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Una storia di angelaaniello

Questa storia è presente nel magazine RecensiAMO....

La gente per bene di Francesco Dezio

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3 minuti

Pubblicato il 22 giugno 2018 in Recensioni

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Ci sono biografie che paiono distorte, incancrenite da un sole di Mezzogiorno che talora porta via con sé sogni e aspirazioni.

E ci si ritrova a strapiombo su un costone roccioso di dubbi, cercando di non impazzire in mezzo agli ottusangoli mentre la gente straparla e ci si sente in esilio fra un fottuto biglietto d’andata e il convincimento di un ritorno necessario.

Qual è poi la direzione?

Forte, intenso, reale, aspro e nitido il quadro del Mezzogiorno che emerge dalle pagine del romanzo “La gente per bene” di Francesco Dezio, pubblicato con TerraRossa Edizioni.

Nelle famiglie pullulano i disoccupati e quelli in mobilità e, mentre al Nord avanza il processo di industrializzazione, al Sud l’agricoltura resta la principale risorsa. La campagna, spesso, è una terra di mezzo, spopolata e insicura, che quando non si può sfruttare a coltivazione, diviene una discarica di scorie e rifiuti di ogni tipo.

Intanto “nel Gargano e nell’alta Murgia ogni crinale dell’entroterra è invaso da foreste di cazzoni d’acciaio di centocinquanta metri con la girandola in cima che non sempre gira con profitto, perché non è detto sia collegata alla rete nazionale.”

Il linguaggio si infarcisce di termini gergali e dialettali che conferiscono maggiore veridicità e ironia alla narrazione sì che il lettore viene travolto da immagini forti e in quell’io molti si ritrovano, ahimè.

Anche gli studi spesso sono dirottati su scuole professionali che affossano i sogni più che elevarli.

Il classico “è scuola su misura tagliata per gente di un certo ceto”, e il Professionale avvia a un lavoro sicuro.

Sì, ma con quali garanzie e quante promesse?

La gente per bene è quella che accetta qualsiasi compromesso pur di lavorare, che si lascia sfruttare per “tirare a campare”, mentre i pantaloni si impolverano e i posti di lavoro vengono soffiati da chi è raccomandato.

Puff! E ci si ritrova fuori per sempre! A vita!

Ogni tentativo è come riattaccare un lembo di storia alla Storia mentre dentro l’anima s’intomba o ridacchia per sopravvivere.

La quotidianità non è un insieme di assi da inchiodare l’una accanto all’altro, né una rigida geometria che fornisce soluzioni ad ogni problema complesso.

È qualcosa di più grande che va percepita ad orecchio nel rumore infernale dei giorni, che “rompe i coglioni” quando si batte la fiacca, che somiglia a una malattia che piomba addosso pian piano.

Le faccine sorridenti, il profilo Facebook, tanti contatti fittizi e una solitudine che smonta e dimette.

Ma dov’è la fucina dei talenti? E quale lo sfacelo di palazzine, le une accanto alle altre, tutte uguali, che rompono la visuale di chi è costretto a starsene a casa in maglietta e pantaloncini perché il principale gliel’ha bonariamente suggerito?

Il mestiere più difficile è quello di scimmiottare se stessi. Di frangersi in mille identità e di non potersi ricomporre.

Il tempo non cuce le cicatrici allo stesso modo in cui le mani callose cuciono i divani. È una variabile fetente che non concede trastulli e blocca il respiro, che fa schiattare per sbarcare il lunario, che propone colloqui su colloqui quasi fossero concorsi a premi, ma all’introduzione di ogni capitolo cade il silenzio della parola fine.

Fidarsi di chi? Di che cosa? Della fiaba della rana che si lascia sbollentare nella pentola in cui si era comodamente adagiata?

C’è chi propone di mettersi in salvo al Nord, all’estero.

Dezio provoca, coglie nel segno, interroga, induce a riflettere sul nucleo caldo della trappola. Gli annunci della Puglia Migliore restano lì per mesi, sempre uguali e se poi le cose si scassano, si scassano tutte insieme, disfacendo gli occhi in una logica a comparti stagni in cui si è tutti coinvolti mentre l’economia, se gira, gira male.

Il cammino prima o poi ricomincia. Un’uscita dal giudizio della ex che ti ha mollato? Uno smontare la storia della rana che si era arresa? La vita è in quell’attimo di svolta. Forse!

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