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Una storia di Katzanzakis

Oportet ut scandala eveniant

A proposito di "Morte accidentale di un anarchico"

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5 minuti

Pubblicato il 02 gennaio 2019 in Giornalismo

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Quanti anni passati invano...Ho ripescato una mia vecchissima recensione ad un noto lavoro di Fo, purtroppo ancora tristemente attuale.


“Morte accidentale di un anarchico” (“e di alcuni altri sovversivi”, come da aggiunta successiva al titolo, man mano che la strategia della tensione, negli anni settanta, faceva altre vittime tra gli extraparlamentari di sinistra), viene rappresentata per la prima volta nel dicembre 1970, in contiguità temporale con la strage di Piazza Fontana, a Milano (12 dicembre 1969), in un momento di oscuramento dell’informazione, in cui i soli “Lotta Continua” e, in parte, “L’Espresso”, avevano il coraggio di titolare sulle Stragi di Stato, indicando nell’intreccio tra Servizi Segreti deviati, Forze di Polizia, Magistratura e Politica i veri mandanti di tali stragi (dopo piazza Fontana a Milano, piazza della Loggia a Brescia, poi Bologna e l’Italicus).

Ma con la commedia de qua, eravamo ancora agli inizi di tale strategia, volta a rispondere, attraverso attentati di Stato, contrabbandati come attentati di sinistra, con un giro di vite al 1968 ed al rifiuto sempre più urlato, da parte di giovani di sinistra che non si riconoscevano nelle formazioni politiche tradizionali, del modello “compromissorio” borghese, con la messa in discussione dei vecchi modelli politici partecipativi.

E’ in questo clima, in cui chi avanzava anche solo il sospetto di possibili connessioni tra le bombe ed il Potere, veniva considerato nella migliore delle ipotesi pazzo, quando addirittura non denunciato e/o boicottato ad ogni livello, che il collettivo teatrale “La comune” di Dario Fo decide di entrare a gamba tesa nella polemica sulla “defenestrazione” dell’anarchico Pinelli (si ricorderà come lo stesso, appartenente al gruppo romano di Valpreda - primo arrestato e sospettato per la strage di Milano - volò fuori da una finestra del 4° piano della questura, durante l’interrogatorio ad opera del commissario Calabresi, accusato per tale fatto da “Lotta Continua”, che venne dal commissario, per questo, querelata - il processo venne poi sospeso prima e cancellato poi, per la stessa morte, non accidentale, di Calabresi -): l’attualità della vicenda è confermata, a distanza di 35 anni, dalle persistenti polemiche sulla grazia a Sofri, considerato insieme a Bompressi e Pietrostefani mandante dell’omicidio Calabresi.

Naturalmente il pretesto ufficiale, non è la defenestrazione di Pinelli, ma quella di un oscuro anarchico italiano, avvenuta in un lontano e rassicurante 1921, in una stazione di polizia di New York.

L’ambientazione non può che essere quella di una stanza qualsiasi della questura centrale, con finestra; i personaggi: l’indiziato (il matto) di millantato credito, due commissari, un agente, il questore ed una giornalista de “L’Espresso”.

La storia è semplice, condotta, come d’uso con Fo, sul filo del grottesco e del surreale, senza la necessità di ricorrere al grammelot o ad altri geniali artifici linguistici: un indiziato di reato, per abitudine a travestirsi e spacciarsi per altre persone: chirurgo, capitano dei bersaglieri, vescovo, ingegnere navale, psichiatra, etc., durante un interrogatorio in questura, viene, dopo aver manifestato il desiderio di buttarsi dalla finestra ed aver convinto il commissario di essere matto, cacciato via dallo stesso.

Rientrato a commissario assente, risponde ad una telefonata da parte di un secondo commissario del 4° piano (quello responsabile della defenestrazione dell’anarchico), e spacciandosi a sua volta per un commissario venuto da fuori, viene a sapere del sospetto arrivo di un giudice revisore, che dovrebbe analizzare e riconsiderare “per via dell’opinione pubblica che preme”, tutte le precedenti deposizioni e la dinamica poco chiara dei fatti che hanno portato il primo giudice ad archiviare l’inchiesta.

Decide di spacciarsi lui per giudice revisore.

Portatosi nella stanza del commissario del 4° piano e rivelatagli la sua identità, gli ordina di far venire il questore: in presenza dei due, e di un agente frastornato, inizia a ricostruire la dinamica della defenestrazione, apparentemente per cercare di salvare commissario e questore, nella realtà svelando l’inconsistenza e la ridicola pochezza delle due versioni fornite dalla Polizia, cercando ad un certo punto persino di spingere verso la finestra e convincere a buttarsi, commissario e questore.

L’arrivo di una giornalista de “L’Espresso”, gli offre il destro per spacciarsi, con la complicità “forzata” di commissario e questore, per un capitano della scientifica prima e per vescovo poi, fino allo smascheramento finale, ad opera del primo commissario: ma ormai il danno è fatto, il matto esibisce un magnetofono in cui tutto è stato registrato, lo scandalo scoppierà.

E’ proprio il tema dello scandalo l’elemento cruciale della commedia: così il matto: “vede, al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano...no, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare...Per lui quella è la vera libertà...”, ed ancora, questa volta in veste di vescovo e citando (erroneamente) San Gregorio Magno, appena eletto pontefice ed irritato di fronte al tentativo di coprire gravi scandali: “lo si voglia o non lo si voglia, giustizia e verità io impongo, farò l’impossibile perché gli scandali esplodano nel modo più clamoroso; e non temiate che, nel loro marcio, venga sommersa ogni autorità. Ben venga lo scandalo, ché, su di esso, si fonda il potere più duraturo della stato!”

In realtà, l’”oportet ut scandala eveniant (è necessario che avvengano gli scandali, bisogna far scoppiare il bubbone per eliminare il marcio)” è concetto implicito nel Vangelo di Matteo (XVIII, 7), il quale per altro aggiunge “ma guai all’uomo per colpa del quale lo scandalo avviene”.

Secondo Fo, e al di là delle disquisizioni del “matto” sulla lotta di classe, gli scandali non sono, alla fine, che un altro modo che il Potere utilizza per dare l’illusione della libertà, illusione che, sola, basta ad appagare la gente; proprio per questo, sembra suggerire, bisogna che si cerchi di cambiare la società, in modo che gli scandali non avvengano.




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