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Una storia di

NEVADA - Un insolito omicidio nel deserto

QUINTO CAPITOLO – IL LIBRO

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Pubblicato il 27 maggio 2020 in Thriller/Noir

Tags: #DAngelo #Giallo #Nevada #Noir #Poliziesco

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TRAMA: Due cadaveri vengono rinvenuti in mezzo al deserto fuori Las Vegas. Vincent D'Angelo, detective cinico della omicidi, sarà chiamato a far luce sulle circostanze poco chiare della loro morte.


GENERE: Poliziesco


NEVADA LA SERIE: "Un insolito omicidio nel deserto" è il primo racconto del mio progetto Serie Nevada. La mia idea è quella di dar vita ad una serie di racconti ambientati interamente negli Stati Uniti, più o meno collegati, che mi daranno modo di sperimentare le varie sfumature del genere poliziesco. Dalla violenza e dissolutezza dell’Hard Boiled, al raffinato intelletto del Giallo Deduttivo, sino a toccare la psicologia criminale del Noir.

QUINTO CAPITOLO – IL LIBRO


Professor Albert A. Jones, così recita la targhetta all’ingresso del suo ufficio. L’ho chiamato immediatamente, e mi ha dato appuntamento la mattina stessa. Busso alla porta, ed una voce altisonante dall’accento inglese mi invita ad entrare. Una volta dentro, un uomo alto e brizzolato mi accoglie con un gran sorriso.


« Devo presumere che voi siate il detective D’Angelo. È un vero piacere conoscervi. »


Aveva una stretta di mano energica, ed un fare brioso, nonostante l’età avanzata.


« D’Angelo! Sapete che il vostro nome ha origini italiane Sir. »


« Si, lo so bene professor Jones. »


« Bene, in tal caso vi verserò un buon grappino italiano, vedrete che squisitezza. »


Anche il suo abbigliamento, così antiquato da sembrare emanare un odore quasi muschiato, avrebbe raccontato di un uomo tediosamente vecchio, ed invece Jones nei suoi atteggiamenti e nella sua arte oratoria nascondeva un fascino accattivante. Dopo avermi fatto accomodare, si avvicina ad un grosso mappamondo, e sollevatane una metà ne scopre il contenuto. Al suo interno vi tiene delle bottiglie di liquori, ed alcuni bicchieri squadrati e dal fondo alto. Ne prende due, assieme ad una bottiglia di grappa dorata, che versa ad entrambi.


« Tenete detective D’Angelo. » mi dice tendendomi il bicchiere.


Lo afferro, ringraziandolo. Sono in servizio, dunque in teoria non dovrei bere, ma i suoi modi sono talmente garbati, che non posso proprio rifiutare. Dopo essersi messo comodo, manda giù un sorso di quel fluido straripante di profumi, ed io faccio lo stesso. Aveva ragione, quella grappa italiana era veramente forte, un’esplosione di sapori ed aromi. Immagino d’aver fatto un’espressione d’apprezzamento, perché il professore accentua il sorriso, come compiaciuto.


Beviamo ancora qualche sorso, intervallando ogni bevuta con chiacchiere leggere. Il suo tono pacato ed al contempo squillante, mi porta a credere che sarei potuto rimanere ad ascoltarlo raccontare del nulla per delle ore, ma è venuto il momento di parlare di cose serie. Poggio il bicchiere sulla scrivania, e gli allungo le lastre che avevo preso dall’archivio.


« Professore, questo è il proiettile di cui le parlavo. L’esperto della scientifica sostiene che potrebbe trattarsi di un’arma antica. »


Posato anch’egli il bicchiere sulla scrivania, afferra le lastre. Dopo aver indossato degli occhiali dalle lenti spesse, comincia a studiarle con estrema attenzione. Rimane in silenzio per tutto il tempo, fino a che non solleva di nuovo la testa.


« Si direbbe un proiettile sferico, tipico delle armi a canna liscia. Con l’invenzione della rigatura, questo genere di armi sono divenute obsolete, ed oggi sono oggetti da collezione, io stesso ne posseggo svariati esemplari. Questo tuttavia detective non mi è sufficiente per comprendere di quale arma si tratti, mi spiace non potervi essere d’aiuto. »


Ero preparato a tale evenienza, infondo sapevo che individuare l’arma solo in base ad una foto del proiettile era pressoché impossibile. Già il fatto che avesse confermato si trattasse di un pezzo antico, significava molto. Tuttavia, avevo altri dettagli di cui renderlo partecipe, e dovevo ritenermi fortunato che lui fosse pronto ad ascoltarli, anzi, ne era entusiasta.


« Quando ho visto Lenny Dalton, ho notato che aveva della polvere attorno alla bocca, era come grigia, simile alla polvere da sparo. Fino ad ora non gli avevo dato molta importanza, ma forse può esserle utile professore. E c’è dell’altro, Dalton aveva anche delle scottature sui palmi di entrambe le mani, come se si fosse ustionato, ma non è stato rinvenuto nulla che avesse potuto procurargliele. »


Il professore mi restituisce le lastre, e portati gli indici sulla bocca, abbassa le sopracciglia come fosse in meditazione. Dopo alcuni istanti di mutismo, si solleva dalla poltrona, dirigendosi verso la libreria da cui preleva un vecchio libro con la copertina color porpora, e dopo essermisi avvicinato, lo poggia sulla scrivania. Aveva trovato quel libro fra tanti, senza neppure la necessità di doverlo cercare, ed allo stesso modo, ne aveva aperto la pagina desiderata senza dover consultare l’indice. Immagino conoscesse a memoria tutta quella sfilza di libri e la loro disposizione.


« Vedete detective, » esclama indicando una figura sulla pagina, « nell’accensione delle armi da fuoco si è conosciuta un’evoluzione nei secoli, prima che fosse introdotto il meccanismo a propulsione, per poter sparare si adoperava il meccanismo a pietra focaia. Questo fu introdotto alla fine del XVII secolo, ed interessò perlopiù i moschetti. Penso abbiate sentito parlare dei moschettieri Sir. »


« Certo! » rispondo.


« Immaginavo. Dovete sapere che per attivare il loro fucile, i moschettieri dovevano strappare con i denti la parte superiore della cartuccia, versandone il contenuto all’interno della canna. La cartuccia era fatta di carta, ed al suo interno si trovava una sfera di piombo e della polvere da sparo. Vi suona un campanello? »


Diavolo se suonava, non ci voleva un genio a fare certi accostamenti.


« Questo era il procedimento con il quale si caricava il fucile. » dice, mentre sfoglia le pagine.


In quel susseguirsi di didascalie ed immagini, ad un certo punto ne vedo una che mi fa balzare alla mente un ricordo.


« Aspetti, questo cos’è? » Gli domando, trattenendolo dal voltare pagina.


« È un calcatoio. Si, una lunga asta di legno che veniva infilata nella canna permettendo al moschettiere di pressare la polvere e la palla di piombo in fondo al fucile. »


Un calcatoio, quell'insignificante asta di legno aveva un nome ed una funzione ben precisa. I tasselli si stavano unendo, e del mosaico riuscivo a vedere finalmente i contorni, ma solo quelli per il momento. Avevo bisogno di saperne di più, avevo la necessità che il professore mi istruisse, e senza imbarazzo gli espongo tale richiesta.

Avrebbe potuto benissimo rifiutarsi, in fin dei conti stavo come abusando del suo tempo, senza potergli offrire retribuzione alcuna. Ed invece la reazione di Jones mi sorprende, il suo volto diviene raggiante. Non so se si sentisse importante nel dare supporto ad un indagine della polizia, o forse mi vedesse come uno dei suoi studenti, e la sua reazione derivasse quindi da un’appassionata devozione verso l’insegnamento.

A prescindere dalle ragioni che lo guidavano, il professore decide di mettersi comodo, e prende a raccontarmi l’intero processo di carica del moschetto, rispondendo a tutte le mie domande senza mai esitare. Era stato estremamente esaustivo, ma avevo ancora un’ultima cosa da chiedergli, una domanda scomoda. Esito un istante nel porgliela, perché fino a quel momento si era dimostrato molto cordiale, e sapevo che tale quesito l’avrebbe potuto indispettire, o comunque renderlo muto.


« Professore, avrei ancora una domanda da farle. Lei conosceva Donovan Dalton? »


Come mi aspettavo, il suo voltò si incupisce in un battito di ciglia, e la sua voce si abbassa di tono.


«Si detective, conoscevo il signor Dalton, tutti lo conoscevano in Nevada. Era una persona in vista.»


« Signore, sa che non è quello che intendevo. »


Immagino di risultare irriconoscente nell’insistere, dopo tutto l’aiuto che era riuscito a darmi. Ma non posso tacere se ho la possibilità di far luce su un delitto, ed il mio intuito mi dice che il professore conosceva Dalton, e non semplicemente per aver letto di lui sui giornali.


« Professor Jones, all’inizio della nostra chiacchierata, lei mi ha detto di possedere diversi fucili come quello in questione. Ne ha parlato come di oggetti da collezione, questo fa di lei un collezionista, è esatto? »


Jones annuisce, dunque proseguo nel mio ragionamento.


« Immagino che articoli come questi siano piuttosto costosi, non alla portata di tutti insomma. Sa professore, mio nonno materno era un collezionista. Non di fucili, no di certo, non se li sarebbe potuti permettere. Lui collezionava francobolli, e ricordo ancora quando da bambino andavo a trovarlo, e lui mi mostrava con fierezza la sua raccolta. Nell’indicarmi ogni pezzo, ne raccontava il possessore precedente dal quale l’aveva acquistato o barattato con un altro francobollo. Non so molto del collezionismo, ma sono a conoscenza dell’esistenza di una sorta di club per ogni genere di collezione. Ed il fatto che Lenny Dalton fosse in possesso di un’arma così antica, mi suggerisce che suo padre appartenesse ad uno di questi. Dopo il processo Triple D, la villa dei Dalton fu spogliata di ogni arma detenuta illegalmente, ma per questi fucili d’epoca, immagino sia necessario un certificato che attesti la loro autenticità. Senza, un collezionista non avrebbe alcuna prova per dimostrare che quello che possiede è un autentico pezzo d’epoca. Ecco perché credo che durante le perquisizioni quel fucile non sia stato toccato, era detenuto legalmente. Dunque Donovan Dalton doveva essere un collezionista, e ritengo alquanto strano che due collezionisti di fucili d’epoca, residenti nella stessa città, non abbiano mai avuto contatti diretti. »


Gli avevo sbattuto in faccia un ragionamento incalzante, costringendolo a desistere dal suo silenzio, ed obbligandolo ad ammettere di aver avuto con Donovan Dalton delle frequentazioni.


« È vero detective, io ed il signor Dalton ci tenevamo in contatto. Ma questo avveniva prima delle accuse giudiziarie che lo colpirono, da allora non volli più averci nulla a che fare. Non voglio che il mio nome venga accostato in alcun modo a lui, capite? »


« Capisco professore, e le assicuro che questo non accadrà. »


Anche lui, come la giovane infermiera, temeva di vedersi associato a questa brutta faccenda, non importa la gerarchia sociale che li separa. Non rivelerò le loro identità neanche sotto tortura, e non mi servirà neppure farlo quando il fucile sarà ritrovato. Rassicuro più volte il professore, ed altrettante volte lo ringrazio, è anche merito suo se sono riuscito a capire come si sono svolti veramente i fatti quella notte nel deserto.



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