), che spesso capita di inventare per non ammettere con se stessi l’incapacità, (ovviamente la mia), di scrivere un copione che possa dirsi ‘originale’?

Un copione che mi porto dietro fino a notte inoltrata quando nel sonno, scendo le scale e mi rammento di aver dimenticato qualcosa, l’orologio forse, per cui risalgo, ma quando sono in cima alle scale, trovo nella tasca della giacca ciò che stavo cercando.

Quindi le ridiscendo ma, c’è sempre un ma che incombe, quando sono di nuovo in fondo alle scale, sento lo stimolo di dover andare in bagno, allora le risalgo immediatamente.

È lì che guardo l’orologio e mi accorgo d’essere fottutamente in ritardo. Nell’impossibilità di arrivare per tempo alla riunione indetta dal Capo, rinuncio ad andare in bagno, con la speranza di poterci andare durante il break, e d’impeto decido di ridiscendere le scale.

E se non dovesse indire nessun break? - mi chiedo.

È allora che il mio sguardo incontra il verde del prato, mi dico perché non la faccio qui (?) ma, quando sto per liberarmi, ecco che Mr. Hogan si affaccia sulla porta di casa e mi guarda in quel modo seccato.

Allora risalgo in tutta fretta le scale con le braghe calate e ricomincio d’accapo.

Ma perché del mio salire le scale di una villa in stile liberty nel sud degli Stati Uniti, per poi discenderne e risalirle di nuovo per un certo numero di volte fino a che me la faccio addosso, chi mi saprà mai darmi una risposta? Il quesito è tutt’ora aperto.


Ma poiché perseverare non è eroico ma inutile e sbagliato, convengo che forse i miei genitori avrebbero dovuto mandarmi da uno specialista fin dalla più tenera età. Dite che sono ancora in tempo?



Still alive, (..ma non proprio certo).


Dentro lo specchio del giorno, il buio. Non mi riconosco. Eppure so di essere qui, presente nel presente.

Allora mi distendo sul letto con una mano sotto il cuscino, come a voler afferrare i pensieri che dovessero essermi sfuggiti.

Convinto che il tempo si muova seguendo il respiro, dimentico del battito del cuore, che non sento.

Deve pur essere da qualche parte se sono qui che respiro?

Speculazione obbligatoria che apre le porte ad altre realtà e alla molteplicità di un divenire che forse non mi riguarda.

O forse sì, mi riguarda eccome, se adesso pondero una possibilità indistinta che agita il mio esistere.

Scherzi della solitudine, mi dico, mentre mi lascio andare nel gorgo senza fondo dell’inquietudine che mi abbranca, tacita di voci, silenziosa di suoni che pure mi confondono.

Li porto tutti con me. Sono in me. Anche se non ne sono certo, ogni cosa sembra accadere senza una ragione e non faccio che inventariarla come non mia.

Di chi allora?

È tempo, mi dico, di lasciare spazio all’incoscienza. O meglio, alla coscienza profonda che si nasconde in me, nella parte buia dello specchio, che non permette il mio riconoscimento.

Mi domando dove sono stato? Chi ho visto? Cosa ho mangiato?

Mi smarrisco nelle risposte che non trovo.

Sono dunque stato? Ho visto qualcuno? Ho mangiato? Chi, dove, quando? Comincio a scomparire nel buio della coscienza.

Nell’incoscienza vedo solo ombre senza volto, che appaiono e scompaiono, per apparire di nuovo, diverse, obliterate da una qualche conoscenza passata.

O forse futura, che deve ancora avvenire e che viene a popolare la mia solitudine, mi dico.

L’inquietudine che la consapevolezza della solitudine comporta tra le diverse dimensioni del vivere. Che non è né la dimensione del bene, né quella del male ma che tuttavia m’incute di guardare dentro di me.

Quell’io sconosciuto a me stesso che adesso s’avvia nella nebbia della notte.

L’alba tarda a venire, mentre la luce del giorno non è che un miraggio.

Il timore di dover morire nel buio.

Come di un desiderio che non riesco ad esprimere e che reprimo in me ogni qual volta il buio mi sorprende nel cuore della notte.

Avvolto nella nebbia dei pensieri cammino sul filo dell’acqua per tenere la strada, tuttavia mi perdo.

Per ritrovarla guardo in me, alla mia graduale natura di uomo che prende forma nel buio; all’investitura ricevuta, alla luce che s’accende in fondo alla strada.

Un moto improvviso ‘da mente a mente’, mi dico. Senza l’uso di parole, di quei particolari suoni che pure sento e che mi confondono.

Un soffio leggero dell’aria, come di una porta che s’apre. Il frusciare dei passi sospesi sul pavimento, come lo scorrere silenzioso e inesorabile del tempo, e poi..

Le mani dell’ombra che mi afferrano per le caviglie, che le stringono, che mi tirano giù dal letto.

La reazione avviene in un attimo, ne segue uno scuotimento eccessivo che mi libera, con un moto improvviso.

Sento di nuovo il mio cuore. Ha il battito accelerato. Lo sento dentro di me. Tornato da chissà quale occluso emisfero della mente.

Apro gli occhi. La luce mi dice ch’è giorno pieno. L’alba è giunta a piedi nudi, senza clamori, senza scalpiccio di piedi, in silenzio.

Attorno tutto è com’era prima: il letto disfatto, la sedia stracolma d’abiti dismessi, i falsi d’autore alle pareti, le pile dei libri già letti e quelli ancora da leggere, la lampada spenta sul comodino, il clangore dei mezzi che arriva da fuori, l’irraggiungibile scopo della rinascita interiore.

È questo a cui anelo?

È strano, eppure quanto accaduto mi permette adesso di guardarmi attorno con occhi nuovi.

Il mondo è pur sempre quello ma, sono i miei occhi a vederlo rinnovato, pur nella vacuità del mio esistere.

Direi piuttosto come uno stato germinale delle possibili diversità dell’essere che rende plasmabile qualsiasi verità successiva.


Quand’ecco il driiiin della sveglia rende la realtà dura da accettarsi, richiede una maggiore energia e invece sono talmente stanco che finisco per scivolare fuori del letto, più stanco di quando vi sono andato, per poi ritrovarmi disteso sul pavimento.

Adesso sì che rialzarmi mi costerà fatica, mi dico. Però almeno, sono ancora vivo … oh yes, I am still alive!



Non proprio certo d'essere vivo.
Non proprio certo d'essere vivo.

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